Il nostro comune amico

“Il nostro comune amico” di C. Dickens. Conclusioni.

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Tutto è partito un anno e mezzo fa attraverso fb, riunendo un po’ di lettori folli, creando un evento che è rimasto in piedi per tutto questo tempo. Per chi volesse leggersi i commenti questo è il link. All’inizio eravamo in un buon numero, poi ci siamo perse per strade e siamo rimaste in 4. Spiace che sia successo, ma le perdite per strada sono state fisiologiche e alcune anche no, ma non importa; in realtà mi spiace solo per non avere più commenti e più punti di vista diversi. Le 4 sopravvissute sono state concordi in ogni commento di capitolo, quindi niente discussione.

Arriviamo però alle mie conclusioni (che per certi versi sono la somma anche delle chiacchierate di questo tempo). Come avete potuto notare non sono stata brava nel seguire la distribuzione temporale dei capitoli e mi sono persa per strada, dovendo recuperare tutto negli ultimi due mesi (non volevo sforare). Quindi posso dire che la lettura in questo modo, a “fascicoli”, per me è stato un vero fallimento: troppo altalenante, troppo distratta, troppo abituata alla consequenzialità della mia lettura naturale. Di certo sarebbe stato più facile se fossimo stati costrette fisicamente ad aspettare le puntate, a scartabellare in edicola o fra i giornali per trovare il “nostro” fascicolo. Questo aspetto della lettura si è totalmente perso, preferendo anche qua la velocità all’attesa. Fagocitiamo anche la lettura, non avendo più la pazienza di aspettare. Ci abbiamo perso anche qui secondo me. Oddio, non che non mi piaccia leggere un libro intero, per i fatti miei, con i miei ritmi, ma non so, rimpiango quel senso di “ricchezza” dell’attesa.

Un altro motivo per cui mi sono persa è il libro stesso e più che la trama, oserei dire che è la scrittura vera e propria. Non sono una fan di Dickens. Egli è un altro di quegli scrittori più sentiti che conosciuti, più nominati che scartabellati, insomma è uno dei tanti classici che per me, essendo tali, sono ininfluenti. Eppure qualcosa di lui ho letto, soprattutto “Canto di Natale” che amo in ogni sua forma proprio per la completezza della trama, ma che ho riscoperto in originale con una scrittura veloce, illuminante e stimolante (se penso che l’ho letto in due ore senza riuscirmi a staccare dal testo). Qui, invece, è tutto stantio e ripetitivo e moscio. Sì, l’aggettivo giusto è “moscio”.

I personaggi sono salomonicamente divisi in due: buoni, perfetti e vessati da una parte; cattivi, prepotenti e violenti dall’altra. Nessun personaggio è davvero a tutto tondo, nessuno subisce una vera introspezione psicologica, qualcuno la accenna, ma poi viene da subito sopita. Molti personaggi negativi sono ripetitivi fra loro e in loro stessi, creando una sensazione di noia e ripetizione che raramente si trova; quando poi subiscono la giustizia divina si gioisce ovviamente, ma solo perché ce se li toglie dai piedi e dalla lettura. I personaggi positivi sono invece monolitici in tutto e quindi noiosi come chissà; senza poi dimenticare che subiscono cose che uno si chiede se di secondo nome fanno “Giobbe”. Si dirà che Bella subisce un cambiamento: dai si vedeva che era leggerina, ma buona (vedere tutti i pezzi in cui lei si trova col padre); si potrà dire che i Boffin cambiano, ma poi si scopre che è per finta; Venus “tradisce” il traditore, ma sin da subito non è un cattivo, ma una vittima degli eventi; i due avvocati sono solo due giovani ricchi in cerca della loro vera via nella vita e quindi niente di che. E via di seguito.

Chi ha seguito i miei posti (e ho visto anche le condivisioni. Grazie, ma sono curiosa di sapere perché) sa che molto spesso ho usato il sarcasmo e il colloquio con l’autore. Sono stati gli strumenti adatti per sopperire la voglia di lanciare il libro fuori dalla finestra. Tutto nel libro dimostra che Dickens era in bolletta (vabbè, lo abbiamo dedotto noi) e che abbia allungato il brodo per poter pagare meglio luce, gas e tasi (sì, anche quella se no non si spiegano certe cose); il libro dimostra la mancanza di originalità di trama e personaggi; dimostra la stanchezza nello svolgimento, senza pathos, senza voglia. Nel finale un po’ si riprende, la resa dei conti da un po’ di brio, ma poi tutto si tronca senza un motivo, come se fosse finita carta o inchiostro.

In questo anno e mezzo , mentre cercavo le immagini per i post (e ne ho trovate anche di belle e ne sono stata felice), ho letto varie recensioni su altri blog e tutti o quasi erano entusiastiche. Cosa è successo? Come mai? Non esiste un “chi ha ragione” in letture, esiste solo il proprio gusto, ma questa totale, netta, fortissima differenza mi fa sorgere un dubbio o più di uno.

1. La lettura spezzettata non aiuta alla comprensione del testo totale.

2. Sono cinica e certe sdilinquite storie non fanno per me.

3. Altri hanno letto un altro libro, quindi hanno barato.

4. Dickens li ha pagati attraverso una medium e mi chiedo perché a me niente.

5. Dickens non fa per me.

6. Sono cinica e mi serve l’azione (ho già detto che sono cinica?)

7. Da una storia lunga 800 pagine mi aspettavo molto di più.

8. Certa gente dovrebbe leggere anche altro per poter fare paragoni più credibili.

9. Il romanticismo non fa per me, né come sentimento né come genere letterario (ma poi questo ci rientra nel genere?)

10. Non vale vedere il telefilm (pensa te, hanno anche fatto un telefilm!) e valutare il libro.

11. Le immagini delle illustrazioni non valgono per alzare il voto!

Così finisce questa avventura, con un giudizio pesantemente negativo in ogni sua parte, con un classico bocciato senza riparazione, con un libro nascosto in libreria (mi vergognerei anche a regalarlo). Finisce e mi sento liberata da un peso e mentre dicembre si avvicina e anche la rilettura di “Canto di Natale”, mentre altre collettive si stanno preparando, io penso che non dovrò più avere a che fare con Giovanni, Bella, i Boffin, il maestro pazzo, Carletto ingrato, i Lemmle rovinati e i loro degni compari, Pauta e Uccellino e tanti altri.

Voto: 3 

 

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“Il nostro comune amico” Libro 4, cap. XV-XVI-XVII

Ci siamo: sono gli ultimi 3 capitoli! Ultimo sforzo della maratona e poi potrò archiviare questo libro (un prossimo post con le conclusioni della lettura collettiva).

Siamo alla resa dei conti a quanto pare. Mentre da una parte la felicità dei signori Rokesmith Handford Harmon è sicura e pacifica, mentre Eugenio si è sposato la sua Lisetta, mentre i signori Boffin son belli e tranquilli e in pace con la coscienza, vediamo come vanno a finire gli altri “simpatici” personaggi (considerando che Wegg ha già pagato).

Il maestro Bradley è sull’orlo del baratro. Non possiamo parlare di rimorso per lui, ma solo di follia e di paranoia: i suoi gesti sono oltre il sopportabile e l’illegalità che non possono essere scontati normalmente. La sua ragione è quella della follia, anche se pare che appaia un barlume di normalità. Ovviamente vuoi che quel barlume possa prendere il sopravvento sulla follia e ricondurlo al mondo degli uomini? No, vero caro Dickens. Quindi ecco un giorno apparire in classe Riderhood, pronto a provocare e a vedere quanto è il limite della sopportazione del suo avversario. Due giorni dopo questo incontro, il maestro si dirige verso le chiuse con aria meditabonda, torna sui luoghi in cui tutto si è compiuto (in modo pessimo però), torna a casa del compare. Ed è la vera resa dei conti fra i due! A furia di tirar la corda, caro Riderhood quella si spezza!

Torniamo ai signori Harmon che molto generosamente pensano di ricompensare tutti coloro che sono stati buoni e generosi con loro e con i loro amici. Twemlow sistemato il suo credito; Riah buon emissario; Lightwood sistema gli affari; l’ispettore del caso Harmon se la beve e se la gode tranquillo per questo risvolto.

La famiglia Wilfer giunge a “palazzo” per vedere i nuovi risvolti della loro “disgraziata” figlia e rimangono sorpresi e stupiti del cambiamento (anche se loro rimangono sempre gli stessi, con il povero Giorgio sempre più impacciato e in mezzo a situazioni imbarazzanti). Intermezzo imbarazzante di Giorgio (ma perché? Ma vattene, abbi rispetto di te e abbandona Lavinia al suo destino di isterismo!). Pranzo assurdo e Giovanni che dovrebbe essere canonizzato (o si vota alla canonizzazione).

Uccellino e Pauta si incontrano e l’autore sottolinea il tutto come se fosse un avvenimento importante. Ma veramente? Lei diventa subito civetta, lui non si accorge di nulla ma è gentile. Dickens vuoi sistemare tutti e quindi anche loro? Non è un po’, come dire, patetico? Non è che non voglia bene a questi due che sono sempre stati limpidi e positivi, ma questa scenetta molto carina è a mio parere stucchevole e non perché essendo diversi non devono meritarsi nulla (nel più becero razzismo di giudizio), ma solo perché è campata per aria, salta fuori dal nulla, non ha agganci, poteva capitare con chiunque altro. Bah…

Come avevo immaginato col cavolo che Eugenio ci lasciava le penne! Bello e tranquillo, riprende forze e insieme alla moglie Lisetta va a vivere a casa Harmon, la quale oramai è diventata una comune visto che vi abitano i legittimi proprietari, i Boffin e poi questi ultimi. Bah bis..Siparietto francamente inutile anche quello fra i due amici avvocati (bravi, felici e contenti. Applausi!).

Noooooooooooooooooooooo, il libro si chiude con un altro pranzo a casa Veneering??? Ma basta!

Dickens con una punta di cattiveria ci presenta il futuro non proprio roseo dei Veneering: chi vive sopra i propri mezzi alla fine la pagano. Alla fine dimmi Charles, questi due a cosa servivano? E perché ora devono pagare per i loro errori? Vogliamo eliminarli così, perché non sai come fare e non puoi lasciarli al loro destino di inutilità? Tutto ciò per dire, in due righe, che la “buona società” è ipocrita e pronta a mandare a mare coloro che sono in difficoltà? Potevi fare di meglio, sai?

Mentre si aspetta di vedere la disgrazia dei padroni di casa, il pranzo prosegue con la stessa stucchevole superficialità che abbiamo riscontrato altre volte. Vogliamo vederci la critica alla buona società? E vediamocela! Vogliamo vederci la critica alla superficialità femminile? E vediamocela! Vogliamo vederci…insomma possiamo vederci quello che vogliamo, ma il pezzo rimane noioso e inutile all’inverosimile. Mancano poche pagine e mi vien da buttare il libro dalla finestra.

Il libro si chiude con il processo della società bene al matrimonio di Eugenio e Lisetta, con esito scontato e inutile alla fine. Finale assurdo.

Al prossimo post per la conclusione del tutto.

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“Il nostro comune amico” Libro 4, cap. XIII-XIV

Torniamo a casa degli allegri Boffin e questa volta è la signora, tutta felice e contenta, a raccontarci come stanno le cose, o meglio di come ella abbia riconosciuto una sera nel segretario il giovane Harmon. Bella, saputa la verità, quella che era sotto il naso se solo avesse davvero conosciuto il suo promesso sposo, rimane sconvolta non riuscendo a congiungere tutti i pezzi. I tre svelano anche il trucco, l’imbroglio, attraverso il quale hanno fatto sì che Bella si innamorasse davvero di Giovanni e che lei cambiasse anche atteggiamento: modo amorevole di cambiare una persona in meglio, ma sempre imbroglio è. I signori Boffin gongolano nel raccontare come sono stati attori angeli custodi di questi due, per farli innamorare, per proteggerne le sostanze da ereditare, per vederli costruire casa. E Bella prima sconvolta, poi divertita, accetta tutto di buon grado, forse perché la felicità che ha trovato a seguito di questo imbroglio è così appagante che non le importa come le è arrivata.

E tutti vissero felici contenti in questo capitolo in cui i nostri piccioncini aumentano la felicità, ritrovano i loro benefattori e, senza ombra di dubbio, riprendono possesso anche della loro eredità.

Nel frattempo, alla Pergola dei Boffin, Wegg si strofina le mani pregustando la sua vittoria sul padrone di casa, non sapendo che forse le cose stanno cambiando in peggio, per lui. E l’ultimo dei monticelli se ne va (e io non ho capito cosa sia un monticello, cosa ci si possa nascondere dentro e perché è così importante per diventare ricchi. Me ne farò una ragione come le tante cose incomprensibili di questo libro). Preso dal suo egoismo Wegg cerca conforto nella bottega di Venus, ma giunto dal compare non riesce a comprendere piccoli ma significativi comportamenti nella sua persona. La velenosità di Wegg salta fuori anche in questo dialogo, quando prende in giro la felicità del compare e non riesce a pensare altro che alla propria ricchezza accaparrata (o da prendere in realtà). Veniamo a scoprire che Venus sposerà il lunedì successivo la signorina Piacente Riderhood e che tutto sarà splendido.

Il giorno dopo si dirigono a casa Boffin per riscattare quanto dovuto e, forse, per “spellare” il padrone di casa. Wegg si comporta come fosse il padrone di casa, ma ben presto deve rendersi conto che l’atmosfera è cambiata: prima di tutto perché il segretario è tornato al suo posto (o questo sembra), poi che Pauta era il caposquadra portaviamonticelli travestito e che infine il signor Boffin col cavolo che si fa mettere i piedi in testa! Tiè!

La resa dei conti inizia! Giovanni pieno di rabbia sfoga su Wegg tutto il suo disprezzo (vamolà, un po’ di azione sana e ben descritta), mentre il manigoldo cerca ancora di pararsi il fondo schiena, ma molto inutilmente. Troppo buoni sono Giovanni e Boffin con Wegg! Troppo buoni! Uno come Wegg si meritava solo calci nel sedere…fessi! Eppure, alla fine, chi troppo vuole nulla stringe, il manigoldo paga per la sua ingordigia!

 

 

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“Il nostro comune amico” Libro 4, cap. XI-XII

Torniamo nell’ambiente familiare e roseo di casa Rokesmith, dove Bella sferruzza per il/la nascituro e tutto gira liscio come chissà. Irrompe nella scena, anche qui, Lightwood sempre per preparare questo fatidico matrimonio sul punto di morte. La presenza dell’avvocato non fa per niente piacere a Giovanni che non solo rifiuta di avere a che fare con questo matrimonio, ma non si fa nemmeno scrupolo a mandare la moglie da sola alla cerimonia. Lei non capisce, lui non gli spiega; lei si imbroncia, lui le profetizza un giorno in cui dovrà avere totale fiducia in lui. Vabbè, io so che tu non sai ma saprai che io so che sarà quel che sarà.

Così Lightwood e Bella partono in carrozza per il luogo convenuto, mentre Giovanni se ne sta buono buonino a casa. Ritirano sul percorso il reverendo e la moglie (ma stiamo facendo una raccolta dei personaggi in stile “vi svelo l’omicida”-A.Christie?), mentre l’intermezzo sulla parrocchiana pesante è utile come le bacchette cinesi a mangiare il brodo. E mentre aspettiamo tutti insieme il treno, scopriamo che in stazione li sta pedinando il Maestro! Ma porcaciccia, è proprio uno stalker di professione! Il reverendo e la moglie ignari di tutto iniziano ad attaccar bottone col maestro e costui riesce ben presto a farsi dire la motivazione del loro viaggio e in che modo c’entra Lisetta. Terrore e raccapriccio! Lisetta si sposa! E non col maestro! Crisi di nervi in atto sulla banchina e il treno parte con l’allegra combriccola del matrimonio.

Arrivano nella casa di Lisetta e vige il vero e proprio silenzio timoroso e preoccupato e tutto stride con quel che si vuol fare, ma tant’è! Fra poche parole e tante lacrime il reverendo sposa i due e…vissero felici e contenti? E soprattutto vissero? Ora, capiamoci: Lisetta era davvero innamorata di Eugenio; gli piaceva ma stava bene anche da sola; si sente colpevole e lo ha sposato per tacitare la coscienza; altro? E’ il matrimonio più assurdo di tutta questa storia! Quanto ci scommettiamo che si riprende e le confessa di averla incastrata? 😀

Il tempo passa, esattamente quello giusto per farci arrivare al parto di Bella e alla nascita della sua bambina (questi espedienti letterari quando vuoi allungare il brodo mi sembrano sempre assurdi) e ovviamente casa Rokesmith è benedetta da altra gioia, positività e straordinarietà, come se non ne bastasse coi due innamorati e piccipicci sposi. Però ci sono nuvole all’orizzonte…e soprattutto l’insistenza di Giovanni sul fatto che non sono ricchi è di una noia come non mai: hai rinunciato al tuo, non ti sei fatto riconoscere per quel che sei, hai voluto far lo splendido e ora ne paghi le conseguenze! Fra i due Bella risulta la più assennata, non lamentandosi mai e continuando a sopportare le lamentele del marito sull’argomento. Ma mollala!

L’incontro fortuito, per strada, con Lightwood fra crollare Giovanni il quale rivela alla moglie che l’avvocato lo conosce col nome di Giovanni Handford (nome che riguarda tutta la vicenda, ma sinceramente non ricordo in che momento all’inizio appaia. So che c’entra per la faccenda Harmond, ma non ricordo i dettagli). Fra i due uomini sembra di partecipare a un duello di spada all’ultimo sangue. Alla fine ma che caspio interessa all’avvocato chi sia davvero Giovanni? Ne prende una percentuale? Ne ha avuto del danno? Bella non ha dubbi a sostenere il marito.

Tornati a casa marito e moglie, Giovanni fa un bel resoconto della vicenda per piacere a noi lettori e per svelare la situazione a Bella (noi ringraziamo sentitamente). Mentre i due si giurano supporto e fedeltà a casa loro giunge l’ispettore che indagò sulla vicenda Harmond, probabilmente avvisato dall’avvocato (e che entra in casa manco avesse le chiavi! Ho dovuto rileggere due volte le pagine perché non capivo come fosse saltato fuori. Dickens sei stanco, lo so, ma un po’ di paroline in più su un libro di 800 pagine non guastano!). Fra uno scontro verbale e l’altro, fra qualche intimidazioni a caso e a dovere, fra qualche silenzio e l’altro, camminando per strada, uscendo di casa, abbandonando la tranquillità familiare, alla fine si svolge la vicenda. Si trovano nell’osteria della signora Abbey (questi continui e repentini e scollegati cambiamenti di luoghi senza capo nè coda mi stanno fiaccando), dove non ho capito chi deve riconoscere chi e in che modo. O meglio Giovanni viene riconosciuto, ma non si sa in quale identità e poi senza che nessuno lo fermi se ne torna a casa tenendo Bella, tremante, fra le braccia.

Poi lo devo ammettere che non ci ho capito nulla in questo finale di capitolo. La bambina parla? Ma quanto tempo ha? E non è Bella, ma la piccola loro? E a Giovanni non succede nulla? Cambia casa e lavoro così, sorridendo? Tornano a casa Boffin come dei figlio prodighi? Dickens, davvero davvero parliamone: ma che ti succedeva quando scrivevi questo libro? Diamo per scontate le bollette da pagare, ma a questo punto l’editore ti ha messo alle strette!

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“Il nostro comune amico” Libro 4, cap. IX-X

Uccellino si reca da Riah per riallacciare i rapporti, oramai conscia di chi è chi e di chi si merita cosa.

Nelle parole di Riah ci sono a un certo ponto alcuni spunti di riflessione che esulano dal libro stesso e che, a mio parere, parlano proprio per voce dell’autore ai lettori a lui contemporanei (anche se il problema di antisemitismo ritorna anche ora, ineguagliato).

Perché nei paesi cristiani gli ebrei non sono trattati come gli altri. La gente dice: “Questo greco è cattivo, ma ce ne sono dei buoni. Questo turco è birbante, ma ce ne sono dei buoni.”  Per gli ebrei non è così. La gente trova subito i cattivi che ci sono tra noi, in tutti i popoli i cattivi si trovano presto, ma la gente considera che i cattivi siano la regola generale e non vede i buoni. I più bassi sono presi per i più alti, e la gente dice: “Gli ebrei sono tutti eguali.” Se fossi stato cristiano, e avessi fatto quello che ho fatto qui senza lamentarmi, perché avevo gratitudine per il passato e oramai non avevo molto bisogno di denaro, avrei potuto continuare a farlo senza compromettere altro che me stesso. Ma essendo ebreo, non posso farlo senza compromettere gli ebrei di tutte le condizioni e di tutti i paesi. E’ un po’ duro per noi, ma è la verità

Intenso e drammatico sempre il personaggio di Riah e mi sorge sempre il dubbio che la sua figura voglia dire oltre a quello che è semplicemente un personaggio realistico per la descrizione di una società complessa come è quella londinese. Il dolore della sua condizione, dell’incapacità di continuare a vivere in quel modo fa da contraltare alla misericordia e alla dolcezza della sarta delle bambole, la quale proprio perché anche lei emarginata senza colpa ne capisce il peso.

Nel mentre i due parlano della condizione di Riah e del “povero” Fledgeby, arriva un messo di quest’ultimo che intima all’ebreo di andarsene subito e di mollare il lavoro visto che alla fine i termini del contratto sono finiti. Costui senza colpo ferire, senza rispondere in qualche modo, prende le sue carabattole in un sacco e chiude baracca. Spinta da affetto e rispetto a vedere quel vecchio solo in strada, Uccellino lo invita come ospite a casa sua.

Intervallo descrittivo dello squallore di certe zone di Londra piene di ubriachi e ubriache senza ritegno abbandonati per strada, in mezzo a sporcizia e marciume vario e delinquenza. Nel mezzo il “ragazzaccio” di Uccellino, oramai sempre più alcolista e incosciente e incapace di capire la portata delle sue azioni. Così la sua vita finisce, muore e lascia la figlia (perché alla fine scopriamo che il “ragazzaccio” altri non è che il padre di Giannina) addolorata e pensierosa per il funerale.

Lo stesso funerale si svolge in modo povero e dimesso, molto sobrio e quasi frettoloso. E subito si torna a casa al lavoro, fino a che nella casa bussa Lightwood recante un biglietto in cui si avvisa la imminente morte dell’amico Wrayburn e che egli vuol vedere Uccellino.

Tutti si dirigono a casa di Lisetta, ma il moribondo sembra non riprendere coscienza. Il mistero del perché è stata chiamata è presto svelato: ella vede la sua dipartita? Sembra di no.

Eugenio nei momenti di lucidità cerca di svelare l’arcano di chi lo ha attaccato, di fare in modo che Lisetta non venga messa in mezzo e svergognata in qualche modo; la sua preoccupazione è di morire prima di fare il tempo di sistemare ogni cosa. Ovviamente il dramma nel dramma e la distorsione di tutto nel mezzo. Il dramma è forte, ben descritto, lento nel suo corretto modo di svolgersi, per una volta tanto Dickens lascia che siano le emozioni a prevalere (vabbè è tutto molto melodrammatico, ma ci sta), per arrivare al fine di Eugenio: fare in modo che Lisetta lo sposi in punto di morte. E ma allora il suo è un chiodo fisso!

 

 

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“Il nostro comune amico” Libro 4, cap. VII-VIII

Il maestro tentato omicida torna alla casupola di Riderhood nello stesso modo arrogante e parassitario in cui c’è arrivato, ma se pensa che il barcaiolo disonesto abbia cura di lui è un povero illuso. Il sodalizio fra i due è terrificante, non solo per gli atti che compiono o che nascondono, ma anche per come il destino giochi con le loro vite: da un lato il barcaiolo sembra sempre più poter diventare il capro espiatorio del tentato omicidio, dall’altro il maestro vede che i suoi piani non si svolgono come desiderato. Quello che però non ha capito il maestro pazzo è che Riderhood è proprio un delinquente e non lo lascerà andare impunemente per la sua strada.

Il ritorno alla normale attività di insegnamento non scosta dalla mente di Bradley quello che ha fatto, anzi continua a girargli in testa la fantasia di come avrebbe dovuto fare visto l’esito non definitivo del suo atto. Oramai la sua fantasia è una vera e propria fantasia paranoica e anche se gli alunni non si accorgono di nulla, qualche effetto dovrà pur farlo.

Mentre l’altra stalker, la signorina Peecher con l’ausilio dell’alunna Anna Maria, non riesce a disintossicarsi dal suo amore ossessivo nei confronti del maestro; ed è grazie al suo spiare che veniamo a saper dell’incontro di Bradley con Carletto, oramai divenuto a sua volta maestro in un altro istituto. Ovviamente il discorso arriva subito al punto: l’assassinio di Wrayburn. E sorprendentemente Carletto pone il veto di confessione al maestro perché (testuali parole) “io lo riferirò parola per parola”. In fine arriva il disconoscimento! Ma che è successo? Pian pianino si capisce il perché: mica è perché ha capito che il maestro è pazzo, mica per rispetto alla sorella che era oramai stata venduta sulla pubblica piazza, no, no, è perché tutti gli altri gli rovinano la reputazione! Ma due ceffoni ben dati a Carletto no? Razza di un ingrato! E il maestro esce sconfitto da questo scontro.

La povera Uccellino invece si trova a dover pensare alla delusione dovuta al comportamento di Riah istigato dal suo capo in incognito, però non si capisce perché debba rimanere in silenzio sulla cosa con Lisetta, se sono tanto amiche. In modo inatteso e sospetto giunge a trovarla il signor Fledgeby e il colloquio fra i due svela che la vera mente sopraffina è proprio della ragazza e non del truffaldino. Certo che anche Fledgeby vuole trovare Lisetta è proprio una mancanza di inventiva Dickens!

Il mascalzone cerca di mettere in cattiva luce Riah, portarsi dalla sua Uccellino e combinare di certo un altro disastro che provochi dolore a una terza persona. Bella mente da cattivo che ha: a quando due ceffoni? Eppure mentre noi pensiamo che Uccellino sia caduta nella trappola, all’allontanarsi di Fledgeby lei inizia a confabulare fra sè e sè cercando di scoprire l’intricato meccanismo di personaggi e legami , ma sempre per difendere l’amica.

Poco più tardi Uccellino si trova nella dimora di Fledgeby non si sa bene perché e si trova a dover discutere con una signora che aspetta il suo turno per discutere col padrone di casa. Ma è la signora Lemmle che aspetta il marito andato a discutere (sembra rumorosamente) con il mascalzone. Che bel trio! Uscita la simpatica coppia dopo aver cercato di intortare la sarta delle bambole, quest’ultima trova il padrone di casa in pigiama che, con voce rotta, accusa di essere stato derubato. Vamolà che ora c’è un po’ di azione! Così veniamo a sapere che fra i tre mascalzoni c’era appena stato un simpatico incontro in cui la peggio l’ha avuta Fledgeby, mentre Uccellino sembra essere stata messa in mezzo per pura meschineria. Oppure no, visto che all’ultimo ella da una bella lezioncina al padrone di casa malandato e impaurito.

 

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“Il nostro comune amico” Libro 4, cap. V-VI

Tragedia e delirio a casa Wilfer: la lettera del matrimonio è giunta!

Allora prima di tutto il solito applauso alle poste inglesi (se avete mai letto le avventure di Sherlock Holmes vedrete che il servizio strepitoso è una costante e quindi costante è anche la mia invidia), secondo vabbè che le donne di casa Wilfer sono simpatiche come un gatto attaccato ai cosidetti, ma escluderle del tutto a questo evento è stata una vera crudeltà da parte di Bella e di suo padre. Mi sa che ne pagheranno le conseguenze. Il povero fidanzato di Lavinia, il povero Giorgio, secondo me diventerà il futuro capro espiatorio soffiando il ruolo al futuro suocero. Ma due sberle ben date a queste due isteriche no? Quasi quasi Bella sembra un angelo sceso dal cielo…Giorgio sei ancora in tempo a non sposarti! Fuggi, sciocco!

Poi di colpo la tempesta si placa e sono tutti felici e contenti per Bella.

Ma un buon psichiatra no? Soprattutto per la madre. Ma anche per la sorella dai.

Passa poco tempo e assistiamo alla prima visita dei signori Rokesmith a casa Wilfer, con l’ennesima scena teatrale tutto al femminile. Mi chiedo perché gli uomini di questa famiglia non si trovino direttamente al pub a scolarsi pinte di birra e non lascino ste tre tizie alle loro follie…No, non mi stanno nemmeno loro simpatici, anche se Bella è migliorata. Beh, mostra comunque la capacità famigliare femminea di far girare i propri uomini come si vuole (detestabile cosa) e uscendo invece dimostra di vivere in pacifica armonia col marito non detestando la loro condizione economica, deprecando l’avarizia di Boffin nata proprio dai soldi ricevuti. Una mia compagna di lettura collettiva dice che Bella è bipolare: beh un po’ può sembrare, ma secondo me è solo il rapporto malsano con la sua famiglia d’origine a farla sbarellare. Dickens allora si diverte a descriverla nella sua nuova e sorridente veste di sposina casalinga tutto fare: una sorta di imbranata Biancaneve, pronta a imparare per rendere felice il maritino e lustra la casa. Ovviamente non è proprio una mogliettina seria e compita e il manuale della perfezione muliebre viene anche, giustamente, scagliato lontano da lei. D’altro canto Giovanni è proprio pazzo di lei e si adegua alla scia di essere non solo accondiscendente ma ben volente nei confronti dell’altra. Ricetta per un buon matrimonio per il vecchio Charles? Mentre il rapporto padre e figlia ci riserva sempre degli aspetti grotteschi.

E si conclude il capitolo con la notizia della gravidanza di Bella (bricconcelli!!!).

Wraynurn cammina lungo il fiume, notando come un antropologo da quattro soldi la società che lo attornia, oramai sfatta e corrotta e di certo “molto pittoresca”. Cammina e aspetta. Poi al fine appare Lisetta. Era ora! E il loro incontro non è il massimo del romanticismo: per quante attenzioni proferisca Eugenio, Lisetta cerca sempre di mettere fra loro due distanza e soprattutto chiede costantemente di non essere toccata (nel senso di abbracciata).  La più sensata fra i due manco era da dirlo, ma è proprio Lisetta. Ma cosa hanno questi uomini nella testa quando si innamorano: pigne? Lui non ascolta una sola parola del discorso drammatico di lei; a lui non interessa cosa voglia lei; a lui interessa solo averla. Alla fine non è che ci sia troppa differenza fra lui e il maestro nei confronti di Lisetta…forse l’unica differenza è che lui accetta (più o meno apparentemente) le parole di lei e di lasciarla in pace, anche se forse in fondo in fondo lei un pochino lo ama. Momama che drammone inutile! Fatevene una ragione!

Perso fra i suoi pensieri di innamorato respinto se ne ritorna verso la sua barca, facendo il giro inverso fra barche, pecore, marinai e pastori, parlando fra sè e sè come un matto, dandosi ragione e torto alla stessa maniera, quando all’improvviso viene aggredito da una furia inimmaginabile che lo massacra di colpi. La violenza appare in questo libro vividamente descritta, mentre Eugenio cerca inutilmente di difendersi e di aggrapparsi al suo assassino (strapperà un fazzoletto rosso che può indicare un personaggio o un altro a seconda della verità o del sotterfugio). La santa Lisetta martire passava anche lei da quelle parti per poter rinfrancare animo e sollevare i pensieri dopo la discussione con Eugenio quando sente il rumore della scena e accorre. Mostrando un coraggio maschile, prega e slega una barca e con maestria si getta a raccogliere lo sconosciuto caduto in acqua. Ricerca disperata, lenta, ansiogena , finché il corpo non giunge di nuovo a galla, forse non è morto, ma ella riesce con l’aiuto di una corda a poterlo prendere e faticosamente a portarlo a riva. Il volto è sfigurato, perde molto sangue, è più di là che di qua, ma ella non si perde d’animo e lo porta nella sua casa, fa chiamare i medici e attende l’esito del consulto col cuore titubante…

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“Il nostro comune amico” Libro 4, cap. III-IV

Si è alla resa dei conti alla Pergola? Boffin, accompagnato da Venus, si reca alla casa e deve subire l’atteggiamento spocchioso e tirannico di Wegg che visto l’atto che ha trovato crede di poter appropriarsi di tutti i beni della Pergola ed umiliare quello che fino a questo  momento è il suo datore di lavoro. La posizione di Venus per ora è abbastanza ambigua: silente, accondiscende Wegg, accetta che Pauta (custode inconsapevole dei beni esterni alla Pergola) venga malamente cacciato di casa e così via. Wegg inizia a dettare condizioni su condizioni: suo scopo è spennare del tutto Boffin, condannarlo alla rovina, appropriarsi di tutto. La figura di questo miserevole è sempre più abbietta, meschina e insopportabile; personaggio a cui due calci ben dati nel fondoschiena non starebbero del tutto male. La situazione si sposta poi velocemente alla bottega del signor Venus, dove Boffin viene legato da Wegg per poter leggere, ma non toccare, il documento che dimostra come egli sia un impostore e che abbia preso l’eredità altrui impunemente. Wegg ha davvero in mano Boffin, lo accompagna addirittura a casa, lo controllerà per sempre, tutto oramai è in suo potere senza che gli altri due possano opporsi.

Sarà davvero così?

Si cambia totalmente casa e ci troviamo a seguire la giornata di Bella. La giornata sembra radiosa, pregna di promesse e la ragazza è di ottimo umore (c’è anche da dire che quando lei viene presentata in compagnia del padre mostra una dolcezza un po’ stucchevole, ma almeno positiva e non opportunista). La casa è silente, solo per il padre e la figlia, alla mattina presto, nasconde come la speranza di qualcosa di bello (noi lo sappiamo già visto il titolo del capitolo), lascia andare i due protagonisti senza colpo ferire per le vie della città. Li attende Rokesmith come immaginavamo (e il mio tasso di glicemia sembra salire a questo punto, mentre il mio cinismo se ne sta chiuso in un angolino a ringhiare. Che volete farci? Non sono fatta per certe letture!). I tre si dirigono alla chiesa più vicina, mentre l’ombra o il sospetto che la signora Wilfer si presenti non invitata un po’ gela la loro infinita gioia. Ah proprio una bella famiglia questa! Ma niente interrompe la cerimonia e finalmente Bella e Rokesmith sono marito e moglie (Evviva!), non sapendo che erano destinati a sposarsi dalle prime pagine del libro. Ah, proprio una cosa inaspettata Dickens!

I due giovani sposi, dopo aver spedito una “sentitissima” lettera alla signore Wilfer annunciando cosa avevano combinato e come discolpavano il signor Wilfer, si recano alla loro piccola dimora dove li aspetta una cameriera (e scopriamo che Bella ne aveva una personale spuntata da chissà dove) e una ricca colazione. E dopo questo primo rito famigliare, escono di nuovo per andare a benedire il mondo come la miglior coppia disneyana che si rispetti (mancano solo gli uccellini che cantano) e ritrovarsi di nuovo coi piedi sotto al tavolo per il pranzo di nozze. Aveva fame Dickens in questo capitolo? Mah…

Intermezzo comico o burlesco al pranzo di nozze: perché? o.O

Il capitolo finisce coi saluti finali, molto melodrammatici, del signor Wilfer sul vaporetto per Londra e i signori Rokesmith sulla banchina. Che sdolcinatezza.

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“Il nostro comune amico” Libro 4, cap. I-II

Siamo alla fine, l’ultimo mese di lettura e devo recuperare tutto il libro 4, ovvero 17 capitoli. Con me la lettura rievocativa non ha funzionato, ma poi alla fine vi spiegherò come mai (sempre che trovi una vera ragione alla fine oltre alla noia).

Cosa ci sta a fare Eugenio Wrayburn lungo il fiume a governare una barca, mentre il simpatico Rouge Riderhood lo osserva meditabondo? E soprattutto quanto tempo è passato, visto che l’altra volta fra un libro e l’altro erano passati dei mesi? Non lo sappiamo, ma dietro come un cagnolino molesto, sempre su una barca il maestro folle segue l’avvocato: che abbiano scoperto dove si rifugia Lisetta? Mi sa proprio di sì…Lo scambio di battute fra il malefico barcaiolo e il maestro segue lo schema del millantatore di animo pessimo che augura il male all’avversario solo perché non ha abbastanza forza per batterlo lealmente. L’accoppiata dei due è malefica e distruttiva e la paranoia di Rouge aumenta l’atmosfera di tradimento e sotterfugio.

Bradley nel frattempo continua il suo pedinamento dei due innamorati e la sua follia aumenta sia nel modo di porsi che in quello che dice.

Il capitolo non è nemmeno malvagio con due personaggi così psicotici come protagonisti, mentre uno spia l’altro e l’altro è alla ricerca della sua preda con fare maniacale (ora lo chiameremmo stalker). E’ psicologico, attento, particolareggiato, con una scrittura fluida e introspettiva, ma sinceramente a questo punto del libro risulta stucchevole o meglio risulta staccato da tutto il resto del libro: Rouge è infido, malvagio, paranoico, e cerca il suo profitto, Bradley è folle del tutto; si incontrano e si scontrano con un climax di atteggiamenti paranoici e schizzati che farebbero invidia a una perizia psichiatrica, ma nel resto del libro c’è noia…

Cambiamo scenario e ci troviamo i Lemmle più o meno autoinvitati a casa Boffin per colazione. Quanto sono disgustosamente falsi e lecchini quei due? Brrrrrr… Eppure qualcosa non quadra fra i quattro e i lecchini non riescono a far presa sui padroni di casa come vorrebbero. Il signor Boffin si mostra riconoscente (economicamente ovvio) per averlo aiutato a cacciare l’ingrato segretario e i signori Lemmle incassano senza colpo ferire e col sorriso sulle labbra. Un sorriso che muore sulle labbra degli arroganti quando si rendono conto che i loro piani non solo sono stati scoperti (Alfredo al posto di Rokesmith, Sofronia al posto di Bella nella Pergola), ma soprattutto che ai Boffin questi piani non piacciono per nulla e quindi che si attacchino pure al tram (c’era già il tram a quell’epoca? boh!).

E nel pieno del dramma, con Boffin che congeda con fermezza i Lemmle, con questi ultimi che si alzano da tavola come gatti di marmo, entra nella scena in modo melodrammatico e ingenuo Giorgiana rincarando la dose del dramma degli sciacalli. Poverina! Lei soffre tanto per il disastro economico degli amici! Lei piange tutte le notti! Povera cara! E ingenuamente porge a Sofronia dei soldi (pochi) e una collana di famiglia che per fortuna intercetta il signor Boffin prima che cadano nelle mani avide a cui era destinata; poi non contenta spiattella che vuole fare loro una donazione quando entrerà in possesso della sua eredità…ma cosa ha nel cervello ‘sta scimunita? Acqua sporca? Per fortuna che se ne va velocemente come è entrata in casa, lasciando il gelo al suo posto: Sofronia viene colta da un attacco di sentimentalismo, Alfredo è truce, Boffin inflessibile e la signora Boffin un po’ comprimaria. Chiuse le ultime formalità e formalismi i signori Lemmle levano le tende per non più tornare…per fortuna dei Boffin (ma non so se vale anche per noi).

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“Il nostro comune amico” Libro 3, cap. XVI-XVII

Seguiamo Bella cercare il padre e tornare a casa in questo inizio di capitolo, e trovarlo sul lavoro, da solo, quando oramai tutti sono andati via a casa, prepararsi un thé. La scena familiare e tenera rende un po’ di giustizia a questi due personaggi che malgrado debbano affrontare altri personaggi non del tutto gradevoli, sono alla fine l’uno l’angolo di sicurezza dell’altra. In questa scena di felicità famigliare Bella è costretta a rompere l’incantesimo rivelando la verità delle sue azioni, ma viene interrotta dal fatto che in ufficio si è rifugiato anche Rokesmith (colpo di scena! carramba, che sorpresa!). E i due giovani…beh, dai oramai lo hanno capito anche loro che si amano e che si sono scelti (ironia del destino). Il povero padre è “costretto” a sentire le loro spiegazioni, le loro parole, un po’ inebetito, poi sempre più sereno e alla fine concede la sua benedizione. Così i tre festeggiano, immersi in un’atmosfera di pace, quando all’improvviso sorge spontaneo al signor Wilfer la presenza della “amorevole” moglie e altrettanto “carina” figlia…come la prenderanno? Ci penserà Bella a dire tutta la verità senza prendere fiato e lasciando a bocca aperta la sorella Lavinia e la madre e costernato (perché avrebbe voluto essere altrove) l’ospite Giorgio Sampson. Lavinia poi annuncia alla sorella il suo fidanzamento con Giorgio (poraccio!), poi visto che Bella è solo contenta, parte con una inutile scena di isteria. Perché Charles D.? C’era bisogno? Per me no. Vabbè. Ma si vede che per lui il lettore non ha abbastanza capito quanto perfida sia questa ragazzina e quanto debba dimostrarlo sempre e comunque a danno poi della propria famiglia. Per fortuna che Bella è troppo felice per mostrarle il fianco e farsi ferire. Per ora…

 

Un nuovo pranzo a casa Veneering ci attende…mi vien da piangere…Per fortuna (tocca dirlo con un filo di cattiveria) veniamo a conoscenza del fallimento dei signori Lemmle e che lei chieda proprio aiuto al signor Twemlow (che salta fuori sempre quando uno non si ricorda di lui e che cosa serva a questo romanzo…). Le chiacchiere dei due palesano gli inganni e la cattiveria del signor Fledgeby e di come il signor Riah sia solo il suo prestanome. Che sia nato un nuovo sodalizio fra le ferita signora Lemmle e il povero signor Twemlow?

Il resto del capitolo ritorna al pranzo e ai pettegolezzi ai danni dei Lemmle e perdonatemi è un capitolo inutile, scritto male e pallosissimo. Se fosse stato per me, se fossi stato l’editore, avrei preso le forbici, lo avrei tagliato e buttato la carta nel fuoco.

E finisce il terzo libro!!!

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