Libri

“Morte di un maestro del Tè” di Yasushi Inoue

Prendete un’arcipelago lontano nello stesso periodo in cui noi passavamo dal Rinascimento all’era moderna circa (quindi metà 1500-inizio 1600) e lo prendete con uno dei suoi riti più sacri e quasi esoterici: la cerimonia del Tè. E prendete un uomo che è diventato un maestro di quella cerimonia, facendo del rito e dei suoi oggetti una serie di segni e simboli a loro volta sacri. Poi prendete noi lettori occidentali che aprono questa storia e forse non ci capiscono nulla.

BOOM!

Scusate l’introduzione così drastica ma a me sembra così. Questo libro, romanzo di un diario, racconto di un’esperienza, non può essere di facile comprensione nemmeno da chi da anni legge e prova a praticare la cerimonia del Tè, magari dopo essersi comprato tutti gli strumenti del caso. Qui si parla di mentalità completamente differenti, dove il gesto di sguainare la katana è simile a quello di mettere le foglie di tè e questo perché come molte civiltà l’uomo di guerra di rango superiore non è il banale uomo da rissa, grossolano che certa becera storiografia vorrebbe farci credere, ma è colui che deve arrivare a cogliere il segreto della Vita e della Morte distribuendo entrambe attorno a sé. Cosa vuol dire? Difficile da spiegare, come è difficile comprendere per tutto il libro il perché del seppuku del maestro Rikyu dopo aver ricevuto l’ordine dell’esilio. In quei momenti che leggi, cogli il significato profondo di un gesto che è arrivato a cogliere atti di profondo lirismo filosofico in due culture lontanissime per geografia e tempo: l’impero romano e appunto il Giappone. Ci sono cose di questo libro difficili da comprendere che vanno oltre ai termini tecnici (non tutti ben spiegati nell’utile glossario a fine libro) o dai nomi o dai gesti descritti, perché è proprio l’esistenza di chi dedica tutto se stesso a un gesto che per noi è ridotto alla bustina di tè da immergere nella tazza scaldata al microonde. Con questo non voglio dire che il bruto occidentale scimmiesco dovrebbe imparare dal raffinato orientale, ma piuttosto far capire che ci sono cose che per noi (in senso lato) possono apparire banali, mentre per altri sono il frutto di studio non solo tecnico, ma anche psicologico e sociale. La cerimonia del tè, che per noi è sempre un momento molto scenico da vedere nelle varie feste orientali, per chi la vive è davvero un momento sacro e di condivisione, dove anche il minimo gesto ha un suo valore ben chiaro non solo in chi lo fa, ma anche in chi lo riceve. La ritualità che non nasce dal caso, ma dallo studio e dalla comprensione è ciò che è stato sempre un momento difficile da far comprendere nella Storia da chi, per fortuna o sfortuna, non ha tempo da dedicarvici.

A livello narrativo il romanzo si snoda lentamente e inesorabilmente attraverso i pensieri del protagonista, “orfano” del suo maestro, alla ricerca di una vera motivazione al gesto finale di costui: perché scegliere il seppuku se non era stato espressamente richiesto? Si snoda quindi una casuale ricerca (il discepolo appare pigro nel suo non aver mai affrontato la cosa) attraverso le parole e i gesti di chi ha potuto incrociare la propria strada col maestro del tè, arrivando a far scaturire più dubbi che certezze, ma avvicinandolo sempre più a una risposta credibile. Risposta che arriva e che narrativamente lascia molti dubbi di stile, avendo scelto il sistema del sogno/visione più che della risoluzione logica. Ma anche in questo un occidentale non potrà mai comprendere davvero e fino in fondo certi meccanismi mentali.

A mio parere questo libro si può leggere in più modi: una lettura superficiale in cui le parole scorrono senza troppe interruzioni, posandosi leggere fra un termine tecnico e una descrizione; una tecnologica alla ricerca di una spiegazione di gesti e riti; una filosofica alla ricerca di risposte alle proprie domande. Quale è quella corretta? Boh, non me lo chiedo. Ho lasciato che questo libro provasse a scorrere e io stessa ho inciampato più volte in cose che si scontravano con la mia logica; ho lasciato che fosse il rumore dell’acqua che bolliva a fare da rumore di fondo nel cambio delle stagioni; ho lasciato che fosse il rumore degli uomini d’arme appena accennati ad allontanarsi da tutto. Mi è parso un romanzo (non riesco a capire fino a che punto sia davvero un’opera di finzione e quanto un diario come è stato scritto nelle note finali. Boh, sarà un limite mio, ma da quando Manzoni mi ha fregato a suo tempo coi “Promessi Sposi” un campanellino mi scatta sempre alla frase “ritrovato diario di…”) ben scritto, molto estetico in ottica in cui il suono della parola è più curato del fluire della trama verso un punto determinato e che lascia soprattutto molto spazio alla riflessione.

Dedicato a chi il Giappone vorrebbe capirlo senza bisogno di diventare orientale (siamo troppo lontani per capirci davvero) e anche per chi, come me, trova che il rumore delle bolle dell’acqua siano un bel suono che rinfranca ogni momento della giornata e da condividere con gli altri.

Scheda tecnica

titolo originale: Honkakubõ ibun

traduttore: Gianluca Coci

anno di pubblicazione: 1981

edizione: Skira

introduzione di Riccardo Reim

finito di stampare: 2016

collana diretta da Eileen Romano

design: Marcello Francone

copertina: “Ritratto del maestro Sen no Rikyu” particolare, di Tõhaku Hasegawa (1539-1610). ©Bridgeman Images / Alinari

pagine 187

prezzo: €16,00

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“La dama del sudario” di Bram Stoker

Ho finalmente finito il libro della lettura di Halloween. No, fermi non è successo nulla, ma come ho potuto dire altrove mi sono incartata con i libri presi in biblioteca e quindi le tempistiche sono andate tutte in tilt. Per la lettura di Halloween mi è rimasto anche un altro libro che ora comincerò. Diventa difficile scegliere un libro che sia a livello dei grandi classici di genere, senza cadere nello splatter o in altri generi; diventa difficile trovare atmosfera e sensazioni ed emozioni, legate a mostri di forma varia, cattivi e buoni. Sì, diventa sempre più difficile, anche se devo dire che ce ne sono tanti da leggere (se non fosse che tanti ne ho anche già letti). A questo giro mi sono affidata al “popolo di fb” (bhe in realtà ai miei contatti sul mio profilo privato, quelli con cui si chiacchiera tranquillamente di tutto e che so che sono buoni lettori) e la scelta è ricaduta su Stoker e Hodgson. Parliamo di Stoker.

Parte bene il racconto, con tutti gli elementi che ci aspettiamo, forse un po’ forzati nella memoria dal grande “Dracula” che non si può non leggere almeno una volta nella vita. Abbiamo il viaggio in nave e una misteriosa bara; abbiamo un’eredità misteriosa e forse “ingiusta” (in ottica di famiglia, mica per altro); abbiamo un giovane avventuroso con tanto di zia buona alle spalle; e infine abbiamo un paese sperduto per i monti in una zona indefinita dell’Europa. Tutto come è per Dracula, se non fosse che il nostro zannuto protagonista si muoveva dalla Transilvania per andare a Londra, mentre qui si fa il tragitto inverso. Buona parte del libro mantiene l’atmosfera di ansia, paura e paranormale con il nostro giovane eroe pronto a diventare uno del paese delle Montagne Azzurre, a farsi carico di tutti i loro problemi, ma affascinato da una strana fanciulla vestita solo di un sudario bianco che lo viene a trovare solo di notte. Zan zan! (musichetta di sottofondo).

Buona parte del libro alla fine gira attorno a Rupert che narra nel suo diario questa sua infatuazione, questo suo non capire chi ha di fronte, l’accettazione anche della sua natura vampiresca e la sua romantica intenzione di liberarla dall’inferno. Il lettore si incammina sulle orme, lungo le scalinate di cripte fatiscenti, attorno a camini dei castelli cercando di mettere in allarme tutti, quando alla fine…

****ATTENZIONE SPOILER****

…alla fine tutto si risolve in una romantica bolla di sapone. Niente vampiri, niente discese negli inferi, ma solo una avventura buona per i lettori dell’epoca che cercavano il mito del combattente eroe, capace di guidare aerei e scalare montagne per difendere l’amata rapita dal Turco (e qui ci sono tutti i pregiudizi dell’epoca riguardo all’impero ottomano. Pregiudizi…vabbè sì, alcuni, ma altri erano il frutto di rapporti diplomatici interrotti con atti di guerra e azioni di conquista da parte dei turchi di terreni limitrofi all’impero. Non che l’impero britannico non facesse lo stesso, ma alla fine uno scrive per i suoi, mica per il nemico), donna di altrettanto valore e coraggio, degna di essergli moglie; con tanto di alleati e sottoposti geniali e coi contatti giusti.

Il libro si è rivelato un bel romanzo d’avventura di fine ottocento-inizio novecento, con gli elementi di esotismo, di ingegno, di capacità militare che tanto infiammavano gli uomini e le donne prima della guerra mondiale (che nessuno avrebbe immaginato, ma di cui si sentivano i sentori lontano un miglio molto probabilmente). Non posso dire che non sia stata una bella lettura, ma non era quello che mi aspettavo.

Stoker scrive ancora una volta in forma di diario e scrive bene (e viene tradotto bene, anche se ogni tanto qualche errore di battitura non corretto da un correttore di bozze c’è), con quel suo parlare lineare pieno di subordinate e correlate che son sempre un casino da leggere se perdi il filo. Mi piace la scrittura di Stoker non fraintendetemi e a questo giro mi sono anche divertita a leggere a voce alta il libro (si presta, sappiatelo), ma è un attimo dimenticarsi il soggetto della principale. La vicenda è ben scritta e anche le parti più oscure sono ben sciolte senza troppe forzature, anche se il prologo mi rimane a posteriori totalmente oscuro e lontano dal resto…

Quindi se volete un libro avventuroso e gotico nello stesso tempo, questo è quello che fa per voi; se invece cercate un horror gotico non è questo il libro che state cercando.

Voto: 6 e mezzo. Alla fine, anche se è stato piacevole non era quello che cercavo e rimanendo in quell’ottica si sono sprecate occasioni e buttato in mare troppi ami per non pescare alcun pesce morto. Se lo avessi letto come libro d’avventura sarebbe cambiato qualcosa? Boh, alla fine in quell’ottica ci sarebbero stati troppi elementi non consoni. Stoker cosa volevi scrivere? E soprattutto per chi?

Scheda tecnica:

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Ma perché i libri hanno smesso di mettere schede tecniche come questa? Sarebbe un bel riconoscimento per il team di lavoro editoriale.

titolo originale The lady of the Shroud

traduttore: Gabriele Ruggero

anno di pubblicazione:

edizione: Basaia, i libri del Graal

introduzione di Riccardo Reim

finito di stampare: novembre 1985 presso la I.T.L. di Palestrina

progetto grafico e impaginazione: Valtenio Tacchi

copertina: Tarocco di Aleister Crowley

in quarta di copertina: Bram Stoker in un disegno del 1885

pagine 175

prezzo: £ 18.000

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“Metro 2033” di Dimitry Glukhovsky

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recensione di goodreads

Primo libro post apocalittico letto con la coscienza che lo sia davvero. Mi spiego meglio. Il genere non è uno di quelli che mi interessa a primo acchito forse per quel senso di disperazione che si pensa debba pervadere tutta la vicenda, forse perché alla fine è qualcosa che cambia la visione del futuro. Eppure non è la prima opera di questo genere che ho guardato, ecco guardato, perché alla fine di post apocalittico ho visto con piacere la serie dedicata a Mad Max e soprattutto da bambina ho amato il cartone di Hayao Miyazaki “Conan il ragazzo del futuro“. Che cosa differenzia un romanzo di fantascienza da uno post apocalittico? Bhe quell’apocalisse che ci sta in mezzo, anche se a volte il futuro nella fantascienza è molto vicino per condizioni climatiche e di abbruttimento sociale a un post qualcosa. Più leggevo questo romanzo e più cercavo di cogliere le differenze fra i generi,  che ci sono mancherebbe altro, ma a volte si mischiano con il fantasy o con non so cosa: le classi sociali, le micro culture che sembrano tribù, i miti ancestrali come rilettura della storia, la guerra, la povertà, la carestia, il senso di pericolo imminente, il diverso. In un fantasy il diverso a volte è un’altra razza esistente e conosciuta, qui invece è la metamorfosi dell’uomo dopo i danni delle radiazioni.

Arriviamo al romanzo a questo punto. Abituati come siamo a letterature di stampo anglosassone ritrovarmi ancora in Russia (dico ancora perché di certo la saga dei Guardiani è il paragone più forte che ho, ma cosciente che altri romanzi russi moderni mi sono capitati stranamente fra le mani) fa strano, perché è evidente il loro orizzonte circoscritto e non messianico (gli americani hanno la visione americocentrica messianica di salvatori del mondo), una sorta di auto chiusura al mondo. Lo si vede anche, scusate l’intermezzo ludico, quando giochi a “Sine Requie” in cui la Russia viene trasformata in una tecnocrazia spinta isolata dal resto del mondo come un gigante ferito e incazzoso. Ecco, nei libri la sensazione è la stessa. Qui la popolazione sopravvissuta all’olocausto nucleare è rintanata nel dedalo della metropolitana, divisa in stazioni e clan, mischiate fra loro e in continuo contrasto, mangiando carne di ratti (o di maiali allevati sotto terra) e bevendo tè di funghi. E all’esterno i Tetri o i mutanti o quel che è, ma comunque altre razze ostili pronte a predare gli umani.

In tutto questo casino umano si muove il nostro eroe protagonista Artyom che ne vive più lui che tutti quanti noi messi insieme, muovendosi fra una stazione e l’altra per compiere una missione a cui è stato chiamato, venendo a contatto con molte di queste società viventi nella metro e uscendone ogni volta vivo e vegeto anche dopo aver subito le peggio cose. Lui è l’eletto. Lo abbiamo capito subito e non c’è punto in cui, in un modo o nell’altro, questo non venga ribadito. Un po’ troppo. Questo è il vero punto negativo di certi tipi di libri: l’eletto troppo fortunato. Certo, mi potrete dire che subisce questo e quello (non faccio spoiler), che vede morire quello e l’altro, ma capite bene anche voi che è un cliché tipico di una certa epica narrativa, ma che non bisognerebbe abusarne per facilità di resa. Ulisse in 20 anni ne vive di cotte e di crude, ha gli dei dalla sua parte, fa danni come pochi (si metta a verbale che io lo adoro, ma cacchio è curioso e dannoso come pochi!), non ubbidisce, ma riesce a salvarsi non solo per il solo intervento divino, ma anche per il suo ingenio, la sua volontà e la sua capacità di sfruttare le doti dei suoi compagni (vogliamo ricordare la fine di Polifemo?). Invece in molti romanzi moderni l’eroe ha una fortuna sfacciata e un sacco di comprimari che muoiono come le mosche per permettere a lui di vivere e capire. A volte è un po’ troppo.

Il libro fa parte di una trilogia e questo è sicuramente il volume introduttivo ed è questo il suo vero difetto: leggere più di 700 pagine e avere un atlante di luoghi, tribù e situazioni, seguendo il protagonista che va da una parte all’altra. Punto. Succede di tutto ovviamente, ma la sensazione è che succeda per farci vedere a noi cosa c’è; manca quel pathos narrativo di chi va da un punto A a un punto B perché deve fare qualcosa, manca quella vicenda veritiera (o verosimile, decidete voi che non è mai verità quando si legge un libro) che fa pensare che quello che si sta leggendo è credibile. Non so, ma non ho trovato vera empatia se non nel finale quando Artyom riesce a concepire la realtà in modo differente da come gliela hanno sempre raccontata e cerca di capire cosa sia successo e cosa si dovrebbe fare.

E il messaggio? Si ha sempre la sensazione che questo genere di libri debbano contenere una morale da regalare al lettore del tipo “se fate così diventerete così e blablabla”, una visione militarista o una ecologista, un modo di far ragionare chi segue cosa è successo; io questo  messaggio non l’ho visto. Lo si metta agli atti. C’è? Può essere, non lo posso escludere, ma di certo è molto soft.

Voto 6 e mezzo. Il libro non mi ha entusiasmato e, come ho detto sopra, leggere 700 pagine per avere una descrizione dell’ambientazione e di chi ci vive è un po’ troppo e soprattutto avere un eletto troppo eletto mi viene un po’ a noia. Mi ha incuriosito quel tanto da vedere se “Metro 2034” riesce a muovere un po’ la vicenda e far circolare meglio personaggi e situazioni.

Scheda tecnica:

Titolo originale: Metpo 2033

anno di pubblicazione:

traduttore: Cristina Mazzucchelli

edizione: multiplayer.it Edizioni

finito di stampare: marzo 2010 presso Grafiche Diemme-Perugia

pagine 779

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“Non si preoccupi signorina…”

 

Luogo: al telefono, quindi spazio tempo fra casa mia e la biblioteca.

Quando: dopo pranzo, oggi.

Attori: io e il bibliotecario.

Atto unico.

Prologo:

Io sono in modalità “ho preso troppi libri dalla biblioteca” e quindi mi sto accavallando e chiedendo proroghe a più non posso e incasinandomi anche con le date. Uno dei tanti libri ho anche pensato bene di restituirlo e riprenotarlo per quando tornerà disponibile forse fra qualche mese. A volte lo faccio: è come lo shopping compulsivo solo che è gratis, perché in biblioteca.

La settimana scorsa restituendo il libro suddetto mi hanno controllato la posizione notando che un libro era scaduto. Aiutoooooooo! Poi rifletto e io la proroga l’ho chiesta e me l’hanno anche accettata se ben ricordavo (Beh…io calcolo la frase del bibliotecario “Se non ci sentiamo, il libro se lo tenga da leggere” come un patto fra nobiluomini e gentildonne). Oggi però ricontrollando decido che è meglio chiamare.

“Buongiorno avrei bisogno di una spiegazione.”

“Mi dica.”

Spiego la faccenda.

“Ah, sì me lo ricordo. Non si preoccupi, è l’altra biblioteca provinciale che non ha segnato la proroga mica noi. E no, non si preoccupi non ci sono sanzioni (1). Davvero, nel caso abbiano problemi mi metto d’accordo io.

“Quindi lo tengo fino a fine mese?”

“Lo tenga e lo legga e non si preoccupi. Non ci sono prenotazioni, è meglio che lo tenga lei e lo legga che stia su uno scaffale a prendere della polvere”.

Il patto fra lettore e bibliotecario carbonari è sancito.

Nota:

(1) Le sanzioni ci sono e sono terribili per un lettore più o meno squattrinato: per ogni giorno di ritardo ingente viene interdetto per lo stesso numero di giorni la possibilità di prendere in prestito libri. Ora, se non avessi il bibliotecario dalla mia rischierei un mese di sospensione. Capite? UN MESE!

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Andar per mare…

Luogo: Il Libraccio

Quando: stamattina

Attori: io e la commessa.

Due atti.

Prologo

Entro di corsa in libreria, perché ho i minuti contati, ma ho bisogno di prendere un libro. Sapete quando pur sapendo che ne hai tanti di libri da leggere, hai bisogno della coccola, di una nuova coccola proprio quel giorno. Alcuni comprano scarpe, altri vestiti, altri ancora cioccolata e molti comprano libri. Io sono una di quelle persone, anche se ho anche altre cose che mi coccolano. Ultimamente poi faccio fatica a comprare libri, per il semplice motivo che trovo sempre una scusante per non comprarlo (ce l’ha la mia amica, lo prendo in biblioteca, non mi convince, bello ma non ora). Ma torniamo a noi.

Oggi avevo voglia di prendermi un libro a cui giro attorno da quando è uscito: “La vera storia del pirata Long John Silver” di Björn LARSSON dell’Iperborea. Perché? Perché amo le storie di pirati, perché la mia infanzia è costellata di storie di mare. Chi mi conosce sa che disdegno il mare e che mi fareste un torto a portarmici, ma la mia testa e la mia fantasia adorano andar per mare. Per spiegare il fenomeno divergente forse ci vorrebbe un dottore bravo e molto. Comunque sia mi avvicino alla cassa e disturbo la ragazza che sta mettendo a posto i dvd (non amo chiamarla commessa perché al Libraccio non ti vendono solo, ma ne sanno e quello che non conoscono lo cercano. Insomma è un po’ riduttivo chiamarli commessi…).

Atto I

“Scusa, avete questo libro?” e gli mostro il cellulare con l’immagine del libro.

“No, però aspetta che guardo.” e smacchina sul pc.

Faccio la foto da cucciolo abbandonato.

“Te lo posso ordinare.”

“Ecco, non so…io lo volevo ora. Sai quando hai quella sensazione che hai bisogno di quel libro proprio ora.”

Lei sorride. Non so per compassione o per comprensione vera.

Io mi sento scema. Molto scema, ma non posso farci nulla.

“Quindi che faccio lo prenoto?”

“Beh, a questo punto ci penso. Sì, lo so suona strano vero?”

Lei sorride.

Giro per la libreria in cerca di altro.

Atto II

Torno alla cassa con il mio libro da pagare e la commessa di prima sorride e mi guarda e dice:

“L’hai trovato il tuo metadone allora?”

La guardo perplessa e poi sorrido: “Sì, oggi avevo voglia di andar per mare…”

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“La sostanza del male” di Luca D’Andrea

Quando leggo un libro, qualsiasi libro, la mia mente inizia a pensare a un voto, un numero per esattezza da 0 a 10, come a scuola; lo faccio perché mi viene naturale, perché è un modo per metabolizzare quello che sto provando durante la lettura, quale è il mio rapporto con la storia. Ovviamente il genere del libro mi tara sul voto e spesso sui saggi mi viene spontaneo esprimermi in termini letterari (buono, eccellente, da dimenticare), mentre la narrativa di qualsiasi tipo mi fa sorgere i numeri. Qui ho dato i numeri ed è stato in calare purtroppo.

Avevo prenotato il libro dopo che in un gruppo di fb di lettori di genere thriller erano rimasti entusiasti della lettura anche se notavano qualche pecca che non hanno giustamente voluto rivelare: lo spoiler funziona nei post quando si avvisa (sì, lo so che tecnicamente così non è più spoiler), in altro modo è solo pura stronzaggine per rovinare la visione a un altro. Certo a volte lo fai a fin di bene, a volte sei solo stronzo. Vabbè, procediamo. Leggo pochi italiani, senza un vera motivazione credibili, e leggo pochissime prime uscite ma solo per casualità: cerco storie che mi convincano e di solito nel tempo mi sono persa talmente tante di esse che mi tocca “recuperare”. “La sostanza del male” è del 2016 e di un italiano: tutto poteva portarmi a detestarlo o a trovare qualcosa che mi facesse allineare con gli altri lettori sul pezzo (come se poi questa cosa mi interessasse davvero..).

Il libro parte bene, ha un impianto non italico, sembra quasi un thriller americano. Un bene, un male? Non so, forse da quell’idea di più ampio respiro che leggere della borgata, del paesino, del mare o della montagna, pizza e mandolino. Questo ampio respiro poi ci porta nel nostro Sud Tirolo e ho pensato che raramente mi era capitato di leggere di quella regione come protagonista o come ottima scenografia. Abbiamo un duo di documentaristi sulla cresta dell’onda e abbiamo una tragedia…ho pensato che fosse un po’ troppo per un inizio, ma la stessa è comprimaria della vicenda e alla fine la si accetta. Dalla tragedia si passa al “solito” passatempo nascosto da parte del protagonista che per quanto non sia un uomo d’azione è un uomo di pensiero e di costruzione di storie: una strage, un fatto sanguinoso che sporca il passato del paese e che nessuno ha mai risolto o voluto davvero risolvere.

Il nostro protagonista, scrittore e investigatore della domenica, invece rischia tutto (e quando dico tutto, intendo quello che viene ritenuto caro per lo stesso, quindi la famiglia), non dice nulla alla moglie, indaga, viene pestato, pesta piedi. E tutto mentre cerca di nascondere sotto il tappeto i casini che fa…ovviamente senza riuscirci.

A questo punto il dipanarsi dell’investigazione mi fa letteralmente stare attaccata al libro e per quanto il mio sonno vinca su tutto, ho smesso di fare altre distrazioni per due giorni e ho letto. Buon segno, mi dico, non deludermi. La lettura si tiene su un buon 8 e mezzo di media: scrittura veloce, senza troppi fronzoli e descrizioni precise puntali; il libro si segue e si immagina benissimo senza salti del montaggio: quando la mia fantasia mi fa vedere quello che accade allora vuol dire che va bene. Dai, ce la possiamo fare, si sfata un mito (pochi autori italiani mi convincono).

La trama avanza e inizia ad arrancare. Inizia a mettere troppa carne sulla brace (carne grossa grossa e antica tanto): perizie, contro perizie, costruzioni, speculazioni, soccorso alpino nascente, famiglie e tradizioni. Ok siamo in montagna, in una qualsiasi nostra provincia italica dove sono più attive le vecchie storie che il wi-fi. Quell’arrancare mi fa subito suonare i campanelli d’allarme, però posso ancora sbagliarmi perché la scrittura non perde colpi, fluisce benissimo, il controllo si vede e forse sono state limate cose ma poco. Mi piace. Poi zoppica vistosamente e la trama inizia a infittirsi, ma soprattutto il nostro protagonista inizia a essere poco realistico. Perché se per buona parte della storia le donne e gli uomini si muovono e agiscono, per quanto spinti da desideri esasperati o a volte sopra le righe (nella narrativa come nei fumetti le regole sono chiare: uomini e donne sono verosimili e non reali, i fatti sono sempre un po’ sopra la normalità, non si stanno raccontando biografie di uomini e donne banali), in modo credibile, citando fatti e situazioni credibili, quindi quando si tirano le somme, si fa il nome dell’assassino e il movente questa regola deve essere rispettata. Invece no. A tre quarti del libro il voto inizia vorticosamente a decadere: da 8 e mezzo si scivola velocemente a 6, per poi concludersi con la fine a un pietoso 5/6. E una domanda: ma chi lo ha controllato, letto, corretto bozze ha creduto che la fine fosse davvero al pari con il resto? O io sono troppo pretenziosa (come mi sento spesso) o chi lo ha letto ha detto che “ma sì, può andare”. Non dico che il libro o la trama non vadano bene così, ma ho come avuto la sensazione che l’autore abbia chiesto troppo, buttato su tanta roba buona e poi avesse avuto paura di chiuderlo con un finale “banale” e quindi ha volutamente esagerato mandando in vacanza la logica umana che, per quanto fallace, certe cose non le fa (tipo che se non sei speleologo e ti butti in una grotta in inverno, se ne esci vivo fai il giro dei santuari di tutte le divinità e non te ne torni a valle sano e salvo. Io sarei morta. Punto. E mi avrebbero anche infamato. E a ragione).

Spiace veramente arrivare a dare un voto appena sotto la sufficienza per non aver creduto nella linea narrativa intrapresa per buona parte del libro. Davvero peccato.

voto: 5/6 Non so nemmeno se consigliarlo davvero, di certo prenderlo in biblioteca è un buon passo per sostenere il servizio, ma non va in aiuto alle librerie, però non mi ha convinto del tutto e mi sento defraudata di una buona conclusione.

Scheda tecnica

anno di pubblicazione:

edizione: Einaudi, Stile libero BIG

finito di stampare: giugno 2016, per conto della casa editrice Einaudi presso ELCOGRAF S.p.A., stabilimento di Cles (TN)

progetto grafico di Riccardo Falcinelli

copertina: elaborazione da foto © Layne Kennedy / Corbis / Contrasto e Steve Collender / Shutterstock

pagine 451

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“Ultime della notte” di Petros Markaris

Al rientro dell’attività delle biblioteche mi accingo a riportare indietro i libri di luglio con la ferma convinzione che non devo tornare a casa con qualcosa visto che sono piena di cose da leggere. Ma perché continuo a mentirmi così spudoratamente? Mah…

Comunque sia, uno dei libri che mi porto a casa giroclando fra gli scaffali, guardando le nuove sistemazioni e catalogazioni, mi trovo fra le mani questo giallo greco. So di aver letto già qualcosa di lui e di non esserne stata del tutto convinta, che qualcosa non mi aveva del tutto conquistata, ma alla fine all’istinto io non so dire di no e me lo porto a casa. E l’istinto non aveva sbagliato, anche se ho qualcosa da rimproverare.

La vicenda si svolge ad Atene negli anni ’90, considerando che è stato pubblicato nel ’95 ci sta, e ha come protagonista il commissario Charitos, poliziotto al tempo della dittatura dei colonnelli, morale ma antipatico, ora semplice commissario senza ambizioni di fare carriera. Gli capita fra le mani quella che sembrerebbe una grana piccola, il doppio omicidio di una coppia di albanesi, qualcosa che si risolve buttando addosso a uno la patente di assassino passionale, se non fosse che qualcosa gli scoppia fra le mani e due omicidi si aggiungono alla lista e un traffico internazionale spalanca le sue porte. Qualcosa che sembra più grosso di quel che è e che soprattutto non pare risolvibile se non sbattendo la faccia contro le porte chiuse del vero malaffare. Insomma un fatto di cronaca verosimile.

Il libro si legge bene, scorre che è un piacere (per me, di questi tempi, finire un libro in 3 giorni è un risultato più che positivo e sconvolgente), come si suol dire “si fa leggere”, ma non mi ha convinto del tutto.

Primo non mi è piaciuto per niente il commissario. A bocce ferme non è facile fare un protagonista diverso dal solito, cercando di non andare a finire non tanto nel filone dei grandi investigatori (Holmes, Poirot e Nero Wolfe tanto per dirne tre con tre caratteri forti), o non fare la solita figura paterna o buona e un po’ fessa; fare un investigatore duro e scafato e poco gentile è qualcosa di nuovo (per l’epoca credo di sì, per adesso non so), fare il duro con i difetti dell’uomo normale, insomma fare qualcosa di “credibile”. Peccato che a me è sembrato stucchevole e macchiettistico con la sua mania di leggere solo dizionari e “schifare” la lettura normale, con la sua tirchieria a orologeria (con la moglie sì, con la figlia mai, con sè stesso a caso), il rapporto con la moglie da due persone da poco (Adriana è pesante e ha tutti i difetti macchiettistici della donnetta che sta attaccata o alla tv o ai fornelli senza altro pensiero più o meno critico nella testa e che sa manipolare il marito per ottenere quello che vuole, non capendo che a sua volta lui la manipola per lo stesso scopo); ha un rapporto scontroso con superiori e inferiori, senza spiegare perché lui dovrebbe in qualche modo essere meglio di uno o dell’altro, visto che alla fine non lo è per nulla. Non dico che per forza il poliziotto debba essere buono e attirare le simpatie del lettore, ma se deve essere uno stronzo lo deve essere credibile e non fastidiosamente piccino a tratti, ma rivelando acume e capacità gestionale alla bisogna. Insomma mi è parso falso o stridente in alcuni passi.

Secondo punto: la risoluzione. Senza svelarvi nulla, o almeno cercando di non farlo (nel caso, se temete, saltate questo pezzo), cercherò di farmi capire. Per quanto dopo averci ragionato su ritengo che non ci potesse essere altra soluzione che quella descritta dall’autore (ok, non sto dando nessuna medaglia credendomi chissà chi, mi trovo solo d’accordo con le scelte fatte, mi inchino a chi ha capito che andava bene così), devo ammettere che quando ieri l’ho finito a pranzo ci sono rimasta un po’ di merda. La soluzione, anzi la risoluzione di tutti i nodi che si sono intrecciati più o meno inspiegabilmente, è semplice, quasi “banale”, mentre il climax che ha portato il lettore a seguire i vari filoni è in crescendo sempre più: abbiamo l’intrigo internazionale, i camion che fanno spola fra gli stati europei, giornaliste morte a seguito di una indagine, organi e bambini venduti al miglior offerente, insomma roba grossa e tutto si risolve…no, non ve lo dico, tranquilli. Alla fine la cosa che non mi ha convinto, in realtà mi ha solo lasciato l’amaro in bocca, alla stessa maniera di quando leggi di cronaca nera e leggi le motivazioni misere che spingono certe persone a ucciderne altre.

Voto: 6 e mezzo Quando un libro mi lascia dubbi difficilmente arriva davvero al 7, ma non posso dire che non sia stata una buona lettura, anche da consigliare. Leggere un secondo della serie? Non lo so, forse sì, ma credo che Charitos potrebbe continuare ad essere fastidioso e non so quanto ne ho voglia di affrontarlo.

Scheda tecnica:

Titolo originale: Nυχτερινό δελτίο

anno di pubblicazione: 1995

traduttore: Grazia Loria

edizione: Romanzo Bompiani

finito di stampare: maggio 2000

copertina: di Carla Moroni, foto di P.Turner/Image Bank; P. Miller

pagine 343

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“Il trio dell’Arciduca” di Hans Truzzi

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Guardatevi il video di youtube di cui qui metto il link . Ma a fine lettura 😉

Più che un poliziesco, sembra una spy story. Più che un romanzo, sembra un omaggio di un buon studente al suo professore di scrittura. Non posso dire che non mi sia piaciuto questo libro, ma di sicuro mi ha lasciata insoddisfatta perché mi aspettavo forse qualcosa di diverso da quel che è. Di certo al pensiero del poliziesco mi immagino una serie di eventi che coinvolgano da un lato un poliziotto o un gruppo e dall’altra il cattivo di turno, come se fosse una vera caccia al tesoro; oppure qualcosa che si avvicini al concetto di svolgimento di un ipotetico caso di cronaca nera. Poi penso al giallo classico e mi frega sky con il suo canale dedicato ad Agatha Christie e mi viene in mente l’investigazione di Poirot. Leggo questo veloce libro e sinceramente non riesco a capire.

Lo prendiamo come un romanzo dedicato al pre prima guerra mondiale, al racconto degli eventi, dell’atmosfera, delle situazioni che si svolgevano e si intersecavano nell’impero austroungarico e le nazioni vicine: e allora è comprensibile anche se molto simile a un bignami senza emozione. Allora lo prendiamo come un omaggio a Nero Wolfe  (ops! mi è scappato, ma alla fine è un segreto di pulcinella fidatevi) da parte di uno scrittore che credo abbia in casa un “altarino” letterario dedicato a questo mastodontico e infallibile investigatore: buono, ma di certo non lo possiamo far passare per un romanzo.

Non so, forse sono troppo dura ma per quanto riconosca all’autore la capacità di scrivere con passione, senza troppi fronzoli, andando al sodo della faccenda; per quanto tutto scorra molto velocemente (anzi troppo velocemente) e i personaggi si muovano fra loro come al ritmo di un valzer viennese (sottofondo della canzone di Battiato, please!) anche se sembra un polveroso valzer, leggerlo non mi ha emozionata. Ho perso il ritmo più volte, ho perso anche la cognizione della situazione (e ciò mi lascia sempre infastidita perché, se non è Deaver che lo fa apposta, di solito è segno di mia distrazione dovuta a non aggancio con quello che sto leggendo) e soprattutto mi ha ricordato troppo spesso un altro libro che ho letto: “La regina d’inverno” di B. Akunin o comunque la sua serie e il suo protagonista Fandorin. Il protagonista giovane e talentuoso ma introverso che non viene molto stimato da superiori invidiosi, un impero al disarmo, il nemico alle porte e belle donne di spettacolo. Quando leggo un romanzo, una storia, un qualcosa trovo insopportabile che la lettura mi riporti ad altri romanzi, storie di altri autori non collegati; se Truzzi avesse ricollegato questo ad altri gialli di Stout non ci sarebbero stati problemi, anzi, ma così non mi convince. I personaggi poi sono poco approfonditi, quasi abbozzati, lasciati sul fondo quasi che debba essere il senso della decadenza a colpire il lettore. Il giallo o la vicenda investigativa poi è confusa, nata dal nulla e proseguita solo per interesse del protagonista (il quale sembra poi essere stata scaraventato nel tutto senza una vera motivazione), come se non avesse un inizio, anche se ha una fine scontata.

Insomma per quanto riconosca che l’idea è buona, lo svolgimento è mediocre e se fossi stato l’editore avrei chiesto all’autore di rimpolpare un po’ la vicenda e credendoci di più. Mi spiace davvero, anche perché è stato il consiglio letterario di un amico di cui stimo il giudizio, ma si vede che abbiamo bisogni letterari diversi e il mio è la ciccia intorno all’osso da scarnificare, mi sa. Siccome so che ci sono altri suoi libri, voglio dare il beneficio del dubbio proprio per rispetto del gusto del mio amico e vedere se sono io troppo noiosa o esigente da non apprezzare certi libri o un certo modo di scrivere.

Voto: 6 Per quanto non mi abbia convinta o accalappiata non posso dire che non sia un buon libro. Provatelo e poi mi sapete dire la vostra.

Scheda tecnica

anno di pubblicazione: 2014

edizione: Bollati Boringhieri

finito di stampare: aprile 2014 stampato in Italia da Grafica Veneta S.p.A. di Trebaseleghe (PD)

copertina: illustrazione ©Lee Avison / Trevillian Images

progetto grafico: di copertina Di Pietro Palladino e Giulio Palmieri

pagine 158

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“Notte Eterna” di Del Toro & Hogan

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A volte le candele rosse ikea servono a qualcosa: fare foto vampiresche! 😀

Concludo la trilogia dei vampiri iniziata con “La progenie”. Un trilogia che mi ha ridato speranza per il genere horror di stampo vampiresco: non più robe che sbriluccicano al sole, niente amori strappalacrime, niente diabete indotto, niente “buonismo”. Il vampiro, essere corrotto, non morto per eccellenza, cerca di imporre il suo dominio sugli altri esseri viventi, come se fosse in un qualche modo invidioso della loro vita, della loro non scelta: non si sceglie di vivere (si sceglie solo come vivere), mentre in un certo senso la non vita è stata una scelta più o meno imposta.

In questo terzo e conclusivo capitolo abbiamo la resa dei conti: i vampiri hanno vinto e dominano sull’umanità, mentre sacche di resistenza cercano di ristabilire le condizioni naturali. Il mondo è in una sorta di post apocalittico di stampo nazista, con campi di concentramento-lavoro, con vere e proprie zone per la riproduzione forzata, con capò e traditori da una parte; bande di spacciatori di beni essenziali, trafficanti di vario genere, umani liberi dall’altra. E nel mezzo i nostri eroi, orfani di Setrakian morto alla fine del secondo libro in una dura lotta contro il cattivo. I nostri vivono la difficile condizione di umani consapevoli del perché e del percome, cercando un equilibrio fra i propri legittimi desideri di avere una vita normale e il fatto di essere gli unici a poter salvare l’intera umanità. Non c’è una visione messianica della faccenda anche se gli autori buttano l’amo a farci credere questa cosa: Ephraim è in una certa maniera un predestinato, un chiamato, uno il cui nome è scritto nelle profezie, ma perché questo debba essere così non è poi del tutto chiaro. O comunque la sua egoistica ricerca di salvare il figlio dalle grinfie del Padrone è più forte di ogni altra chiamata.

Si aggiunge alla compagnia Quinlan un vampiro molto particolare. Normalmente un personaggio del genere dovrebbe rientrare nella categoria dei dampyr cioè i figli umani di un vampiro e di una umana, ma la sua figura è più ibrida essendo stato corrotto dai parassiti vampireschi nel ventre materno. Per il Padrone è l’unico vero Figlio, ma è anche l’unico vero avversario da temere. Il personaggio è una sorta di deus ex machina della vicenda: guida il gruppo di umani, li consiglia e porta loro la sua saggezza millenaria e anche la consapevolezza della grandezza della morte eterna come unico modo di riposare dalle pene della vita. Prende il posto di Setrakian, ma senza averne la drammatica esistenza: non è il suo contraltare, ma solo un altro modo di essere guida.

Ora la vera nota dolente: il finale. Non è facile fare un finale credibile soprattutto quando ad affrontarsi sono due avversari per potenza diversi e non comparabili: un vampiro è comunque un essere sovrannaturale, con poteri e conoscenze che variano nel tempo e nello spazio, certo ha dei difetti (la luce del sole per esempio), ma di certo non si può sottovalutare. In più ha di solito un “gregge” o un clan di suoi simili dotati anche loro di poteri superiori agli umani. Gli umani di solito sono motivati tanto dalla forza di volontà. Un divario un po’ ampio da colmare. Eppure tutte le altre storie di vampiri ci hanno dimostrato che alla fine i cacciatori ce la fanno, magari con qualche importante perdita, ma ce la fanno. Qui come si fa? Il vampiro è niente altro che un parassita che si insinua sotto pelle, un parassita molto resistente nel tempo (splendida la spiegazione teologica della nascita di questa razza o specie), è come una malattia infettiva: come lo si elimina se non si hanno antivirus? Beh (e qui mi spiace cascano gli asini) si usa una bomba nucleare! Eccerto! E dove la si trova? Beh sotto casa indicativamente. Eccerto bis! E dove la mettiamo? In un posto mitico che le profezie antiche e bibliche hanno già identificato? E dove si trova? Fra America e Canada.

-momento sconforto- (un minuto di silenzio e di imprecazione. Condividetelo con me per favore).

A quel punto avrei voluto chiudere il libro e scrivere agli autori che volevo il pagamento dei danni morali perché avevano appena mandato in vacca due libri e mezzo e tante aspettative. So che dopo aver pompato tanto la storia fra profezie, rivisitazione della Storia in modo credibile, citazioni sparse, quel sentore di credibilità e verosimiglianza, era difficile trovare una fine all’altezza, ma così è stato davvero buttare via tutto, bambino ed acqua sporca e bacinella annessa. Mi spiace cari miei autori, ma siete stati fortunati ad avere editori o lettori del manoscritto clementi, perché io vi avrei rispedito la copia con un bel “no” sulla parte finale del libro. Se mi facevate un bel rituale mistico alla Hell Boy era più credibile!

Peccato. Davvero. Comunque la serie rimane nel mio cuore di lettrice e sono veramente orgogliosa di averla letta e averla nella mia libreria. Forse un giorno i due scriveranno altro per farsi scusare della boiata fatta e io li capirò.

Voto: 6 + Non posso non abbassare il voto vista la fine ingloriosa.

p.s. No, non ho visto la serie che hanno fatto in tv, ma mi riservo di poterla vedere più avanti, anche perché peggio di quel che hanno fatto gli autori non si dovrebbe fare…

Nota: un ringraziamento grande a chi dei Corpi Freddi me lo regalò a ruota di un bel giochino di indizi e scambio libri. Forse un giorno riparteciperò…

Scheda tecnica:

Titolo originale: “The Night Eternal”

anno di pubblicazione: 2011

traduttore: G.I. Staffilano

edizione: Mondadori-Omnibus

finito di stampare: maggio 2012 presso Mondadori Printing S.p.A., Stabilimento Nuova Stampa Mondadori- Cles (TN)

copertina: immagine e lettering di Marcello Dolcini

art director: Giacomo Callo

progetto grafico: Marcello Dolcini

pagine 357

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“L’ultimo cavaliere” di S. King

Mi sono messa a capire perché la serie della Torre Nera sortisce così tanti fan. Vabbè, ho capito: ma dove sono vissuta fino ad esso? A volte me lo chiedo vedendo quante cose non ho letto, ed eppure ho sempre letto tanto e abbastanza bene. Comunque sia, ho preso in biblioteca quello che ho capito essere il primo libro da leggere. E ho iniziato l’avventura.

La lettura è particolare e devo essere sincera non ho capito se è per colpa dell’autore o della traduzione. Per buona parte della vicenda è come se fosse un fluire di situazioni e pensieri senza che si voglia in qualche modo incanalare situazioni, personaggi ed eventi. A volte perdevo il filo del discorso, a volte manco avevo voglia di tornare indietro a capire, a volte mi sono proprio persa. Colpa mia. Boh, non saprei dire. In quei momenti mi passava la voglia di leggerlo e mi chiedevo che senso avesse e come mai piacesse tanto. La scrittura di King (che La Libreria Pericolante non mi legga!) non sempre mi convince e gli imputo il gran difetto di avere un piacere perverso nel mettere una parola dietro l’altra fino all’esasperazione; più di una volta gli ho contestato il difetto di essere parolaio; di certo ha la capacità di cogliere le storie e di coglierne il lato più oscuro o mistico. In effetti non saprei come “catalogare” per genere questo racconto: ha l’epica del cavaliere solitario che se ne va per le praterie, la desolazione post apocalittica, la distruzione della società e la mistica della ricerca. Il bene e il male o semplici antagonisti? Diventa davvero difficile dirlo in questo racconto o meglio secondo me diventa riduttivo. Riduttivo perché King butta un sacco di ami nel mare della lettura, sperando che il lettore attento riesca a coglierli tutti: cita Amleto ma non è lui, perché alla fine la Danimarca non c’entra nulla; il suo Roland è l’ultimo della sua stirpe (in questo caso un ordine cavalleresco, ma con quella scelta “monastica” che fa tanto fantasy che strizza l’occhio alla Storia); l’uomo in nero misterioso e “profetico” richiama a un cattivo paranormale di quelli che ci si aspetta in un confronto ascetico, una caccia come quella che raccontavano nel medioevo per i paladini col graal; Jake sembra un pseudo Isacco o una Ifigenia condannata al suo destino, con quel suo continuo sfasamento temporale (alla fine è lecito domandarsi se sia fisicamente vero oppure no). E poi tanto altro. Oddio credo che queste citazioni li veda solo io, oppure no: voi lo avete letto e quali citazioni letterarie avete colto o pensato di aver colto? A volte leggere certi testi a una certa età fa cogliere cose che non è detto che ci siano.

voto: 6/7 Perché dopo aver ceduto alla scrittura non convenzionale, ai salti temporali, ai cambi di registro e ci si lascia prendere dalla vicenda, si scopre che è avvincente anche se “scontata” (non è che ci siano davvero dei colpi di scena veri, alla fine ci si aspetta che le cose filino come si sono svolte). Adesso vediamo come sono gli altri capitoli, ma con calma.

Scheda tecnica:

Titolo originale: “The Gunslinger”

anno di pubblicazione: 1978

traduttore: Tullio Dobner

edizione: Sperling & Kupfner-bestsellers

finito di stampare: ottobre 1989 da Monolito S.r.l. Milano, printed in Italy

copertina: illustrazione di Michael Whelan

pagine 257

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