“Quer pasticciaccio brutto di via Merulana” di Carlo Emilio Gadda

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Senza ombra di dubbio non ho la preparazione snobbistica e acculturata per comprendere questo testo nelle sue sfumature, ma sono solo un lettore che non ha bisogno di fronzoli e prove di stile da parte dell’autore per essere stimolato. Sono solo un’ignorante lettrice che cerca storie, sensazioni, emozioni, pensieri, ma nella concretezza di un racconto, qualunque esso sia. Ecco perché, dopo aver letto anche con un po’ di fatica questo testo, credo che sia uno dei libri più sopravvalutati del mondo!

All’inizio il metodo di scrittura mi è parso un flusso di coscienza alla Joyce. Interessante, non pensavo che potesse rientrare nello stesso stile, ma mi piaceva lasciarmi prendere dalla narrazione. Poi ho pensato che l’uso del dialetto mi ricordasse la lettura di Montalbano (in senso inverso, cioè Gadda come maestro e Camilleri come allievo). Poi ho pensato che potesse essere un testo da dover leggere a voce altra, magari cercando di prendere l’accento della narrazione (metodo questo che alla fine è risultato l’unico utile per la lettura). Poi mi sono fermata a cercare di capire tutti i tipi di lettura del libro quando mi sono accorta che c’erano parole arcaiche buttate lì, nella pagina, a ripetizione del concetto, senza nessun vero motivo, ma solo forse per far vedere che l’autore aveva un bagaglio linguistico alto. Mi sono fermata quando non ho più capito la storia e chi diceva cosa, gli intrecci, i personaggi e ritornare indietro non mi serviva per schiarirmi le idee. Mi sono fermata quando ci sono 3 pagine quasi di descrizioni senza senso logico dell’alluce di una statua (o di non so chi perché davvero non l’ho capito). Mi sono fermata quando ho capito che un delitto avrebbe avuto soluzione e l’altro no, senza una vera motivazione narrativa, ma forse solo per stanchezza o “furbizia” dell’autore.

Gadda non l’ho letto a scuola, il mio programma non lo sfiorava nemmeno, credo che non siamo nemmeno arrivati alla fine dell’ ‘800, quindi non ho forse i mezzi per meglio comprenderlo, non ho le nozioni scolastiche per capire perché un libro del genere sia diventato così importante per la nostra letteratura. Forse non ci arrivo io e preferisco letture più terra terra. O forse questo testo è uno di quelli che tutti hanno in bocca senza mai averlo letto, perché fa molto intellettuale o fico. Siccome a me non interessa né apparire intellettuale né spacciarmi per quello che non so essere, continuo a sostenere che questo libro sia stato scritto come prova di bravura, come tentativo di stupire (ma senza la forza né del “flusso di coscienza” né della provocazione futuristica), come gioco fra intellettuali amici, come non so cosa, ma non di certo come comunicazione scrittore-lettore.

Vorrei dire che “mi dispiace non averlo capito”, ma mi viene piuttosto da dire “alla fine ho avuto l’occasione di leggerlo e di farmi una mia opinione”. Mi chiedo anche come sia possibile leggerlo in altra lingua, come sia possibile la traduzione. E’ un testo per pochi alla fine? Un testo che non è accessibile alla massa? Deve rimanere così? E’ un libro scolastico, nel senso che si può dare in pasto a studenti di vario livello intellettivo? E’ un testo “esoterico”? Davvero non riesco a capirlo, ma di certo non mi ha lasciato nulla, nessun pensiero e nessuna emozione, ma soprattutto nessuna riflessione.

Voto: 4. Perché se devo essere sincera, decisa e coerente questo libro non vale la pena di leggerlo in quanto mi ha delusa  sia perché mi aspettavo un giallo ma descritto da un autore che giallista non è e che quindi poteva dare la sua impronta; sia perchè questo titolo è sempre sulla bocca di tutti (ma a questo punto mi chiedo quanti lo abbiano letto davvero). Se devo leggere un libro in cui la lingua diventa un metodo di provocazione, intellettualismo, stimolo non è un giallo che mi serve, ma mi aspetto di essere provocata in altri modi narrativi (la poesia ci riesce benissimo, ma anche la narrativa pura). Un giallo ha degli schemi da rispettare, nel bene e nel male, anche senza la soluzione catartica.

“La collina del vento” di Carmine Abate

Andiamo in Calabria per leggere una storia e vediamo cosa ci salta fuori. Ammetto che sono un po’ demoralizzata, perché al di là della mia incapacità di connettermi con i romanzi e con la narrativa in generale, mi sento un censore molto cattivo e drastico: se io fossi un editore o controllore di manoscritti ne uscirebbero la metà di quelli che vengono stampati e di quella metà, un’altra metà sarebbe comunque appena accettabile. Perché tutto ciò? Perché questo libro è per me di una inutilità che rasenta il dubbio, il dubbio che io non capisca certi generi di libri.

http://it.wikipedia.org/wiki/La_collina_del_vento

Il libro gira attorno a una famiglia, seguendo la linea maschile (anche perché se nasce una figlia ella è troppo moderna e poi emigra) dagli inizi del 1900 fino più o meno ai giorni nostri e tutto gira attorno a una collina, il Rossarco, e un’ipotetica città della Magna Grecia che potrebbe esservi seppellita.

La trama ci prefigura contrasti, prevaricazioni da contrastare, misteri e omicidi, come se fosse il più avvincente dei romanzi di tutti i generi eppure…eppure…i tratti sopra elencati sono presenti ma talmente all’acqua di rosa che non capisco il perché metterlo. In una terra aspra, forte, contrastata, dalle radici profonde non solo della Grecia, ma anche di un passato ottocentesco post unitario che ha lasciato i suoi strascichi io mi sarei aspettata questa frattura, questa lacerazione, questo contrasto fra una famiglia forte e positiva e il male che li circonda. E invece no! Tutto è all’acqua di rose, alternato da qualche spinta di racconto semi erotico, con personaggi che si incastrano (mi sono anche confusa spessa), con cambi di tempo passato-presente, dove i fascisti il massimo che fanno è darti l’olio di ricino e mandarti a Ventotene in esilio, ma poi puoi dire e fare quello che vuoi in ricchezza e onestà. Insomma qui il climax è niente; la tensione emotiva rara e mal gestita; la capacità di accalappiare il lettore con la vicenda misteriosa e di cronaca nera è banalizzata e conclusa con un finale talmente buttato su da meritarsi solo per quello un 3 nel tema.

Il Rossarco è un personaggio che dovrebbe troneggiare, incutere timore amore e reverenza, nascondendo dentro di sè Storia e mistero, eppure finisce come nel finale, vittima esso stesso dell’incuria altrui che tutto rovina e niente preserva. Da collina sembra quasi una collinetta con una vite piccina, qualche alberello e via discorrendo.

Quello che non mi ha convinto dall’inizio alla fine di questo libro è che alla fine non racconta a noi niente di così diverso da tante storie famigliari, non ti fa riflettere, non ti mette in discussione, non ti fa vedere il mondo da un punto di vista diverso. Questo libro è un racconto che senza ombra di dubbio lo scrittore doveva mettere nero su bianco per se stesso, per qualcosa che aveva dentro, perché a volte le storie sono tali per chi li racconta senza doverlo essere per forza per chi le ascolta.

Quello poi che mi lascia basita è che ci sono sprazzi forti, emozionali che ti fanno rimanere attaccati alle pagine, ma sono rari e inframmezzati da lunghi e noiosi giorni di vita normale che tentano di essere unici. I momenti della fine della II guerra mondiale sono tesi, forti, ma poi si dilapidano nella quotidianità e alla fine un personaggio morto in più o in meno lascia solo una debole scia sugli altri personaggi. Non parliamo poi del “mistero”! Quanta storia sprecata per non si sa quale motivo.

Di positivo di certo c’è la scrittura: lineare, chiara, precisa e anche particolare con quel suo continuo mischiare italiano, dialetto, flusso di coscienza e dialoghi. La parte “tecnica” del libro funziona, anche se io non ho nelle orecchie il calabrese da poter cogliere meglio le sfumature della lingua.

Sono dura, come spesso mi accade per i libri che non mi dicono nulla e che vorrei abbandonare dopo poche pagine perché intuisco che non mi diranno nulla. Non so che farci, perché questo libro per la mia storia di lettrice è stata una perdita di tempo e, pur augurandomi che altri abbiano visto cose che io non ho colto, spero di non trovarne altri così perché il Giro d’Italia Letterario potrebbe essere molto complicato da completare.

Voto: 4

“Signora Ava” di Francesco Jovine

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Continua il Giro d’Italia Letterario e ci fermiamo al Molise con un libro di un’inutilità unica.  318 pagine che dovrebbero farci avventurare nel periodo della nostra storia patria che vide l’unificazione di Italia, la calata dei Savoia, le truppe garibaldine e la nascita del brigantaggio. Dovrebbe, questo dicono le recensioni e invece non c’è nulla di tutto ciò! Per le prime 200 pagine non succede davvero nulla se non la descrizione della vita di una famiglia bene con i suoi vizi e le sue apatie, con i ritmi lenti di chi ha la vita prefissata e decisa dalle convenzioni, dallo status; ci sono quelli che vanno e quelli che vengono; le idee circolanti (da Napoli) si fermano sul confine e tutto è apatia; ci sono i ricchi che vivono sulle spalle dei paesani (e non è un modo di dire a volte). Il tutto scritto come un pessimo compitino del liceo da uno studente bravo ma svogliato. I personaggi sono piatti anche se spiccano di certo Don Matteo (che no, non è Terence Hill) e il giovane Pietro. Il primo rappresenta un po’ il classico prete diventato tale per convinzione altrui, ma troppo abituato per cambiare vita; il secondo il classico bravo ragazzo senza pretese e un grande amore che è Antonietta la figlia del padrone. La storia d’amore è scontata fin dalle prime pagine e ha solo due modi per sfociare: il dramma o il cambio di vita. Succede il secondo solo perché nelle altre 100 pagine lo scrittore si sveglia, mette pathos e dall’indolente Guardialfiera si va insieme ai fuggitivi dell’esercito Borbonico per i boschi, attenti a non farsi prendere dai garibaldini o dai carabinieri (che scopro essere coloro che portano le carabine…mica lo sapevo!).

Il cambio di scenario rende i personaggi più credibili, anche se ringraziando il cielo il libro è stato scritto nella prima metà del secolo scorso quindi dove il massimo della violenza è un sasso tirato con cattiveria o uno morto sparato alle spalle; se fosse stato scritto ora sarebbe stato infarcito di violenze, stupri e morti (e credo che fosse la verità storica purtroppo). Pietro diventa più uomo, ma rimane sempre vittima degli eventi e delle situazioni non sue, mentre Antonietta diventa un personaggio femminile scontato ma non stucchevole.

In questo cambio di scenario si vorrebbe capire maggiormente il sentimento dell’autore riguardo la guerra dei due Re e la vittoria dei garibaldini, con la pretesa annessione del sud al regno di Sardegna. Eppure non c’è niente di tutto ciò, come se alla fine non ci fosse la voglia e il tempo per farlo. Certo viene accennata la cosa, viene sotto inteso altro, ma poi lo studente svogliato torna in primo piano. E tutto in un libro che, non ricordo più dove, veniva presentato come un ulteriore “Gattopardo” con la sua vena sociale e polemica. Palle! Non c’è nulla di questo e forse nemmeno un professore veramente bravo riuscirebbe a farlo saltar fuori.

Il finale aperto poi funziona solo coi film di genere (per esempio per i supereroi) o per Martin che non sa mai quando finirà la sua saga. Qui non serve a nulla, ma rientra nel tema del libro “prof, il tema che mi ha dato era noioso e lo svolgimento ci sta a pennello!”

Voto: 2 Almeno è scritto non troppo contorto…

Ho scoperto poi giroclando su internet che la Rai a suo tempo fece lo sceneggiato, nell’epoca d’oro della letteratura in tv (momento meritorio per tutti, peccato essere nata dopo). Non pensiate che io lo voglia vedere, ma ve lo metto qui caso mai aveste voglia di capirlo.

“Accabadora” di Michela Murgia

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Per la terza puntata del nostro Giro d’Italia Letterario ci siamo trasferiti in Sardegna. Le aspettative su questo libro e su questa regione per me erano molto alte perché pur non essendo sarda, mio nonno lo era e sento quella terra misteriosamente dentro di me (chi mi conosce sa che non posso spiegarmelo in modo logico, ma è una cosa che coinvolge pancia e DNA); in più il libro era nella mia wl per la trama intrigante. Quindi ho iniziato con piacere la lettura, inforcando il mio ereader e portandomelo in giro per qualche giorno visto che la lettura del libro è scorrevole e facile.

Ammetto che non so valutare questo libro perché da una parte mi ha deluso profondamente, ma dall’altro ha risvegliato ricordi della mia famiglia e sensazioni sopite.

La delusione parte proprio dalla storia o meglio dal modo di raccontarlo: senza empatia, senza mai approfondire. Per qualcuno potrà significare una sorta di pudore, ma alla fine a me è sembrato solo un’analisi sociologica nemmeno troppo ben fatta. Il tema è scottante: l’accabadora non è una maga o una strega, ma una che accompagna le persone nel trapasso e lo fa non nel modo simbolico della preghiera, ma il suo aiuto è pratico, serio, importante. Il personaggio è Bonaria Urria. Un gran bel personaggio, serio, silenzioso, forte, donna con la D maiuscola ma che non ha niente della femmina; è colei che non solo porta un grande fardello, ma lo porta con la serietà della comprensione della sua importanza; compie un passo normale nelle società arcaiche, adottando una delle figlie della sorella vedendo in lei qualcosa di particolare. Eppure qui finisce. Bonaria insegna a Maria solo ad essere una buona sarta e a dare importanza alla scuola, o meglio le insegna ad essere una donna moderna, con una straordinaria modernità (per il periodo in cui è ambientato) e spirito di indipendenza e rispetto; ma dimentica totalmente di insegnarle quello che è il compito che le è stato affidato, forse perché Maria deve essere solo figlia e non allieva o forse perché la scrittrice non ha approfondito (perché non si può raccontare o perché a lei non interessava) il concetto dell’apprendistato? Bonaria è solo madre e non deve essere maestra di segreti? Questo aspetto forte, interessante rimane rinchiuso in quell’unico personaggio coprotagonista che rimane però sempre un passo indietro nella vita della ragazzina. Mi spiace, perché tutto il senso del magico, dello spirituale, del sovrannaturale nella cosa più naturale che esista per la vita, morire, viene abbozzato come un compito mal eseguito. Alla fine Maria dovrà capire da sola, come il lettore e questo per me è uno sbaglio, perché in questo modo la trasmissione del sapere si perde e non trova più il suo senso.

Quello che invece mi ha preso, fino a farmi venire le lacrime agli occhi, è ritrovare nel racconto della vita dei sardi che rimangono, mentre i loro cari partono per la Grande Guerra, la vicenda di mio nonno che ragazzo del 1899 partì per la guerra ancora minorenne con la Brigata Sassari e rimase in continente per tutto il resto della sua vita. Morto che io ero bambina, non ho mai potuto sapere cosa avesse provato a non tornare più dai suoi cari e nel trovarsi in un altro mondo, in un’altra terra, lontano dalla sua terra. Rimane dentro di me il senso del suo sacrificio e della sua fermezza nel costruirsi un altro futuro diverso da quello che forse lo aspettava nell’isola. Sentire il racconto di Bonaria su suo marito morto lontano, andando verso il Piave, mi ha fatto quasi piangere e l’ho trovato fortissimo, ma poi mi è stato troncato di netto come se ci fosse troppo pudore nelle pagine. Queste continue interruzioni nei momenti in cui la vicenda entra di più nelle pieghe dell’animo sono state una vera rottura sia perché lascia il senso dell’incompiuto (mai bello in un libro), sia perché sembra quasi una presa in giro.

La Sardegna appare poco, ma in piccoli particolari che bisogna aver vissuto o sentito raccontare o aver mangiato: è nei dolci appena fatti, morbidi e dolci, nei pani simbolici fatti con le mani della tradizione; è nel campo di grano rubato spostando il muretto; è negli abiti neri del lutto (stupenda la spiegazione del perché ci si vesta a lutto) che fanno contrasto con quelli colorati ma dosati; è nella serie di rapporti personali che allargano la famiglia oltre il concetto del sangue. Ma soprattutto è nella spiegazione di Bonaria, paragonando l’Italia e la Sardegna al rapporto Madre e Figlia: appartengono allo stesso ceppo, vengono una dall’altra, ma sono due cose separate, ma pur separate sono unite (questo è il mio ‘sunto): rapporto profondo, intensissimo, frutto di quello strano regno che era l’unione fra il Piemonte e la Sardegna con quel suo unico re che veniva dai francesi più che dagli italiani. Per il resto l’ho poco riconosciuta, soprattutto avrei voluto rivederne la natura forte ed evocativa.

Alla fine diciamo che il libro è una piacevole lettura, una serie di argomenti trattati a me cari o che mi interessavano, ma di cui mi aspettavo più approfondimento e non l’ho trovato.

“Cristo si è fermato a Eboli” di Carlo Levi

Non fate leggere questo libro ai ragazzi a scuola perché perderebbero tempo. I giovani sono fatti per andare lontano dalla terra, mente gli adulti tornano alla terra dopo essere stati, si spera, ovunque.

Non sto scherzando, lo dico con cognizione di causa e con la certezza che per comprendere al massimo questo libro bisogna avere un insegnante che abbia sviluppato nel tempo spirito critico e abbia camminato fino a farsi venire le vesciche ai piedi e di colpo si sia fermato a contemplare la terra in tutta la sua bellezza. Perché se siete stati costretti a leggere questo libro (io l’ho sempre schivato con una maestria di campione di slalom) e vi trovate un topo da biblioteca il vostro primo istinto sarebbe di buttarlo giù dalla finestra, il libro, Carlo Levi e l’insegnante, tanto per non sbagliare.

Arrivo a spiegare questo libro che ho letto per la terza puntata del nostro “Giro d’Italia Letterario” (non vi siete persi un post, ho saltato la seconda puntata perché il libro è disperso in biblioteca e vediamo se lo trovo in prestito in altro modo), questo libro che deve raccontare la Lucania, quella che era o forse quella che è ora.

Parto prevenuta immaginandomi dai ricordi del periodo scolastico e dalle trame o recensioni che trovo su internet perché mi aspetto il solito racconto strappa vesti, con occhio melanconico o coloniale, in cui tutti muoiono o in cui la sfiga non solo ci vede benissimo ma ha preso dimora nel posto. Nei miei ricordi questo libro appare a fianco di Verga, nel suo verismo  senza speranza che tanto piace al ministero dell’istruzione per fiaccare sogni e speranze e amori di qualsiasi studente di ogni ordine e classe. Volutamente inizio a leggere il libro saltando la prefazione, con saggi di Calvino (che amo) e di Sartre (ma che c’entra?). La mia “carogna” mi da il suggerimento giusto: avrei rovinato la lettura, non tanto per eventuali spoiler (cheodio!!!), ma per aver dato a questo libro una lettura totalmente differente da quella che ho dato io, pagina dopo pagina.

http://it.wikipedia.org/wiki/Cristo_si_%C3%A8_fermato_a_Eboli_(romanzo) Se volete leggervi un po’ di cose…

Prima di tutto pur rispettando il motivo del titolo lo trovo assolutamente inadatto al racconto: Cesare e non Cristo si sono fermati ad Eboli. Dico questo perché l’opera, scritta in forma di diario, anche se non lo è, non è insita della disperazione umana e spirituale di un popolo o di una regione, ma è insita del senso di abbandono dello Stato centralista e del potere politico che si è fermato lì, appena prima di portare il progresso, ma che arriva sempre là per poter riscuotere quello che pretende. Il Dio della politica, quello che si deve adorare, ma non pregare col cuore, non c’entra con questa storia perché anche i personaggi religiosi sono talmente scevri dal senso della loro tonaca che quel nero drappo è simile a quello dei vari podestà o carabinieri. Leggi il libro e non si riesce a capire che è stato vissuto in pieno periodo fascista se non fosse per le continue citazioni della guerra in Africa oppure dei discorsi che si devono ascoltare (ma di cui Levi non riporta nemmeno un frammento di retorica). Roma è lontana, con le sue beghe, con le sue piccolezze, con la dittatura e con le camice nere. Roma è lo Stato inteso non come un partito politico, ma come un’entità sovrannaturale che trascende e fagocita ogni cosa e nello stesso tempo prosciuga e divide il suo popolo.

Questo libro viene presentato come il manifesto della povertà del meridione, eppure io non sono riuscita a leggerlo così. Non per mia ignoranza o protervia, ma se ci immedesimiamo nell’Italia degli anni ’30-40 non poche erano le zone in cui sacche di analfabetismo regnavano sovrane, dove i contadini vivevano in condizioni miserevoli, dove il treno e la strada erano un lusso e la posta un evento miracoloso. Non minimizzo, la questione meridionale viene accennata, ma con un intento ben diverso da quello che ti spacciano a scuola (dove è meglio che non mi pronunci perché se no mi vien la bile gialla…).

La Lucania è il vero protagonista del libro nella sua natura dura e martoriata, rovinata da quelli che non la capiscono (e questo capitò e capita in ogni zona d’Italia non solo al sud); prosciugata in ogni sua caratteristica per la vergogna di quelli che hanno studiato (meraviglioso e doloroso è il racconto, nelle parole della sorella di Levi, della città di Matera. E’ doveroso ricordare la storia di come ci si vergognò di quei sassi che ora l’Unesco vorrebbe immutabili); resa veritiera e orgogliosa nel suo narrare dei suoi briganti, come entità salvifiche di fronte allo strapotere dello Stato, come un gene insito nei suoi uomini il quale giace sonnacchioso nei loro corpi; nelle zanzare e nella malaria (vero problema di uno Stato incapace di badare ai suoi figli). La questione meridionale sta in quel particolare luogo nella dimenticanza delle autorità che la governano di avere rispetto e protezione di quello che viene affidato loro. Non sono i briganti, i veli neri delle donne, l’emigrazione o l’analfabetismo la questione meridionale, ma è nei maestri che non insegnano (meraviglioso e stimolante il pezzo in cui i bambini chiedono a Levi di imparare a leggere, mentre è mortificante come una povera donna venga imbrogliata dal farmacista); nel prete che non cammina con le pecore; nel podestà che è impegnato a bere il caffè, legato a un foglio di carta mentre i suoi contadini muoiono; nel truffaldino modo di mantenere un privilegio non legittimo (la farmacia tenuta dalle figlie del defunto farmacista, pur non avendo la licenza e gli studi, allungando le medicine quindi rendendole inefficaci). Questa è la questione meridionale che lo scrittore segnala in modo chiaro e senza retorica.

Levi non parla di rivoluzioni popolari, di ribaltamenti dell’ordine costituito, ma analizza con fare molto chiaro che per risolvere le situazioni basterebbe poco, anche solo impegnarsi. Vede in questa campagna coi suoi ritmi e coi suoi idoli un mondo diverso da quello di città, senza farne però l’apologia del buon selvaggio. Non ha lo spirito del colonialista o dell’entomologo che analizza l’uomo e lo vorrebbe fermo nella sua “particolarità etnografica”, ma coglie proprio come un pittore lo sguardo che anima gli animi delle persone, le loro debolezze e le loro forze, il loro fare stanco e rassegnato, il loro senso spirituale (pagano e cristiano fortissimo. Ho trovato molti punti di riferimento con un altro libro che ho letto “Ti segno e ti incanto” di Ferraguti), le loro superstizioni.

Dal punto di vista stilistico posso dire una pecca e una virtù. La virtù è la capacità di poter far vedere al lettore quello che lui ha visto nel suo anno di esilio: usa la penna come un pennello ed è stato un vero piacere attraversare la regione con lo sguardo dello scrittore, sapendo che quello che mi sto immaginando è reale e visto. La pecca è che essendo un resoconto a posteriori ha perso l’emotività e quindi è come una lunga cartolina scritta che però si imbuca quando è troppo tardi e non ci si ricorda più perché la si voleva spedire.

Tornando alla mia prima frase in soldoni un ragazzo in periodo scolastico che ha ancora una visiona manichea della vita, che si sta affacciando alla politica in quei tempi, che purtroppo subisce la manipolazione dello Stato nello studio della Storia (che come materia scolastica è trattata nel peggiore dei modi), non sa cogliere le sfumature di un’Italia che sta subendo una dittatura, che la aggira e se ne frega (cavoli, non si capisce manco che era in confino!); non può capire la grandezza antropologica della spiritualità dell’uomo che vive senza troppe sovrastrutture mentali (e senza pc!); non può cogliere la desolazione della natura o dell’uomo senza esserne davvero compartecipe. E tutto ciò non perché quel ragazzo sia stupido o meno, ma perché per leggere questo libro ci vuole un po’ di esperienza di vita, di curiosità della Storia, di voglia di guardare nelle pieghe delle fonti, di mettersi lì e domandarsi quanto è bassa la terra che si coltiva. Avessi letto questo libro a 16 anni lo avrei odiato, letto ora a 36 anni mi rendo conto che mi ha parlato come non mi sarei mai aspettata.

“Erano, in fondo, tutti (mi pareva ora di vederlo chiaramente) degli adoratori, più o meno inconsapevoli, dello Stato; degli idolatri che si ignoravano. Non importava se il loro Stato fosse quello attuale o quello che vagheggiavano nel futuri; nell’uno e nell’altro caso lo Stato, inteso come qualcosa di trascendente alle persone alla vita del popolo; tirannico o paternamente provvidente, dittatoriale o democratico, ma sempre unitario, centralizzato e lontano. Di qui l’impossibilità, fra i politici e i miei contadini, di intendere e di essere intesi. Di qui il semplicismo, spesso ammantato di espressioni filosofeggianti, dei politici, e l’astrattezza delle loro soluzioni, non mai aderenti a una realtà viva, ma schematiche, parziali, e così presto invecchiate.”

“La paga del sabato” di B.Fenoglio

Le letture collettive sono un vero pozzo di scoperte, questo perché se ci incappi e metti il tuo tempo al servizio della lettura ti trovi a scoprire autori e libri che di tuo non avresti mai scelto. Questo è il link della lettura collettiva Giro d’Italia Letterario che il blog Se una notte d’inverno un lettore ha proposto al mondo di fb e che in tanti hanno accettato di partecipare. Quale è lo scopo? Scoprire l’Italia attraverso i libri che sono ambientati nelle regioni; ogni 15 giorni se ne legge uno scelto a maggioranza la volta prima; nessun obbligo di partecipare, ma tanta voglia di confrontarsi

Primo libro: “La paga del sabato” di Fenoglio.

915821 (1)

Ambientazione: Piemonte.

Mai letto nulla di Fenoglio, nemmeno a scuola, ma è un nome che circola nell’aria e almeno una volta lo hai sentito nominare. Ci fidiamo di wikipedia per la biografia e incominciamo la lettura. Il libro in ebook è veramente piccolo, oppure io tengo i caratteri molto piccoli perché alla fine sono 98 pagine compresa la postfazione e qualche nota varia. Lo stile è completamente diverso da tutti quelli che ho letto non tanto per la struttura della vicenda (anche se ogni tanto passa di palo in frasca e a me tocca rileggere per capirci qualcosa), quanto per lo stile vero e proprio di scrittura. E’ altalenante, sembra scorretto, i termini sembrano forzati (quel “madre” e “padre” che dovrebbero essere colloquiali ma che invece paio durezze scagliate addosso ai personaggi), poco fluido. Ammetto di aver fatto fatica a leggerlo, anche se la vicenda è semplice e alla fine le 90 pagine scorrono veloci; forse se fosse stato più corposo mi sarei fatta prendere dallo sconforto.

La vicenda è molto semplice. Ettore è un partigiano, giovane, che dopo la guerra in tempo di pace non riesce a trovare il suo posto nella società e vuole solo fare quello che vuole. Difficile il rapporto con la madre, meno complicato col padre, ma l’unico che lo capisce è la fidanzata Vanda. Il suo tentativo di “normalizzazione” passa per le vie più difficili e più ambiziose finchè… mi fermo perché la storia va vissuta.

Il bello di questo libro è la parte emotiva, il dietro alle parole. Ettore è un personaggio complicato, nella sua linearità, perché i ricordi della guerra, quel senso di onore che lo ha spinto a difendere la sua terra senza alcuna retorica, ma che lo ha portato inevitabilmente a uccidere, lo spingono a non poter essere un ragazzo come tutti gli altri: qualcosa in lui è rotto per sempre. E’ violento, moralmente sul filo del rasoio, duro, egoista, ma tutto sembra come una maschera, un “demone” che dentro lo rode. Di fronte alla malattia della madre si trova dolorante; di fronte all’interezza del padre nell’affrontare ogni cosa si trova spiazzato. E’ un giovane cresciuto troppo velocemente a cui la società chiede di essere più nessuno, dimenticando quello che ha fatto. Ma quello che ha fatto non si dimentica.

Dietro alla scrittura difficile, alla storia amara, ho trovato un’umanità che rimane poco espressa in realtà, poco esplorata nella sua totalità, ma che deve essere scoperta e valutata. Capisco perché Calvino leggendolo per la prima volta sia rimasto colpito (anche se lo farà sistemare): forse anche lui vedeva qualcosa oltre le parole messe.

Eppure malgrado questa sensazione che pervadeva la narrazione, sono rimasta distaccata, incapace di essere davvero partecipe delle difficoltà e infantilità del protagonista, della sua ricerca di affetto, normalità e unicità. Manca qualcosa in questa narrazione che mi abbia fatto entrare in empatia totale col racconto. Forse colpa della scrittura che non ho colto nel segno? Mah, non saprei. Forse è stato anche quel continuo ricordarmi la prosa di Simenon, quel suo modo tragico e senza speranza della vita dei piccoli e dei disperati che girano per il mondo e che incontrano altri disperati e la scintilla potrebbe essere distruttiva. Ecco appunto ricordarmi un altro autore, che amo e che ho scoperto da poco nella sua veste di romanziere e non solo di giallista, è uno dei grandi difetti che imputo a Fenoglio; e in questo ricordarmi, perdere totalmente il confronto non avendo la valenza del primo e forse, visto che questo era il primo romanzo, nemmeno l’esperienza.

Purtroppo vedendo gli altri suoi titoli e avendo fatto questa prova, trovo che Fenoglio non sia un autore che mi ispira curiosità, ma uno di quelli che io classifico nella serie “scolastici”: buoni per fare le interrogazioni, rendere felici certi professori, contenti certi letterati.

Voto: 6