“Savior” di McFarlane, Holguin, Crain

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pagina di ibs

Premessa: questo post è un post di miei pensieri liberi, associazioni personali, collegamenti miei sul fumetto “Savior”. Non è una tesina e non vuole nemmeno valere come “studio”, ma solo come chiacchierata. Se vi va di aggiungere qualcosa, commentate perché questo fumetto mi ha smosso il cervello più di quanto mi aspettassi.

Sinceramente non ho intenzione di fare una recensione di questo fumetto, ma di parlarne comunque perché  ne vale la pena. Prima di tutto perché ha una sceneggiatura solida autoconclusiva nell’album brossurato della Panini Comics del 2015, senza buchi, spazi, dubbi o finali troppo aperti (oddio il finale è aperto, ma alla fine non si sente l’esigenza di un seguito. Almeno secondo me. O magari c’è e io non lo so nemmeno). Secondo perché i disegni sono spettacolari, curati e precisi, dove l’anatomia non sempre realistica è comunque funzionale alla scena ritratta nella singola vignetta, dall’angolazione prescelta per dare quel determinato sentimento al lettore. Terzo, i dialoghi sono impegnativi, ma non troppo pesanti; di norma mi perdo se devo leggere troppo in ogni vignetta, detesto gli spiegoni, ma mi piace sapere quello che serve per avere il senso di ogni sequenza.

Questo fumetto mi è capitato fra le mani per quel meccanismo diventato normale di andare in biblioteca e a ogni giro di raccolta libri aggiungerci un fumetto che mi ispira, senza un vero perché. Ho saltato i vari Pratt, Bonelli vari, Bonvi o Jacovitti per puntare ad altro, al di là che alcuni di loro li conosco per averli letto a suo tempo o per averne in casa alcuni albi, ma cercavo qualcosa oltre la mia zona di competenza e siccome la Biblioteca Civica di Parma ha una buona collezione di fumetti perché non provare? Di solito cerco storie o disegni che mi ispirino e non sempre l’uno deve andare per forza con l’altro, anche se certi albi li ho per ora lasciati in scaffale solo perché il disegno non mi ispirava. Avere in casa un illustratore storico non mi aiuta ad essere sempre misericordiosa con chi disegna in stile poco umano. Comunque sia, questo album mi è capitato fra le mani sicuramente per il disegno e la grafica in generale e poi per quel non so che istintivo che mi ha sempre dominato in lettura.

Di cosa parla? Di una sciagura aerea, di un uomo sovrannaturale, di una cittadina di provincia, di religione. Tutto condensato senza essere un tomo esplicativo. Più leggevo e più venivano in mente certe cose che ho letto e visto sin da ragazzina. Mi è ritornato alla mente (e spesso mi capita mi tocca dire) “Straniero in terra straniera” di Robert A. Heinlein con quel suo senso religioso e straniante dove un uomo speciale sconvolge gli umani “normali”, provocando le reazioni più disparate. Qui il nostro uomo speciale è più simile a Superman che a Valentine Michael Smith, con superpoteri che non sa davvero gestire, con quel senso pesante di Messia. Nell’ultimi film dedicato proprio all’uomo di Kripton il senso di Superman cambia dallo stereotipo normale di alieno che si mischia fra la gente cercando di passare nell’indifferenza tranne quando è suo dovere salvarla, ma diventa colui che incarna il Bene e come tale deve fisicamente e manifestamente immolarsi alla causa (in “Batman vs Superman” c’è l’immagine di Superman circondato da uomini e donne adoranti e silenziose e lui nel mezzo come a coglierne l’energia e il peso. Un’immagine da dipinto e molto evocativa). Il nostro smemorato invece sa di poter gestire la vita e la morte, come farebbe uno sciamano vero, segnando il destino di una persona e di quelle che la circondano (avete presente “La vita è meravigliosa” di F. Capra? Ecco, quello), ma senza preoccuparsi delle conseguenze. Conseguenze che non si vedono, se non in quella ragazzina salvata nel disastro aereo che lui ha salvato. E nessuno capisce come ha fatto. Lui diventa l’uomo misterioso come Valentine Michael Smith marziano terrestre che tutti vorrebbero per sè, come un santino vivente.

A questo punto mi è venuto in mente “Carnivàle” serie televisiva vista tantissimi anni fa (quando ancora Netlix non esisteva e bisognava sperare che Tele+ o Sky ne capissero la portata, perché scaricare un film o un telefilm a volte era una tragedia. Son passati 12 anni e sembra un millennio fa…). Mi è tornato in mente quando sulla scena compare la classica setta americana di matrice cristiana, ma che col cristianesimo di qualsiasi ordine e grado ti fa pensare che non abbia molto a che fare. La setta nel fumetto non è approfondita nella sua teologia, ma è presente con la sua rabbia, con il suo modo di circuire l’anello debole di una catena di solitudini di provincia per ottenere…cosa? Rabbia. Non mi viene altro da dire. Perché mi è tornato in mente il telefilm suddetto? Primo perché la presenza del padre metodista è un po’ lo stereotipo di un’America costellata da mille sette, contro sette, religioni a portar via, religioni classiche, ateismo e agnosticismo. Secondo perché è come una sensazioni uditiva: i campi assolati e quasi desertici dell Iowa, con quel caldo che mi fa venire alla mente le cicale (vivo in Emilia, in Pianura Padana, dove in estate anche con le finestre chiuse e la tv accesa le cicale si fanno sentire come se sedessero accanto a te), la sabbia sollevata dalle auto, le televisioni a cercare uno scoop. Non saprei dirlo con certezza, ma mi ha ricordato alcune scene di quando il circo con i loro pesanti e imponenti mezzi si spostavano da una città all’altra, mentre la rabbia e il pericolo fra loro arrivava come una mandria di cavalli. Sono sensazioni, non saprei come spiegarlo diversamente.

Infine “X-files”. Volevate che in questo fumetto mancasse l’elemento governativo? Naaaa. E non ci sta male, anche se è come un intermezzo. Viene in mente l’uomo che fuma, l’avversario di Mulder & Scully, con la sua normale visione di manipolazione delle coscienze per tenere tutti tranquilli. L’intermezzo è funzionale non tanto per la storia, ma per far capire come sia facile manipolare i tranquilli e i complottisti e che alla fine, se uno sa usare bene i mezzi di comunicazione, sa come far ballare la gente. E’ un pezzo molto istruttivo che a me ha fatto sorridere, visto che di questi tempi apri fb e trovi il peggio del peggio con tutti tuttologi (ricordate l’ultima canzone di Gabbani, quella che ha vinto Sanremo? Ascoltate bene il testo…ci prende per i fondelli che è una meraviglia e noi la cantiamo pure! Genio!). Fa sorridere, se non fosse che poi i risultati fanno piangere, ma lasciamo perdere valà.

Alla fine della lettura mi è rimasto un dubbio, costellato da varie risposte. Perché storie così sono credibili soltanto in America? Insomma se pensiamo a sette religiose, fenomeni paranormali, manipolazioni culturali, uomini in nero, non possiamo immaginarcelo se non in America. A me viene da dire proprio per la sua conformazione storica più che politica: dove sono confluite diverse etnie, con diverse religiose, dove sono arrivati quelli che l’Europa non voleva più (mica poteva mandarli tutti nella colonia penale dell’Australia!), dove son fuggiti i perseguitati religiosi di qualsiasi stato europeo, dove si sono mischiati volenti o nolenti con le popolazioni indigene. Un miscuglio etnico, religioso, linguistico che ha visto nella violenza e nella legge (vedi l’epopea del vecchio west) il tentativo di creare uno stato unitario, ma che ha dovuto cedere alla guerra di secessione prima di poter avere una stabilità. Ma ve lo immaginate un racconto del genere in Italia? Io me lo immagino il santone di turno che gira per le strade di Napoli o di Bolzano, la giornalista mandata dalla D’Urso o da “La vita in diretta”, la vecchietta che diceva “ah, ma salutava sempre” e il politico che tira fuori un blog e parla di complotti e della restaurata dc-p2 e Giacobbo coi templari. Dai, non siamo credibili!

Forse è per quel motivo che certe storie son credibili sono in America e in una certa zona dell’America: la provincia abbandonata a se stessa. Forse noi certe storie non sappiamo raccontarle, con i nostri millenni di storie, di guerre, di ordine costituito politico o religioso che sia. Forse il nostro orizzonte è limitato e anche quando guardiamo il mare alla fine vediamo la costa dello stato di fronte a noi. O forse non è la nostra epica, dominata ancora da Romolo e Remo o dalle leggende medievali. Noi siamo altro, anche se oramai coi social il mondo è diventato grande come un salotto e noi stiamo prendendo anche le paure della provincia abbandonata americana…

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“La conferenza degli uccelli” di Peter Sis

A volte mi capita di condividere con gli amici non solo le piccole passioni, anche la voglia di conoscere. Non sono una persona semplice, ma quando un amico mi passa un fumetto in un contesto altro, sono convinta che qualcosa voglia significare.

“La conferenza degli uccelli” di Peter Sis

Così ho avuto fra le mani il fumetto “La conferenza degli uccelli” di Peter Sis.

Non è facile parlare di questo fumetto perché non rientra nel classico seguire di vignette, nemmeno è nella categoria delle graphic novel (termine molto chic per sdoganare il fumetto classico), ma forse è più simile alla pittura unita alla poesia. E’ qualcosa che va letto, riletto e metabolizzato e poi lasciato andare come se fosse qualcosa di più profondo che un semplice svago. Ma sapevo che il Turcoop non mi avrebbe passato un libricino semplice e fatto per la massa: ah, lo so, noi siamo gente d’elite! 😀

Cosa racconta? Beh…sembra facile dirlo, basterebbe raccontare di un upupa che convince gli uccelli a seguirla alla ricerca del regno del re perduto Simurg. Oppure basterebbe dire che è tratto da un poema persiano del XII secolo. Detto questo non servirebbe nulla. Il testo mi ricorda qualcosa che ho letto tempo fa e il topos dell’assemblea degli uccelli non mi pare così nuovo (forse un anticipo de “La fattoria degli animali”), ma nuovo è lo stile del racconto, l’alternare delle immagini, dei silenzi, delle parole in rima. Emotivo il susseguirsi dei capitoli come una ricerca, come quella più mitica del prete Gianni oppure del santo graal; emozionante il modo in cui ogni regione, ogni luogo viene caratterizzato; stimolante vedere la cura nel tratto, nel disegno, nel colore. Non c’è pagina o tavola che non denoti un forte studio e impegno e mi piace smentire l’articolo de “La Stampa” che finisce con le parole “meravigliosa ingenuità che consente di dire profonde verità con una leggerezza che non sarebbe dispiaciuta a Italo Calvino”, ritenendo l’ingenuità contraria dello studio e dell’attenzione al particolare.

Peter Sis costruisce con maestria questo gioiellino della narrativa, prendendo spunto dal passato, dimenticando magari le ambientazioni orientali, ampliando l’orizzonte e creando un racconto valido per tutti che costringe il lettore a guardarsi dentro. Il paragone con Calvino è sicuramente azzeccato e aver letto “Le città invisibili” ha sicuramente influito la lettura, per quella sensazione di essere in un posto, ma anche in nessuno; di credere di capire cosa sia il viaggio, ma di capirlo solo alla meta o al ritorno; di non capire che il desiderio di conoscere spinge l’uomo verso mete impensate. Davvero in Sis c’è qualcosa di Calvino, ma non è nè leggerezza nè ingenuità, ma ardore, passione, sconvolgimento, stupore, voglia di stupire, lealtà (perché in nessuno ho visto falsità o voglia di provocare malignamente il lettore) e cultura, tanta cultura.

Un fumetto da leggere, se ne siete convinti, con la pazienza e il silenzio, non temendo di sapere che dovrete rileggerlo, che qualcosa non capirete, che qualcosa verrà metabolizzata subito e qualcos’altro vi rimarrà nel cervello a tormentarvi. Questo fumetto parla al lettore senza mai intromettersi nella sua vita. Gli chiede di fare come uno degli uccelli e di seguire l’upupa; chiede quanto si è disposti a volare. Chiuderlo sarebbe facile, capire dove va a parare altrettanto, ma non si può interrompere se non arrivati alla fine.

Siate upupe e questo vi basti.

la conferenza da dove tutto parte

Piange il Nilo…addio Origone.

Ognuno di noi ha i suoi miti, da piccoli o da grandi, oppure quei compagni di viaggio che ti porti dietro sin dall’infanzia senza dover essere per forza una groupie o una fan sfegatata.

Io da piccola avevo Sturmtruppen di Bonvi, Hagar l’Orribile di Dik Browne e Nilus di Origone. Poi c’erano tanti altri fumetti ad allietare la mia infanzia, ma devo ammettere che avevo una passione insana a rileggere le loro vignette fino a saperle a memoria, fino a richiamarle alla memoria nei momenti più tristi, seri o incasinati oppure per assonanza con un bel momento. Tutti e tre alla fine parlano di Storia, quella cosa meravigliosa che io amo e non c’è stato giorno, rievocazione, esperienza didattica a cui non abbia pensato a loro dando anche a loro la colpa della mia follia.

Oggi la ferale notizia che ci lascia uno degli autori di Nilus: Franco Origone.

http://genova.repubblica.it/cronaca/2014/02/20/news/addio_a_origone_vignettista_del_secolo_xix-79133163/

Non ci sono parole adatte per dire quanto egli, insieme al fratello, riusciva a rendere con una sola vignetta un lungo discorso e nel frattempo strappare un sorriso. Questo devono saper fare i grandi fumettisti.

Vi lascio col suo blog e non aggiungo altro se non qualche vignetta, per continuare a ridere e ringraziare per quello che ha fatto.

http://origone.blogspot.it/
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Buon Compleanno Mort Walker!

Oggi invece parliamo di fumetti e di persone vive.

Di solito quando si parla di fumetti ci ricordiamo il personaggio o i personaggi ma raramente sceneggiatori e disegnatori, come se questi fossero superficiali. Mentre di un libro abbiamo sempre mille informazioni e ancora di più per un film, per i fumetti “basta guardare le figure”. E invece no! Il disegnatore e lo sceneggiatore (a volte sono la stessa persona) sono madre e padre di tutti gli attori delle vignette; a volte non serve nemmeno l’editore (guardate la storia di Rat Man) perché l’autoproduzione nel mondo del fumetto è purtroppo la normalità (non parliamo poi della crisi del fumetto e della cecità italica su di esso).

http://en.wikipedia.org/wiki/Mort_Walker sito non italiano di wikipedia, visto che esso era troppo scarno

Il suo personaggio più famoso è Beetle Bailey, un soldato pigro e la sua vita militare. Un vero fumetto ironico e antimilitarista che in un certo senso non obbligava il lettore a doversi schierare per forza per un partito politico. In Italia venne pubblicato dalla rivista Linus che per quanto avesse una chiara visione politica e una scelta di certi fumetti americani molto chiara, è stata l’unica a permettere a noi ragazzini italiani di conoscere qualcosa oltre a Topolino. Non che ci sia nulla di male in Topolino (al di là dei complottisti che lo vedono massone, nazista e sterminatoredinonsochi), ma quando inizi ad andare alle superiori ti serve altro. In Italia si poteva scegliere anche Tex, ma il western non era il mio genere.

http://en.wikipedia.org/wiki/Beetle_Bailey

Io ammetto di non averci mai badato a certi messaggi sociali, leggendo le strisce, anche perché credo che nella traduzione qualcosa si perda per forza in confronto al messaggio originale: ogni scrittore o sceneggiatore parla a un determinato pubblico che può capire (o rifiutare, ma comunque codificare chiaramente quanto vede o legge) e nella traduzione questo messaggio può essere travisato, mistificato o addirittura nascosto. Non ricordo se tutte le strisce erano pubblicate tradotte o meno, ma di certo io certi sotto intesi non li ho mai notati. Io ritrovavo in quelle strisce solo il semplice cercare di farla franca sul lavoro, fare gli occhi dolci alle belle ragazze e divertirsi in ogni situazione. I personaggi erano caratteristici e ben delineati e di certo, al di là del semplice tratto, erano studiati e ragionati.

Ora non so se queste vignette arrivino ancora in Italia e se il messaggio sia diventato più chiaro, ma spero che faccia ancora divertire generazioni di ragazzi e adulti.

Altro suo fumetto è “Hi and Lois”, ma devo essere sincera, per quanto ricordi e riconosca il fumetto, non me lo ricordo. Si vede che non faceva per me oppure non l’ho compreso al massimo.

http://en.wikipedia.org/wiki/Hi_and_Lois

Buon compleanno Mort Walker e mille di queste vignette!

Buon compleanno Lovecraft

Oggi sì che festeggio.

Howard Phillips Lovecraft (Providence, 20 agosto 1890 – Providence, 15 marzo 1937)

Festeggio un autore che mi ha emozionato e tutt’ora mi emoziona a sol ripensare alle storie che ha raccontato.

Lo conobbi più di 10 anni fa grazie al mio moroso di allora. Egli era un vero appassionato di horror, mentre io ero troppo impressionabile per aver dedicato la mia infanzia a certe letture o certi film; mi prendeva in giro bonariamente per ciò, ma alla fine chi dormiva il sonno dei giusti ogni notte ero io e non lui, tormentato dagli incubi più assurdi (ai vostri bambini date delle dosi di buonismo disney da piccoli, perché avranno tutto il tempo che vogliono per farsi venire gli attacchi di panico per assurdi vermoni usciti dalla terra o da attacchi alieni o comunisti a ogni calar del sole. Lo dico per loro, ma anche per il vostro sonno). Gli prendevo in prestito un po’ di libri, mentre si discuteva di quanto fosse o meno influente Poe o sulla cinematografia horror spagnola: discorsi da circolo letterario alternativo e ottocentesco. Poi fu il mio master ne “Il richiamo di Cthulhu” e una avventura di pochi mesi durò un anno e mezzo, fidelizzando il cuore del gruppo con elementi che amavano veramente il genere. Quando finì tutti rimanemmo felicemente sconvolti. In tanti anni di gioco di ruolo quella campagna è la mia vera nostalgia…

Ma torniamo al nostro amato Lovecraft. Amato. Sì. Tantissimo.

Amato perché mi ha regalato le emozioni più intense, senza nemmeno uno spargimento di sangue a modo splatter; amato perché mi ha fatto amare il genere horror con i mostri a un piano incomprensibile; amato per quel senso di oltre, di fuori dal comune, di unico nella letteratura; amato per non aver dato speranza alla solitudine, ma per averla desolatamente condannata a un’eterna pazzia; amato perché il mondo di Cthulhu è ultraterreno, ma elaborato, scritto e poi disegnato diventando un vero mondo vero e reale.

Mi basterebbe fermarmi alle emozioni, alla sensazione di smarrimento e solitudine che ogni suo protagonista prova, alla pazzia che pian pianino si insinua nella mente, al buio sempre vivo. Leggere i suoi racconti o i suoi libri è stato come addentrarmi in vari mondi e vestire diversi panni; è stato come estraniarmi da me e dover anche affrontare le mie di paure.

Il mio moroso di allora mi regalò l’opera omnia e ammetto che la centellinai tantissimo e la finì dopo qualche anno che mi ero lasciata (è stata una lunga storia) e quando chiusi l’ultima pagina sentii il distacco e mi resi conto di essermi emancipata da quel ragazzo e di aver letto Lovecraft solo per lui, per sapere, per capire, per leggere. Lovecraft è diventato allora il MIO pilastro narrativo, senza altre metabolizzazioni o insegnamenti. E’ il sentiero che porta alla montagna della follia o negli oscuri abissi del mare.

disegno di MIRROR CRADLE

A Lucca Comics di qualche anno fa mi portai a casa un vero capolavoro a lui dedicato

disegni di Breccia http://it.wikipedia.org/wiki/Alberto_Breccia

trovando azzeccata la scelta delle chine, delle matite o di quel che è (dovrei chiedere a mio fratello) per rendere le angosce, il velo della pazzia che si alza. Per non parlare del bianco e nero…stupendo! Ma anche qui non stiamo certo parlando del primo pirla che passava per caso. Alberto Breccia è stato un indubbio maestro del fumetto argentino.

Ma torniamo al nostro maestro di Providence.

Potremmo stare qui a fare una tesi sul perché scrisse una cosa piuttosto che un’altra, sulla sua misoginia, sul razzismo, sulle sue paure. Oppure potremmo farne un’altra sulle sue influenze sul cinema, sul fumetto o sulle continue, e più o meno velate, citazioni in altre libri, ma davvero troppe sarebbero le nozioni che nemmeno io potrei ritrovarmici. Questo link di wikipedia potrebbe esserci utile http://it.wikipedia.org/wiki/Howard_Phillips_Lovecraft_nella_cultura_popolare , ma tocca dirlo nessuna di queste opere può nemmeno avvicinarsi al potere che ha evocato il Maestro, anzi molti film (che io ho visto e che si trovano sono nelle videoteche fornite di chicche introvabili) hanno non tanto tradito il senso, ma del tutto mistificato e reso risibile il tutto. Alla fine rendere la paura vera è il pezzo più difficile per un autore…

E nemmeno Giacobbo che ha ventilato (nel suo sempiterno delirio di mistificazione informatica. Ma la smetterà mai e metterà a giudizio le sue capacità giornalistiche?) che Lovecraft non scrisse opere di fantasia, ma verità storica, è riuscito a spegnere il senso di paura che egli genera in ogni lettore, trasformandolo in un mero cibo per le masse.

è davvero così Cthulhu?

Buon compleanno Lovecraft!

E voi state attenti ai ronzi elettrici sospetti…e ai tentacoli!

Dylan Dog-il film

Scrivo questo post dopo aver visto uno dei film più boiata che io abbia mai visto.

O meglio il film potrebbe essere mediamente carino, per una serata stacca cervello, come sottofondo mentre cucini o sistemi camera, ma quando si riferisce a uno dei miei pilastri dell’infanzia allora è una boiata pazzesca.

Il film è questo http://www.mymovies.it/film/2010/dylandog/ 

la locandina

ed è la versione del nostro amatissimo fumetto “Dylan Dog” di bonelliana tradizione e di parto di Tiziano Sclavi, ma il tutto stravolto con pesante mano americana.

Come Sclavi, la Bonelli o chi per loro possono aver dato il loro consenso a sta cosa, io me lo chiedo e secondo me tanti altri appassionati di fumetti.

Ricordo che leggevo da bambina i fumetti dagli amici più grandi e poi lo compravo di nascosto e me lo leggevo come se fosse la cosa più proibita del mondo e questo perché esso, il fumetto, era un vero fumetto dell’orrore. Non l’orrore quotidiano che si legge nei quotidiani con omicidi, femminicidi e guerre, ma quello classico coi mostri cattivi che vogliono sterminare e sottomettere l’essere umano solo per proprio divertimento. Lo lessi per anni e poi smisi quando per decisioni forzate sulla casa editrice Dylan è diventato un assistente sociale per freak, disadattati e problematici vari. La vena horror era stata uccisa dal moralismo e quel senso di paura misto a proibito era morto affogato nella noia.

Ammetto che me ne dispiacque molto e per tempo cercai un sostituto (provai Dampyr, sempre della Bonelli: prometteva bene, ma deluse presto), poi mi arresi e lasciai perdere. Sicuramente nella storia contemporanea del fumetto ci sarà qualcosa di pauroso da leggere, ma davvero credo che il primo Dylan Dog fosse insuperabile. Quando poi era disegnato da Roi sapevi che non avresti dormito del tutto tranquillo.

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Vista la popolarità del fumetto fecero nel 1994 il film “Dellamorte Dellamore” con Rupert Everett e una giovanissima Anna Falchi (che però mostrò subito le sue capacità artistiche).

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Se non ricordo male pur utilizzando l’attore a cui Sclavi si era ispirato per Dylan non venne dato l’assenso all’uso del nome e quindi ciccia.

A posteriori credo che si mangino le mani.

“Dellamorte Dellamore” forse era ingenuo e un po’ raffazzonato, forse fatto con pochi mezzi, ma almeno aveva un vago omaggio alle atmosfere e a quel senso di ineluttabile destino che avvolge il nostro eroe che non vorrebbe, ma poi gli tocca sempre salvare “il mondo”, mentre in questo “Dylan Dog-il film” tutto è pompato alla supereroe e tutto è preso alla carlona.

La mancanza di Groucho in entrambi i film manca tantissimo, ma credo che già fosse stata una follia ben riuscita nel fumetto (resa come omaggio a un grande del cinema surreale e geniale) che, al di là dei diritti, sarebbe stata di difficile resa sul grande schermo. Non ricordo chi lo sostituiva nel primo film, ma nel secondo c’è un amico caro diventato zombie e di qualche utilizzo, però è troppo caricaturale.

Insomma al di là del fatto che pur avendo capito subito che avevo già visto il film, ma che non me ne ricordavo mezza scena, al di là del fatto che me lo sono guardato mentre facevo altro, mi chiedo perché? Perché dare i diritti di un’opera a suo tempo riuscita e tanto amata per creare una boiata americana del genere? Perché permettere tante modifiche, lasciando solo le piccolezze? Perché permettere che un fumetto horror diventasse un film commedia coi mostri? Perché Sclavi? Perché Bonelli?

Questa non è un’occasione persa, ma un vero e proprio insulto per la spesa di soldi inutilmente e per i tanti ricordi infranti.

Voto: 2

p.s: E poi era mille volte meglio Rupert Everett che l’insulso…come si chiama?Speta che lo cerco…ah sì  Brandon Routh. Vabbè.