Idiosincrasia #1 : i classici

IMG_20170908_110107_100
.

Credo che ogni lettore abbia le sue manie, io ho le mie idiosincrasie. Ci provo a combatterle o a spiegarmele o altro, ma alla fine rimango ferma sui miei punti fermi. Cocciutaggine (molti me la imputano col ditino alzato anche per altre cose. Chissene)? Coerenza? Sensazioni a pelle che non puoi eliminare? Boh, tant’è che è così. Capiterà di parlarne qua sul blog perché alla fine ho notato che (e so che non importa a nessuno ma io ne parlo lo stesso) fa bene parlare e chiarire il proprio pensiero pubblicamente anche per cose che, alla fine, sono personali e tali rimangono. Non leggo classici? Problema mia che vivo benissimo e che al mondo intero interessa poco perché alla fine va avanti lo stesso.

Scusate lo sfogo, ora spiego.

Ho preso la palla al balzo per fare terapia su questa mia idiosincrasia grazie alla decisione di unirmi alla lettura collettiva del gruppo “Scratchreaders” che ho trovato su fb. Seguivo la sua creatrice “Scratchbook di Maria Di Biase” su instagram e su fb con tanto di blog annesso, ma il gruppo l’ho scoperto negli ultimi mesi ed è un piacevole luogo di chiacchierate sui libri senza boria o imposizioni (cose che invece trovi in altri gruppi purtroppo). Tornando a noi la lettura verte su “Perché leggere i classici” di Italo Calvino: non un libro di narrativa, ma un saggio in cui nel primo capitolo lo scrittore segna i suoi punti su cosa sia un classico. Speravo che un autore che amo mi aiutasse a uscire dal mio “no” e invece manco lui c’è riuscito.

Quindi ecco i miei punti sul perché per me esistono i libri, le storie e chi le scrive (idiosicrasia #x: non amo gli scrittori come genere di star mediatica; amo chi scrive).

  1. Detestare la mentalità del gregge. La mia non è una famiglia anticonformista, anzi per certi versi sono cresciuta in una normale famiglia borghese con genitori insegnanti di diverso ordine e grado, con le vacanza dai nonni (unico momento in cui li vedevo) e con una routine ben ferma. Ma la risposta a tante mie interperie è sempre stata “ma se lo fanno tutti lo fai anche te? Se tutti si buttano nel pozzo, lo fai anche te?”. Era quel “tutti” ripetuto con l’accezione negativa che mi è rimasto in mente e quindi diffido quando una cosa piace a tutti: qualcosa sotto di sbagliato ci deve essere.
  2. A casa mia c’erano i classici greci e romani, ma la narrativa era un po’ assente e quindi di tomoni fondamentali non ce ne sono mai stati e quando toccava leggerne qualcuno per la scuola si guardava il prestito, la biblioteca e se si voleva si comprava. ALT! A casa mia comprare un libro è sempre stato la normalità: siamo forti lettori, abbiamo libri ovunque e non amiamo separarcene, ma ognuno ha il suo genere e io ho assorbito con piacere tutto, saccheggiando e prendendo in prestito libri da chiunque pur di leggere.
  3. Far cadere dall’alto il valore del libro. Cosa che detesto per quello o per altro. Insomma una cosa va motivata sempre con consapevolezza, non c’entra nulla se x +1 critico dice che è bello perché è bello (e poi paroloni incormprensibili, buoni per far vedere che “sono studiati”). Di solito è il metodo scolastico che fa cadere le cose dall’alto perché, purtroppo, certi professori non hanno fatto loro quello che hanno studiato e quindi fondamentalmente hanno imparato la lezioncina e la ripetono a papera. Per non parlare delle schede libro che sono “fondamentali” per la comprensione (?) del testo. Quanta amarezza…
  4. Deve per forza piacere e quindi la critica è zero. Se dici che il classico xyz non ti piace e ne dai le motivazioni, quelli poco atti a pensare con la propria testa (perché il problema è quello scusate) si sentono colpiti da questo atto di lesa maestà e quindi provano in ogni modo a sminuirti. Dire che non piace un libro o una storia a mio parere vuol dire che quella storia non comunica con me (e in questo Calvino lo sottolinea nei punti fondamentali per l’importanza di un classico) o con la mia vita o con le mie esperienze: è una non comunicazione e come tale non passa da un mezzo all’altro. Criticare è fondamentale perché, a mio parere, oltre a stimolare le celluline grige, permette anche di metterci in gioco, di ribaltare le nostre convinzioni, di magari spostare un po’ le nostre idee.
  5. Leggerli in età non adatta. #1 di Calvino. Non ci sarebbe da aggiungere molto altro: se certe esperienze non le abbiamo ancora provate, come possiamo comprendere i palpiti o i discorsi dei protagonisti? Mi direte che se questo deve essere il parametro allora molti libri non andrebbero letti. Sbagliato! I libri, anche quelli che sembrano più avulsi dalla nostra vita, hanno con noi il fondamento che sono emozioni e sentimenti: paura, amore, dolore, gioia, disperazione, amicizia, delusione, follia sono cose che alla fine sono comuni a storie piratesche, fantasy, gialli, narrativa. Non è fondamentale aver vissuto esperienze fattive (come perdersi in un bosco o andare per mare), ma è fondamentale aver provato nella propria vita quella reazione emotiva a quel che ci è successo. Es. Ho letto “Le città invisibili” di Calvino pochi anni fa e l’ho adorato, perché alla fine ho trovato le mie esperienze, i miei ricordi, i libri che ho letto e studiato; se lo avessi letto alle superiori ne avrei compreso un decimo, perché la mia vita era ancora in embrione e le mie esperienze limitate. Ringrazio il cielo di aver aspettato e di averlo amato. Mentre Moby Dick l’ho adorato da bambina perché sentivo lo spasimo dell’avventura dentro di me, ma di certo ho capito un decimo di quello che Melville intendesse (infatti lo sto rileggendo ora).
  6. Togliere dal classico il suo fondamento storico. Molto comune è l’approccio di togliere la storicità di un romanzo per renderlo immortale, come se quella storia non fosse davvero stata scritta per i suoi contemporanei. Calvino prende in esame l’Odissea e in quel capitolo io ho litigato con lui per la prima volta, penso. L’Odissea è un lavoro di collage di autori vari in epoche varie, quindi non è un’opera unitaria e storicamente inquadrabile, ma grazie ai lavori di filologia si riesce a capire quali sono i pezzi antecedenti e quali quelli posteriori. Detto questo, comprendendo questo fatto, si riesce a capire cosa fosse la vera comunicazione per allora. Io l’Odissea l’ho studiata alle superiori con la professoressa di greco e abbiamo tradotto il pezzo di Ulisse e Polifemo. Lei mi fece adorare quello che ora faccio (la rievocazione e ricostruzione) senza saperlo; lei mi fece entrare nelle pieghe del testo per trovare gli uomini e le donne greche; lei ha tolto la patina della favoletta per restituire la Storia; lei mi ha ridato l’Odissea e i miti greci per l’importanza storica e antropologica che ha. Quando leggo certi testi, ci vedo i gesti, gli oggetti, i cibi cotti in una certa maniera, le vesti che non possono che essere quelle (niente peplum cinematografici), perché quei testi sono Storia e per quanto raccontino storie amati da tutti, essi prima di tutto comunicarono qualcosa di chiaro ai nostri avi greci: religione, riti, paure, simposio e guerra. Quando a un classico si toglie il suo contesto storico e lo si vuole rendere immortale, lo si depaupera di una buona parte del suo essere. Ridare la storicità non significa incatenarlo e metterlo nel dimenticatoio, ma serve a capire (se lo si volesse) che certi valori, principi e sentimenti seguono tutta la linea temporale dell’umanità e che le risposte cambiano o possono o devono cambiare: ancorare significa mettere un pilastro nella Storia.
  7. I classici accettati sono solo narrativa. Nota polemica #1. Questo è il discorso solito che mi vede combattere contro lo snobbismo di genere. “Madame Bovary” non è superiore per costruzione ed emotività a un “L’isola del Dottor Moreau” o a “Uno studio in rosso” o al ciclo di “Dune”, cambia solo l’espediente narrativo. Nelle scuole e nelle librerie “bene” certi generi vengono sminuiti parlando di narrativa per ragazzi solo perché non li hanno mai davvero affrontati e capiti. Ancora una volta la pochezza del panorama critico italiano mi fa venire i brividi e rifuggere i dogmatismi
  8. Categorizzazione per sesso. Nota polemica #2. Spesso si leggono romanzi scritti da autori uomini e quindi, non si sa perché, va bene che li leggano tutti, mentre se scritti da donne è letteratura femminile. Come se una Jane Austen fosse meno di un Oscar Wilde nella critica della società…
IMG_20170912_125336_747
Pochi libri mi obbligano a prendere appunti ai pensieri che mi vengono alla mente.

Non so, forse se ci penso ancora trovo altre motivazione per cui non ho reverenza per un classico, per cui non mi interessa leggerlo prima di altri, per cui non ritengo che se non lo hai letto non sei un vero lettore e non sai cosa ti perdi. Il mondo è pieno di storie, di racconti, di comunicazione che non vale la pena perdere tempo con le guerre letterarie e gli schematismi dogmatici. Dobbiamo uscire dalle gabbie mentali e far uscire da quelle gabbie libri che possono ancora parlare ai lettori senza aver bisogno del bollino di “classici”. Ne capisco la motivazione dell’uso del bollino e alla fine lo uso anche io per comprenderci meglio, ma poi…chissene! Leggete e criticate e se non vi piace ditelo con motivazioni e sorrisi e se qualcuno vi criticherà chiedetegli davvero perché una cosa gli piace e se non troverà 3 buoni motivi (come ci disse la psicologa suora alle medie per darci la forza delle nostre idee e di quelle dei nostri genitori nel farci fare le cose. Che gran donna e gran insegnamento di convinzione!) vorrà dire che lui/lei dovrà riconsiderare il suo piacere e viverlo dentro, se no sarà sterile scorrimento di parole su un foglio e inutile abbeverarsi a una fonte già troppo affollata di gente.

 

POSTILLA:

Devo ringraziare sempre le persone che fanno parte del mio gruppo “Letture Folli e Sgangherate” per avermi costretto a leggere certi libri in questi ultimi anni, con la piena consapevolezza che ogni giudizio era accettato e che a noi Dickens non piace e ne andiamo fiere (tranne “Canto di Natale” che è stupendo, ma forse non l’ha scritto lui…). Affrontare con loro da grande libri che ho schifato (anche in modo snobbistico di rivalsa il mio) quando tentavano di farmeli leggere a scuola, mi ha permesso di vederli sotto altra ottica, di mettermi in gioco e di trovarmi in compagnia di gente senza pregiudi letterari di genere. E’ bello mettersi in gioco. Come ora con “Il Conte di Montecristo” che sto adorando e che per una vita ho pensato che fosse un drammone assurdo e pesantissimo, solo perché il sentore era quello: invece è pura avventura!

Annunci

Lettori da feuilleton: riflessioni spensierate

Libraio Ambulante a Berlino. Cartolina tedesca del 1890 circa
Libraio Ambulante a Berlino. Cartolina tedesca del 1890 circa

Senza voler essere un’indagine sociologica o psicologica, ma solo una speculazione personale su un fenomeno poco pensato: i lettori dei feuilleton.

Che cosa era, prima di tutto, il romanzo d’appendice? Era una pubblicazione a puntate, di poche pagine, allegato a un giornale e raccontava grandi storie di ampio respiro. Diciamo che prima di Netflix c’era il feuilleton. Anzi Netflix non è feuilleton, ma piuttosto il romanzo completo in cui sono state raccolte tutte le singole puntate uscite.

Chi scrisse i romanzi d’appendice? Gente del calibro di Dumas, Balzac, Stevenson, Salgari, Joyce e Dickens. Mica gente da poco e mica con romanzi di secondo ordine. In quel modo vennero pubblicati “L’isola del tesoro”, “Ulisse”, il ciclo dedicato a Sandokan, “I tre moschettieri” tanto per dirne alcuni. Certo alcuni libri vengono considerati “narrativa da ragazzi” (come se fosse da poco, ma anche “Pinocchio” venne pubblicato in questo modo e seriamente è davvero un romanzo per ragazzi? A me è sempre parso un po’ troppo complicato per gente che ancora deve prendere coscienza di cosa li circonda), altri invece iniziarono ad avere dignità di grande narrativa, ma poco importa: uscirono a puntate, come allegati e la gente li leggeva. E probabilmente li leggeva con così tanto gusto che qualcuno ritenne opportuno poi riunirli in un sol libro e quindi ora noi li leggiamo tutto d’un fiato.

A scuola forse si accenna al fenomeno, non lo ricordo se ai miei tempi ho studiato qualcosa, ma di certo anche se fosse, non se ne capisce la portata psicologica e il valore. “Che cavolo starà dicendo l’amaca adesso?” vi starete probabilmente chiedendo, ma vi dico che leggere a puntate un libro avvincente o appassionante è qualcosa che non possiamo più vivere o comprendere nella nostra società cannibale e veloce. Siamo talmente abituati ad avere tutto e subito che ora i telefilm non solo arrivano il giorno stesso della emissione in terra straniera, con o senza sottotitoli, ma addirittura esistono gli archivi in modo da non aspettare mai, nemmeno un minuto per vedere la puntata successiva. Ma che ne sanno quelli che aprono Netflix e compagnia danzante e, con sotto mano cibo e bevande, si snocciolano un’intera stagione della serie prescelta? Non possono capirlo, credo, perché l’ansia che scaturisce nell’aspettare è pari a tutta la serie di paranoie e congetture che si facevano. Ora aspettiamo le serie, un tempo si aspettavano le puntate. Facendo questi discorsi sembro anziana e anche di più, ma alla fine mi vien da pensare che quando ero piccola l’appuntamento fisso, prima della cena, di “Happy days” era più chiaro di sapere dove fosse il 7 sull’orologio; aspettare di vedere come andava a finire il combattimento di Pegasus contro nonsisachimasembraimbattibile era come la frase biblica “e fu sera e fu mattina”, era lo scandire del tempo chiaro. Ma io sono nata e cresciuta nell’era delle lettere, delle cartoline col francobollo e col postino, della audio cassette, della radio che gracchiava o che se ti spostavi non si sentiva più. Sono cresciuta nel tempo lento in confronto ad ora e, nello stesso tempo, sono il momento della velocità in confronto a chi doveva aspettare una settimana per vedere come andava avanti la storia.

Ci avete mai provato voi a lettere un tot di capitoli a settimana senza sgarrare? Io sì ed è un vero esperimento letterario. Mi spiego meglio. Da qualche anno, e lo avete visto su questo blog, partecipo a letture collettive varie ed eventuali e le più “strambe” sono quelle che ci hanno visto leggere Dickens a puntate: “Il nostro comune amico” è durato 1 anno e mezzo, se non ricordo male. Un anno e mezzo! Pensate quanti libri potreste leggere in quel periodo. Pensate a quante cose fate in un anno e mezzo. Noi invece abbiamo letto un libro (non abbiamo fatto solo quello, sia chiaro, perché ognuno ha continuato a vivere e a leggere contemporaneamente quel che voleva) e abbiamo aspettato un anno e mezzo per poter vedere dove andava a parare la storia. Altro che pazienza! Da quelle esperienze (perché i libri letti in quel modo sono stati più di uno) è nato il gruppo di fb “Letture folli e sgangherate” dove in libertà totale condividiamo pareri ed emozioni che suscitano le letture. Beh, Dickens non ci è mai piaciuto, tranne per “Canto di Natale” e ancora continuiamo a chiederci come è possibile tale discrepanza fra quel testo e gli altri. Ora siamo a Dumas e ci piace un sacco.

Torniamo però alle idee balzane che mi son venute in mente mentre, come lettrice, mi immedesimavo nei panni di una mia ipotetica ava lettrice che si avvicinava al ragazzo dei giornali, ne comprava una copia, cercava le due paginette o chissà quante del racconto e il resto lo abbandonava al parente di turno. Leggere, ricordare e raccogliere il tutto e poi tenerselo caro come il romanzo che poi sarebbe diventato. La sua fortuna sarebbe stata avere uno scrittore diligente come Carletto (Dickens. Sì, è diventato Carletto, è famigliare ma non proprio gentile), il quale come abbiamo potuto apprendere rispettava le tempistiche dell’editore; se però le fosse capitato Sandrino (Dumas), il quale pur di prendere soldi da mille mila editori interrompeva per mesi (mesi!!! Lo capite?!) il racconto, per iniziarne altri che poi sospendeva, cosa avrebbe fatto? Io se fossi stata in lei lo avrei strozzato. Eppure questo è uno dei tratti primari che mi ha fatto pensare: lettore paziente. O almeno apparentemente tale: non si annoverano rivolte più o meno silenziose di lettori spazientiti. Editori spazientiti sì, ma lettori boh. Si ricordano le richieste pressanti dei lettori affinché Conan Doyle facesse risorgere Sherlock Holmes. Dovrò indagare su probabili rivolte per l’interruzione da parte dello scrittore.

Leggendo poi mi sono sempre chiesta che tipo di lettore fosse: ceto alto annoiato, media o bassa borghesia in cerca di riconoscimento, l’operaio/a che cercava riscatto, la servetta che rubava un momento di libertà dalla noia del lavoro? Sicuramente questo e altro e forse qualche testo avrà affrontato la situazione (se ne conoscete il titolo siete così gentili da informarmi? Grazie), descrivendo nei minimi particolari i gesti, le movenze, le ansie e le gioie del lettore. A me ricorda un po’ Jo March con la sua brama di lettura (okkei devo leggere davvero il libro, non posso basarmi solo sui film…). Mi vengono in mente fumose città di fine ottocento come Londra o Torino, dove il progresso delle fabbriche andava a braccetto con la pesantezza dei rituali del retaggio di classe. Mi vengono in mente tante immagini confuse, ma di certo la cosa più bella è il contratto che si firmava in modo implicito fra scrittore/narratore e lettore: il lettore era paziente, aveva memoria, avrebbe compreso tutte le citazioni colte o meno (Dumas ne “Il conte di Montecristo” che stiamo leggendo ora, mette un sacco di citazioni di non così immediata comprensione), avrebbe tenuto da parte soldi e tempo per comprare tutte le puntate, avrebbe chiesto altre e altre storie ancora per poter fuggire per qualche ora dalla banalità della quotidianità. Un patto pesante che mi fa pensare come siamo ora noi lettori forti che divoriamo libri su libri e che pretendiamo di sapere sempre di più, cercando incontri letterari, festival, rubriche e blog per saziare la nostra fame bulimica di storie.

Il lettore di feuilleton ha il passo lento, la crisi d’astinenza, il sogno ad occhi aperti e la curiosità da saziare. Sarò romantica, ottocentesca, ma questa mia esperienza di lettrice di romanzi d’appendice mi sta ridando il senso lento della lettura e della condivisione: non ci si trova più all’edicola o al bar per parlare dell’ultima avventura, lo si scrive su fb; non si mettono più da parte religiosamente i fogli di giornale, si fanno foto da condividere su instagram; eppure…eppure si aspetta il giorno prefissato per poter leggere, anche se il romanzo è lì, bello grosso, sul comodino o nella borsa da viaggio. Aspettare. Leggere. Ricordare. Condividere.

Non so chi fossero esattamente i lettori di feuilleton, ma consiglio a tutti di mettersi nelle loro scarpe per sentire le farfalle nello stomaco a ripensare agli accadimenti del personaggio preferito.

illustrazione di Headless studio
illustrazione di Headless studio

“L’albergo stregato” di Wilkie Collins

IMG_20160417_113026_wm
recensione di anobii

Con Instagram sto più attenta alle nuove uscite e quando la Newton&Compton ha annunciato nei mammut questa uscita e riedizione, ho dovuto andare a vedere di cosa si stesse parlando perché non conoscevo il libro. Ovviamente quando ho visto che era un horror ho dovuto coinvolgere La libreria pericolante e farci una nostra mini collettiva. Ci mancavano le collettive via fb veloci con libri di genere e quindi siamo partite entusiaste. Un entusiasmo che velocemente si è scemato da solo vedendo che Collins non è propriamente uno scrittore di horror come intendiamo noi. Avrebbe dovuto metterci in allarme il fatto che era amico di Dickens… 😀

Comunque sia partiamo con la recensione. Il libro ha una lunghissima, troppo lunga, sezione dedicata alla presentazione dei protagonisti e una cortissima risoluzione del dramma in salsa gotica (è davvero troppo parlare di horror). Di cosa parla? Parla di una classica famiglia nobile inglese, con tanto di titolo e possedimenti, vista attraverso gli occhi di un matrimonio e di un amore rotto o di una “diatriba amorosa” fra la ex fidanzata e la moglie legittima del lord. No, non è un romanzo rosa, per fortuna, ma l’amore o almeno un legame amoroso è il filo attraverso cui si tirano le fila dei rapporti famigliari e della presentazione del personaggio centrale attorno a cui gira la vicenda. Perché tutto parte, in modo pressoché inutile, dall’incontro della vedova Narona col dottor Wybrow e dall’indagine di questo per scoprire non solo chi sia lei, ma anche tutti i pettegolezzi che le girano attorno. Poi il dottore sparisce dalla scena per non farci più ritorno. Soffermiamoci un attimo su questo espediente narrativo: c’era bisogno? A mio parere no. Il personaggio era interessante, una sorta di narratore o di investigatore scientifico attraverso gli occhi si poteva leggere la storia, ma invece è stato trattato come una sorta di maggiordomo e poi liquidato quando non serviva più. Incomprensibile.

La vedova Narona ha scippato il fidanzato ad Agnes, giovane di buona famiglia e capace di ottenere per carattere e modo la benevolenza di tutti, diventando la signora Montbarry con annessi e connessi, ma inimicandosi tutta la famiglia di lui (che l’ha presa come una arrivista provvista di fratello scroccone) e tutta la società inglese. Per la gioia di tutti i lettori però il mistero si infittisce e il lord muore durante le nozze, il fratello se ne va in America per continuare gli studi di chimica e giocare d’azzardo e la vedova bis si trova alla resa dei conti morale con quella che non la fa dormir la notte. Agnes e vedova Narona: ecco il nucleo principale che si scontrerà in modo letterario nell’albergo di Venezia, dove è morto lord Montbarry in circostanze misteriose.

Dopo una lunghissima carrellata per spiegare caratteri e rapporti in poche pagine vediamo spegnersi, consumata da chissà quale pazzia, la vedova, scoprire il mistero dell’omicidio e tornare tutti alle loro attività e famiglie come se niente fosse. Perché il grosso problema è questo: non c’è il pathos che servirebbe a tener incollato il lettore, manco quando ritrovano i resti del defunto. Manca il gotico vero, l’atmosfera un po’ paranormale, ma c’è solo il senso della stessa, molto annacquato e buttato lì.

E’ un libro freddo, poco emotivo, poco coinvolgente per essere un libro di genere, ma interessante se fosse un romanzo di narrativa semplice, un affresco della società inglese coi sui pregiudizi (anche se nessuno riesce ad arrivare a Wilde per la capacità di rendere critico il proprio giudizio sui propri connazionali), ma anche di una società europea pronta a spostarsi da una nazione all’altra se provvista di mezzi, ma che fa turismo sterile e mai profondo (e Venezia era già quella specie di luna park che è oggi, dove il turista si aspetta di vedere un mondo bloccato e a disposizione e non una città viva e in fermento). Perché, per quanto sia ben scritto e abbastanza ben costruito (diciamo che contesto la separazione della preparazione e dell’evento con evidente scompenso a favore della prima), il vero difetto che imputo a questo libro è la mancanza di coinvolgimento emotivo in ottica paurosa o paranormale.

Voto: 5 . Cambiategli destinazione di genere e saremo tutti molto più tranquilli e potremmo valutarlo con più oggettività.

Scheda tecnica

anno di pubblicazione:

titolo originale:”The haunted hotel”

traduttore: Ottavio Fatica

casa editrice: edizione Editori Riuniti

finito di stampare maggio 1996 per conto degli Editori Riuniti presso AME Stab. NSM Cles

copertina: illustrazione Alberto Ruggieri

 

pagine 222

Follie collettive: “Grandi speranze” di Dickens

Ricordate la lettura collettiva su “Il nostro comune amico” di Dickens che ha visto me, La libreria pericolante, Clubippogrifo e qualche altra nostra conoscenza a leggere a puntate il pesissimo libro?

P1200470bis.jpg
Sì, un cactus…sì, è voluto.

Beh abbiamo “deciso” di replicare con lo stesso autore che abbiamo massacrato a suo tempo e con un’altra sua corpulenta opera: “Grandi speranze”. Mai titolo fu più di buon augurio in una tempesta. Colpa a questo giro del Clubippogrifo e sinceramente non so:

a. cosa le sia venuto in mente;

b. cosa sia venuto in mente a noi di accettare senza opporci (perché non ci siamo opposte per nulla. Ma cosa è sta cosa: masochismo letterario?);

c. perché nessuno ha chiamato la neuro?

Quindi oggi incomincia la lettura a tappe e finirà il tutto ad agosto (agosto??? ma veramente??? Non ci posso credere…), con commenti sulla pagina dell’evento e via cantando. Ci aspettano cinismo e vetriolo da spendere a man bassa perché siamo convinte che la lettura sarà all’altezza (o bassezza dipende) dell’altra. Questa volta però non vi regalerò post riassuntivi per ogni puntata o capitolo (credo che qualche liceale possa averne usufruito o lo farà), ma mi limiterò a qualche commento extra sulla pagina fb o twitter; l’ho deciso non tanto per non essere usata per lavori altrui (tanto una volta che metti le cose su internet non sono più patrimonio tuo davvero), ma perché mi sono doppiamente annoiata a mantenere un impegno del genere per ogni tappa. Potranno capitare anche i post per aggiornavi della faccenda, ma non so. Voglio che questa volta tutto sia il più leggero possibile e anche il più divertente, perché magari a ‘sto giro il libro mi prende, la vicenda mi interessa…ho letto la quarta di copertina e mi sono pentita di aver comprato il libro…

Per chiunque volesse seguirci nelle nostre simpatiche avventure letterarie il post dell’evento è a questo link. Siete invitati a unirvi alla lettura, a criticarlo e a criticarci in modo educato e civile, difendendo le vostre posizioni di lettori.

Qualcuno di voi lo ha letto e mi può dare qualche dritta di cosa aspettarmi? o.O

“Angel Heart” di William Hjortsberg

Conosco questo libro per essere il riferimento dell’omonimo film che vidi anni fa in compagnia. Il film è stato uno di quelli che più ricordo per le sensazioni claustrofobiche legate al voodoo e tutto quello che vi gira attorno. Quindi quando La libreria pericolante mi ha suggerito la lettura ho accennato, anche se sinceramente non era una lettura troppo adatta per il periodo natalizio. Vabbè…ho delle amicizie strampalate e mi va bene così. Coinvolta anche ClupIppogrifo si è partiti e con sprint (non serve che vi dica che io sono arrivata ultima perché come mio solito sono distratta da mille cose e leggo recuperando all’ultimo).

.

Sin da subito ci si rende conto che film e libro, per quanto vicini, sono due opere totalmente separate sia per resa che per ambientazione. Qui siamo a New York, periodo anni ’60 circa, ma con tantissimi riferimenti alla seconda Guerra Mondiale e al ritorno dei soldati; nel film si era a New Orleans ben più verso gli anni ’80. E’ impensabile non vedere nella mente i protagonisti della vicenda come M. Rourke, De Niro e Lisa Bonet, troppo pregnante l’immaginario del film, ma alla fine tocca dirlo va bene così: i tre attori riesco in modo coerente a dare vita all’investigatore incastrato nella vicenda, al committente e alla sacerdotessa voodoo.

Il continuo e inesorabile scontro fra i protagonisti, mentre alle loro spalle vengono condannati alla morte tutti quelli che li aiutano o li incontrano, porta all’inevitabile conclusione del duello risolutore. Anche qui, come per il libro “Il presagio”, il duello è impari: l’avversario ha molta più esperienza, tempo e scaltrezza per farsi infinocchiare da un semplice mortale. E come il sopracitato libro anche qui manca la controparte positiva, quel Dio che da forza e guarisce (quante le storielle medievali in cui attraverso la sapienza di un uomo di chiesa timorato di Dio si riesce a risolvere tutto!); qui c’è davvero la dannazione, la condanna eterna senza speranza, la solitudine estrema, l’arroganza umana. Anche la sacerdotessa non è altro che una mera figurina, sensuale e sapiente, ma del tutto priva di armi e di forza per contrastare gli eventi (e si vede la fine). Quindi non è un libro sul paranormale oppure un giallo come tutti gli altri, ma è davvero un vortice verso lo svelamento della dannazione di un uomo che alla fine scrupoli e moralità non sanno nemmeno cosa sono.

Scritto benissimo, con la scelta di una scrittura essenziale, pulita, chiara, senza arzigogoli inutili e pesanti; poche pagine che fanno assomigliare questo a un racconto lungo piuttosto che a un vero romanzo; attenzione ai particolari per rendere viva la città e credibili gli eventi.

Malgrado il fatto che mi sia piaciuta la lettura, credo che sarà l’ultimo del genere per molto tempo e me ne tornerò a cose molto più abbordabili e meno suscettibili per la mia immaginazione.

Voto: 8

“Il nostro comune amico” di C. Dickens. Conclusioni.

.

Tutto è partito un anno e mezzo fa attraverso fb, riunendo un po’ di lettori folli, creando un evento che è rimasto in piedi per tutto questo tempo. Per chi volesse leggersi i commenti questo è il link. All’inizio eravamo in un buon numero, poi ci siamo perse per strade e siamo rimaste in 4. Spiace che sia successo, ma le perdite per strada sono state fisiologiche e alcune anche no, ma non importa; in realtà mi spiace solo per non avere più commenti e più punti di vista diversi. Le 4 sopravvissute sono state concordi in ogni commento di capitolo, quindi niente discussione.

Arriviamo però alle mie conclusioni (che per certi versi sono la somma anche delle chiacchierate di questo tempo). Come avete potuto notare non sono stata brava nel seguire la distribuzione temporale dei capitoli e mi sono persa per strada, dovendo recuperare tutto negli ultimi due mesi (non volevo sforare). Quindi posso dire che la lettura in questo modo, a “fascicoli”, per me è stato un vero fallimento: troppo altalenante, troppo distratta, troppo abituata alla consequenzialità della mia lettura naturale. Di certo sarebbe stato più facile se fossimo stati costrette fisicamente ad aspettare le puntate, a scartabellare in edicola o fra i giornali per trovare il “nostro” fascicolo. Questo aspetto della lettura si è totalmente perso, preferendo anche qua la velocità all’attesa. Fagocitiamo anche la lettura, non avendo più la pazienza di aspettare. Ci abbiamo perso anche qui secondo me. Oddio, non che non mi piaccia leggere un libro intero, per i fatti miei, con i miei ritmi, ma non so, rimpiango quel senso di “ricchezza” dell’attesa.

Un altro motivo per cui mi sono persa è il libro stesso e più che la trama, oserei dire che è la scrittura vera e propria. Non sono una fan di Dickens. Egli è un altro di quegli scrittori più sentiti che conosciuti, più nominati che scartabellati, insomma è uno dei tanti classici che per me, essendo tali, sono ininfluenti. Eppure qualcosa di lui ho letto, soprattutto “Canto di Natale” che amo in ogni sua forma proprio per la completezza della trama, ma che ho riscoperto in originale con una scrittura veloce, illuminante e stimolante (se penso che l’ho letto in due ore senza riuscirmi a staccare dal testo). Qui, invece, è tutto stantio e ripetitivo e moscio. Sì, l’aggettivo giusto è “moscio”.

I personaggi sono salomonicamente divisi in due: buoni, perfetti e vessati da una parte; cattivi, prepotenti e violenti dall’altra. Nessun personaggio è davvero a tutto tondo, nessuno subisce una vera introspezione psicologica, qualcuno la accenna, ma poi viene da subito sopita. Molti personaggi negativi sono ripetitivi fra loro e in loro stessi, creando una sensazione di noia e ripetizione che raramente si trova; quando poi subiscono la giustizia divina si gioisce ovviamente, ma solo perché ce se li toglie dai piedi e dalla lettura. I personaggi positivi sono invece monolitici in tutto e quindi noiosi come chissà; senza poi dimenticare che subiscono cose che uno si chiede se di secondo nome fanno “Giobbe”. Si dirà che Bella subisce un cambiamento: dai si vedeva che era leggerina, ma buona (vedere tutti i pezzi in cui lei si trova col padre); si potrà dire che i Boffin cambiano, ma poi si scopre che è per finta; Venus “tradisce” il traditore, ma sin da subito non è un cattivo, ma una vittima degli eventi; i due avvocati sono solo due giovani ricchi in cerca della loro vera via nella vita e quindi niente di che. E via di seguito.

Chi ha seguito i miei posti (e ho visto anche le condivisioni. Grazie, ma sono curiosa di sapere perché) sa che molto spesso ho usato il sarcasmo e il colloquio con l’autore. Sono stati gli strumenti adatti per sopperire la voglia di lanciare il libro fuori dalla finestra. Tutto nel libro dimostra che Dickens era in bolletta (vabbè, lo abbiamo dedotto noi) e che abbia allungato il brodo per poter pagare meglio luce, gas e tasi (sì, anche quella se no non si spiegano certe cose); il libro dimostra la mancanza di originalità di trama e personaggi; dimostra la stanchezza nello svolgimento, senza pathos, senza voglia. Nel finale un po’ si riprende, la resa dei conti da un po’ di brio, ma poi tutto si tronca senza un motivo, come se fosse finita carta o inchiostro.

In questo anno e mezzo , mentre cercavo le immagini per i post (e ne ho trovate anche di belle e ne sono stata felice), ho letto varie recensioni su altri blog e tutti o quasi erano entusiastiche. Cosa è successo? Come mai? Non esiste un “chi ha ragione” in letture, esiste solo il proprio gusto, ma questa totale, netta, fortissima differenza mi fa sorgere un dubbio o più di uno.

1. La lettura spezzettata non aiuta alla comprensione del testo totale.

2. Sono cinica e certe sdilinquite storie non fanno per me.

3. Altri hanno letto un altro libro, quindi hanno barato.

4. Dickens li ha pagati attraverso una medium e mi chiedo perché a me niente.

5. Dickens non fa per me.

6. Sono cinica e mi serve l’azione (ho già detto che sono cinica?)

7. Da una storia lunga 800 pagine mi aspettavo molto di più.

8. Certa gente dovrebbe leggere anche altro per poter fare paragoni più credibili.

9. Il romanticismo non fa per me, né come sentimento né come genere letterario (ma poi questo ci rientra nel genere?)

10. Non vale vedere il telefilm (pensa te, hanno anche fatto un telefilm!) e valutare il libro.

11. Le immagini delle illustrazioni non valgono per alzare il voto!

Così finisce questa avventura, con un giudizio pesantemente negativo in ogni sua parte, con un classico bocciato senza riparazione, con un libro nascosto in libreria (mi vergognerei anche a regalarlo). Finisce e mi sento liberata da un peso e mentre dicembre si avvicina e anche la rilettura di “Canto di Natale”, mentre altre collettive si stanno preparando, io penso che non dovrò più avere a che fare con Giovanni, Bella, i Boffin, il maestro pazzo, Carletto ingrato, i Lemmle rovinati e i loro degni compari, Pauta e Uccellino e tanti altri.

Voto: 3 

 

“Il nostro comune amico” Libro 4, cap. XV-XVI-XVII

Ci siamo: sono gli ultimi 3 capitoli! Ultimo sforzo della maratona e poi potrò archiviare questo libro (un prossimo post con le conclusioni della lettura collettiva).

Siamo alla resa dei conti a quanto pare. Mentre da una parte la felicità dei signori Rokesmith Handford Harmon è sicura e pacifica, mentre Eugenio si è sposato la sua Lisetta, mentre i signori Boffin son belli e tranquilli e in pace con la coscienza, vediamo come vanno a finire gli altri “simpatici” personaggi (considerando che Wegg ha già pagato).

Il maestro Bradley è sull’orlo del baratro. Non possiamo parlare di rimorso per lui, ma solo di follia e di paranoia: i suoi gesti sono oltre il sopportabile e l’illegalità che non possono essere scontati normalmente. La sua ragione è quella della follia, anche se pare che appaia un barlume di normalità. Ovviamente vuoi che quel barlume possa prendere il sopravvento sulla follia e ricondurlo al mondo degli uomini? No, vero caro Dickens. Quindi ecco un giorno apparire in classe Riderhood, pronto a provocare e a vedere quanto è il limite della sopportazione del suo avversario. Due giorni dopo questo incontro, il maestro si dirige verso le chiuse con aria meditabonda, torna sui luoghi in cui tutto si è compiuto (in modo pessimo però), torna a casa del compare. Ed è la vera resa dei conti fra i due! A furia di tirar la corda, caro Riderhood quella si spezza!

http://clive-w.blogspot.it/2012/12/book-review-charles-dickens-15-our_5425.html

Torniamo ai signori Harmon che molto generosamente pensano di ricompensare tutti coloro che sono stati buoni e generosi con loro e con i loro amici. Twemlow sistemato il suo credito; Riah buon emissario; Lightwood sistema gli affari; l’ispettore del caso Harmon se la beve e se la gode tranquillo per questo risvolto.

La famiglia Wilfer giunge a “palazzo” per vedere i nuovi risvolti della loro “disgraziata” figlia e rimangono sorpresi e stupiti del cambiamento (anche se loro rimangono sempre gli stessi, con il povero Giorgio sempre più impacciato e in mezzo a situazioni imbarazzanti). Intermezzo imbarazzante di Giorgio (ma perché? Ma vattene, abbi rispetto di te e abbandona Lavinia al suo destino di isterismo!). Pranzo assurdo e Giovanni che dovrebbe essere canonizzato (o si vota alla canonizzazione).

Uccellino e Pauta si incontrano e l’autore sottolinea il tutto come se fosse un avvenimento importante. Ma veramente? Lei diventa subito civetta, lui non si accorge di nulla ma è gentile. Dickens vuoi sistemare tutti e quindi anche loro? Non è un po’, come dire, patetico? Non è che non voglia bene a questi due che sono sempre stati limpidi e positivi, ma questa scenetta molto carina è a mio parere stucchevole e non perché essendo diversi non devono meritarsi nulla (nel più becero razzismo di giudizio), ma solo perché è campata per aria, salta fuori dal nulla, non ha agganci, poteva capitare con chiunque altro. Bah…

Come avevo immaginato col cavolo che Eugenio ci lasciava le penne! Bello e tranquillo, riprende forze e insieme alla moglie Lisetta va a vivere a casa Harmon, la quale oramai è diventata una comune visto che vi abitano i legittimi proprietari, i Boffin e poi questi ultimi. Bah bis..Siparietto francamente inutile anche quello fra i due amici avvocati (bravi, felici e contenti. Applausi!).

http://www.victorianweb.org/victorian/art/illustration/mstone/index.html

Noooooooooooooooooooooo, il libro si chiude con un altro pranzo a casa Veneering??? Ma basta!

Dickens con una punta di cattiveria ci presenta il futuro non proprio roseo dei Veneering: chi vive sopra i propri mezzi alla fine la pagano. Alla fine dimmi Charles, questi due a cosa servivano? E perché ora devono pagare per i loro errori? Vogliamo eliminarli così, perché non sai come fare e non puoi lasciarli al loro destino di inutilità? Tutto ciò per dire, in due righe, che la “buona società” è ipocrita e pronta a mandare a mare coloro che sono in difficoltà? Potevi fare di meglio, sai?

Mentre si aspetta di vedere la disgrazia dei padroni di casa, il pranzo prosegue con la stessa stucchevole superficialità che abbiamo riscontrato altre volte. Vogliamo vederci la critica alla buona società? E vediamocela! Vogliamo vederci la critica alla superficialità femminile? E vediamocela! Vogliamo vederci…insomma possiamo vederci quello che vogliamo, ma il pezzo rimane noioso e inutile all’inverosimile. Mancano poche pagine e mi vien da buttare il libro dalla finestra.

Il libro si chiude con il processo della società bene al matrimonio di Eugenio e Lisetta, con esito scontato e inutile alla fine. Finale assurdo.

Al prossimo post per la conclusione del tutto.

“Il nostro comune amico” Libro 4, cap. XIII-XIV

Torniamo a casa degli allegri Boffin e questa volta è la signora, tutta felice e contenta, a raccontarci come stanno le cose, o meglio di come ella abbia riconosciuto una sera nel segretario il giovane Harmon. Bella, saputa la verità, quella che era sotto il naso se solo avesse davvero conosciuto il suo promesso sposo, rimane sconvolta non riuscendo a congiungere tutti i pezzi. I tre svelano anche il trucco, l’imbroglio, attraverso il quale hanno fatto sì che Bella si innamorasse davvero di Giovanni e che lei cambiasse anche atteggiamento: modo amorevole di cambiare una persona in meglio, ma sempre imbroglio è. I signori Boffin gongolano nel raccontare come sono stati attori angeli custodi di questi due, per farli innamorare, per proteggerne le sostanze da ereditare, per vederli costruire casa. E Bella prima sconvolta, poi divertita, accetta tutto di buon grado, forse perché la felicità che ha trovato a seguito di questo imbroglio è così appagante che non le importa come le è arrivata.

E tutti vissero felici contenti in questo capitolo in cui i nostri piccioncini aumentano la felicità, ritrovano i loro benefattori e, senza ombra di dubbio, riprendono possesso anche della loro eredità.

http://www.victorianweb.org/art/illustration/eytinge/3.html

Nel frattempo, alla Pergola dei Boffin, Wegg si strofina le mani pregustando la sua vittoria sul padrone di casa, non sapendo che forse le cose stanno cambiando in peggio, per lui. E l’ultimo dei monticelli se ne va (e io non ho capito cosa sia un monticello, cosa ci si possa nascondere dentro e perché è così importante per diventare ricchi. Me ne farò una ragione come le tante cose incomprensibili di questo libro). Preso dal suo egoismo Wegg cerca conforto nella bottega di Venus, ma giunto dal compare non riesce a comprendere piccoli ma significativi comportamenti nella sua persona. La velenosità di Wegg salta fuori anche in questo dialogo, quando prende in giro la felicità del compare e non riesce a pensare altro che alla propria ricchezza accaparrata (o da prendere in realtà). Veniamo a scoprire che Venus sposerà il lunedì successivo la signorina Piacente Riderhood e che tutto sarà splendido.

Il giorno dopo si dirigono a casa Boffin per riscattare quanto dovuto e, forse, per “spellare” il padrone di casa. Wegg si comporta come fosse il padrone di casa, ma ben presto deve rendersi conto che l’atmosfera è cambiata: prima di tutto perché il segretario è tornato al suo posto (o questo sembra), poi che Pauta era il caposquadra portaviamonticelli travestito e che infine il signor Boffin col cavolo che si fa mettere i piedi in testa! Tiè!

La resa dei conti inizia! Giovanni pieno di rabbia sfoga su Wegg tutto il suo disprezzo (vamolà, un po’ di azione sana e ben descritta), mentre il manigoldo cerca ancora di pararsi il fondo schiena, ma molto inutilmente. Troppo buoni sono Giovanni e Boffin con Wegg! Troppo buoni! Uno come Wegg si meritava solo calci nel sedere…fessi! Eppure, alla fine, chi troppo vuole nulla stringe, il manigoldo paga per la sua ingordigia!

 

 

“Il nostro comune amico” Libro 4, cap. XI-XII

Torniamo nell’ambiente familiare e roseo di casa Rokesmith, dove Bella sferruzza per il/la nascituro e tutto gira liscio come chissà. Irrompe nella scena, anche qui, Lightwood sempre per preparare questo fatidico matrimonio sul punto di morte. La presenza dell’avvocato non fa per niente piacere a Giovanni che non solo rifiuta di avere a che fare con questo matrimonio, ma non si fa nemmeno scrupolo a mandare la moglie da sola alla cerimonia. Lei non capisce, lui non gli spiega; lei si imbroncia, lui le profetizza un giorno in cui dovrà avere totale fiducia in lui. Vabbè, io so che tu non sai ma saprai che io so che sarà quel che sarà.

Così Lightwood e Bella partono in carrozza per il luogo convenuto, mentre Giovanni se ne sta buono buonino a casa. Ritirano sul percorso il reverendo e la moglie (ma stiamo facendo una raccolta dei personaggi in stile “vi svelo l’omicida”-A.Christie?), mentre l’intermezzo sulla parrocchiana pesante è utile come le bacchette cinesi a mangiare il brodo. E mentre aspettiamo tutti insieme il treno, scopriamo che in stazione li sta pedinando il Maestro! Ma porcaciccia, è proprio uno stalker di professione! Il reverendo e la moglie ignari di tutto iniziano ad attaccar bottone col maestro e costui riesce ben presto a farsi dire la motivazione del loro viaggio e in che modo c’entra Lisetta. Terrore e raccapriccio! Lisetta si sposa! E non col maestro! Crisi di nervi in atto sulla banchina e il treno parte con l’allegra combriccola del matrimonio.

Arrivano nella casa di Lisetta e vige il vero e proprio silenzio timoroso e preoccupato e tutto stride con quel che si vuol fare, ma tant’è! Fra poche parole e tante lacrime il reverendo sposa i due e…vissero felici e contenti? E soprattutto vissero? Ora, capiamoci: Lisetta era davvero innamorata di Eugenio; gli piaceva ma stava bene anche da sola; si sente colpevole e lo ha sposato per tacitare la coscienza; altro? E’ il matrimonio più assurdo di tutta questa storia! Quanto ci scommettiamo che si riprende e le confessa di averla incastrata? 😀

http://www.bibliotekar.ru/Kartiny2/24.htm

Il tempo passa, esattamente quello giusto per farci arrivare al parto di Bella e alla nascita della sua bambina (questi espedienti letterari quando vuoi allungare il brodo mi sembrano sempre assurdi) e ovviamente casa Rokesmith è benedetta da altra gioia, positività e straordinarietà, come se non ne bastasse coi due innamorati e piccipicci sposi. Però ci sono nuvole all’orizzonte…e soprattutto l’insistenza di Giovanni sul fatto che non sono ricchi è di una noia come non mai: hai rinunciato al tuo, non ti sei fatto riconoscere per quel che sei, hai voluto far lo splendido e ora ne paghi le conseguenze! Fra i due Bella risulta la più assennata, non lamentandosi mai e continuando a sopportare le lamentele del marito sull’argomento. Ma mollala!

L’incontro fortuito, per strada, con Lightwood fra crollare Giovanni il quale rivela alla moglie che l’avvocato lo conosce col nome di Giovanni Handford (nome che riguarda tutta la vicenda, ma sinceramente non ricordo in che momento all’inizio appaia. So che c’entra per la faccenda Harmond, ma non ricordo i dettagli). Fra i due uomini sembra di partecipare a un duello di spada all’ultimo sangue. Alla fine ma che caspio interessa all’avvocato chi sia davvero Giovanni? Ne prende una percentuale? Ne ha avuto del danno? Bella non ha dubbi a sostenere il marito.

Tornati a casa marito e moglie, Giovanni fa un bel resoconto della vicenda per piacere a noi lettori e per svelare la situazione a Bella (noi ringraziamo sentitamente). Mentre i due si giurano supporto e fedeltà a casa loro giunge l’ispettore che indagò sulla vicenda Harmond, probabilmente avvisato dall’avvocato (e che entra in casa manco avesse le chiavi! Ho dovuto rileggere due volte le pagine perché non capivo come fosse saltato fuori. Dickens sei stanco, lo so, ma un po’ di paroline in più su un libro di 800 pagine non guastano!). Fra uno scontro verbale e l’altro, fra qualche intimidazioni a caso e a dovere, fra qualche silenzio e l’altro, camminando per strada, uscendo di casa, abbandonando la tranquillità familiare, alla fine si svolge la vicenda. Si trovano nell’osteria della signora Abbey (questi continui e repentini e scollegati cambiamenti di luoghi senza capo nè coda mi stanno fiaccando), dove non ho capito chi deve riconoscere chi e in che modo. O meglio Giovanni viene riconosciuto, ma non si sa in quale identità e poi senza che nessuno lo fermi se ne torna a casa tenendo Bella, tremante, fra le braccia.

Poi lo devo ammettere che non ci ho capito nulla in questo finale di capitolo. La bambina parla? Ma quanto tempo ha? E non è Bella, ma la piccola loro? E a Giovanni non succede nulla? Cambia casa e lavoro così, sorridendo? Tornano a casa Boffin come dei figlio prodighi? Dickens, davvero davvero parliamone: ma che ti succedeva quando scrivevi questo libro? Diamo per scontate le bollette da pagare, ma a questo punto l’editore ti ha messo alle strette!

“Il nostro comune amico” Libro 4, cap. IX-X

Uccellino si reca da Riah per riallacciare i rapporti, oramai conscia di chi è chi e di chi si merita cosa.

Nelle parole di Riah ci sono a un certo ponto alcuni spunti di riflessione che esulano dal libro stesso e che, a mio parere, parlano proprio per voce dell’autore ai lettori a lui contemporanei (anche se il problema di antisemitismo ritorna anche ora, ineguagliato).

Perché nei paesi cristiani gli ebrei non sono trattati come gli altri. La gente dice: “Questo greco è cattivo, ma ce ne sono dei buoni. Questo turco è birbante, ma ce ne sono dei buoni.”  Per gli ebrei non è così. La gente trova subito i cattivi che ci sono tra noi, in tutti i popoli i cattivi si trovano presto, ma la gente considera che i cattivi siano la regola generale e non vede i buoni. I più bassi sono presi per i più alti, e la gente dice: “Gli ebrei sono tutti eguali.” Se fossi stato cristiano, e avessi fatto quello che ho fatto qui senza lamentarmi, perché avevo gratitudine per il passato e oramai non avevo molto bisogno di denaro, avrei potuto continuare a farlo senza compromettere altro che me stesso. Ma essendo ebreo, non posso farlo senza compromettere gli ebrei di tutte le condizioni e di tutti i paesi. E’ un po’ duro per noi, ma è la verità

Intenso e drammatico sempre il personaggio di Riah e mi sorge sempre il dubbio che la sua figura voglia dire oltre a quello che è semplicemente un personaggio realistico per la descrizione di una società complessa come è quella londinese. Il dolore della sua condizione, dell’incapacità di continuare a vivere in quel modo fa da contraltare alla misericordia e alla dolcezza della sarta delle bambole, la quale proprio perché anche lei emarginata senza colpa ne capisce il peso.

Nel mentre i due parlano della condizione di Riah e del “povero” Fledgeby, arriva un messo di quest’ultimo che intima all’ebreo di andarsene subito e di mollare il lavoro visto che alla fine i termini del contratto sono finiti. Costui senza colpo ferire, senza rispondere in qualche modo, prende le sue carabattole in un sacco e chiude baracca. Spinta da affetto e rispetto a vedere quel vecchio solo in strada, Uccellino lo invita come ospite a casa sua.

Intervallo descrittivo dello squallore di certe zone di Londra piene di ubriachi e ubriache senza ritegno abbandonati per strada, in mezzo a sporcizia e marciume vario e delinquenza. Nel mezzo il “ragazzaccio” di Uccellino, oramai sempre più alcolista e incosciente e incapace di capire la portata delle sue azioni. Così la sua vita finisce, muore e lascia la figlia (perché alla fine scopriamo che il “ragazzaccio” altri non è che il padre di Giannina) addolorata e pensierosa per il funerale.

Lo stesso funerale si svolge in modo povero e dimesso, molto sobrio e quasi frettoloso. E subito si torna a casa al lavoro, fino a che nella casa bussa Lightwood recante un biglietto in cui si avvisa la imminente morte dell’amico Wrayburn e che egli vuol vedere Uccellino.

http://storiadigitale.zanichellipro.it/storiadigitale/percorso/263/storia-della-gran-bretagna

Tutti si dirigono a casa di Lisetta, ma il moribondo sembra non riprendere coscienza. Il mistero del perché è stata chiamata è presto svelato: ella vede la sua dipartita? Sembra di no.

Eugenio nei momenti di lucidità cerca di svelare l’arcano di chi lo ha attaccato, di fare in modo che Lisetta non venga messa in mezzo e svergognata in qualche modo; la sua preoccupazione è di morire prima di fare il tempo di sistemare ogni cosa. Ovviamente il dramma nel dramma e la distorsione di tutto nel mezzo. Il dramma è forte, ben descritto, lento nel suo corretto modo di svolgersi, per una volta tanto Dickens lascia che siano le emozioni a prevalere (vabbè è tutto molto melodrammatico, ma ci sta), per arrivare al fine di Eugenio: fare in modo che Lisetta lo sposi in punto di morte. E ma allora il suo è un chiodo fisso!