Ioleggoperché edizione 2017

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E poi ti regalano la spilletta e i segnalibri!

Nel lontano 2015 scrivevo in questo post i miei dubbi sull’edizione di “Io leggo perché”: dubbi che nascevano sulla modalità e sui soggetti della campagna, oltre a far nascere altri dubbi e altre idiosincrasie. Non cambio idea su quella lontana edizione che continua a non convincermi, ma loro hanno cambiato target e io oggi li sostengo.

L’edizione 2017 è davvero figa e importante: sostiene le biblioteche scolastiche! Quegli angoli meravigliosi che dovrebbero essere la panacea di ogni male per gli studenti, la possibilità di leggere e capire senza spendere soldi, di innamorarsi e far innamorare, di aprirsi la mente (senza rompersela e senza traumi cranici). I miei ricordi su una biblioteca scolastica sono legati alle elementari e alle superiori (alle medie non l’avevamo o era talmente orrenda che manco mi ci avvicinavo e comunque non abbiamo fatto in quei 3 anni nessun lavoro costruttivo sui libri).

Alle elementari non ne avevo bisogno perché i miei genitori i libri me ne compravano “anche troppi” e in più avevo anche quelli di mio fratello, ma ho impressa nella mente l’immagine di un armadietto metallico grigio, quelli classici delle vecchie scuole, quelli che li potevi scassinare solo guardandolo, in un angolo del lato della classe dove c’era la cattedra sopraelevata, la lavagna e una parte delle mappe e stampe appese ai muri. Ricordo quell’armadio illuminato dal sole (lo ricordo sempre così, a volte i ricordi sono belle bugie si sa), ma ricordo la maestra che ci insegnava a fare una scheda libro simile a una recensione moderna (tutti i dati tecnici dovevamo segnare e non solo fare il riassunto, dire anche perché ci era piaciuto), con pazienza e passione, con attenzione e senza guidarci troppo nel giudicare un libro. Ho avuto una gran maestra lo so e ne sono orgogliosa perché è stata proprio come quel “armadietto metallico pieno di libri baciato dal sole”.

Alle superiori la biblioteca del liceo classico era pieno di libri classici fondamentali per chi, come noi, non aveva internet (era l’anteguerra sapevatelo. Io andavo a scuola con Annibale) e comprare un libro per fare una ricerca era un lusso anche per chi avrebbe rinunciato a un pasto per loro. In più se trovavi bene la versione di latino e greco era fatta! Scherzi a parte (fino a un certo punto però), quella biblioteca è stata l’anticamera degli studi alla Biblioteca Palatina e poi al concetto universitario di lavoro per gli esami: è stata davvero parte dell’insegnamento per chi avrebbe sudato e faticato sui libri per tanti anni, qualsiasi fosse stata la sua strada futura.

Quindi quest anno io alla campagna “Io leggo perché” ci credo fortissimamente e ho aderito, comprando oggi “Moby Dick” di Melville. Il libro era nella selezione fatta dai professori e sono stata colpita che ci fosse, insieme all’ “Aleph” di Borges o a “Lo Hobbit” e “Il signore degli anelli” di Tolkien, libri che ho amato e che amo e autori che ritengo veramente fondamentali per la letteratura in generale. Perché alla fine ho scelto “Moby Dick” allora? Per due motivi fondamentali: da bambina fu il libro di avventura che mi salvò un’estate  marittima di libri da “femmina” e mi confermò che andar per mare per me è cosa da pirati, balenieri, corsari, velieri e cose così e non sabbia, scogli, lettino e noia; secondo perché lo sto rileggendo ora, a distanza di 30 anni credo o poco meno, e lo sto amando, di un amore maturo e cosciente, ma per me andar per mare rimane roba “da pirati, balenieri, corsari, velieri e cose così e non sabbia, scogli, lettino e noia” (autocit.). Ho augurato ai ragazzi di andar per mare in ogni senso e di viaggiare e di non aver paura, perché alla fine “Chiamatemi Ismaele” è quasi liberatorio se ci si crede.

Vi metto il link della pagina della campagna e vi consiglio caldamente di andare a comprare un libro, anche perché poi alla fine, fatto il conto totale gli editori regaleranno in scala nazionale un numero uguale di libri da suddividere con le scuole e questo vuol dire che il vostro libro vale doppio e più libri se ne regalano più libri avranno le scuole davvero.

IO LEGGO PERCHE’ EDIZIONE 2017

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“Mari stregati” di Tim Powers

Da #unestatedapirati a #unavitadapirati è il motto che mi sono presa questa estate e che ho bellamente intenzione di portarmelo avanti finché non mi sarò stufata dei pirati, sempre che sia possibile la cosa.

Questo libro l’ho scoperto giroclando per il web e non ricordo più in quale blog l’ho visto consigliato (me ne scuso tantissimo, avrei dovuto segnarmelo. Sorry) e mi aveva colpito perché diceva, più o meno testualmente, che da questo libro era stato tratto il videogioco di “Monkey Island“. Per chi non lo conoscesse…che brutta infanzia che avete avuto! Mi spiace, davvero tanto, ma credetemi che potete recuperare anche se, non so, forse è come mettere una toppa piccola sui pantaloni rotti da buttare. Comunque sia il tratto principale del gioco era che vi erano i pirati, i non morti pirati, una storia d’amore, assurdità varie, una scimmia a tre teste, i cannibali vegetariani e il loro dio vulcano intollerante al lattosio, Le Chuck, Guybrush Threepwood, Eilane Governatrice, i pirati, il voodoo, Marley. E molto altro ancora. Ah! sì! El Pollo Diablo!

Che ci abbiate giocato o meno vi sarete resi conto che non era il gioco più serio del mondo e che non era nemmeno il più storico e preciso sulla pirateria che sia mai stato fatto, ma era surreale, divertente e leggero in salsa piratesca. Quindi avendo letto quello mi aspettavo un libro sul pezzo, oltre al fatto che veniva citata anche la serie dei “Pirati dei Caraibi” che tanto seria non è manco quella.

Il libro invece lo è. A suo modo. La storia si basa sul figlio di un burattinaio, coinvolto suo malgrado con pirati e voodoo, rinunciando alla sua vita per scoprire forzatamente che il mare è quello che sapeva fare e che il voodoo era quello che poteva comprendere. Il libro parla di una storia d’amore di base, ma non lo è, perché alla fine ogni buon eroe ha la sua bella di cui si innamora senza un senso (e a noi forse quel tipo di storie piacciono, mentre ci sono sbudellamenti vari a destra e a manca); parla anche di amori malati e frutto del proprio egoismo. Soprattutto parla di magia nera e di scontri sul mare, di abbordaggi e uccisioni, ma senza splatter; di cannoni e fontana della giovinezza; di ammutinamenti non riusciti e di Barbanera con le miccie nella barba appunto; parla della Marina e del Perdono, anche se un pirata fa un po’ fatica a stare nelle strette scarpe di un perdonato. E’ questo il bello di questo libro: è storico con la citazione di personaggi che sono entrati nella mitologia della pirateria, ma con quell’aspetto della magia rende tutto più denso, dando voce a quello che noi abbiamo sempre visto dei pirati, cioè il loro alone misterico, sovrannaturale e fuori dal comune.

Ci sono i loa e la Giamaica, Baron Samedì e i bocor, le navi fantasma, la magia femminile e quella maschile, le piante senzienti e le bussole che possono essere ottimi talismani.

Il libro è ben scritto, con un ottima dose di descrizione di momenti di guerra (anche con tecnicismi che io ho faticato a comprendere nella loro dinamica) e dialoghi; i personaggi sono ben descritti e se su tutti troneggia il non morto Barbanera, Jash Shandy è il nostro eroe in cui non possiamo non identificarci con quel misto di ingenuità e comprensione e anche una sana dose di fortuna.

Perché leggerlo? Perché è davvero un libro di pirati, quei pirati che tutti noi cerchiamo fin da quando siamo piccoli e ci fanno avvicinare alle storie di mare, dove sappiamo benissimo (e lo sapevano i nostri avi quindi chi siamo noi per andar contro di loro) vivono i peggiori mostri marini e se non ci sono è perché potenti stregoni li tengono lontani e addormentati. Andar per mare con questo libro è davvero un piacere e non solo, visto che la parte storica o tecnica è talmente resa bene (o venduta bene? Chi lo sa, io non andare per mare) da far rendere tutto credibile.

Voto: 7 e mezzo. Perché la vorrete anche voi una testa mozza e rimpicciolita da tenere in una scatola. Fidatevi.

Scheda tecnica

Titolo originale: “On Stranger Tides”

Anno di pubblicazione: 1988

Traduttore: Graziana Cazzola

casa editrice: Fanucci Editore

finito di stampare nell’aprile 2011 presso Puntoweb – via Variante di Cancelleria snc – Ariccia (RM). Printend in Italy

Progetto Grafico: Grafica Effe

Copertina: foto di Jhonny Deep, “Pirati dei Caraibi”,©Photo12/Olycom *

Pagine 391

Prezzo €16,00

 

*Piccola postilla sulla copertina: detesto i libri con la copertina tratta dal film che è stato tratto o ispirato. Lo detesto fortemente. Primo perché così lega idealmente libri e film che magari non hanno niente a che fare fra loro; secondo perché tendenzialmente non sono belle, anche se ben fatte, perché sempre troppo limitate per rendere la complessità della trama; terzo perché fuorviano il lettore (qui quante ragazzine saranno impazzite davanti al faccio ammiccante di Deep per poi trovarsi un libro dove non c’è Jack Sparrow?); quarto perché la sana tradizione degli illustratori di copertina deve essere incentivata anche se costosa per gli editori perché se no si perde la mano e l’estro di chissà quanti illustratori.

 

Idiosincrasia #1 : i classici

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Credo che ogni lettore abbia le sue manie, io ho le mie idiosincrasie. Ci provo a combatterle o a spiegarmele o altro, ma alla fine rimango ferma sui miei punti fermi. Cocciutaggine (molti me la imputano col ditino alzato anche per altre cose. Chissene)? Coerenza? Sensazioni a pelle che non puoi eliminare? Boh, tant’è che è così. Capiterà di parlarne qua sul blog perché alla fine ho notato che (e so che non importa a nessuno ma io ne parlo lo stesso) fa bene parlare e chiarire il proprio pensiero pubblicamente anche per cose che, alla fine, sono personali e tali rimangono. Non leggo classici? Problema mia che vivo benissimo e che al mondo intero interessa poco perché alla fine va avanti lo stesso.

Scusate lo sfogo, ora spiego.

Ho preso la palla al balzo per fare terapia su questa mia idiosincrasia grazie alla decisione di unirmi alla lettura collettiva del gruppo “Scratchreaders” che ho trovato su fb. Seguivo la sua creatrice “Scratchbook di Maria Di Biase” su instagram e su fb con tanto di blog annesso, ma il gruppo l’ho scoperto negli ultimi mesi ed è un piacevole luogo di chiacchierate sui libri senza boria o imposizioni (cose che invece trovi in altri gruppi purtroppo). Tornando a noi la lettura verte su “Perché leggere i classici” di Italo Calvino: non un libro di narrativa, ma un saggio in cui nel primo capitolo lo scrittore segna i suoi punti su cosa sia un classico. Speravo che un autore che amo mi aiutasse a uscire dal mio “no” e invece manco lui c’è riuscito.

Quindi ecco i miei punti sul perché per me esistono i libri, le storie e chi le scrive (idiosicrasia #x: non amo gli scrittori come genere di star mediatica; amo chi scrive).

  1. Detestare la mentalità del gregge. La mia non è una famiglia anticonformista, anzi per certi versi sono cresciuta in una normale famiglia borghese con genitori insegnanti di diverso ordine e grado, con le vacanza dai nonni (unico momento in cui li vedevo) e con una routine ben ferma. Ma la risposta a tante mie interperie è sempre stata “ma se lo fanno tutti lo fai anche te? Se tutti si buttano nel pozzo, lo fai anche te?”. Era quel “tutti” ripetuto con l’accezione negativa che mi è rimasto in mente e quindi diffido quando una cosa piace a tutti: qualcosa sotto di sbagliato ci deve essere.
  2. A casa mia c’erano i classici greci e romani, ma la narrativa era un po’ assente e quindi di tomoni fondamentali non ce ne sono mai stati e quando toccava leggerne qualcuno per la scuola si guardava il prestito, la biblioteca e se si voleva si comprava. ALT! A casa mia comprare un libro è sempre stato la normalità: siamo forti lettori, abbiamo libri ovunque e non amiamo separarcene, ma ognuno ha il suo genere e io ho assorbito con piacere tutto, saccheggiando e prendendo in prestito libri da chiunque pur di leggere.
  3. Far cadere dall’alto il valore del libro. Cosa che detesto per quello o per altro. Insomma una cosa va motivata sempre con consapevolezza, non c’entra nulla se x +1 critico dice che è bello perché è bello (e poi paroloni incormprensibili, buoni per far vedere che “sono studiati”). Di solito è il metodo scolastico che fa cadere le cose dall’alto perché, purtroppo, certi professori non hanno fatto loro quello che hanno studiato e quindi fondamentalmente hanno imparato la lezioncina e la ripetono a papera. Per non parlare delle schede libro che sono “fondamentali” per la comprensione (?) del testo. Quanta amarezza…
  4. Deve per forza piacere e quindi la critica è zero. Se dici che il classico xyz non ti piace e ne dai le motivazioni, quelli poco atti a pensare con la propria testa (perché il problema è quello scusate) si sentono colpiti da questo atto di lesa maestà e quindi provano in ogni modo a sminuirti. Dire che non piace un libro o una storia a mio parere vuol dire che quella storia non comunica con me (e in questo Calvino lo sottolinea nei punti fondamentali per l’importanza di un classico) o con la mia vita o con le mie esperienze: è una non comunicazione e come tale non passa da un mezzo all’altro. Criticare è fondamentale perché, a mio parere, oltre a stimolare le celluline grige, permette anche di metterci in gioco, di ribaltare le nostre convinzioni, di magari spostare un po’ le nostre idee.
  5. Leggerli in età non adatta. #1 di Calvino. Non ci sarebbe da aggiungere molto altro: se certe esperienze non le abbiamo ancora provate, come possiamo comprendere i palpiti o i discorsi dei protagonisti? Mi direte che se questo deve essere il parametro allora molti libri non andrebbero letti. Sbagliato! I libri, anche quelli che sembrano più avulsi dalla nostra vita, hanno con noi il fondamento che sono emozioni e sentimenti: paura, amore, dolore, gioia, disperazione, amicizia, delusione, follia sono cose che alla fine sono comuni a storie piratesche, fantasy, gialli, narrativa. Non è fondamentale aver vissuto esperienze fattive (come perdersi in un bosco o andare per mare), ma è fondamentale aver provato nella propria vita quella reazione emotiva a quel che ci è successo. Es. Ho letto “Le città invisibili” di Calvino pochi anni fa e l’ho adorato, perché alla fine ho trovato le mie esperienze, i miei ricordi, i libri che ho letto e studiato; se lo avessi letto alle superiori ne avrei compreso un decimo, perché la mia vita era ancora in embrione e le mie esperienze limitate. Ringrazio il cielo di aver aspettato e di averlo amato. Mentre Moby Dick l’ho adorato da bambina perché sentivo lo spasimo dell’avventura dentro di me, ma di certo ho capito un decimo di quello che Melville intendesse (infatti lo sto rileggendo ora).
  6. Togliere dal classico il suo fondamento storico. Molto comune è l’approccio di togliere la storicità di un romanzo per renderlo immortale, come se quella storia non fosse davvero stata scritta per i suoi contemporanei. Calvino prende in esame l’Odissea e in quel capitolo io ho litigato con lui per la prima volta, penso. L’Odissea è un lavoro di collage di autori vari in epoche varie, quindi non è un’opera unitaria e storicamente inquadrabile, ma grazie ai lavori di filologia si riesce a capire quali sono i pezzi antecedenti e quali quelli posteriori. Detto questo, comprendendo questo fatto, si riesce a capire cosa fosse la vera comunicazione per allora. Io l’Odissea l’ho studiata alle superiori con la professoressa di greco e abbiamo tradotto il pezzo di Ulisse e Polifemo. Lei mi fece adorare quello che ora faccio (la rievocazione e ricostruzione) senza saperlo; lei mi fece entrare nelle pieghe del testo per trovare gli uomini e le donne greche; lei ha tolto la patina della favoletta per restituire la Storia; lei mi ha ridato l’Odissea e i miti greci per l’importanza storica e antropologica che ha. Quando leggo certi testi, ci vedo i gesti, gli oggetti, i cibi cotti in una certa maniera, le vesti che non possono che essere quelle (niente peplum cinematografici), perché quei testi sono Storia e per quanto raccontino storie amati da tutti, essi prima di tutto comunicarono qualcosa di chiaro ai nostri avi greci: religione, riti, paure, simposio e guerra. Quando a un classico si toglie il suo contesto storico e lo si vuole rendere immortale, lo si depaupera di una buona parte del suo essere. Ridare la storicità non significa incatenarlo e metterlo nel dimenticatoio, ma serve a capire (se lo si volesse) che certi valori, principi e sentimenti seguono tutta la linea temporale dell’umanità e che le risposte cambiano o possono o devono cambiare: ancorare significa mettere un pilastro nella Storia.
  7. I classici accettati sono solo narrativa. Nota polemica #1. Questo è il discorso solito che mi vede combattere contro lo snobbismo di genere. “Madame Bovary” non è superiore per costruzione ed emotività a un “L’isola del Dottor Moreau” o a “Uno studio in rosso” o al ciclo di “Dune”, cambia solo l’espediente narrativo. Nelle scuole e nelle librerie “bene” certi generi vengono sminuiti parlando di narrativa per ragazzi solo perché non li hanno mai davvero affrontati e capiti. Ancora una volta la pochezza del panorama critico italiano mi fa venire i brividi e rifuggere i dogmatismi
  8. Categorizzazione per sesso. Nota polemica #2. Spesso si leggono romanzi scritti da autori uomini e quindi, non si sa perché, va bene che li leggano tutti, mentre se scritti da donne è letteratura femminile. Come se una Jane Austen fosse meno di un Oscar Wilde nella critica della società…
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Pochi libri mi obbligano a prendere appunti ai pensieri che mi vengono alla mente.

Non so, forse se ci penso ancora trovo altre motivazione per cui non ho reverenza per un classico, per cui non mi interessa leggerlo prima di altri, per cui non ritengo che se non lo hai letto non sei un vero lettore e non sai cosa ti perdi. Il mondo è pieno di storie, di racconti, di comunicazione che non vale la pena perdere tempo con le guerre letterarie e gli schematismi dogmatici. Dobbiamo uscire dalle gabbie mentali e far uscire da quelle gabbie libri che possono ancora parlare ai lettori senza aver bisogno del bollino di “classici”. Ne capisco la motivazione dell’uso del bollino e alla fine lo uso anche io per comprenderci meglio, ma poi…chissene! Leggete e criticate e se non vi piace ditelo con motivazioni e sorrisi e se qualcuno vi criticherà chiedetegli davvero perché una cosa gli piace e se non troverà 3 buoni motivi (come ci disse la psicologa suora alle medie per darci la forza delle nostre idee e di quelle dei nostri genitori nel farci fare le cose. Che gran donna e gran insegnamento di convinzione!) vorrà dire che lui/lei dovrà riconsiderare il suo piacere e viverlo dentro, se no sarà sterile scorrimento di parole su un foglio e inutile abbeverarsi a una fonte già troppo affollata di gente.

 

POSTILLA:

Devo ringraziare sempre le persone che fanno parte del mio gruppo “Letture Folli e Sgangherate” per avermi costretto a leggere certi libri in questi ultimi anni, con la piena consapevolezza che ogni giudizio era accettato e che a noi Dickens non piace e ne andiamo fiere (tranne “Canto di Natale” che è stupendo, ma forse non l’ha scritto lui…). Affrontare con loro da grande libri che ho schifato (anche in modo snobbistico di rivalsa il mio) quando tentavano di farmeli leggere a scuola, mi ha permesso di vederli sotto altra ottica, di mettermi in gioco e di trovarmi in compagnia di gente senza pregiudi letterari di genere. E’ bello mettersi in gioco. Come ora con “Il Conte di Montecristo” che sto adorando e che per una vita ho pensato che fosse un drammone assurdo e pesantissimo, solo perché il sentore era quello: invece è pura avventura!

“Anatomia di un soldato” di Harry Parker

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Presentazione dal sito della casa editrice SUR

Ci sono libri che in un qualche modo ti rimangono dentro anche se non ti segnano. Questo è uno di quelli; uno di quelli che pur avendolo letto tempo fa, la recensione fluisce bene anche adesso. Succede quando leggi la cosa giusta al momento in cui la capisci, che ti riguardi personalmente o che riguardi chi ami o odi o che tocchi qualcuno che conosci. Ho avuto la fortuna di conoscere due giovani soldati dell’esercito italiano, di avere a che fare con loro ben al di fuori del loro ruolo e lavoro, gente che è andata in missione giovanissima. Ho ascoltato quello che volevano condividere attraverso le loro parole dirette, ma anche dai commenti vari, a volte anche solo per i gesti e per il modo di porsi. Vorrei dire, con fare saccente, che se non conosci un soldato non puoi capire la vita militare, ma non è così: come tutte le cose nella vita o le intuisci o non le vedrai mai. Allora perché questo libro mi è in un certo qual modo “rimasto dentro”? Perché, in dose molto minore e meno doloroso, ha fatto come la visione di “Fury”: mi ha fatto capire meglio certe cose, certi detti-non detti, certi atteggiamenti. Se non conosci un militare, potrai sempre capire la vita militare o capire questo libro, ma ti mancherà sempre un tassello, magari minuscolo, per capir ancor meglio.

Di cosa parla questo libro? Difficile chiamarlo romanzo o biografia, è come un lente e inesorabile concatenarsi di oggetti che parlano e “agiscono” attorno a un attentato in Afghanistan le cui conseguenze sono pesanti per un soldato: perdita delle arti, una serie quasi infinita di operazioni chirurgiche e non solo per salvargli il salvabile e il suo ritorno alla “normalità” (che poi chissà mai cosa è questa normalità che tutti tirano per la giacchetta). Non parla lui, non parlano i suoi cari, ma parla il fertilizzante comprato innocentemente da un ragazzo che crede nel futuro del suo paese e finito in mani di chi invece ha altri scopi; parla la canula infilata nel suo corpo; parla la sua sedia a rotelle; parlano i suoi scarponi (che bello quel pezzo, insieme a quello dello zaino). Parlano le cose. Cose che noi tutti vediamo, usiamo, abusiamo, ma che alla fine non sono che mezzi con cui noi viviamo o muoriamo. E allora le cose diventano parte di noi e non solo come gli aghi delle flebo entrano davvero in noi per salvarci la vita, ma perché senza un paio di scarpe buone potremmo non riuscire a fare quel percorso nel tempo utile per fare altro: le cose sono concatenazioni del nostro essere, del nostro agire e del nostro volere, paradossalmente sono noi come le nostre gambe.

Di certo sarebbe stato più emotivamente drammatico se le vicende del capitano Tom Barnes venissero raccontate in prima persona, spurgano tutta la sua impotenza di fronte al fatto che, quanti sforzi facesse, lui era uno straniero invasore armato occidentale su una patria non sua; di fronte alla mina che salta; di fronte alla reazione dei suoi commilitoni, dei suoi compagni d’adolescenza, della ragazza conosciuta al ballo, della sua famiglia. Cerchiamo sempre il morboso che ci sconvolga, ma qui c’è tutto quello che serve e non un qualcosa di più, perché non si da in pasto lo sconvolgimento di chi sa che la sua vita è appesa a un filo che da un momento all’altro potrebbe spezzarsi solo violentemente e invece poi viene riannodato in qualche modo. Noi ci beiamo di invocare le Parche, le Moire, le Norne e chi per loro che cardano, filano e tagliano la vita di ogni singolo uomo, ma non è così: non c’è niente di morboso, di aulico, di sublime, c’è solo quell’attimo che divide ognuno di noi dal prima e dal dopo e si può solo decidere come andare avanti.

Questo libro non da insegnamenti, non da moniti, non si schiera politicamente da una parte o dall’altra; questo libro da solo una storia che è come quella, purtroppo, di mille altri soldati tornati a casa a pezzi (fisici e/o mentali). Perché va letto allora? Perché la guerra non è bianca o nera, non è qualcosa che si può evitare, non esistono i buoni e i cattivi come nei film; la guerra è un insieme di scelte personali e superiori. Va letto perché leggendolo si capisce come siamo tutti uniti, volenti o nolenti, come le cose ci uniscono alla stregua delle persone e quello che fa davvero la differenza è la scelta che operiamo.

Il padre di Faridun sceglie di collaborare con gli occidentali per il bene del suo villaggio e se ne pentirà a suo modo. Latif sceglie di seguire chi il suo paese lo vuole liberare con le azioni violente. Tom Barnes sceglie di riprendersi la sua vita, malgrado tutto quello che ha vissuto e che non ha potuto fare. Perché? Perché non si può fare altrimenti una volta che si decide di scegliere e andare avanti con le conseguenze.

Detta così questo libro dovrebbe essere una palla, invece è potente, schietto, chiaro e va letto per questa mancanza di retorica di alcun tipo.

Voto: 7. Per chi cerca un libro senza retorica sulla guerra, ma che parli di chi la guerra la vive.

Scheda tecnica

Titolo originale: “Anatomy of a Soldier”

Anno di pubblicazione: 2016

Traduttore: Martina Testa

casa editrice: Big – Sur

Finito di stampare nell’ottobre del 2016 c/o Grafica Veneta spa, Trebaseleghe (PD), carta dotata certificata FSC

Progetto Grafico: FALCINELLI & CO

copertina: Stefano Vittori

Foto autore ©Gemma Day

pagine 349

prezzo € 17,50

 

 

Lettori da feuilleton: riflessioni spensierate

Libraio Ambulante a Berlino. Cartolina tedesca del 1890 circa
Libraio Ambulante a Berlino. Cartolina tedesca del 1890 circa

Senza voler essere un’indagine sociologica o psicologica, ma solo una speculazione personale su un fenomeno poco pensato: i lettori dei feuilleton.

Che cosa era, prima di tutto, il romanzo d’appendice? Era una pubblicazione a puntate, di poche pagine, allegato a un giornale e raccontava grandi storie di ampio respiro. Diciamo che prima di Netflix c’era il feuilleton. Anzi Netflix non è feuilleton, ma piuttosto il romanzo completo in cui sono state raccolte tutte le singole puntate uscite.

Chi scrisse i romanzi d’appendice? Gente del calibro di Dumas, Balzac, Stevenson, Salgari, Joyce e Dickens. Mica gente da poco e mica con romanzi di secondo ordine. In quel modo vennero pubblicati “L’isola del tesoro”, “Ulisse”, il ciclo dedicato a Sandokan, “I tre moschettieri” tanto per dirne alcuni. Certo alcuni libri vengono considerati “narrativa da ragazzi” (come se fosse da poco, ma anche “Pinocchio” venne pubblicato in questo modo e seriamente è davvero un romanzo per ragazzi? A me è sempre parso un po’ troppo complicato per gente che ancora deve prendere coscienza di cosa li circonda), altri invece iniziarono ad avere dignità di grande narrativa, ma poco importa: uscirono a puntate, come allegati e la gente li leggeva. E probabilmente li leggeva con così tanto gusto che qualcuno ritenne opportuno poi riunirli in un sol libro e quindi ora noi li leggiamo tutto d’un fiato.

A scuola forse si accenna al fenomeno, non lo ricordo se ai miei tempi ho studiato qualcosa, ma di certo anche se fosse, non se ne capisce la portata psicologica e il valore. “Che cavolo starà dicendo l’amaca adesso?” vi starete probabilmente chiedendo, ma vi dico che leggere a puntate un libro avvincente o appassionante è qualcosa che non possiamo più vivere o comprendere nella nostra società cannibale e veloce. Siamo talmente abituati ad avere tutto e subito che ora i telefilm non solo arrivano il giorno stesso della emissione in terra straniera, con o senza sottotitoli, ma addirittura esistono gli archivi in modo da non aspettare mai, nemmeno un minuto per vedere la puntata successiva. Ma che ne sanno quelli che aprono Netflix e compagnia danzante e, con sotto mano cibo e bevande, si snocciolano un’intera stagione della serie prescelta? Non possono capirlo, credo, perché l’ansia che scaturisce nell’aspettare è pari a tutta la serie di paranoie e congetture che si facevano. Ora aspettiamo le serie, un tempo si aspettavano le puntate. Facendo questi discorsi sembro anziana e anche di più, ma alla fine mi vien da pensare che quando ero piccola l’appuntamento fisso, prima della cena, di “Happy days” era più chiaro di sapere dove fosse il 7 sull’orologio; aspettare di vedere come andava a finire il combattimento di Pegasus contro nonsisachimasembraimbattibile era come la frase biblica “e fu sera e fu mattina”, era lo scandire del tempo chiaro. Ma io sono nata e cresciuta nell’era delle lettere, delle cartoline col francobollo e col postino, della audio cassette, della radio che gracchiava o che se ti spostavi non si sentiva più. Sono cresciuta nel tempo lento in confronto ad ora e, nello stesso tempo, sono il momento della velocità in confronto a chi doveva aspettare una settimana per vedere come andava avanti la storia.

Ci avete mai provato voi a lettere un tot di capitoli a settimana senza sgarrare? Io sì ed è un vero esperimento letterario. Mi spiego meglio. Da qualche anno, e lo avete visto su questo blog, partecipo a letture collettive varie ed eventuali e le più “strambe” sono quelle che ci hanno visto leggere Dickens a puntate: “Il nostro comune amico” è durato 1 anno e mezzo, se non ricordo male. Un anno e mezzo! Pensate quanti libri potreste leggere in quel periodo. Pensate a quante cose fate in un anno e mezzo. Noi invece abbiamo letto un libro (non abbiamo fatto solo quello, sia chiaro, perché ognuno ha continuato a vivere e a leggere contemporaneamente quel che voleva) e abbiamo aspettato un anno e mezzo per poter vedere dove andava a parare la storia. Altro che pazienza! Da quelle esperienze (perché i libri letti in quel modo sono stati più di uno) è nato il gruppo di fb “Letture folli e sgangherate” dove in libertà totale condividiamo pareri ed emozioni che suscitano le letture. Beh, Dickens non ci è mai piaciuto, tranne per “Canto di Natale” e ancora continuiamo a chiederci come è possibile tale discrepanza fra quel testo e gli altri. Ora siamo a Dumas e ci piace un sacco.

Torniamo però alle idee balzane che mi son venute in mente mentre, come lettrice, mi immedesimavo nei panni di una mia ipotetica ava lettrice che si avvicinava al ragazzo dei giornali, ne comprava una copia, cercava le due paginette o chissà quante del racconto e il resto lo abbandonava al parente di turno. Leggere, ricordare e raccogliere il tutto e poi tenerselo caro come il romanzo che poi sarebbe diventato. La sua fortuna sarebbe stata avere uno scrittore diligente come Carletto (Dickens. Sì, è diventato Carletto, è famigliare ma non proprio gentile), il quale come abbiamo potuto apprendere rispettava le tempistiche dell’editore; se però le fosse capitato Sandrino (Dumas), il quale pur di prendere soldi da mille mila editori interrompeva per mesi (mesi!!! Lo capite?!) il racconto, per iniziarne altri che poi sospendeva, cosa avrebbe fatto? Io se fossi stata in lei lo avrei strozzato. Eppure questo è uno dei tratti primari che mi ha fatto pensare: lettore paziente. O almeno apparentemente tale: non si annoverano rivolte più o meno silenziose di lettori spazientiti. Editori spazientiti sì, ma lettori boh. Si ricordano le richieste pressanti dei lettori affinché Conan Doyle facesse risorgere Sherlock Holmes. Dovrò indagare su probabili rivolte per l’interruzione da parte dello scrittore.

Leggendo poi mi sono sempre chiesta che tipo di lettore fosse: ceto alto annoiato, media o bassa borghesia in cerca di riconoscimento, l’operaio/a che cercava riscatto, la servetta che rubava un momento di libertà dalla noia del lavoro? Sicuramente questo e altro e forse qualche testo avrà affrontato la situazione (se ne conoscete il titolo siete così gentili da informarmi? Grazie), descrivendo nei minimi particolari i gesti, le movenze, le ansie e le gioie del lettore. A me ricorda un po’ Jo March con la sua brama di lettura (okkei devo leggere davvero il libro, non posso basarmi solo sui film…). Mi vengono in mente fumose città di fine ottocento come Londra o Torino, dove il progresso delle fabbriche andava a braccetto con la pesantezza dei rituali del retaggio di classe. Mi vengono in mente tante immagini confuse, ma di certo la cosa più bella è il contratto che si firmava in modo implicito fra scrittore/narratore e lettore: il lettore era paziente, aveva memoria, avrebbe compreso tutte le citazioni colte o meno (Dumas ne “Il conte di Montecristo” che stiamo leggendo ora, mette un sacco di citazioni di non così immediata comprensione), avrebbe tenuto da parte soldi e tempo per comprare tutte le puntate, avrebbe chiesto altre e altre storie ancora per poter fuggire per qualche ora dalla banalità della quotidianità. Un patto pesante che mi fa pensare come siamo ora noi lettori forti che divoriamo libri su libri e che pretendiamo di sapere sempre di più, cercando incontri letterari, festival, rubriche e blog per saziare la nostra fame bulimica di storie.

Il lettore di feuilleton ha il passo lento, la crisi d’astinenza, il sogno ad occhi aperti e la curiosità da saziare. Sarò romantica, ottocentesca, ma questa mia esperienza di lettrice di romanzi d’appendice mi sta ridando il senso lento della lettura e della condivisione: non ci si trova più all’edicola o al bar per parlare dell’ultima avventura, lo si scrive su fb; non si mettono più da parte religiosamente i fogli di giornale, si fanno foto da condividere su instagram; eppure…eppure si aspetta il giorno prefissato per poter leggere, anche se il romanzo è lì, bello grosso, sul comodino o nella borsa da viaggio. Aspettare. Leggere. Ricordare. Condividere.

Non so chi fossero esattamente i lettori di feuilleton, ma consiglio a tutti di mettersi nelle loro scarpe per sentire le farfalle nello stomaco a ripensare agli accadimenti del personaggio preferito.

illustrazione di Headless studio
illustrazione di Headless studio

Elogio della biblioteca

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Paura di tutti i lettori veri.

Un post così, che nasce soprattutto dalla riflessione mia personale quando vedo gente comprare un sacco di libri, lamentarsi degli acquisti e dei soldi spesi, farsi consigliare senza senso libri da altri (conosciuti e sconosciuti) e poi magari lamentarsi del pessimo consiglio. Maaaaaaaaaaaaa tutti hanno questa marea di spazio e soldi da comprare ogni libri che gli passa per la mente? No, perché io vivo in spazio vitale risicato e con i pochi soldi che passa il convento lavorativo tanti libri non me li posso comprare. Quindi? Cosa non quadra?

Alt! Ognuno con i suoi soldi fa quello che gli pare, quindi non contesto minimamente l’acquisto di oggetti che fanno piacere, ma mi chiedo se abbia senso spenderli senza ragionamento oculato, visto che poi le lamentele ci sono. Un tempo anche io, con la mia famiglia d’origine, non avevo problemi a comprare libri e devo dire che raramente abbiamo acquistato male, ma è semplice fortuna oculata: rimanere in ambito del conosciuto o leggere un autore classico che ha scritto tanto aiuta tantissimo. Poi è arrivata la crisi e anche la diminuzione di spazio vitale e allora si sono riscoperte le biblioteche. E si è aperto il mondo!

Come si fa a vivere senza biblioteche se sei un lettore onnivoro e affamato? E sul limite della povertà una volta sì e l’altra pure, aggiungiamo. So di aver scritto altre volte sulle biblioteche e sul fatto che per me è stata una meravigliosa scoperta che ha solo ampliato il mio spazio mentale senza dover diminuire soldi e spazio fisico. Ora mi chiedo perché non le si usi in modo più massiccio…

Molto probabilmente ci saranno analisi su questo fenomeno, ma è meno impattante del problema dell’editoria, delle librerie che chiudono o del fatto che i lettori diminuiscono. Lettori o compratori di libri? Me lo sono sempre chiesta. Alla fine anche se sembra tutto la stessa roba, se vai in biblioteca il libro non lo compri, non fai girare l’economia, quell’editore non stampa x libri, quella libreria non vende, non ci sono stipendi per chi lavora e quindi poi si chiude. Corto circuito lettori! Qualcosa non quadra nel mio ragionamento, ne sono convinta. Qualcosa che riguarda l’educazione al leggere e al possedere libri, perché essere lettori non vuol dire comprare libri (io ne compro in modo compulsivo e ne leggo di meno di quelli che prendo o compro e leggo altro, non so, follia mia), comprare libri o tanti libri non ci rende ottimi lettori, leggere tanto non sempre implica comprendere quello che si legge, consultare testi non sempre aiuta. Non…non…non. Allora cosa servono le biblioteche? A far guerra all’editoria, al commercio, alle librerie? Non scherziamo! Eppure sembra così, se non ci rendiamo conto che non sono binari paralleli di un unico tragitto ferroviario, ma punti di interscambio, di passaggio, di consapevolezza.

Quindi adesso vi metterò i punti per cui, secondo me, ogni forte lettore, medio lettore e nuovo lettore deve sostenere le biblioteche civiche, comunali o quel che è, incentivarne il prestito, insistere sugli acquisti e farle vivere.

  1. sono un centro d’aggregazione sociale. Questa non è difficile da capire, ma in un mondo sempre più isolante, dietro ognuno ai nostri schermi, uscire e guardarsi in faccia non è male. A volte in biblioteca si riparano persone che una casa non ce l’hanno e qui continuano ad avere un senso di umanità civile (sempre che si comportino degnamente).
  2. sono un centro di scambio di idee, soprattutto le biblioteche universitarie, anche se in certe città qualcuno pensa che siano il loro territorio personale di “anarchia” dove le leggi sono sospese, in realtà quei luoghi dovrebbero continuare la tradizione delle università laiche medievali, nate in antitesi e continuità con i monasteri religiosi e quindi permettere che le idee circolino, si scontrino, si ricalibrino per il bene di tutta la comunità e della politica.
  3. sono un momento in cui la solitudine si può combattere. Pensate a quanta gente sola, spesso anziani, “costretta” a uscire di casa per andare a prendersi qualche libro, trova poi un modo per scambiare due parole non solo col bibliotecario. Un tempo avevamo le piazze, ora abbiamo i centri commerciali con l’aria condizionata, ma ci possono essere anche le biblioteche.
  4. sono un luogo di crescita, soprattutto le biblioteche per bambini. E’ vero che ci sono asili, giardinetti e parchi apposta, ma non di solo svago deve vivere il cervello di un bambino, futuro adulto. Alimentiamo quei neuroni anche con le storie!
  5. sono un supporto economico per lettori. Questa è facile da capire.
  6. sono un supporto economico per lettori dubbiosi, nel senso che se non sei convinto che quel libro ti piaccia, lo prendi in biblioteca e poi magari te lo compri (capita, fidatevi).
  7. sono un momento di incontro fra lettori e scrittori e/o editori. Sono un salotto accogliente in cui parlare di cultura a qualunque livello.
  8. quando giocavate a sim city senza biblioteche il vostro quartiere non progrediva anche se avevate altro, qualcosa vorrà dire no?
  9. sono un luogo in cui le domande possono trovare risposte. Con tutti quei libri uno che ti dica cosa cerchi dovresti trovarlo!
  10. sono un luogo di innamoramento e amicizia. Dai, perché no?
  11. sono un ente sociale, educativo, culturale, propositivo e civico. Basterebbe solo questo per doverle sostenere.
  12. leggere libri rari, fuori catalogo, costosissimi.
  13. Non ci sono solo libri, ma anche dvd, cd, fumetti e tanto altro.

Forse ci possono essere anche altre risposte sul perché è dovere di ogni cittadino pretendere e sostenere le biblioteche, ma forse basterebbe capire che esse sono come i musei, dove la cultura è a disposizione di tutti perché possano crescere e amare la cultura e ampliare i propri orizzonti e capire come spendere anche i propri soldi per comprare libri che fisicamente devono starci vicino per tutta la vita possibilmente. Una città senza biblioteche è una città afona, che allontana da se stessa chi deve invece investirci soldi, tempo, passione, fatica e gioia. Non prendetemi per scema, perché non vivo sulle nuvole, ma le biblioteche sono non un’antagonista alle librerie, ma la spalla su cui appoggiarsi perché permette davvero che la conoscenza possa arrivare a tutti senza spendere nulla di più delle tasse comunali che già si pagano.

Credete nelle biblioteche, perché possono permettere a piccole case editrici di nascere, agli editori di investire e alle librerie di crescere: ogni nuovo lettore nato, cresciuto, educato, appassionato, sarà un lettore compratore bisognoso di capire, vedere, crescere, avere e incontrare.

Andate nelle biblioteche quando siete in crisi di lettura e non sapete cosa leggere, fidatevi dei consigli di amici e bibliotecari, ma se avrete trovato un libro che parlava a voi lo comprerete dopo, se invece non sarà scattata la magia non rimprovererete nessuno se non il tempo sprecato. Un passaggio in meno in libreria non vi farà perdere la voglia di comprare, tanto lo sapete benissimo che se siete “ammalati di librite” dovranno colpirvi fortissimo in testa per farvela passare, avrete solo aumentato le possibilità di leggere. Fidatevi della sottoscritta sull’amaca. 😉

Pretendete dai vostri sindaci, uscenti entranti sotto elezione, che ci credano fortemente nelle biblioteche, che investano tempo e denaro per sostenerle, per farle crescere, per renderle una seconda/terza/quarta piazza cittadina. Pretendete che ci siano servizi pubblici comodi per arrivarci e non che siano piazzate lontano come isole nel deserto. Pretendete che ce ne siano tante (a Parma sono davvero fortunata e incrocio le dita che si continui così per sempre) in vari quartieri della città in modo che siano come le celle di uno stupendo alveare di libri. Davvero, le biblioteche sono un tesoro per tutti.

Towers of Knowledge, di Rob Gonsalves
Towers of Knowledge, di Rob Gonsalves

“120, rue de la Gare” di Léo Malet

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recensione di anobii

Dicono che non si possa capire il noir se non hai letto Simenon e Malet. Simenon lo amo sin da bambina (lessi un suo libro per la prima volta alle elementari), Malet non lo conoscevo fino ad ora. Era il caso di rimediare e iniziare a leggere anche questa serie.

L’investigatore Nestor Bruma sembra uscito più che da un romanzo, da un fumetto per quel suo modo di fare incurante del pericolo e delle regole, pur essendo un investigatore privato. Lo troviamo che è la seconda guerra mondiale, in una Francia ancora sotto gli allarmi aerei, i campi di prigionia, i passaporti e i visti, gli ospedali che sembrano quasi un carcere e la polizia che cerca di far tornare la legalità come se si trattasse di normale amministrazione. Ci sono rapporti lavorativi da ristabilire e agganci utili da rinsaldare, senza pestare i piedi a nessuno, ma quando gli ammazzano sotto gli occhi un suo collaboratore e sotto un lampione staziona la sosia di una splendida attrice, a Nestor non par vero di dover rimettere in moto la sua vita. E anche quell’incontro strano, con uno smemorato, nei campi di prigionia, inizia ad avere un senso in tutta questa intricata serie di incontri e di messaggi spediti via posta.

La scrittura è agevole, anche un po’ troppo a volte e son dovuta tornare indietro per rileggere i passaggi appena letti. Non capisco come mai mi stia succedendo. Ho sicuramente cambiato “metodo” di lettura con annessa attenzione, ma a volte mi capita leggendo di perdere il senso di quello che sto leggendo, come se le parole fluissero troppo velocemente: e allora le lascio andare, immaginando quello che percepisco e vedendo quello che viene descritto. La scrittura di Malet non è descrittiva, anzi è essenziale e scarna, ma non per questo non riesce a rendere bene le situazioni e i rapporti, raccontando una Francia sotto tono, quasi in gabbia, senza mai parlare di politica o di storia: ci sono gli aerei, gli attestati, i documenti rilasciati, quella sensazione di pericolo sottostante, ma non è nominato alcun personaggio o evento che inquadri la storia nella Storia. E’ una Francia secca che cerca di rimettersi in piedi, senza dare sconti a nessuno, ma nemmeno senza cercare di far pagare in eterno qualcosa. Burma sembra uno che alle regole fatica a stare, ma sembra solo apparenza mentre cerca di rimettere in riga tutti i pezzi di uno strano puzzle che gli è capitato fra le mani. Ecco “capitato fra le mani” in questo romanzo è il concetto giusto: qui tutto un po’ capita, si innesca, si incastra e alla fine, come il classico insegna, si risolve facilmente come se fosse evidente a tutti. Io però mi son persa qualche dettaglio e alla fine non ho potuto far altro che vedere l’esito e assentire.

A questo punto mi chiedo cosa lo accomuni a Simenon e al suo Maigret e sinceramente non ho una risposta. Di certo c’è un certo stile “alla francese”: avete presente quanto guardate i film francesi? Hanno quel non so che di “colorato” e sofisticato anche quando sono commedie per tutti (non credo che abbiano dei cinepanettoni loro, almeno glielo auguro). Capisco che dire che i film francesi e anche i romanzi abbiano un quel non so che di “colorato” non è molto professionale, ma è una cosa che mi capita di associare odori, sapori e sensazioni ai colori per spiegare la sensazione di un qualcosa (o un gusto. Per esempio per me la vaniglia è blu. Punto. Come posso spiegarvelo in altro modo? Non si può!). Vorrei dire che Burma è la parte più sensuale e giovane di Maigret, oppure potrebbe essere la scanzonata spalla del commissario, ma alla fine loro sono due mondi che non si possono incontrare, non solo e non tanto per l’ambientazione cronologica, ma proprio per il concepire l’indagine. Se non fosse per la pipa… Maigret per me trova un suo erede in Adamsberg della Vargas con quel suo modo paterno di affrontare le persone, anche quando prende per la collottala il cattivo o l’interrogato reticente di turno; Burma invece è troppo carico per poter aver cura di chi ha di fronte con la pazienza serena del poliziotto, anzi lui un po’ li deride con il loro modo di fare ligio al dovere. Maigret è diventato famoso, Burma molto meno: come mai? Mi rimane un mistero per ora.

Voto: 6 e mezzo E’ stata una piacevole lettura e devo ammettere che mentre leggevo mi convincevo che un altro episodio non mi avrebbe attratto, ma a ripensarci, mentre scrivo (di botto come al solito, lasciando che il cervello vaghi, senza appunti) mi vien da pensare che una seconda opportunità si può concedere, cercando di capire alcune cose di questo personaggio e del suo autore.

Scheda tecnica

titolo originale:  “120, rue de la Gare”

traduttore: Federica Angelini

anno di pubblicazione: 1943

edizione: Fazi Editore

finito di stampare: febbraio 2006 presso Grafiche del Liri s.r.l.

edizione italiana a cura di  Luigi Bernardi

grafica di copertina di Maurizio Ceccato

in copertina disegno di © Jacques Tardi

pagine 203

prezzo: €8,50

“Yeruldelgger” di Ian Manook

Era in lista da un po’, da quando era uscito credo, ma solo questo mese mi è capitato fra le mani andando in biblioteca (una buona infornata a questo giro, visto che in un colpo solo mi sono portata a casa tre libri che volevo assolutamente leggere e di cui vi parlerò a breve). Mi incuriosiva sapere come si investigava dall’altra parte del mondo e soprattutto su che cosa e in che modo: quanto sono diversi da noi questi mongoli dal fascino esotico e chiusi nelle nostri menti in un passato glorioso e perdente. Ci si immagina di avere a che fare con Genghis Khan e la sua corte in jean e maglietta? Non lo so, so che dopo aver letto “Il Totem del Lupo” di Jiang Rong l’Orda d’Oro si è spogliata nella mia testa di ogni orpello per cadere, purtroppo, nella desolazione della contemporaneità che tutto distrugge. So anche che da questo libro avevo anche grandi aspettative proprio perché cercavo di ritrovare quel senso di resilienza di cui avevo captato il sentore dalle parole di un mio amico appena tornato per la seconda volta da quelle terre. So di non essere stata del tutto esaudita.

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recensione di goodreads

Di certo da un romanzo giallo, da un’investigazione non ci si può aspettare che faccia l’affresco preciso e antropologico dell’ambiente in cui si svolgono le cose, ma quello che ho sentito leggendo è stato un superficiale raccontare cose viste o vissute e mi sono perplessa da sola. Ho cercato di capire qualcosa in più dell’autore perché da alcune descrizioni (proprio in virtù delle foto appena viste del viaggio del mio amico) e da alcuni dettagli si capisce che conosce quello che racconta, ma è come se non lo sentisse. Questo è un discorso che mi capita spesso di fare con Amici su come il senso delle cose lo puoi capire solo se lo hai davvero vissuto nel profondo, quando ti sei così tanto sporcato da non sentirne più nè l’odore nè vederne la macchia: lo fai tu, lo vivi, lo respiri e tutto ti viene così naturale da non saperlo spiegare agli altri se non invitandoli a viverlo a loro volta. Vale per un sacco di cose dalla filosofia alla religione, dal paese in cui si vuol vivere al cibo che si ingurgita, dai libri che si leggono alla musica che si ascolta. Non voglio fare un discorso filosofico su un testo che di filosofico ha ben poco, ma mi ha colpito questa sensazione di non riuscire ad afferrare totalmente la comunicazione inconscia dell’autore e del perché si svolga in un paese così particolare.

La vicenda è anche abbastanza facile da descrivere se non fosse che scade un po’ nello scontato: un poliziotto sopra le righe (che io ho continuato purtroppo a vedere con la faccia di Jean Reno per tutta una serie di personaggi del genere, vedi “Wasabi”) ma che i buoni adorano; due omicidi sconvolgenti nella loro “normalità” (il cadavere di una bambina disseppellito dal tempo e un pluriomocidio a sfondo sessuale perverso) che però svelano una serie accidentale di collegamenti e di brutalità; poliziotti corrotti contro poliziotti buoni; un dramma famigliare insoluto. In soldoni questo è lo scheletro entro cui i nostri protagonisti si muovono e capisco di semplificare anche troppo un libro che, da quanto leggo, è piaciuto abbastanza, ma la sensazione di sapere come andranno le cose molte pagine prima che succedano è abbastanza deludente. Capisco che sia difficile, di questi tempi, essere originale in scrittura e in trama, ma è fastidioso fare il “lettore Cassandra”.

Altra cosa fastidiosa nella lettura sono state le descrizioni dettagliate delle scene di violenza sessuale. Non faccio la puritana, ma quando le cose sono gratuite son fastidiose. Mi spiego meglio. Lo stile del libro è, per quanto il nostro eroe sia tagliato con l’accetta e l’amarezza, molto lineare, chiaro, diretto, senza troppi fronzoli nè esagerazioni: i protagonisti sono chiaramente buoni (anche troppo in certi casi), buoni scanzonati, cattivi, inetti, stronzi veri e propri. Si inquadrano tutti, senza tanti colpi di scena, sapendo per chi parteggiare e perché, con un uso sapiente e ponderato delle scene, dei rapporti, delle parole e degli atteggiamenti. Poi di punto in bianco, in momenti in cui ci stavano le scene per carità, ecco la dettagliata descrizione di ogni gesto, atto, mano, membro che fa cosa e come. Perché? Quando leggo certe cose, mi vien sempre da dare la colpa a Martin e al “Trono di Spade” per le sue scene gratuite di sesso, descritte che manco un porno. Certo, siamo adulti, siamo cresciuti, non viviamo in una bolla di vetro, che vuoi che sia una scena di sesso un po’ hard? Non voglio nulla, ma solo è fuori contesto letterario e mi fa insospettire che sia un po’ il modo di sconvolgere il lettore di punto in bianco, cercando di vedere l’effetto che fa. A me ha fatto l’effetto di noia. Sia messo a verbale.

Detto questo potrebbe sembrare che io abbia detestato questo libro, cosa non corretta. Il libro mi è sufficientemente piaciuto, anche se lo avrei un po’ accorciato in certi punti: interessante leggere i pezzi in cui la vita della Mongolia si intreccia con gli atti del commissario o di altri personaggi che gli sono da contorno; mi è piaciuto quel suo modo di fare scostante in bilico fra la tradizione come giusto dogma e un lavoro che è tutto uno sporcarsi le mani nel peggio del mondo. Anche Yeruldelgger mi è abbastanza piaciuto, rientrando nella serie di investigatori scostanti e monolitici che ora vanno di moda, perché per quanto sia davvero scolpito nella roccia, poco umano, risulta simpatico e si parteggia facilmente per lui e per i suoi modi di fare spicci. Solongo, la medico legale, è un bel personaggio solido attorno a cui la vita si muove senza scomporre la sua solidità spirituale. Insomma il libro si fa leggere, senza avermi tratto fuori troppi entusiasmi.

Voto: 6 Sì, la sufficienza meritata devo dirlo, ma che mi fa pensare che si potesse chiedere un po’ di più alla storia limando certe cose e approfondendo altre. Quando faccio questo tipo di commenti mi rendo conto di essere quel tipo di lettore stronzo che trova un sacco di peli nell’uovo, ma è più forte di me. La lettura per me è spontanea e il giudizio cresce o diminuisce durante la lettura, cercando sempre di dare la possibilità di “redimersi” quando ho sensazioni stonate; quando però quei peli mi rimangono sullo stomaco, per quanto mi renda conto del buon lavoro fatto, saranno quelli a far risaltare il mio giudizio finale.

Scheda tecnica

titolo originale:  “Yeruldelgger”

traduttore: Maurizio Ferrara

anno di pubblicazione: 2013

edizione: Fazi Editore – serie Darkside

finito di stampare: giugno 2016 presso Puntoweb S.r.L di Ariccia (Roma)

progetto grafico: Francesco Sanesi

pagine 524

prezzo: €16,50

“Agatha Raisin e la quiche letale” di M.C.Beaton

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recensione di goodreads

Su consiglio indiretto de La libreria pericolante e del Clubippogrifo mi ci sono messa anche io a leggere questa investigatrice inglese partendo, giustamente, dal primo libro. La rampante A.Raisin, giunta all’età della pensione (senza avere a che fare con riforme Fornero & co. per fortuna sua) decide di mollare la stimolante Londra e la sua società di Pr per andare a vivere in campagna, con quel modo di fare molto british da copertina patinata in cui un cottage è taaaaanto carrrrrino. Ben presto il suo carattere si scontra con l’evidenza: che cosa ci sta a fare lei in un posto così noioso? Beh, noioso…alla fine ci scappa anche il morto e forse è proprio colpa sua. Siccome la nostra eroina, dal carattere spigoloso e dalla faccia di bronzo come poche, ferma e zitta non ci sta a fare decide che è suo interesse venire alla risoluzione del mistero, anche se tutto e tutti le dicono che se ne dovrebbe stare buona e cara seduta da qualche parte o andando in bicicletta per smaltire i chili di dosso presi con l’inattività campagnola.

Il libro scorre velocemente grazie a una caratterizzazione dei personaggi ben fatta e non troppo articolata, con uno stile lineare e spigliato e anche con un’articolazione della trama molto classica, ma non semplicistica. Difatti esso rientra in quella serie di libri in cui sono le banali pulsioni umane a fare i danni maggiori, senza dover per forza scomodare psicopatologie mentali o insani appetiti: è un classico giallo. Deo gratias! In tutto quel mare magnum di libri di genere scorgerne uno con stile, ironia, sarcasmo, con un personaggio che non attrae subito le simpatie ma non è una palla al piede problematica e soprattutto con una trama “serena”, è davvero un toccasana. Ora capisco il perché abbia così tanto successo, anche se sinceramente non potrei immaginare di poter accostare la protagonista a Miss Marple, come si legge nella quarta di copertina. Certo il personaggio al primo libro non può essere così definito come magari potrebbe apparire a serie avanzata e, di certo, le sue capacità investigative sono appena state “scoperte”, ma le due protagoniste sono diverse per atteggiamento e propensione: Miss Marple è la vecchietta impicciona, con un sacco di amicizie eccellenti o meno (e io devo ancora capire perché visto che da quanto mi hanno detto non si capisce bene cosa abbia fatto di lavoro prima di diventare la Miss Marple che conosciamo), ma materna e comprensiva; Agatha Raisin invece è una rampante signora di mezza età, in pensione forzata da sè, con agganci dovuti al suo passato lavoro dirigenziale e organizzativo nella pubblicità (almeno qui sappiamo benissimo come potrà fare certe cose, visto le conoscenze che può avere nel suo carnet) che investiga per un bisogno suo personale, come un qualcosa dentro che rugge e che non può farla stare buona e cara a coltivare le rose (e per fortuna diremo noi). In comune di certo hanno la comprensione di quello che le circonda, la visione più allargata delle situazioni e quel non so che fa scegliere loro di arrivare a una soluzione, invece di lasciar perdere.

Malgrado però tutto questo piacevole inizio, devo dire che il libro mi è piaciuto ma non esaltata. Perché? Prima di tutto perché una puntina di fastidio l’ho avuta nel leggere come la protagonista veniva presentata, con i suoi modi di fare detestabili da donna di città; poi però questo aspetto, fondamentale per darle una connotazione diversa, è reso in modo credibile e “addomesticato” nella resa della storia. E’ difficile creare un investigatore o un’investigatrice originale, non solo per i grandi nomi oramai scritti come le Tavole della Legge, ma anche perché, noto, ci sono filoni veri e propri: gli amiconi, i tormentati, i buoni loro malgrado, gli stronzi che funzionano oppure quelli che hanno le sensazioni paranormali. A volte si rischia davvero la stereotipizzazione rendendo i personaggi poco umani o poco credibili (anche se più guardo l’umanità e meno mi stupisco di certi modi di fare). Al di là del carattere che l’autore vuol dare al proprio alter ego, quello che io trovo sempre fastidioso è che questi personaggi siano a volte fuori contesto o fuori luogo o comunque non umani abbastanza: li si vuol rendere unici, ma quell’unicità a volte, se ragionata in termini realistici, li creerebbe dei disadattati e non dei protagonisti. La nostra protagonista è la vicina che non vorremmo avere, se non magari dopo averla avvisata che se rompe ancora le scatole una badilata nei denti non gliela leva nessuno, perché alla fine se vuoi inserirti nel gruppo devi capirne le dinamiche e non giudicarle. Punizione alle sue velleità la scrittrice gliela infligge tutta mandandola in gita con due vecchietti parassiti (non dico nulla di più, perché è veramente spassosa la cosa). In più ci sono tutti i cliqué che ti aspetti: dal vicino di casa new entry e fascinoso, al poliziotto un po’ troppo interessato o affettuoso alle donne di paese.

Voto: 6 e mezzo Sicuramente da leggere anche gli altri della serie. Sicuramente da consigliare a chi vuole trovare un momento di puro relax, facendosi strappare un sorriso, ma senza pretendere troppo.

Scheda tecnica

titolo originale:  “Agatha Raisin and the Quiche of Death

traduttore: Marina Morpurgo

anno di pubblicazione: 1992

edizione: astoria

finito di stampare: nel mese di gennaio 2011 da Galli Thierry Stampa, Milano

copertina: illustrazione di Alice Tait

progetto grafico: zevilhéritier

pagine 257

prezzo: €16,00

“L’apparenza delle cose” di Elizabeth Brundage

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Recensione di goodreads

Premessa: ho sbagliato istinto, non è il libro per me. La recensione su “Il Libraio” mi aveva colpita e non so come sia, ma a sto giro ho toppato. Non è che sia un brutto libro, ma non era quello che mi aspettavo e quando le aspettative librarie vengono deluse è un po’ come quando ti sbagli a uscire con un uomo: un appuntamento che ti lascia l’amaro in bocca e ti fa dubitare di te. Beh, in questo caso i libri si rimpiazzano e si dimenticano molto più velocemente di un’appuntamento amoroso.

Perché non fa per me questo libro? Perché dalla recensione mi aspettavo qualcosa di più horror, una cosa in cui la casa davvero avesse il predominio sulle persone vive e che agisse in qualche modo. King ne parlava bene (anche se diciamocelo, tutti noi non crediamo davvero che i commenti entusiasti degli autori su un libro di un collega siano davvero quello che pensano: quello che pensano, in bene e in male, lo argomentano meglio e magari in una discussione più stimolante della frasina buona per farci prendere il libro. Sì, sono molto disillusa da tante cose). E questo doveva mettermi sull’avviso, perché il Re (gli riconosco il titolo) ha il potere di farmi detestare i suoi libri e farmene amare altri e questo libro rientra nei suoi detestabili: verboso e narrativo.

Non c’è niente di male nella narrativa, anzi, ma non fa per me. I libri per me devono avere uno “scopo”: un omicidio da risolvere, un mostro da sconfiggere, un pianeta da scoprire. Sì, amo più i libri di genere, quelli che hanno qualcosa da raccontare di preciso e non solo la Vita in senso ampio, quel lento e inesorabile fluire di giorni dopo giorni sperando che qualcosa accada e quando accade, semplicemente accade. Alla gente piace e io ne sono contenta, a me annoia (tranne rarissimi casi).

Qui succede qualcosa a inizio libro e ci si impiegano circa 300 pagine per arrivare a spiegare perché si arriva a quello (è un omicidio, dai, non è spoiler), ma poi ce ne vogliono altre 200 per dire che per quanto si sappia chi è stato e il lettore sappia benissimo anche perché nessuno può farci nulla e quindi ciccia. Ciccia??? No, vogliamo dire che quello che poteva risolversi almeno in un thriller è rimasto lì, incompiuto, con le vite di tutti che malgrado tutto vanno avanti come se niente fosse e che, soprattutto, nessuno paga? No. Non mi va bene. Ci sono poliziotti che non indagano veramente, persone che se ne lavano le mani, gente che potrebbe parlare e se ne sta zitta tranne poi piagnucolare sulla povera morta. Ok, è un libro horror.

Capisco perché a King possa essere piaciuto, perché alla fine qui c’è solo la vita normale, quella delle persone che si rovinano la vita vicendevolmente, perché troppo deboli per fare un passo fuori dagli schemi; perché vivono nell’umiliazione e quindi pensano che tutti debbano vivere così; perché schiavi di perbenismi manipolati e contorti che rovinano anche la migliore ideologia o religione; perché persone becere; perché paurose; o perché psicopatiche. Leggere questo libro è come vedere la gente che hai vicino farsi mangiare dalla vita, incapace di mettere dei paletti e di scegliere le conseguenze meno dolorose; questo libro fa male. Fa male perché non ha una risoluzione, un riscatto, una punizione. Fa male ed è horror contemporaneo, dove i mostri non esistono, ma esistono solo omuncoli e donnicciole vittime delle loro pochezze. Mi chiederete se non esistono momenti propositivi o di speranza. Ci sono, ma sono talmente lasciati di contorno che non danno alcun sollievo. Sarà stato questo lo scopo della scrittrice e c’è riuscita benissimo, creando il personaggio negativo come un topos classico di perversione ed egoismo; creando la vittima sacrificale immobile e tanto vittima (sì, lo so è una ripetizione, ma è davvero una cosa sconvolgente); e attorno comprimari che sarebbero anche utili se la vittima non decidesse di non parlare. Più ci rifletto e questo libro non è solo narrativa, ma è un bel manuale psicologico da regalare a tutte quelle persone che, per un motivo e per l’altro, pensano che l’unico modo di affrontare la vita sia farsi mangiare: stare zitti e subire, quando basterebbe aprire o chiudere una porta, a seconda delle situazioni. Andarsene non è un male, lasciare le persone nemmeno. Non esiste una legge che ci obblighi a stare con qualcuno pena il carcere, ma siamo troppo ingabbiati dalla condanna morale della società da subire qualsiasi cosa, anche quando ci rendiamo conto che non è umanamente possibile. D’altra parte chi invece vive lontano dalle gabbie, ma è troppo occupato a godersi la propria libertà da non capire che non siamo tutti uguali e che non possiamo fare i cloni di noi stessi per rendere gli altri liberi: ognuno può essere libero secondo la propria indole.

Cathrine e Justine sono i due personaggi femminili attorno a cui gira una sorta di speranza di rivalsa, ma sono trottole che non si toccano. Willis è una trottola autodistruttiva. Fanny è una trottolina felice, nei suoi pochi anni di vita amata da due genitori che, come la buona creanza vuole, a lei danno tutto l’amore che hanno. Mary una lenta trottola abitudinaria. E questi sono solo alcuni personaggi attorno cui la vicenda si articola, mentre George Clare agisce a suo modo, fregandosene di tutto e tutti.

Voto: 6. Non posso dire che sia un brutto libro, ma la vera pecca è che per 200 pagine quello che a me ha preso è stata la noia, la speranza che finalmente ci fosse la svolta emozionante, quella discesa impellente in cui succede per forza qualcosa che ti possa tenere incollata alle pagine. Troppe parole, troppe digressioni sulle vite dei personaggi marginali, troppe cose inutili e meno sostanza. Un buon fumo per un arrosto troppo piccolo per la mia fame.

Scheda tecnica

titolo originale: All Things Cease To Appear

traduttore: Costanza Prinetti

anno di pubblicazione: 2016

edizione: Bollati Boringhieri

finito di stampare: gennaio 2017 stampato in Italia da Grafica Veneta S.p.A. di Trebaseleghe (PD)

copertina: illustrazione © Sandra Cunningham/ Trevillion Images

pagine: 516

prezzo: €18,50