“Devilman” di Go Nagai

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Su wikipedia le informazioni di massima fra anime e manga. Qui al link

Chiariamo subito gli intenti: oltre agli anime visti quando ero ragazzina, in compagnia di Cavour e Mazzini probabilmente, poco so di tecnico. Eppure qui scrivo di ciò che leggo, scrivo delle mie impressioni e del mio rapporto con le storie che mi trovo fra le mani, senza voler per forza fare la maestrina; quando so qualcosa ve lo dico, quando leggo un articolo utile ve lo segnalo, per il resto ciacole in libertà. Questo per dire che un manga così complesso può essere letto con l’occhio dell’esperto di Giappone, di Go Nagai, di anime e manga, di tante altre cose; oppure può essere letto con l’occhio della occidentale che umilmente cerca di leggere il messaggio. Questo io ho fatto.

Mi sono trovata fra le mani il volumone dell’opera completa del manga grazie a un prestito e me lo sono letto, straordinariamente, in due giorni circa. Dico straordinariamente perché la lettura “al contrario” a suo tempo mi diede qualche problema visivo e anche perché l’opera della Omnibus è veramente grossa. Perché questa facilità? Primo di tutto, la quantità delle tavole grafiche è nettamente superiore allo scritto, mentre questo quando interviene ha due binari comunicativi: uno discorsivo e molto veloce fra diversi personaggi, tipico delle situazioni di disagio o di combattimento; un’altro descrittivo molto sintetico e chiaro, quando la narrazione rallenta per spiegare cosa effettivamente succede e cosa succederà.  Al contrario di molti fumetti, qui non vige lo spiegone, ma vi è un lento accompagnare il lettore allo scoprire l’evidenza dei fatti, all’inevitabilità dell’esito della battaglia, entrando in modo inesorabile nel nero più fondo della vicenda, dove la speranza muore del tutto lasciando spazio alla violenza, alla prevaricazione, alla sconfitta. Ma andiamo con ordine.

Prima di tutto mi urge sottolineare che, se come me siete riusciti a vedere l’anime, i due prodotti hanno motivazioni e trame differenti e quindi scordatevi tutto quello che ricordavate. Nell’anime Devilman arrivava sulla Terra, possedendo il corpo del giovane Akira, per distruggerla, ma viene sconvolto dal sentimento dell’Amore e rinnegherà tutto (la ricordate la sigla vero?); nel manga Akira accetta di essere posseduto da un demone per impedire che i demoni riconquistino il potere sulla terra a danno dell’umanità. Diciamo che è il punto di partenza della fusione Amon-Akira che cambia il senso dei due prodotti, creando un anime con la redenzione scelta da Amon a seguito della scoperta dell’Amore per una umana, mentre il manga è la scelta di un umano di diventare un devilman e intralciare i piani dei demoni senza minimanente trattare argomenti quali la redenzione o il valore salvifico dell’Amore.

Akira viene convinto come solo uno stolto dal cuore puro (sì, scusate questa condanna, ma all’inizio è davvero uno sprovveduto che segue senza nemmeno accendere un momento il cervello) dall’amico Ryo a farsi possedere da un demone per salvare il mondo visto che gli altri demoni hanno pensato bene che era finito il tempo del letargo nel gelo e vogliono riprendersi la terra. Proprio perché Akira è buono, puro e ha pensieri solo buoni e puri, egli potrà attirare un demone potente e diventare un Devilman ossia una categoria molto particolare in cui è l’uomo a prevalere sul demone (scusate le ripetizioni) per sfruttarne i poteri. Akira diventa quindi come un combattente eletto, che rinuncia alla sua normalità per un fine più alto. Sceso nei bassifondi della vita umana, dove gli esseri umani senza più raziocinio e intelletto diventano cibo e corpo di più esseri infernali, egli ottiene quanto ricercato e incomincia la sua lunga ed estenuante lotta con il male, attraverso il tempo e lo spazio. Il suo agire, purtroppo, è fallimentare, perché ben presto si renderà conto che è fondamentalmente che è uno contro un esercito infinito, uno contro anche gli istinti più beceri dell’umanità che fa da sponda ad altra violenza. Il lungo manga è un inesorabile cadere verso l’inevitabile accettazione della violenza e dell’impossibilità del bene di, anche solo, contrastarla.

Il manga è qualcosa di senza speranza. E mentre Akira non la perde, lotta, usa Amon, perché alla fine il suo essere fondante non viene mai scalfito, anche di fronte alle peggiori rivelazioni, Go Nagai ci fa vedere che noi siamo spacciati a causa delle nostre scelte negative.

Non voglio passare ad un’analisi antropologica, psicologica o sociologica del fumetto, ma non è raro vedere come certe opere giapponesi siano la reazione istintiva, ma anche logica agli orrori visti nella seconda guerra mondiale. Spesso Miyazaki viene accostato alla paura e allo sconvolgimento delle bombe nucleari cadute a fine guerra, con la ricerca di una risposta a quello che è successo e anche di una lotta per impedire che riaccada. E Go Nagai? Quanto della degenerazione dell’umanità nel fumetto può essere letto come la sconfitta della contemporaneità alla scelta della violenza per risolvere i conflitti? Quanto nella scelta degli strumenti per combattere l’esercito demoniaco è il dito puntato dell’autore verso le due super potenze, Usa e Urss, allora in guerra fredda? Insomma tutta quella violenza descritta può non essere una sola e banale scelta stilistica, ma io la vedo come una profonda critica alla società, alle scelte che compiamo nel rapportarci agli altri, nella scelta della prevaricazione sull’altro piuttosto che nell’estirpare alla radice questi atteggiamenti distruttivi. Mi sembra semplicistica la lettura di una scelta stilistica per sconvolgere il lettore e basta, mentre mi sembra più corretto pensare al pugno nello stomaco voluto da dare a chi legge.

Non vi è poi molto spazio concesso ai personaggi femminili: i più caratteristici sono Miki e Selene. Se non ricordo male nell’anime Selene ha un grande ruolo, diciamo il contro altare amoroso infernale che cerca di convincere Amon a ritornare al suo compito originale, mentre nel manga ha un ruolo ben definito, carisma riconosciuto dagli altri, forse davvero il corrispettivo femminile del demone protagonista, ma fa una brutta fine anche se è il momento tragico del fumetto, trattato con delicatezza oserei dire. Miki invece l’ho trovata odiosa: spocchiosa, gradassa, fintamente capace di valere qualcosa, parla sempre a sproposito e non dice mai cose utili. Dovrebbe essere l’amore di Akira, ma sinceramente la cosa non si coglie se non verso la fine, ma anche lì c’è un bisogno e non un affetto. Sinceramente non mi è piaciuto.

Vi è anche un leggero sotto testo omossessuale, visto il rapporto fra Akira e Ryo e nei siti che ho letto per farmi una documentazione sul testo, sono quasi tutti concordi a sottolineare come la cosa venga mal posta, ma che non appare un chiaro attacco all’omossessualità. Il rapporto fra i due ragazzi sembra molto sbilanciato alle prime pagine: Ryo è quello trasgressivo se vogliamo dire, con un padre importante, cresciuto negli agi e molto più scafato, mentre Akira è un bravo ragazzo di una famiglia bene (forse, non si capisce, visto che non appare mai nemmeno in ricordo), cresciuto forse solo fra scuola e casa. Ryo butta in pasto Akira senza pietà, ma poi è costretto a subire le decisioni autoritarie di Amon-Akira, cercando di lasciare a lui la parte fisica della battaglia e tenendosi per sè la parte mentale e strategica. Poi pian pianino gli equilibri si rompono, fino a dopo la metà quando la situazione degenera e anche Ryo svela che nemmeno lui è rimasto immune dalla fusione coi demoni…Verso la fine, con lo svelamento (non vi faccio spoiler) di alcuni dettagli, rileggere dall’inizio tutto potrebbe dare una visione diversa del rapporto fra i due. Comunque non ci vedo una condanna, anche perché qui nessun rapporto affettivo si salva alla fine della faccenda.

Altro aspetto è la sessualità dei corpi. Beh qui forse bisognerebbe fare un lungo discorso visto che la nudità, lo svelamento della stessa, l’ipersessualizzazione e nello stesso tempo il nascondimento non nasce con le mutandine sotto le gonnelline delle studentesse (ricordate “Gigi, la trottola”?), ma molto prima con stampe settecentesce molto espilicite, con un rapporto con la sessualità molto differente da noi occidentali. Anche qui la scelta non è di solletticare gli istinti, ma di mortificare il corpo, di stravolgere i rapporti, perché alla fine stiamo parlando di demoni e questi non ti chiedono l’appuntamento al ristorante, un cinemino e poi ti riaccompagnano a casa! La scelta stessa di base porta a uno stravolgimento in negativo di ogni cosa che si rappresenta. Stranamente l’unico episodio di amore non ricambiato, descritto in modo gentile e delicato, è quello che spiega in ottica demoniaca un pezzo della vita di Hitler (sì, un pezzo del manga è dedicato ad episodi chiave della storia umana e quindi a personaggi emblematici nel bene e nel male).

Il tratto è assolutamente funzionale al tipo di messaggio che si vuole mandare, con un passaggio repentino di tratti violenti che distorcono l’anatomia, alla delicatezza e attenzione nel descrivere un passaggio, un personaggio, o un rapporto. Anche se non è lo stile che più apprezzo, quando messaggio e matita sono concordi anche la perfezione anatomica può andarsene a casa senza problemi. Molto bello il passaggio da tavole in bianco e nero (la maggioranza) a quelle a colori, senza contare le extra a fine fumetto, messe in questo volumone. Certo, nell’anime Amon era un gran figone e qua no…

Voto: 9

Consigliato: a chi ha pelo sullo stomaco; a coloro che riescono a mettere un muro alla violenza finta; a coloro che videro l’anime da ragazzini/e; a coloro che vogliono capire un po’ di più di fumetti nati negli anni ’70 del secolo scorso, senza remore passando dall’oriente estremo all’occidente americano.

Nota: leggetevi anche l’articolo di Fumettologica dedicato a questo volume. Molto interessante.

Scheda tecnica

anno di pubblicazione 1972

casa editrice Edizioni BD

storia e disegni di Go Nagai

lettering Marco N. Balestra

traduttore Marco Franca

editing Valerio Manenti

grafica di copertina Giovanni Marinovich

stampa A4 servizi Grafici, Chivasso (TO), nel 2017

prezzo € 39.90

 

 

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“Cinzia” di Leo Ortolani

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Link diretto alla Bao Publishing se volete “Cinzia”

Erano passati più di 10 anni da quando ero andata in una minuscola fumetteria a Parma a farmi fare un disegno da lui. Lo ricordo quel giorno, nella calca, stretti stretti e oramai parenti (qualche matrimonio si sarebbe di sicuro celebrato all’uscita, figli soprassediamo dai), con quel profumo tipico del nerd giovane e non ancora stagionato, e mi sentivo allora anziana in mezzo a tutti quei ragazzini esaltati. Ma Sofferenzio mi ricorda ogni mattina (perché l’ho appeso proprio di fronte al letto) che ne valse la pena. Oggi come allora la pacatezza di Ortolani permetteva a tutti noi di sopportare le ore in piedi.

Così il 4 di dicembre, in un fine autunno che ancora vuole imporsi, inforcata la mia fida bicicletta ho raggiunto il convitto Maria Luigia dove avremmo ascoltato parlare di “Cinzia“. Ehi, aspetta! Ma che succede! Avevo un moroso ex allievo e io che facevo il Romagnosi non ci ho mai messo piede in quel luogo “sacro” della scuola privata dove si faticava tanto (ehi, aspetta negli anni ’90 il Romagnosi era inarrivabile altro che! 3…2…1…si apre l’arena e via ai primi scontri!), come se la sola aurea di non appartenente a quel posto ci smaterializzasse all’entrata immediatamente; invece ora addirittura ci presentiamo un fumettooooo? Ma siamo impazziti! O tempora, o mores! Vabbè, lasciamo perdere e non ci pensiamo. Dopo un’accoglienza molto in stile con il fumetto, ci accomodiamo nella platea del teatro e mi accorgo con semi terrore di una cosa: siamo tutte donne e di una certa. Ma cosa è successo? Mi scende un po’ di tristezza, perché un tempo Rat-Man e dintorni concentrava un pubblico giovane e giovanissimo che forse, senza mai ammetterlo, si identificava con l’eroe dalle grandi orecchie, mentre ora sembra quasi di trovarmi in mezzo alle lettrici di Baricco o perché no, di Alberto Angela. Sì, Angela jr meglio, perché alla fine Ortolani si presenta in jeans e felpa e non avrà il physique du rôle del cacciatore di reperti, ma il cervello sexy è lo stesso. Allora ti guardi attorno e lo capisci che ci siano più donne di una certa, quelli del circuito che conta, i nerd con il cellulare pronto e anche qualche insegnante: tutti a pendere dalle labbra di un uomo che pare sempre mettersi sul palco come se avesse scippato la sedia a qualcun altro e pronto a scappare nelle quinte con un balzo, ma poi parla, provoca, butta battute e mette a suo agio e si mette a suo agio, con la stessa pacatezza che sentii anni fa in quella minuscola fumetteria. Infine non si sottrae a firmare ogni copia che gli sottopongono, penso con lo stomaco che inizia a mormorare che è ora di cena.

Arriviamo a “Cinzia”: il fenomeno letterario che spopola sui social nelle foto dei book blogger che contano. Dedicare un intero albo a una postina transessuale che cerca ogni modo di concupire Rat Man rimanendo sempre a mani vuote, poteva essere un rischio: poteva diventare una bandiera ideologica e usato come un mattone al posto della bandiera. Ortolani invece sbaraglia tutte le carte e racconta una storia capace di mettere sul piatto tutti i pregiudizi, sia quelli “palesi” che quelli meno chiari, qielli beceri e quelli ammantati di politicamente corretto, raccontandoci che tutti noi in qualche modo vediamo gli altri come macchie che disturbano. Cinzia esce da qualsiasi schema ed è una persona prima di essere una donna o un uomo: non capisce i limiti e a suo modo prova e ci riesce a superarli; ama incondizionatamente, ma non ne fa una questione di ruolo; non riesce a stare dentro a un’etichetta, perché la sua complessità è difficile da ridurre a una mera x su un documento. E vuole una vita normale. Perché non dovrebbe?

Ortolani con la sua pungente ironia inchioda personaggi e stigmatizza bassezze umane, alleggerendo il tutto con pezzi di musical, con momenti di totale imbarazzo, facendoci scoppiare in una risata e poi in una lacrima più o meno furtiva di commozione. “Cinzia” non è diventato un fenomeno mediatico perché la Bao publishing ha un buon ufficio stampa (che ha ovviamente) e ha gonfiato il prodotto; “Cinzia” è diventato un fenomeno perché è un prodotto che fa pensare, divertire, commuovere e come tutte le cose prodotte dai buoni cervelli ti sconvolge dentro. Non prendetelo sotto gamba, non usatelo come un inno e non scagliatelo come un mattone contro quelli che non capiscono: “Cinzia” è la pietra d’inciampo delle nostre sicurezze ideologiche (da qualunque parte voi stiate) e va letto e dosato da chi è pronto a farsi provocare, fra una risata e una lacrima e una canzone. Cinzia viene spogliata da ogni etichetta e ci pone di fronte alla normalità di una persona che ha un corpo in un modo, la testa lo vede in un altro e nel mezzo mille sfumature e dolori e difficoltà e solitudini. Se non fosse stata la matita di Ortolani, sarebbe diventato un drammone pesantissimo maceramassienonsolo, invece lui come un buon direttore di musica riesce ad armonizzare tutti i toni musicali. L’amore di Leo per Cinzia è palpabile in ogni vignetta, di quell’amore che è uscito dalle categorizzazioni per arrivare al cuore di un essere…ed è tanta roba credetemi.

Voto: 9

Consigliato: per tutti quelli che non hanno paura di mettersi in gioco, anche se convinti di stare dalla parte del giusto con la propria medaglietta, e a tutti quelli che amano le persone e non le etichette.

Scheda Tecnica

casa editrice: Bao Publishing

anno di pubblicazione: 2018

stampato nel settembre 2018 presso Peruzzo Industrie Grafiche, Mestrino (PD)

prezzo: € 20,00

pagine: 237

Ci sono due copertine: quella rosa classica e quella in bianco e nero (numero limitato). Io ho preferito la seconda perché secondo me Cinzia è un po’ una diva da film e non solo da passerella del red carpet.

Ultimo consiglio: leggetelo e poi rileggetelo dopo qualche giorno. Fidatevi. I dettagli e le sfumature sono talmente tante che per capirle meglio conviene fare un secondo passaggio. O anche un terzo.

 

“Il garage ermetico” di Moebius

20180502_181142_wm[1]Moebius è uno degli pseudonimi dell’artista Jean Giraud (1938-2012), artista francese a tutto tondo. Tendenzialmente cerchiamo di limitare i disegnatori di fumetti a un solo ambito, per una certa tendenza a minimizzare le capacità artistiche (oh come sono polemica con chi non capisce i fumetti! oh come sono polemica!), ma qui è davvero difficile limitarne a un solo ambito. Qui stiamo parlando di un autore poliedrico, curioso, rivoluzionario e ben poco etichettabile, che ha scelto come suo strumento il fumetto piuttosto che altro.

 

Creando Moebius ho rappresentato qualcuno che aveva scelto per la propria esistenza il compito di creare, di dare vita a un mondo. Era quello che sognavo per Jean Giraud.

Nel 1965 crea “Blueberry”, un ottocentesco tenente di cavalleria dell’esercito degli Stati Uniti, entrando a piendo diritto nell’epopea del wester con un metodo narrativo più simile alla cinematografia che al fumetto di allora.

Negli anni ’70 crea insieme ad altri disegnatori la rivista “Métal Hurlant“, vera e propria fucina dell’avanguardia figurativa francese. Il loro motto era rompere gli schemi, scomporre la narrazione e rinunciare ai legami fra le vignette. Si parla di rivoluzione del fumetto, mica caccole.

Negli ’80 è l’incontro con Jodorowski a regalare un altro personaggio molto importante nel fumetto: Incal. Ma è anche il periodo in cui si avvicina alla collaborazione con il cinema da una collaborazione con Jodorowki per realizzare “Dune” (non andata in porto, ma il materiale è stato salvato), a collaborazioni quali per la realizzazione di “Willow” di Ron Howard, “Alien” di Ridley Scott, “Tron” di Steven Lisberger e “Il quinto elemento” di Luc Besson.

Nel 1985 venne insignito dalla Francia dell’Ordine al nazionale al merito per meriti artistici e culturali.

Perché questa lunga premessa, insolita per una recensione? Perché l’autore merita di essere conosciuto e queste sono le notizie più eclatanti reperibili sul web senza troppa fatica. Perché nella mia personalissima missione di conoscenza del fumetto (sempre santa sia la biblioteca civica per aiutarmi), c’è anche la mia voglia di farvi capire, se non siete appassionati di fumetti per pigrizia e snobbismo, che vi state perdendo degli artisti e che il problema è vostro che siete pigri e aridi. Tiè. Che le cose possono non piacere, ma non perché ritenute a priori di poco conto, ma perché non c’è feeling e va bene. Moebius è un gigante e non solo perché il suo nome si cita come “Guerra e Pace” senza aver letto nè l’uno nè l’altro, ma perché quando apri un suo fumetto lo noti e lo senti.

Aprire e leggere “Il garage ermetico” è un’esperienza. Quando affronti Joyce e il flusso di coscienza molli i suoi libri perché non ce la puoi fare, ma quando apri questo fumetto puoi solo scegliere di affrontarlo o abbandonarlo. E se scegli la seconda opzione, beh perdi (e forse perdi anche se molli Joyce. Ok lo affronteremo).

Il fumetto è una sequenza di due o tre pagine fra loro conseguenti, ma nel totale legate non come se fosse un’unica storia logica. E’ difficile da spiegare, ma alla fine rileggendo uno degli scopi di “Métal Hurlant” capisci cosa si intende. Questo è un racconto di fantascienza: onirico, dissacrante, melanconico, coi buoni e i cattivi, le razze, gli intrallazzatori, le giovani fanciulle più o meno pudiche e tanta strana tecnologia che permette ogni cosa. Si seguono alcuni filoni che puntano a convergere: c’è l’arciere mascherato (che porta la maschera per essere riconosciuto. Geniale analisi sul mascherarsi), c’è Cornelius o il maggiore Grubert ricercato e rinomato personaggi che molti vorrebbero fermare in qualche modo. E poi personaggi, astronavi, androidi e viaggi nel tempo e nello spazio.

Un ottimo articolo su Moebius e “Il garage ermetico” lo potete trovare su http://www.fantascienza.com che ringrazio per avermi illuminato su alcuni dettagli. Ecco il link diretto.

Voto: 7. Il voto è alto per vari motivi.

Prima di tutto il disegno, la matita, la capacità di soffermarsi sui dettagli e sull’uso del bianco e nero creando veri e propri ritratti e nella vignetta dopo stilizzare la figura umana per renderla essenziale e illusoria come solo i fumetti devono essere.

Il secondo per aver creato un mondo fantascientifico con la complicata capacità di lasciar intravedere dietro le porte, dietro le astronavi, dietro ai raggi e alle stanze n°6 di alberghi spuntati nel nulla.

Terzo perchè per me si è divertito un sacco a prendere in giro tutti, creando una storia illogica e non lineare, ma riuscendo nello stesso tempo a sorprendere con frasi, concetti e capacità artistica. Prendere in giro, e secondo me lo fa ancora, un mondo che vorrebbe capire tutto, senza mai mettersi in gioco o in discussione.

Il voto alto perché due di tre elementi fondamentali per capire un fumetto, ovvero matite e sceneggiature, sono di livello eccelso e difficilmente raggiungibile; il terzo elemento, ovvero la trama, lascia lo spazio all’immaginazione e alla provocazione, alla fascinazione e alla presa in giro.

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Una mia piccola selezione di vignette per farvi capire il valore artistico, la capacità di raccontare attraverso le immagini, la caratterizzazione dei personaggi anche con pochi tratti e la maestria nel ritratto (a proposito Cornelius in lato a sinistra non vi ricorda un qualche attore molto famoso in questi anni? 😉 )

Consigliato: agli appassionati più o meno alle prime armi della sci-fi; ai sognatori; a chi voglia davvero essere stupito essendo costretto a cedere contro le armi della non logica narrativa.

Scheda tecnica:

Autore: Moebius

traduttore: Marco Farinelli

casa editrice: Edizioni BD

stampato nel gennaio 2010 da Aquattro, Chivasso (TO)

font design: Paolo “Ottokin”Campana

grafica, lettering e impaginazione: Luca Bertelé

 

Dicembre 2017…orrore mio ti conosco.

Finalmente si torna a scrivere, visto che è arrivato il Nuovo (che è il soldoni il nuovo pc portatile che mi accompagnerà fino alla sua autodistruzione, come ho portato gli altri prima di lui). In questi mesi sono riuscita a fare un sacco di cose dal cellulare, ma mi mancavano il rumore, la comodità e la praticità della tastiera e uno schermo decente per non perdere le poche diottrie rimastemi. Ma bando alle ciance riprendiamo i lassi tempi di gestione di questo blog!

Questo post sarà una sorta di compendio delle letture di dicembre 2017 perché alla fine hanno avuto uno strano, ma non troppo, filo nero che le ha unite. Vi parlerò di:

  • la riduzione a fumetti di Dino Battaglia di alcuni racconti di Edgar Allan Poe, edito dalla Npe
  • il numero 1 della “Providence Tales” della casa editrice della Providence Press
  • il libro “Gli spettri della chiesa di Stoneground” di E.G.Swain, edito dall Providence Press.

Prima di tutto vorrei soffermarmi a parlarvi delle due case editrici italiane che stanno facendo un mirabile lavoro di divulgazione al grande pubblico di opere molto particolari e di pregio. Le case editrici indipendenti sono un piccolo miracolo italiano (non solo, ma ogni tanto limitiamoci al nostro orizzonte sotto casa), ma non sono la panacea di tutti i mali: ossia da un lato pubblicano delle vere perle sconosciute su cui le grandi case editrici non voglio rischiare (salvo poi prendersi i diritti quando il bacino del pubblico è talmente ampio da viaggiare e guadagnare sicuri) o riscoprono autori passati nel dimenticatoio; dall’altro lato creano però una sorta di dipendenza patologica nel lettore il quale leggerebbe anche la lista della spesa se la pubblicassero certe piccole case editrici. Vabbè ma questo è un discorso complesso che mi vede fare quella che rogna sempre e comunque, mentre non è così in realtà visto che adoro tutto ciò che esce dagli schemi senza poi entrarne per forza nella cultura di massa.

La Edizione NPE è una casa editrice che si occupa soprattutto di fumetti e soprattutto di riproposizione dei grandi maestri del disegno italiano ormai dimenticati dal grande pubblico. Vi metto il link alla pagina della loro presentazione in modo che leggiate le loro parole. Il suo punto di forza editoriale a mio parere, oltre alla scelta degli albi da pubblicare e dalla pervicace testardarggine di ottenere i diritti d’autore in modo da pubblicare interamente i lavori? La qualità degli album a un prezzo abbordabile. In più ha una pagina fb attivissima e con promozioni, sconti, premiazioni, gadget che fanno veramente venire l’acqua alla gola. Io sono la fiera vincitrice della loro tazza (anche se dopo aver portato bene a una mia amica, qualche loro fumetto lo vorrei vincere anche io. Sì, sono ingorda, mentre sorseggio tè nella mia tazza npe!). Se guardate nel loro catalogo potrete vedere la vastità dei generi che pubblicano, anche se legati al “solo fumetto” (a breve metterò un post sulla mia idiosincrasia a chiamare fumetti col nome di graphic novel).

La Providence Press invece si occupa di narrativa di genere e anche qui parliamo di riscoperta dei classici d’autore. L’ho scoperta da poco, grazie a una presentazione alla Misckatonic University (RE), ma lascio sempre alla pagina apposita per far capire chi sono. Il suo punto di forza? La fanzine! Certo non è l’unica casa editrice che ne fa (ne devo leggere una, quella della Hypnos per esempio, per capirne le differenze) e fa molto prima metà del secolo scorso, ma la qualità della rivista è veramente qualcosa di unico.

Ora passiamo alla veloce carrellata.

EDGAR ALLAN POE” di Dino Battaglia.

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Nel sito lo potete trovare qua.

 

Parliamo di due grandi nei loro campi: Poe non ha bisogno di spiegazioni, Battaglia non dovrebbe, ma non si sa mai. Lascio il link della pagina wikipedia di D.B. per lasciarvi il gusto di leggere l’elenco delle opere e delle collaborazioni in soli 60 anni di vita. Io ho fatto parte di quella generazione che ha avuto la fortunata ventura di poter leggere le sue opere senza averne la consapevolezza nella fase gloriosa de “Il Giornalino”. La rivista per bambini, delle edizioni Paoline, vide un momento di stranissima follia e grandezza pubblicando le opere dei più grandi disegnatori italiani (c’era Toppi tanto per dire), scegliendo opere ovviamente adatte al pubblico di riferimento. Se penso che c’era chi leggeva Topolino (che è meraviglioso, ma graficamente ben diverso) mentre io mi riempivo gli occhi di matite e chine eccelse, di testi classici, di movimenti e carrellate, di colori e bianchi e neri…sì, sono stata fortunata.

Nella bella introduzione dell’albo scritta da Gianni Brunoro, viene ricordata la maestria e l’attenzione di D.B nel costruire quasi artigianalmente ogni tavola, occupandosi anche del lettering. La scelta di riportare in immagini alcuni particolari racconti di Poe rientra nella sua scelta di disegnatore dal tratto spigoloso e graffiante. Brunoro sottolinea come leggere queste tavole sia un’esperienza sensoriale (tutti i fumetti dovrebbero esserli, ecco perchè la loro lettura è ben più complessa di quel che si crede) dove predominano le sensazioni più cupe.

I racconti scelti sono stati pubblicati quasi tutti su “Linus” fra il 1968 e il 1973 e uno solo su “Il Giornalino” nel 1981 e sono:

  1. Re Peste
  2. La caduta della casa degli Usher
  3. Lady Ligeia
  4. Hop-Frog
  5. La scommessa
  6. La maschera della Morte Rossa
  7. Il sistema del dott. Catrame e del proff. Piuma
  8. La straordinaria avventura di Hans Pfall

L’ultimo ho la vaga sensazione di ricordarmelo, mentre gli altri sono stati una vera scoperta. Il tratto è secco, curato, con un’attenzione quasi maniacale per l’illustrazione di certi ambienti o di certi elementi architettonici; il bianco e nero così definiti, ma nello stesso tempo sfumati da rendere eterei o nebbiosi certi momenti o situazioni sono vera poesia. Il realismo cede il passo all’esagerazione anatomica per meglio delineare certi personaggi in certi racconti, proprio per quella sensazione che diceva Brunoro. Per quanto i racconti siano brevi (e in certi casi anche più brevi dei racconti di Poe), prevedono una seconda o una terza rilettura, non tanto per scovare dettagli prima non colti, ma per rileggere seguendo più le immagini che le parole la narrazione vera e propria. I fumetti belli si leggono così: prima vuoi tutte le parole, poi devi tornare indietro per desiderare le matite.

voto: 9 (è finito troppo presto per meritarsi il 10! 😀 )

PROVIDENCE TALES

  1.  “Steve Costigan. La fossa dei serpenti” di R.E Howard (racconto)
  2. “Il settimo uomo” di A. Quiller-Couch (racconto)
  3. “L’orrore di Horton House” di W.J. Wintle (racconto)
  4. Dal Texas con furore (presentazione)
  5. “La casa al 252 di rue M. Le Prince” di R.A. Cram (racconto)
  6. H.P. Lovecraft: cacciatore di mostri? (articolo)
  7. “Il messaggero del re” di F.M. Crawford
  8. “Il veliero” di F. Brandoli
  9. Otto domande a F. Brandoli
  10. Master of Pulp Art: Earle K. Bergey
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link alla pagina. Il numero 1 andrà in ristampa e il numero 2 lo stiamo aspettando

Come potete vedere la rivista si avvale di una maggioranza di racconti e due articoli, più in fondo la presentazione stringata dei diversi autori. I racconti spaziano dal classico horror soprannaturale al weird. Interessante conoscere un altro personaggio del padre di Conan, Steve Costigan un pugile antieroe che riprende un po’ quell’immaginario molto maschile e muscolare degli anni ’20. Molto interessante. L’unico racconto che non mi ha convinto del tutto è stato quello dell’unico contemporaneo, Brandoli, perché mi è parso un po’ troppo dispersivo, con troppi elementi poco funzionali alla vicenda, e poco incisivo nel tirare le fila: una sorta di omaggio ai grandi racconti sovrannaturali di horror fatto da un bravo allievo.

Nel complesso è una buona rivista, ben strutturata e con un piano e/ditoriale chiaro: riconsegnare agli appassionati quelli che non è arrivato in Italia a suo tempo. Due soli appunti:

  • mi piacerebbe che ci fossero più saggi.
  • la carta può anche essere meno lussuosa (e lussureggiante).

Il primo punto è personale e non so se è più una mia ricerca che non può essere soddisfatta o una mia speranza che verrà ascoltata, anche perché è lo scontro di due desiderata. Il secondo è un punto strano, perché di solito ci lamentiamo della scarsa qualità materiale di un libro o di una rivista, mentre qui mi è parsa “un po’ troppo”: troppo spessa, troppo bella, forse troppo costosa (?). Lo so, è questione di lana caprina, oppure mi sono chiesta se il prezzo potesse essere ridotto per le mie tasche (Costa 9,90€ ed è stagionale, quindi non mensile), dovessi potessi implorare di ridurre qualcosa per o diminuire il prezzo o aumentare gli articoli. La copertina è spettacolare con un disegno di Melkor/ Shutterstock dedicata a Cthuluh e ha la grammatura giusta per non rovinarsi anche se ciancicata; l’impaginazione resiste a una lettura impegnativa; ma quelle pagine spesse… 😀 Okkei, la smetto, perché mi sento scema a lamentarmi per della roba che è fatta ben, ma stranamente mi infastidisce. Providence Press ne parliamo?

Voto: 7 e mezzo.

“GLI SPETTRI DELLA CHIESA DI STONEGROUND” di E.G.Swain

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Il libro fa parte della collana “The Silver Key” che potete trovare qua.

 

Adoro i racconti classici di fantasmi. Adoro i racconti di fantasmi. Chi mi conosce sa che ascolto volentieri qualsiasi cosa che parli di apparizioni, messaggi dall’aldilà, strani rumori e voci dall’oltre tomba. Quando ero ragazzina mi sono guardata tutti i possibili e immaginabili programmi, capendo dopo cinque minuti quanto fossero insulsi; mi sono guardata moltissime puntate dell “T.A.P.S.” perché almeno sembravano meno farlocche di altre alla “Voyager” (che chi mi conosce è per me il punto zero della divulgazione di qualsiasi tipo, sia scientifica che antropologica che paranormale). E di conseguenza mi sono letta tutti i racconti sui fantasmi che mi passassero sotto mano, evitando accuratamente quelli moderni troppo splatter. Per me il fantasma è quello che rimane attaccato a questo mondo con una scusa o con l’altra. Leggetevi “Giro di vite” di James e capirete il senso. Però trovare questo tipo di racconti che sia anche godibile da leggere col tempo è diventato sempre più difficile, visto che gira e rigira son sempre gli stessi racconti che girano.

E invece no! La Providence Press mi ha regalato quello che volevo: quei racconti dove i due mondi entrano in contatto, dove il razionale personaggio (in questo caso il protagonista e “investigatore” lo è) riesce razionalmente a capire cosa abbia irritato lo spettro o cosa voglia comunicare e in un modo o nell’altro riesce a mettere a posto le cose. Il libro è una serie di racconti impostati tutti più o meno sullo stesso schema e girano attorno al vicario Roland Butchel e ai suoi sfortunati concittadini (che se Cabot Cove è il luogo con il più alto tasso di mortalità, questo lo è per le quattro tacche di comunicazione con l’altro mondo): di solito un oggetto ritrovato o spostato permette il manifestarsi benevolo o malevolo di qualcuno che non riesce a rassegnarsi di essere morto. Il nostro vicario, appassionato di antiquariato, con la curiosità e la pacatezza che solo un uomo sicuro di sè può avere, alla fine riesce a rimettere tutto nella giusta misura. E la cosa buffa è che ai suoi compaesani alla fine tutto sembra normale così. Vaaaa bene!

Consiglio per la lettura: proprio perché lo schema è ripetitivo e per un non appassionato potrebbe trovarlo noioso, leggete un racconto al giorno o a distanza di più giorni in modo da godervelo come se fosse sempre un unicum. Questo metodo lo uso per ogni libro fatto di racconti, perché se no tendo a sovrapporli e a non godermeli (ecco perché di solito questo tipo di libro me lo porto avanti per me, intervvallandolo con altri testi).

Voto: 7 e mezzo

Tiriamo le somme!

Il 2017 si è chiuso alla grande con tre grandi progetti diversi, ma che alla fine erano legati da uno stesso filo conduttore. “Il settimo uomo” mi ha ricordato “La maschera rossa”; la casa maledetta è un classico per tutti; le apparizioni, l’inevitabile morte, la difficoltà a sfuggire al destino di distruzione; insomma il classico di genere al suo più alto livello, dimostrando ancora una volta che l’antico (e non gli Antichi per forza!) possono ancora giocarsela e vincere su tanti prodotti contemporanei.

Link utili per ricercare i testi di cui ho parlato nel post

http://www.providencepress.it/it/the-silver-key/

http://www.edizioninpe.it/product/edgar-allan-poe/

http://www.providencepress.it/it/providence-tales/

“Savior” di McFarlane, Holguin, Crain

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pagina di ibs

Premessa: questo post è un post di miei pensieri liberi, associazioni personali, collegamenti miei sul fumetto “Savior”. Non è una tesina e non vuole nemmeno valere come “studio”, ma solo come chiacchierata. Se vi va di aggiungere qualcosa, commentate perché questo fumetto mi ha smosso il cervello più di quanto mi aspettassi.

Sinceramente non ho intenzione di fare una recensione di questo fumetto, ma di parlarne comunque perché  ne vale la pena. Prima di tutto perché ha una sceneggiatura solida autoconclusiva nell’album brossurato della Panini Comics del 2015, senza buchi, spazi, dubbi o finali troppo aperti (oddio il finale è aperto, ma alla fine non si sente l’esigenza di un seguito. Almeno secondo me. O magari c’è e io non lo so nemmeno). Secondo perché i disegni sono spettacolari, curati e precisi, dove l’anatomia non sempre realistica è comunque funzionale alla scena ritratta nella singola vignetta, dall’angolazione prescelta per dare quel determinato sentimento al lettore. Terzo, i dialoghi sono impegnativi, ma non troppo pesanti; di norma mi perdo se devo leggere troppo in ogni vignetta, detesto gli spiegoni, ma mi piace sapere quello che serve per avere il senso di ogni sequenza.

Questo fumetto mi è capitato fra le mani per quel meccanismo diventato normale di andare in biblioteca e a ogni giro di raccolta libri aggiungerci un fumetto che mi ispira, senza un vero perché. Ho saltato i vari Pratt, Bonelli vari, Bonvi o Jacovitti per puntare ad altro, al di là che alcuni di loro li conosco per averli letto a suo tempo o per averne in casa alcuni albi, ma cercavo qualcosa oltre la mia zona di competenza e siccome la Biblioteca Civica di Parma ha una buona collezione di fumetti perché non provare? Di solito cerco storie o disegni che mi ispirino e non sempre l’uno deve andare per forza con l’altro, anche se certi albi li ho per ora lasciati in scaffale solo perché il disegno non mi ispirava. Avere in casa un illustratore storico non mi aiuta ad essere sempre misericordiosa con chi disegna in stile poco umano. Comunque sia, questo album mi è capitato fra le mani sicuramente per il disegno e la grafica in generale e poi per quel non so che istintivo che mi ha sempre dominato in lettura.

Di cosa parla? Di una sciagura aerea, di un uomo sovrannaturale, di una cittadina di provincia, di religione. Tutto condensato senza essere un tomo esplicativo. Più leggevo e più venivano in mente certe cose che ho letto e visto sin da ragazzina. Mi è ritornato alla mente (e spesso mi capita mi tocca dire) “Straniero in terra straniera” di Robert A. Heinlein con quel suo senso religioso e straniante dove un uomo speciale sconvolge gli umani “normali”, provocando le reazioni più disparate. Qui il nostro uomo speciale è più simile a Superman che a Valentine Michael Smith, con superpoteri che non sa davvero gestire, con quel senso pesante di Messia. Nell’ultimi film dedicato proprio all’uomo di Kripton il senso di Superman cambia dallo stereotipo normale di alieno che si mischia fra la gente cercando di passare nell’indifferenza tranne quando è suo dovere salvarla, ma diventa colui che incarna il Bene e come tale deve fisicamente e manifestamente immolarsi alla causa (in “Batman vs Superman” c’è l’immagine di Superman circondato da uomini e donne adoranti e silenziose e lui nel mezzo come a coglierne l’energia e il peso. Un’immagine da dipinto e molto evocativa). Il nostro smemorato invece sa di poter gestire la vita e la morte, come farebbe uno sciamano vero, segnando il destino di una persona e di quelle che la circondano (avete presente “La vita è meravigliosa” di F. Capra? Ecco, quello), ma senza preoccuparsi delle conseguenze. Conseguenze che non si vedono, se non in quella ragazzina salvata nel disastro aereo che lui ha salvato. E nessuno capisce come ha fatto. Lui diventa l’uomo misterioso come Valentine Michael Smith marziano terrestre che tutti vorrebbero per sè, come un santino vivente.

A questo punto mi è venuto in mente “Carnivàle” serie televisiva vista tantissimi anni fa (quando ancora Netlix non esisteva e bisognava sperare che Tele+ o Sky ne capissero la portata, perché scaricare un film o un telefilm a volte era una tragedia. Son passati 12 anni e sembra un millennio fa…). Mi è tornato in mente quando sulla scena compare la classica setta americana di matrice cristiana, ma che col cristianesimo di qualsiasi ordine e grado ti fa pensare che non abbia molto a che fare. La setta nel fumetto non è approfondita nella sua teologia, ma è presente con la sua rabbia, con il suo modo di circuire l’anello debole di una catena di solitudini di provincia per ottenere…cosa? Rabbia. Non mi viene altro da dire. Perché mi è tornato in mente il telefilm suddetto? Primo perché la presenza del padre metodista è un po’ lo stereotipo di un’America costellata da mille sette, contro sette, religioni a portar via, religioni classiche, ateismo e agnosticismo. Secondo perché è come una sensazioni uditiva: i campi assolati e quasi desertici dell Iowa, con quel caldo che mi fa venire alla mente le cicale (vivo in Emilia, in Pianura Padana, dove in estate anche con le finestre chiuse e la tv accesa le cicale si fanno sentire come se sedessero accanto a te), la sabbia sollevata dalle auto, le televisioni a cercare uno scoop. Non saprei dirlo con certezza, ma mi ha ricordato alcune scene di quando il circo con i loro pesanti e imponenti mezzi si spostavano da una città all’altra, mentre la rabbia e il pericolo fra loro arrivava come una mandria di cavalli. Sono sensazioni, non saprei come spiegarlo diversamente.

Infine “X-files”. Volevate che in questo fumetto mancasse l’elemento governativo? Naaaa. E non ci sta male, anche se è come un intermezzo. Viene in mente l’uomo che fuma, l’avversario di Mulder & Scully, con la sua normale visione di manipolazione delle coscienze per tenere tutti tranquilli. L’intermezzo è funzionale non tanto per la storia, ma per far capire come sia facile manipolare i tranquilli e i complottisti e che alla fine, se uno sa usare bene i mezzi di comunicazione, sa come far ballare la gente. E’ un pezzo molto istruttivo che a me ha fatto sorridere, visto che di questi tempi apri fb e trovi il peggio del peggio con tutti tuttologi (ricordate l’ultima canzone di Gabbani, quella che ha vinto Sanremo? Ascoltate bene il testo…ci prende per i fondelli che è una meraviglia e noi la cantiamo pure! Genio!). Fa sorridere, se non fosse che poi i risultati fanno piangere, ma lasciamo perdere valà.

Alla fine della lettura mi è rimasto un dubbio, costellato da varie risposte. Perché storie così sono credibili soltanto in America? Insomma se pensiamo a sette religiose, fenomeni paranormali, manipolazioni culturali, uomini in nero, non possiamo immaginarcelo se non in America. A me viene da dire proprio per la sua conformazione storica più che politica: dove sono confluite diverse etnie, con diverse religiose, dove sono arrivati quelli che l’Europa non voleva più (mica poteva mandarli tutti nella colonia penale dell’Australia!), dove son fuggiti i perseguitati religiosi di qualsiasi stato europeo, dove si sono mischiati volenti o nolenti con le popolazioni indigene. Un miscuglio etnico, religioso, linguistico che ha visto nella violenza e nella legge (vedi l’epopea del vecchio west) il tentativo di creare uno stato unitario, ma che ha dovuto cedere alla guerra di secessione prima di poter avere una stabilità. Ma ve lo immaginate un racconto del genere in Italia? Io me lo immagino il santone di turno che gira per le strade di Napoli o di Bolzano, la giornalista mandata dalla D’Urso o da “La vita in diretta”, la vecchietta che diceva “ah, ma salutava sempre” e il politico che tira fuori un blog e parla di complotti e della restaurata dc-p2 e Giacobbo coi templari. Dai, non siamo credibili!

Forse è per quel motivo che certe storie son credibili sono in America e in una certa zona dell’America: la provincia abbandonata a se stessa. Forse noi certe storie non sappiamo raccontarle, con i nostri millenni di storie, di guerre, di ordine costituito politico o religioso che sia. Forse il nostro orizzonte è limitato e anche quando guardiamo il mare alla fine vediamo la costa dello stato di fronte a noi. O forse non è la nostra epica, dominata ancora da Romolo e Remo o dalle leggende medievali. Noi siamo altro, anche se oramai coi social il mondo è diventato grande come un salotto e noi stiamo prendendo anche le paure della provincia abbandonata americana…

“La conferenza degli uccelli” di Peter Sis

A volte mi capita di condividere con gli amici non solo le piccole passioni, anche la voglia di conoscere. Non sono una persona semplice, ma quando un amico mi passa un fumetto in un contesto altro, sono convinta che qualcosa voglia significare.

“La conferenza degli uccelli” di Peter Sis

Così ho avuto fra le mani il fumetto “La conferenza degli uccelli” di Peter Sis.

Non è facile parlare di questo fumetto perché non rientra nel classico seguire di vignette, nemmeno è nella categoria delle graphic novel (termine molto chic per sdoganare il fumetto classico), ma forse è più simile alla pittura unita alla poesia. E’ qualcosa che va letto, riletto e metabolizzato e poi lasciato andare come se fosse qualcosa di più profondo che un semplice svago. Ma sapevo che il Turcoop non mi avrebbe passato un libricino semplice e fatto per la massa: ah, lo so, noi siamo gente d’elite! 😀

Cosa racconta? Beh…sembra facile dirlo, basterebbe raccontare di un upupa che convince gli uccelli a seguirla alla ricerca del regno del re perduto Simurg. Oppure basterebbe dire che è tratto da un poema persiano del XII secolo. Detto questo non servirebbe nulla. Il testo mi ricorda qualcosa che ho letto tempo fa e il topos dell’assemblea degli uccelli non mi pare così nuovo (forse un anticipo de “La fattoria degli animali”), ma nuovo è lo stile del racconto, l’alternare delle immagini, dei silenzi, delle parole in rima. Emotivo il susseguirsi dei capitoli come una ricerca, come quella più mitica del prete Gianni oppure del santo graal; emozionante il modo in cui ogni regione, ogni luogo viene caratterizzato; stimolante vedere la cura nel tratto, nel disegno, nel colore. Non c’è pagina o tavola che non denoti un forte studio e impegno e mi piace smentire l’articolo de “La Stampa” che finisce con le parole “meravigliosa ingenuità che consente di dire profonde verità con una leggerezza che non sarebbe dispiaciuta a Italo Calvino”, ritenendo l’ingenuità contraria dello studio e dell’attenzione al particolare.

Peter Sis costruisce con maestria questo gioiellino della narrativa, prendendo spunto dal passato, dimenticando magari le ambientazioni orientali, ampliando l’orizzonte e creando un racconto valido per tutti che costringe il lettore a guardarsi dentro. Il paragone con Calvino è sicuramente azzeccato e aver letto “Le città invisibili” ha sicuramente influito la lettura, per quella sensazione di essere in un posto, ma anche in nessuno; di credere di capire cosa sia il viaggio, ma di capirlo solo alla meta o al ritorno; di non capire che il desiderio di conoscere spinge l’uomo verso mete impensate. Davvero in Sis c’è qualcosa di Calvino, ma non è nè leggerezza nè ingenuità, ma ardore, passione, sconvolgimento, stupore, voglia di stupire, lealtà (perché in nessuno ho visto falsità o voglia di provocare malignamente il lettore) e cultura, tanta cultura.

Un fumetto da leggere, se ne siete convinti, con la pazienza e il silenzio, non temendo di sapere che dovrete rileggerlo, che qualcosa non capirete, che qualcosa verrà metabolizzata subito e qualcos’altro vi rimarrà nel cervello a tormentarvi. Questo fumetto parla al lettore senza mai intromettersi nella sua vita. Gli chiede di fare come uno degli uccelli e di seguire l’upupa; chiede quanto si è disposti a volare. Chiuderlo sarebbe facile, capire dove va a parare altrettanto, ma non si può interrompere se non arrivati alla fine.

Siate upupe e questo vi basti.

la conferenza da dove tutto parte

Piange il Nilo…addio Origone.

Ognuno di noi ha i suoi miti, da piccoli o da grandi, oppure quei compagni di viaggio che ti porti dietro sin dall’infanzia senza dover essere per forza una groupie o una fan sfegatata.

Io da piccola avevo Sturmtruppen di Bonvi, Hagar l’Orribile di Dik Browne e Nilus di Origone. Poi c’erano tanti altri fumetti ad allietare la mia infanzia, ma devo ammettere che avevo una passione insana a rileggere le loro vignette fino a saperle a memoria, fino a richiamarle alla memoria nei momenti più tristi, seri o incasinati oppure per assonanza con un bel momento. Tutti e tre alla fine parlano di Storia, quella cosa meravigliosa che io amo e non c’è stato giorno, rievocazione, esperienza didattica a cui non abbia pensato a loro dando anche a loro la colpa della mia follia.

Oggi la ferale notizia che ci lascia uno degli autori di Nilus: Franco Origone.

http://genova.repubblica.it/cronaca/2014/02/20/news/addio_a_origone_vignettista_del_secolo_xix-79133163/

Non ci sono parole adatte per dire quanto egli, insieme al fratello, riusciva a rendere con una sola vignetta un lungo discorso e nel frattempo strappare un sorriso. Questo devono saper fare i grandi fumettisti.

Vi lascio col suo blog e non aggiungo altro se non qualche vignetta, per continuare a ridere e ringraziare per quello che ha fatto.

http://origone.blogspot.it/
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Buon Compleanno Mort Walker!

Oggi invece parliamo di fumetti e di persone vive.

Di solito quando si parla di fumetti ci ricordiamo il personaggio o i personaggi ma raramente sceneggiatori e disegnatori, come se questi fossero superficiali. Mentre di un libro abbiamo sempre mille informazioni e ancora di più per un film, per i fumetti “basta guardare le figure”. E invece no! Il disegnatore e lo sceneggiatore (a volte sono la stessa persona) sono madre e padre di tutti gli attori delle vignette; a volte non serve nemmeno l’editore (guardate la storia di Rat Man) perché l’autoproduzione nel mondo del fumetto è purtroppo la normalità (non parliamo poi della crisi del fumetto e della cecità italica su di esso).

http://en.wikipedia.org/wiki/Mort_Walker sito non italiano di wikipedia, visto che esso era troppo scarno

Il suo personaggio più famoso è Beetle Bailey, un soldato pigro e la sua vita militare. Un vero fumetto ironico e antimilitarista che in un certo senso non obbligava il lettore a doversi schierare per forza per un partito politico. In Italia venne pubblicato dalla rivista Linus che per quanto avesse una chiara visione politica e una scelta di certi fumetti americani molto chiara, è stata l’unica a permettere a noi ragazzini italiani di conoscere qualcosa oltre a Topolino. Non che ci sia nulla di male in Topolino (al di là dei complottisti che lo vedono massone, nazista e sterminatoredinonsochi), ma quando inizi ad andare alle superiori ti serve altro. In Italia si poteva scegliere anche Tex, ma il western non era il mio genere.

http://en.wikipedia.org/wiki/Beetle_Bailey

Io ammetto di non averci mai badato a certi messaggi sociali, leggendo le strisce, anche perché credo che nella traduzione qualcosa si perda per forza in confronto al messaggio originale: ogni scrittore o sceneggiatore parla a un determinato pubblico che può capire (o rifiutare, ma comunque codificare chiaramente quanto vede o legge) e nella traduzione questo messaggio può essere travisato, mistificato o addirittura nascosto. Non ricordo se tutte le strisce erano pubblicate tradotte o meno, ma di certo io certi sotto intesi non li ho mai notati. Io ritrovavo in quelle strisce solo il semplice cercare di farla franca sul lavoro, fare gli occhi dolci alle belle ragazze e divertirsi in ogni situazione. I personaggi erano caratteristici e ben delineati e di certo, al di là del semplice tratto, erano studiati e ragionati.

Ora non so se queste vignette arrivino ancora in Italia e se il messaggio sia diventato più chiaro, ma spero che faccia ancora divertire generazioni di ragazzi e adulti.

Altro suo fumetto è “Hi and Lois”, ma devo essere sincera, per quanto ricordi e riconosca il fumetto, non me lo ricordo. Si vede che non faceva per me oppure non l’ho compreso al massimo.

http://en.wikipedia.org/wiki/Hi_and_Lois

Buon compleanno Mort Walker e mille di queste vignette!

Buon compleanno Lovecraft

Oggi sì che festeggio.

Howard Phillips Lovecraft (Providence, 20 agosto 1890 – Providence, 15 marzo 1937)

Festeggio un autore che mi ha emozionato e tutt’ora mi emoziona a sol ripensare alle storie che ha raccontato.

Lo conobbi più di 10 anni fa grazie al mio moroso di allora. Egli era un vero appassionato di horror, mentre io ero troppo impressionabile per aver dedicato la mia infanzia a certe letture o certi film; mi prendeva in giro bonariamente per ciò, ma alla fine chi dormiva il sonno dei giusti ogni notte ero io e non lui, tormentato dagli incubi più assurdi (ai vostri bambini date delle dosi di buonismo disney da piccoli, perché avranno tutto il tempo che vogliono per farsi venire gli attacchi di panico per assurdi vermoni usciti dalla terra o da attacchi alieni o comunisti a ogni calar del sole. Lo dico per loro, ma anche per il vostro sonno). Gli prendevo in prestito un po’ di libri, mentre si discuteva di quanto fosse o meno influente Poe o sulla cinematografia horror spagnola: discorsi da circolo letterario alternativo e ottocentesco. Poi fu il mio master ne “Il richiamo di Cthulhu” e una avventura di pochi mesi durò un anno e mezzo, fidelizzando il cuore del gruppo con elementi che amavano veramente il genere. Quando finì tutti rimanemmo felicemente sconvolti. In tanti anni di gioco di ruolo quella campagna è la mia vera nostalgia…

Ma torniamo al nostro amato Lovecraft. Amato. Sì. Tantissimo.

Amato perché mi ha regalato le emozioni più intense, senza nemmeno uno spargimento di sangue a modo splatter; amato perché mi ha fatto amare il genere horror con i mostri a un piano incomprensibile; amato per quel senso di oltre, di fuori dal comune, di unico nella letteratura; amato per non aver dato speranza alla solitudine, ma per averla desolatamente condannata a un’eterna pazzia; amato perché il mondo di Cthulhu è ultraterreno, ma elaborato, scritto e poi disegnato diventando un vero mondo vero e reale.

Mi basterebbe fermarmi alle emozioni, alla sensazione di smarrimento e solitudine che ogni suo protagonista prova, alla pazzia che pian pianino si insinua nella mente, al buio sempre vivo. Leggere i suoi racconti o i suoi libri è stato come addentrarmi in vari mondi e vestire diversi panni; è stato come estraniarmi da me e dover anche affrontare le mie di paure.

Il mio moroso di allora mi regalò l’opera omnia e ammetto che la centellinai tantissimo e la finì dopo qualche anno che mi ero lasciata (è stata una lunga storia) e quando chiusi l’ultima pagina sentii il distacco e mi resi conto di essermi emancipata da quel ragazzo e di aver letto Lovecraft solo per lui, per sapere, per capire, per leggere. Lovecraft è diventato allora il MIO pilastro narrativo, senza altre metabolizzazioni o insegnamenti. E’ il sentiero che porta alla montagna della follia o negli oscuri abissi del mare.

disegno di MIRROR CRADLE

A Lucca Comics di qualche anno fa mi portai a casa un vero capolavoro a lui dedicato

disegni di Breccia http://it.wikipedia.org/wiki/Alberto_Breccia

trovando azzeccata la scelta delle chine, delle matite o di quel che è (dovrei chiedere a mio fratello) per rendere le angosce, il velo della pazzia che si alza. Per non parlare del bianco e nero…stupendo! Ma anche qui non stiamo certo parlando del primo pirla che passava per caso. Alberto Breccia è stato un indubbio maestro del fumetto argentino.

Ma torniamo al nostro maestro di Providence.

Potremmo stare qui a fare una tesi sul perché scrisse una cosa piuttosto che un’altra, sulla sua misoginia, sul razzismo, sulle sue paure. Oppure potremmo farne un’altra sulle sue influenze sul cinema, sul fumetto o sulle continue, e più o meno velate, citazioni in altre libri, ma davvero troppe sarebbero le nozioni che nemmeno io potrei ritrovarmici. Questo link di wikipedia potrebbe esserci utile http://it.wikipedia.org/wiki/Howard_Phillips_Lovecraft_nella_cultura_popolare , ma tocca dirlo nessuna di queste opere può nemmeno avvicinarsi al potere che ha evocato il Maestro, anzi molti film (che io ho visto e che si trovano sono nelle videoteche fornite di chicche introvabili) hanno non tanto tradito il senso, ma del tutto mistificato e reso risibile il tutto. Alla fine rendere la paura vera è il pezzo più difficile per un autore…

E nemmeno Giacobbo che ha ventilato (nel suo sempiterno delirio di mistificazione informatica. Ma la smetterà mai e metterà a giudizio le sue capacità giornalistiche?) che Lovecraft non scrisse opere di fantasia, ma verità storica, è riuscito a spegnere il senso di paura che egli genera in ogni lettore, trasformandolo in un mero cibo per le masse.

è davvero così Cthulhu?

Buon compleanno Lovecraft!

E voi state attenti ai ronzi elettrici sospetti…e ai tentacoli!