“Moby Dick” di Herman Melville

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Questa volta il link è a wikipedia

Non ho proprio intenzione di scrivere una normale recensione su questo libro, ma piuttosto mi viene da riflettere su un qualcosa a mio parere più grande, che spesso coinvolge i classici in quanto portatori di messaggi universali al di là del tempo: può “La balena bianca” affascinare i ragazzi nel tempo del problema ecologico?

Quando ero ragazzina la prima volta che lessi “Moby Dick”, lessi la versione ridotta per ragazzi. Era estate, ero al piattume del mare di Pesaro (quello per la precisione con gli scogli che salvano la spiaggia, ma che ti danno la sensazione che potevi arrivare a piedi fino in Jugoslavia, allora esistente, con l’acqua al petto), inizia a disprezzare di andare al mare e non fare nulla, di essere costretta a nuotare con le mani che toccavano la spiaggia, insomma iniziò lì quella mia “schizzofrenia” per cui detesto il mare, ma adoro leggere libri di avventure marinare. Perché sdraiata come una sardina sul lettino, col librone fra le mani, io immaginavo baleniere oltre gli scogli, sbuffi bianchi e sì cacce furiose che coinvolgevano bestie e uomini. Allora non c’era una coscienza ecologista e se anche l’avessi avuta ero troppo ininfluente nell’economia famigliare per poter dire la mia. In più a quel tempo mangiavo anche mal volentieri pesce. Eppure salire su una baleniera mi sembrava la cosa più figa che ci potesse essere a quel tempo!

E oggi? Come possono prenderlo questo libri i ragazzini che giustamente sono informati sulla condizione mondiale della fauna marittima, sugli assurdi “esperimenti” giapponesi su balene (anche incinta) facendone una vera e propria strage? Cosa racconta se non orrore puro ai ragazzini? Me lo sono chiesta, perché alla fine è difficile immedesimarsi in Achab nella sua folle e monotematica caccia al suo mostro bianco; ma magari Ismaele o Queequeg coi suoi tatuaggi o Stub e Starbuck possono attrarre i lettori e far loro immaginare di salire su una nave e poi su una lancia, impugnare una fiocina e via! No, di certo. Diventa difficile. Forse non lo facevamo nemmeno noi da ragazzini, perché troppo distanti da noi per caratteristiche: Ismaele il narratore, così colto, attento a ogni aspetto della biologia della balena da lasciarci interdetto, troppo capace di cogliere le sfumature bibliche dove noi avevamo letto solo delirio; Queequeg tatuato, pagano, silenzioso gigante dai modi di fare ieratici e posati, distanti dalla nostra rilettura occidentale; Starbuck spaccone, irritante, esagerato, ma che alla fine mantiene la lucidità di voler convincere il capitano a desistere per salvare la vita a tutti; e sopra tutti Achab, il capitano, oscuro, silenzioso, pazzo nella sua caccia alla balena da fregarsene e condannare le vite altrui alla dannazione pur di pagare la vendetta che, pensa, gli spetti. Lontani questi personaggi da ragazzi anni 10-14 in un’epoca dove il mondo sembrava ancora distante e meraviglioso, così silenzioso senza internet (eggià ero piccola e non c’era internet…mi sento meravigliosamente vecchia!), eppure quel poco di vicinanza faceva pensare che si poteva andare per mare.

E adesso? Me lo sono chiesta ogni volta che l’autore si fermava a raccontare come si caccia, si soffermava alla fatica della caccia, al pericolo dovendo andare a una specie di corpo a corpo con l’animale, il quale placido si faceva bellamente i fatti suoi nel mare. Me lo sono chiesta lungo i paragrafi lenti e dettagliatissimi su come, credevano, fossero le balene, i leviatani, i capodogli; su dove si estraeva cosa e a cosa servisse; la fisiologia e come si comportavano fra di loro. Lunghi, estenuanti, interrompevano esageratamente l’avventura, quasi “rovinandola”; ma il libro è anche questo: una sorta di libro di testo in cui il lettore comprendeva cose che non avrebbe mai potuto vedere (anche “Ventimila leghe sotto i mari” di Verne era strutturato così, ossia come un libro di divulgazione scientifica). Me li sono immaginati i ragazzini di adesso con smartphone sotto mano pronti a smentire le false idee scientifiche. Allora, pur sapendolo, non ci sarebbe forse fregato nulla di correggere Melville, ora sono più informati e forse meno “succubi” (male! molto male!) della fantasia.

Melville parla di un “libro malvagio” ossia dove il protagonista è il male. Ma cosa è il male per noi e per loro allora? Forse l’autore voleva concentrarsi sul male che mangia gli esseri umani nel profondo, quando è la vendetta a macerarli come un cancro, quando è il dolore a far dimenticare le cose positive che si sono lasciate a terra (Achab ha moglie e figlio piccolo ad aspettarlo, ma non gli interessa). Achab è macerato dalla sua vendetta, con quel moncone di gamba a ricordargli al cattiveria di una bestia nei suoi confronti: è personale, provocatorio, forte. La balena bianca è l’incarnazione del Male.

Eppure leggendolo oggi Moby Dick, l’unico cetaceo che ha dignità di nome, intelligenza e strategia bellica, non sembra più come il male del mare, come l’essere che scientificamente va a caccia di baleniere per vendetta, ma pare quasi un mistico eroe vendicativo. Verso la fine del romanzo Melville, ingenuamente, fa dire a Ismaele che questi favolosi animali marini non si estingueranno mai, che fondamentalmente saranno sempre i signori incontrastrati dei mari. Purtroppo sbagliò previsione e, a sentire le ultime statistiche, le balene stanno diminuendo a vista d’occhio, divenendo oramai specie protetta. Quindi è non solo Achab con la sua follia a rappresentare il male, ma lo sono anche tutti i balenieri. Come a questo punto non tifare per le balene che con la loro mole distruggono navi e barche per aver salva la propria vita? Come non pensare a Moby Dick come l’incarnazione luminosa di tutte le balene uccise e, con mentalità umana, l’angelo vendicatore di tutte loro? Questo voleva Melville? Questo si ribalta nella lettura moderna o io mi sono fatta troppe pare mentali?

É stato naturale chiedermi come possono vedere le nuove generazioni questo romanzo, questo pilastro della letteratura, questo libro che ti spinge a farti domande sulle conseguenze delle nostre azioni, ma anche di quelle altrui; su cosa sia Bene e Male; libro che ti fa (faceva?) venir voglia di imbarcarti su un vascello; che sa di avventura. Dobbiamo inculcare la nostra visione della sua decodifica o dobbiamo lasciare che loro ci raccontino un nuovo modo di vederlo, scendendo dalla baleniera e tifando per la balena?

Ed io? Io risalirei su una baleniera e sì andrei per mare, non so più se proprio a caccia di balene oppure come ora su navi studio, ma rileggere questo libro a distanza di 30 (? più o meno) anni mi ha dato le stesse fortissime emozioni, con la consapevolezza che Achab è un gran personaggio (forse il migliore, tratteggiato con pochissimi dettagli), Ismaele è noioso, Queequeg è un portento (forse perché grazie agli studi fatti, ora come ora sembra meno esotico e sopra le righe, ma molto concreto e spiccio) e tutti gli altri necessari. Ho avuto l’istinto di saltare i lunghi pezzi di descrizioni naturalistiche, a volte discutibili, ma un certo punto ho capito che per capire la follia di Achab bisognava capire quanto ritenessero quegli animali favolosi, enigmatici, superiori a qualsiasi altra bestia sia per dimensione che per quantità di risorse prodotte, in una sorta di venerazione e alterigia umana di sopraffazione di tutto e tutti.

Voto: 7 e mezzo. Questa edizioni ha un difetto: la traduzione. Non capisco se la scrittura di Melville fosse così ostica e farraginosa o la traduttrice ha voluto in qualche modo mettere del suo cercando “inciampi” linguistici: senza voler snaturare nulla, ma un libro secondo me fila quando leggendolo a voce alta la lingua non inciampa sul palato. E qui è successo a tal punto che ho smesso di provarci. On line ho trovato molte critiche da vari lettori su alcune traduzioni proprio per questa arcaicità del linguaggio che pare forzata. Voi cosa avete riscontrato e come lo avete trovato sotto questo punto?

La scelta del disegnatore è sicuramente di pregio vista la popolarità, ma devo ammettere che non è propriamente il mio stile e quindi in alcune tavole ho apprezzato meno la visione grafica. In ogni modo la Bur_Rizzoli ha fatto uscire un’opera di pregio, anche se ha scelto di pubblicare un mattonazzo poco portabile in giro e anche in mano. La serie “classici-deluxe” a prezzi contenuti è una scelta editoriale di pregio che avvicina il lettore, ma anche l’appassionato di belle opere. In più, lo dico con la mano sul cuore, far leggere certi classici ai ragazzi e scegliere opere con corredo grafico fa solo bene all’accrescimento culturale degli stessi.

Consigliato: a tutti. Davvero. Scendete dalle vostre sedie e andate per mare. Decidete di segnare con un taccuino la fisiologia e non solo di ogni animale che vedete; iniziate a dondolare come le onde che passano sotto la chiglia e lasciatevi andare. Sì ci saranno pezzi noiosi, come la bonaccia, terribili, sonnolenti, di quelli che vi faranno pensare di lanciare il libro, ma aggrappatevi alla Pequod e fidatevi. Alla fine i tre giorni di caccia ve li sarete meritati tutti.

Scheda tecnica

con un saggio di Harold Bloom

Titolo originale “Moby Dick or the Whale”

traduttrice Pina Sergi

anno di pubblicazione 1851

casa editrice Bur_Rizzoli  serie classici deluxe

stampato febbraio 2015 presso Errestampa – 24050 Orio al Serio (BG). Printed in Italy

illustrazioni di Rockwell Kent   http://www.artnet.com/artists/rockwell-kent/

copertina illustrazione di Rockwell Kent

immagine dell’ autore © Bridgeman Images

art director Francesca Leoneschi

progetto grafico Emilio Ignozza / theWorldofDOT

pagine 704

prezzo €18,00

 

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Una domenica nerd. Finalmente.

Oggi non mi metterò a scrivere una recensione, ma ho voglia di parlare di me senza dire troppo di me. Avere un blog ci mette nelle condizioni di dire qualcosa di noi ogni volta che esprimiamo un giudizio su qualcosa, sia esso un film o un libro o altro: ci palesiamo, ci mettiamo anche in gioco. Il rischio del gioco è mettere troppo di noi o non mettere nulla diventando come degli automi; la ricerca del consenso cozza con la salvaguardia della privacy. Eppure è bello poter dire qualcosa di noi, delle nostre passioni, delle nostre giornate, come se fosse un ponte per trovare la condivisione con gli altri. Quindi oggi vi parlo come dopo tanto tempo ho passato una di quelle strane e impensate, un regalo quasi, domenica all’insegna del nerd power e del relax.

Vengo da un lungo periodo pesante, umanamente, dove la fatica di rimettere a posto le cose stride con il continuo far saltare tutti i piani di pacificazione a tal punto che mi vien da chiedere se io non stia forzando la mano a voler mettere cose e persone in posti in cui evidentemente non riescono a stare: caparbietà, ottusità, incapacità di accettare il cambiamento. Non lo so. So che in contemporanea mi sono aggrappata ai libri come quando ero ragazzina, leggendo con facilità e rinnovato entusiasmo, trovando libri che parlassero a me in modo toccante e doloroso a volte: crescere dovrebbe aiutarti a capire che i libri ti parlano, che a volte alcuni te li trovi fra le mani perché sono mazzate che devi imparare a incassare, perché alla fine non esistono “libri” come cose da accumulare, ma “libri” come esperienze da vivere. Il 2019 mi ha riservato sin dall’inizio emozioni.

Eppure mi sentivo mutila.

Mi mancavano le serate film. Mi mancano da più di 10 anni, quando non sono più riuscita a farmi un cineforum casalingo settimanale che era un piacere più che un dovere. E non so andare al cinema da sola. Non ce la faccio. Mi sento “sfigata”. Per questo stupido motivo mi sono persa un sacco di film al cinema. Ho permesso che il nero (lo ricordate il Nulla? Quello.) vincesse e si prendesse una parte di me. Ho smesso di guardare film al cinema ma anche a casa, per quanto mi sia comprata una serie di dvd che vagano da una casa all’altra con il sottotitolo “Ah ma adesso me lo guardo proprio!” e puntalmente nulla.

Domenica il destino ha pagato una parte del debito che mi deve.

Domenica tutto è filato nerdosamente bene. E mi ha come ricaricata o almeno coccolata, come i muri che si alzano quando si è, nei film, sotto attacco, e il protagonista è dentro al silenzio ma protetto. Ecco. Quello. Per qualche ora almeno niente attacchi.

Pomeriggio al cinema a vedere “The Avenger: End Game“. Orario da famigliole o ragazzini e forse anche da vetusti nerd che sanno che non dureranno per 3 ore se il film, anche spettacolare, inizia alle 22. C’abbiamo una certa! Tutto iniziò nel lontano 2008 e le cose erano diverse, come le speranze e i sogni; per molti si sono avverati, ma per molti altri sono stati continui buchi nell’acqua. Per fortuna che c’era la Marvel (e anche star wars dai, anche se i film sono orendi, ma almeno tengono desta la speranza. A new hope!) puntuale, quella che ha sfidato le convenzioni e ha portato la gente, i nerd, al cinema anche in estate, periodo vuoto e morto se non per qualche rassegna estiva all’aperto. Ci ha regalato 11 anni di film prendendo a piene mani da 70 anni di fumetto americano con i supereoi (eggià così tanti, ma Capitan America è della seconda guerra mondiale eh!), tagliando qua e là cose e situazioni e confezionando prodotti che sì facevano storcere il naso ai puristi, ma che riavvicinava al cinema un sacco di gente. I film marvel sono diventati un filone e un momento evento creando una vera e propria generazione di appassionati (speriamo che molti siano andati anche al fumetto). La DC ci ha provato a star dietro, ma una è scanzonata e l’altra è oscura come il suo eroe più conosciuto Batman. “The Avenger: End Game” è la fine della terza fase del Marvel Cinematic Universe e tira le fila di tutti i personaggi che abbiamo visto con un baraccone infinito di cose e situazioni dove ognuno mette la sua manina, ma dove allo scontro finale saranno sempre loro 3 a risolvere il tutto…si spera. Cosa succederà poi nessuno ne è certo, ma a luglio ci aspetta Spider Man (che detesto in questa versione infantile). Non vi dirò cosa succede, ma sì si piange e si deve piangere tanto perché è il viale dei ricordi, è il tentativo di rimettere a posto le cose, è…porc Thanos te e il tuo guanto e le f…e gemme! E’ un Thor che non ti aspetti, un Cap degno e fieramente sè stesso senza nessun dubbio, un Iron Man come lo volevi ma che non si tradisce mai…è tanto altro. Non voglio spoileravi nulla, nessuno si merita uno spoiler mentre si legge un post come questo, ma se andate al cinema portatevi le razioni di cibo e bevande e i fazzoletti. Questo film comunque costringe a riguardarsi tutti i film precedenti non tanto perché se si è perso un capitolo certe cose non si capiscono (si capisce tutto, anche se non hai visto, come me, quello appena prima), ma perché è bello dimostrare che niente è davvero finito finché si può vedere e leggere all’infinito.

Mi è piaciuto il film? Senza fare una recensione vera, posso dire che ha dei grossi difetti e delle scelte stilistiche che fanno cadere un po’ le braccia, ma in fin dei conti è un film che va visto, senza nemmeno voler troppo cercare il pelo nell’uovo, perché la fine di 11 anni di film non è una cosa facile da fare e la Disney se l’è portata a casa abbastanza bene.

Altra cosa quasi impossibile da schivare in questi giorni è la serie ottava di Games of Thrones, dove tutto avrà fine ma mai come dovrebbe essere nei libri visto che quel … di Martin non scriverà mai i libri mancanti, tanto meno ora che la fine gliela hanno scritta gli sceneggiatori. Perché (avvertenze: leggere la frase velocemente e con enfasi e anche arrabbiandosi un po’) sbattersi per qualcosa che già sanno come va a finire, anche se non importa se i libri sono diversi con trame lasciate a mezzo e personaggi nella serie mai esistiti, ma che nei libri sono importanti…uffa! Ammetto di non essere stata nè un’appassionata della prima ora dei libri nè di aver seguito tutte le serie, ma la settima serie me la sono guardata su sky e goduta con i sottotitoli sentendo le voci originali. Alla fine se non vuoi che tutti ti raccontino una cosa che avresti guardato un giorno con calma, ti devi adeguare e seguire la corrente col tuo canotto e le tue provviste. La puntata settimanale è una (e se me la perdo mysky vince), di un’oretta, ma che scorre via liscia come l’olio anche se certe pedate sul sedere gliele daresti agli sceneggiatori per aver scritto dei dialoghi di una banalità disarmante…anche qua tocca rimanere sul vago per non far spoiler, sempre per il motivo di sopra.

E siccome la puntata finisce come quando una volta iniziava la buona vecchia seconda serata e si mandavano a letto i bambini, mandatami a letto, pigiamata e sotto le coperte, mentre fuori il freschino entra attraverso la finestra e dà ancora quel sentore di coperte fino al mento, ho finito la domenica leggendo il libro “Guerre Stellari” di George Lucas, in una vecchia edizione Oscar Mondadori, e che altro non è che il famoso quarto episodio della serie ovvero “A new hope”. Leggerlo è rivedere le scene esatte del film, ma con qualche aggiunta in più per rendere più completa l’atmosfera e i personaggi. Non mi aspettavo che mi piacesse così tanto da farmi risvegliare la forza in me, anche se leggere Artoo Deetoo o Threpoo è difficilissimo quando sai che sono R2D2 e C3Po.

Poi quando il tepore delle coperte ha preso il sopravvento e io mi sono lasciata cullare da tutta quella nerditudine che mi pervadeva; dall’aver condiviso 3 ore di cinema non solo con la marea di gente chiacchierante ma anche compagnia piacevole con cui confrontarsi; dall’essermi goduta senza interruzioni la tv, a quel punto dicevo ho capito di essermi goduta una splendida domenica senza pensieri, recuperando quello che mi piace e mi fa star bene, condividendo e svuotandomi dei miei pensieri per un po’ d’ore. Il mio carattere mi farebbe dire che ora vivrò con l’angoscia di non sapere quando mi ricapiterà un momento così bello, ma non so rispondere: so solo che metto in saccoccia la domenica nerd e prego Chi di dovere che me ne mandi altre.

May the force be with you sul Trono e giocando con la gemma dell’infinito.

“Mazzo e rubamazzo” di Roberto Centazzo

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link al sito della tea libri.

Lo ammetto: mi aspettavo molto da questo romanzo viste le recensioni positive. E invece delusione piena. Perché? Perchè questo libro pare un romanzo introduttivo alla serie che riguarda la “squadra speciale Minestrina in brodo” ossia tre poliziotti in pensione che per una serie di motivi, oltre a dover cercarsi un secondo lavoro o addirittura in nero per sopravvivere, sentono che il richiamo della legalità non si è del tutto sopito e che non amano molto che certe cose vadano a beneficio dei “cattivi”. E invece è il quarto episodio della serie e allora qualcosa a me non quadra per nulla.

Eugenio Mignogna, Ferruccio Pammattone e Luc Santoro si chiamano fra di loro Semolino, Maalox e Kukident non se ne sono andati del tutto dalla polizia soprattutto Pammattone che mantiene un filo diretto e stretto con Efrem, poliziotto sotto copertura, e Lugaro a capo dell’indagine senza saper come fare. Siamo in una Genova in mutamento, dove l’immigrazione incontrollata ha creato sacche di delinquenza e malaffare che tutti conoscono ma che nessuno vuol vedere. Eppure non saranno loro il problema, nè tanto meno i veri delinquenti, ma anzi saranno i cosidetti “poteri forti” che zitti zitti decidono che la speculazione edilizia è il mezzo legale e alla luce del sole per aumentare i propri introiti. Cosa combianano i nostri eroi? Giocando fra le conoscenze personali, quelle fatte durante il servizio quando pur rimanendo su fronti opposti guardie e ladri iniziano a rispettarsi e a darsi una mano, e la loro capacità di conoscere la legge e saper come muoversi, riescono a mettere nel sacco gli speculatori.

spoiler allert!!!

Ma nessuno paga: nè per la morte di Patrizio il nipote di Peppe Gargiulo, nè per la morte “accidentale” di Don Parodi. Un giudice grazia usando la lentezza della legge un povero disgraziato rimasto incastrato dai suoi sfruttatori. E chi voleva speculare non lo può più fare.

fine spoiler

Quindi? Quindi un giallo all’italiana scritto da chi conosce da dentro i meccanismi della legge e della polizia e, forse con un pizzico di speranza (tipo quella che esce dal corno degli unicorni tanto per intenderci. Il corno!), vorrebbe che le cose andassero diversamente da quello che vede (Roberto Centazzo fa parte della polizia col grado di Ispettore Superiore, si può leggere nella sua biografia). O forse qualche volta va davvero così e noi cittadini non lo sapremo mai se non vedendo magazzini clandestini a fianco di mense per i poveri.

La narrazione è basata su cortissimi capitoli di tre o quattro pagine massimo, che seguono le vicende e i pensieri quotidiani dei nostri protagonisti e dei comprimari che girano attorno a loro. Scrittura scorrevole a piacevole, molto leggera e accogliente, che permette di leggere il libro in pochi giorni se uno avesse la velleità di fare le corse di lettura. I personaggi sono credibili e coerenti fra loro, anche alle prese con scelte personali che li mettono in crisi: leggeri, finalmente non per forza tormentati come se fossero eroi drammatici di qualche tragedia greca o del Bardo. Qualche caduta di stile c’è nel senso che qualche cliché letterario che va tanto di moda negli scrittori italiani contemporanei, si ritrova anche qua e sinceramente suona male in una narrazione che ha una leggerezza e una “normalità” inaspettata.

Voto: 5/6 Non arriva alla sufficienza, anche se dargli una sonora bocciatura è forse un po’ troppo. Il libro mi ha sempre lasciato con il dubbio che prima o poi sarebbe successo qualcosa di davvero investigativo e questo è successo negli ultimi capitoli quando tirano i fili di un piano congeniato alle spalle del lettore. Manca di adrenalina o di emozione che agganci il lettore alle pagine, cosa che che fa invece la scrittura e la narrazione.

Consigliato: a chi cerca una pausa dai drammi, dagli investigatori tormentati e dalle storie crude tipiche dei thriller. Leggerezza, appunto come la minestrina in brodo che sembra sempre scialba, ma quando si è un po’ sottosopra è il vero toccasana per riprendersi.

Scheda tecnica

anno di pubblicazione

casa editrice: Tea

stampato presso Grafica Veneta S.p.A  di Trebaseleghe (PD), printed in Italy

nel mese di gennaio 2019

copertina: foto© Marina Spironetti/ Alamy Stock Photo

foto dell’autore di Mauro Marone

Grafica Meccano Floreal

pagine 303

prezzo € 14,00

“Il banchiere assassinato” di Augusto De Angelis

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Qui il link della Sellerio Editore.

Scoperto grazie a uno dei trafiletti de “La Lettura” del Corriere della Sera e letto grazie alle biblioteche civiche, ho avuto la fortuna di leggere un padre del giallo italiano, di cui non conoscevo l’esistenza. De Angelis scrive dagli anni 1912 fino 1943, anno in cui venne incarcerato dal regime e morì nel 1944 a seguito di un’aggressione fascista appena uscito dal carcere. La sua pagina wikipedia (è l’unica che in modo chiaro ci elenca i suoi scritti con le date. Alla fine serve solo a quello, perché sulla correttezza storica fa degli scivoloniiii…) ci segnala un buon numero di scritti fra romanzi e opere di storia, ma soprattutto ci fa vedere che la Rai alla fine degli anni ’70 aveva fatto lo sceneggiato con Paolo Stoppa nei panni del commissario De Vincenzi (qui il link e poi vediamo se su Raiplay si trova da vedere). Quando la Rai faceva le cose belle e ben fatte…altri tempi.

Torniamo a noi. Il romanzo è quasi una piece teatrale che si svolge in un sol luogo (quasi) e in un arco temporale molto ridotto: la casa della vittima e in 24 ore circa. Il nostro commissario è un poliziotto malgrado se stesso sembrerebbe, più interessato a leggere e a conoscere studi psicologici che a cercare di correre dietro ai malfattori. Eppure è proprio questo suo interesse ad aiutarlo a risolvere un omicidio che condannerebbe al carcere addirittura un suo caro amico. Perché tutte le prove sono contro Giannetto Aurigi, giovane di belle speranze ma ridotto al lastrico a causa di investimenti sbagliati, nella cui casa è stato trovato ucciso il banchiere Mario Garlini con un colpo alla testa. Eppure a De Vincenzi qualcosa non quadra, dettagli direte voi, ma quelli che alla fine non solo condannano al carcere il vero assassino, ma svelano anche altri misteri che avrebbero reso infelice più di una persona.

Il giallo si svolge in una Milano nebbiosa, fra i teatri e la bella vita, con famiglie decadute ma che non si arrendono e giovani rampanti che cercano di sbancare il banco; mentre la vicenda si svolge principalmente a casa dell’accusato, fra una camera e l’altra, da un divano alla sala e con una pendola che suona ogni ora. Alla prima questo fatto mi ha notevolmente disorientata perché il mio cervello continuava a pensare che gli interrogatori si facessero in commissariato e quindi ha fatto fatica a riorganizzare in modo spaziale lo svolgersi della vicenda. Ma alla fine bisogna adeguarsi a un sistema di costruizione del giallo molto diverso da quelli moderni e ritornare ai grandi classici. Non a caso De Angelis viene accostato a Simenon e De Vincenzi a Maigret. E il paragone salta all’occhio per quanto (e la cosa la posso solo scoprire leggendo gli altri romanzi italiani) le due figure siano molto diverse fra loro: entrambi hanno un rapporto umano e schietto, a volte paterno e a volte duro da braccio armato della legge; si trovano loro malgrado a dover affrontare non solo un delitto, ma le conseguenze umane che hanno portato a esso o che da esso sono scaturite; preferiscono “perdere tempo” con la fine arte della psicologia piuttosto che il pugno duro; entrambi agiscono ipoteticamente negli anni della loro pubblicazione e quindi negli anni ’30 dove le società, francese e italiana, sono a un punto di svolta politico e non solo. E poi la stufa! Lo so che è un dettaglio minuscolo, ma all’inizio del romanzo De Vincenzi ha a che fare con una stufa e il gesto mi ha ricordato Maigret che fa caricare la sua per combattere l’umidità o per asciugarsi gli abiti.

Il giallo è composto in modo tale da instradare il lettore allo svolgimento della vicenda e a indovinare l’assassino, scartando lentamente tutti i personaggi anche se ogni tanto ci sono piccole trappole che servono a sviare l’attenzione. Questa è l’impostazione del giallo classico, dove molti dettagli vengono seminati apposta sulla via per impedire al lettore di risolvere alla seconda pagina l’indagine. Eppure tutto ciò non svilisce minimamente la lettura, anzi: una prosa con un bellissimo italiano corretto, corposo, ma non ridondante (è stata una piacevolezza leggerlo e come mio solito mi sono cimentata a leggerne pezzi ad alta voce e rende benissimo. Esisterà l’audiolibro? Se no, bisognerebbe segnalarlo); personaggi strutturati senza essere fintamente esagerati; resa precisa e puntale dei rapporti fra di loro con le varie differenze di classe ma senza cadere nel servilismo stucchevole (siamo sempre in un’epoca di rottura, ma con le classi dominanti ben connotate e la vecchia nobiltà che non vuol minimamente cedere il comando). Non mi sbilancio ad aggiungere altro, perché questo primo romanzo il commissario, protagonista della serie, è evidentemente abbozzato ma già strutturato e Milano, altro protagonista a quanto pare, rimane di sfondo con i suoi teatri, i bistrò, le vetture che sfrecciano e la sua nebbia (che sono un abitante della pianura padana può capire e apprezzare nella sua pesantezza. Io infatti l’ho amata perché sembra quasi un’aiutante, insieme alla notte, per i delinquienti e i pensieri foschi).

Dettaglio molto interessante è la descrizione dell’indagine del medico “legale” e degli studi in auge legati alle indagini criminologiche. I primi anni del ‘900 sono stati davvero un salto scientifico anche per questo campo e, certo, fa un po’ tenerezza leggere dei gesti goffi e senza troppa strumentazione per paragonare le impronte digitali (per moltissimo tempo si fece a occhio nudo e con l’onestà e abilità dell’investigatore o del tecnico) e per determinare orario della morte o se l’omicida era destro o mancino. Senza quelle prove un po’ azzardate non avremmo i R.i.s..

Voto: 7 Primo di una serie, sicuramente incuriosisce per stile e per resa, con una penna elegante e deliziosa.

Consigliato: a tutti gli appassionati di gialli, noir di stampo classico; a coloro che sono esterofili nella lettura di genere; a coloro che dicono che in Italia non si sanno scrivere gialli; a coloro che amano le ambientazioni fra le due guerre mondiali.

Nota: Carlo Lucarelli ha scritto una serie ambientata più o meno nello stesso periodo (Repubblica di Salò e fine della seconda guerra mondiale), con il personaggio del commissario De Luca. Mi piace Lucarelli (più come divulgatore di cronaca nera che come scrittore ma va bene lo stesso), ma la differenza di stile e di profondità di comprensione del periodo si sente se si volessero paragonare i due personaggi e le serie. Questo è per dire, solamente, che recuperare gli scrittori originali di un periodo permette di comprendere meglio anche la crescita narrativa di un genere, posizionando ogni tassello al suo posto, ma anche di vedere come certi scrittori moderni si mettano in gioco raccontando a loro modo, con la sensibilità moderna e l’occhio dell’uomo distaccato, certi eventi e situazioni.

Scheda Tecnica:

anno di pubblicazione 1935

casa editrice: Sellerio Editore Palermo.

serie: La Memoria

stampato presso Officine Grafiche Riunite, Palermo, nel mese di aprile 2009

copertina: manifesto pubblicitario di Ernst Deutsh, 1914

pagine 212

prezzo € 12,00

 

“Il 18° vampiro” di Claudio Vergnani

IMG_20181218_164858_111[1]Credo fortemente che i blogger in quanto lettori abbiano il dovere di scrivere anche quando un libro non piace, motivando la critica, perché in altro modo si falsa il mercato editoriale: siamo sommersi di libri meravigliosi, l’ho già detto e continuo a pensarlo. Avevo deciso di leggere questo romanzo dopo le entusiasmanti critiche online che lo descrivevano come un horror da non dormire la notte in salsa emiliana. Di certo le recensioni sono comunque un modo per influenzare chi legge, ma sono fondamentali per scoprire titoli in ogni modo e quindi non si può fare senza.

Il libro non mi è piaciuto, anzi mi ha profondamente annoiato.

Premetto che l’impostazione della storia è credibile, coerente e a suo modo avvincente, il problema nasce sul come ha voluto raccontarla. Le prime 260 pagine circa mi hanno profondamente annoiato (ripeto e forse capiterà altre volte) in quanto non succedeva nulla. No, sbagliato, qualcosa succedeva: caccia ai vampiri, l’amica che chiama, Giorgio il pilastro del nostro eroe che non…, caccia ai vampiri, osteria per mangiare. E nel mezzo volgarità espresse senza motivo. Ho già fatto notare in altri libri che mi infastidiscono volgarità e scene di sesso iper descritte (manco su youporn li trovi così espliciti), non perché sia bacchettona, ma perché le scene, le situazioni e come le si affronta devono essere coerenti e credibili e non buttate lì come carne da macello buona a fare sangue. Il binomio vampiri-sesso estremo fa sempre il suo effetto e acchiappa il lettore bramoso di essere colpito, ma…che noia! Ho sempre la sensazione che queste scene siano usate per coprire la mancanza di stile o di idee: alla fine fa più paura una caviglia appena accennata che un intricato connubio di corpi nudi. Vabbè, andiamo avanti.

Dicevo che fino a pagina 260 circa ho sbadigliato e, invece di mollare la lettura come avrei fatto normalmente, ho voluto capire cosa lo rendesse il fenomeno contemporaneo dell’horror italiano. In effetti, in modo inspiegabile, a seguito di un cambiamento della vicenda, cambia notevolmente lo stile rendendo la lettura più scorrevole e meno ostica. Eppure manca la sostanza.

Vi spiego brevemente i difetti enormi della narrazione.

  1. I protagonisti. Per quanto sia assolutamente credibile e accettabile che i cacciatori di vampiri siano una manica di sociopatici o sfigati sociali, qualcosa è infinitamente esagerato. Oltre alla cieca furia o al gusto perverso di impalare ogni marciume di cadavere incontrato di giorno, non c’è. Sono bestie assetate di sangue o di vendetta o di prevaricazione che riescono a sfogare su dei non morti invece che su dei vivi: lavoratori “socialmente” utili potremmo ritenerli. Quando viene inserito un personaggio credibile, volutamente l’autore lo rende inutile e incomprensibile, lasciando i nostri “eroi” al nulla di prima. Quello che mi ha dato fastidio dall’inizio alla fine è che agiscono come se non fossero dotati di cervello. Non contesto la scelta di preferire gente spostata a gente preparata, ma come ho ben letto in altre recensioni, è la resa fumettistica e caricaturale a rovinare la scelta. Il dramma non nasce, a mio parere, dallo stile, ma dalla pietà del lettore di fronte a personaggi che francamente avrebbero bisogno più di un aiuto e non solo delle pilloline e alcool che ingurgitano.
  2. Lo scollamento dalla realtà. A metà. Ovvero se tutta la scenografia è basata sulla credibile Modena e dintorni, con fuga a Venezia, se gli oggetti, il cibo, le relazioni sociali sono assolutamente credibili, non si capisce per quale motivo non aprano un libro, vadano in una biblioteca, consultino un sito complottaro per cercare informazioni sui vampiri. Il sapere, in questo libro, non esiste. In nessuna forma, manco per caso, manco un cioccolatino bacio con la scritta dentro o un biscotto della fortuna. Manco il bunker è un bunker!
  3. Non ho amato lo stile, forse per la scelta di raccontare la vicenda, scegliere le situazioni, descrivere i personaggi, ma l’ho trovato senza vera spinta, tranne nei momenti veramente drammatici dove recupera alla grande e riesce ad acchiappare il lettore.

Ovviamente in questi punti so di aver demolito il libro, anche se ha l’enorme pregio di essere coerente con la sua scelta di horror, anche se ha più l’impostazione apocalittica che di paura vera e propria (che poi…se ti trovi in mezzo all’apocalisse tanta gioia non c’è mai!); di aver creato un cattivo veramente tale e dei vampiri senza manco un briciolo di coscienza.

Apriamo un attimo la parentesi e fermiamoci sui vampiri. Vergnani sposa la causa del non morto bieco e ben lontano dall’umanità, assetato di sangue e vita da non farsi domande e seguire il proprio istinto: gli umani sono come bestiame, l’unica regola è non farsi beccare. L’autore sceglie di raccontarci una sorta di scala sociale piramidale fra i vampiri da delle forme quasi larvali a individui capaci di manipolare e gestire potere e poteri: non c’è alcuna forma di possibilità di innamoramento del cattivo e anche il fascino è perverso e distruttivo, come secondo me deve competere a un non morto che ha buttato all’ortiche infernali tutto il proprio essere più profondo. Dopo anni di vampiri sbriluccicosi e bamboccioni, ci sta ritornare al filone “dannati e basta” e farlo senza remore.

Voto: 5

Consigliato: a chi vuole vedere come in Italia si affronta il problema delle storie di vampiri.

Ah! E come insegna la cinematografia, attenzione a nominare “Martha” o chi per lei! 😉

Nota a margine. La casa editrice Gargoyle Book è una piccola casa editrice italiana che negli anni passati sfornò una serie di libri horror che una grafica accattivante e anche con una scelta di titoli poco comune. Poi fallì. Poi nel 2016 venne annunciato il ritorno, ma il sito ora pare in mano a gente che non ha niente a che fare con una casa editrice (ho cercato ora su google e mi salta fuori un articolo dedicato alla marijuana…), ma sinceramente non si capisce bene se cammini, se cammini sulle sue gambe, se sia arrivata al 2018, se…se…se. Spiace. Sappiamo tutti che fare gli editori indipendenti è nella categoria delle cose complicate in postazioni più alte della vita di Sisifo e svuotare il mare col cucchiaino. Se avete notizie più fresche che il 2017, fatemi sapere. https://www.horrormagazine.it/10113/il-ritorno-di-gargoyle-books

 

Scheda tecnica

anno di pubblicazione 2009

casa editrice Gargoyle Books

stampato presso Grafiche del Liri S.r.l. nel febbraio 2013

copertina immagini © BortN66 e ©Piotr Zajc

pagine 547

prezzo € 10,90

Nota: presenta difetti di impaginazione o scarsa cura nella stessa visto che a metà libro è quasi impossibile leggere senza cavarsi gli occhi le lettere nella piega del libro.

 

 

 

Libri per spaventarvi

Classico da bookblogger è arrivare sotto Halloween e tirar fuori i consigli per la lettura a tema paura, spavento, tragenda e mostroni vari. Tendenzialmente si consigliano dei grandi classici, spesso appena usciti, freschi freschi di stampa o ristampa nella versione casa editrice indipendente o casa editrice grossa; oppure, per i più arditi, si va anche di graphic novel ma rimanendo sempre nel classicone. Quest anno, non so come ho fatto, mi sono impegnata e su instagram ho tirato fuori dalla mia libreria i miei classici in vecchie edizioni che ora manco nelle bancherelle si trovano più.

Quindi ecco qua i miei veloci consigli di lettura, così come sono usciti su instagram per la mia personale creepy week.

20181024_114239_wm[1]1 “Dracula” di Bram Stoker.

Partiamo da uno dei capisaldi della letteratura vampiresca. Per quanto non sia il primo è di certo il più conosciuto e di sicuro quello che ha avuto anche maggior fortuna a livello cinematografico e dell’immaginario in generale. Dracula è un cattivo e su questo non ci piove: quello che lo muove in ogni sua azione è il possesso e il potere sugli uomini. E’ anche un personaggio tragico, condannato da se stesso a un patto con il demonio che ha portato il suo essere in una condizione che non è: non è vivo, non è morto, sente una sete, ma non può soddisfarla, pulsioni che sono portate alla distruzione. Il suo fascino è frutto di una magia oscura che egli esercita su personaggi deboli o insicuri, ma anche su quelli che, alla fine, sembrano rinchiusi in un ruolo prestabilito. Perché la storia “d’amore” fra Mina e Dracula affascina? Perché lui vuole chi non può avere facilmente, la sfida, la conquista; lei trova in quel mostro sia l’aspetto da salvare (quando smetteremo di fare le crocerossine?), ma soprattutto la pulsione che non ha confini, che travalica l’etica e le buone maniere. Lei cerca la rottura degli schemi, lui la vuole con sé nella dannazione. Eppure non c’è amore in questo tipo di relazione, ma prevaricazione, perché alla fine Dracula è un non morto (come dico sempre “puzza di terra e vermi”), non ha anima, ha solo la falsificazione di quello che era un tempo e in ogni modo ha venduto tutto se stesso per potere. Van Helsing è il suo antagonista, ma è anche l’ordine costituito, colui che in un altro contesto sarebbe stato un paladino, eppure è un eroe fallace, stanco, distrutto dagli anni e da una lotta disumana. Harker…Harker…Harker…se non ci fosse lui bisognerebbe inventarlo! Insomma è giovane, sprovveduto, prima ipotetica vittima del Conte, braccio armato di chi non ha più l’età per la battaglia, ma mi è sempre parso un po’ un pirlotto. Perché leggere “Dracula”? Perché questo è un non morto che fa paura, che affascina, che tenta, che seduce, che distrugge e che soprattutto non sbriluccina e non va al college.

20181025_152254_wm[1]2. “La storia di Lisey” di S. King.

Un libro del Re non si può non mettere, anche se io non sono una sua grande fan. Questo è stato il primo libro che lessi (vinto casualmente a una riffa di natale con amici) e devo essere sincera me ne innamorai. Sono passati più di 10 anni da quando l’ho letto (o forse qualcosina di più se ci penso, ma vabbè) e quello che mi è rimasto è il senso di angoscia che pervade la protagonista quando scopre che il mondo narrato dal marito defunto non era frutto della sua fantasia, ma di qualcosa che viveva. Qualcosa di vivo. Qualcosa di solido. Ma che non apparteneva al nostro mondo reale. Il senso che mi è rimasto dentro è di totale impotenza di fronte a forze paranormali, ma di una forza interzione fortissima che doveva in un qualche modo fare in modo di non soccombere. Per quanto nel tempo abbia letto altri libri di King, ritrovando questo tema di confine e sconfinamento dei mondi e le vari paranoie da scrittore, nessun libro mi ha dato come questo la possibilità di immedesimarmi in Lisey. A distanza di anni ho quasi paura a rileggerlo.

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Qui il link alla casa editrice NPE

3. Poe e Dino Battaglia

Per il terzo consiglio ho scelto, diversamente dagli altri, di scegliere la versione a fumetti dei racconti di Edgar Allan Poe, disegnati da Dino Battaglia, edito da NPE. A mio sindacabilissimo parere Dino Battaglia è stato uno dei pochi disegnatori che sia riuscito a rendere le atmosfere oscure, disperate e secche che Poe ha narrato nei suoi racconti: 8 racconti per 8 fumetti da “Ligeia” a “La Maschera della Morte Rossa”, passando per “Hop-Frog”. In tutti la desolazione umana, il tentativo di sfuggire all’inevitabile morte, l’arroganza di voler andare oltre. In Poe c’è una sorta di condanna morale o etica, senza mai voler ribadire concetti religiosi: sembra quasi che si rifaccia all’ hubris greca dove l’uomo alla fine non può sfuggire alla condanna delle proprie azioni o di quella della sua genia.

20181027_155437_wm[1]4. “Anno Dracula” di Kim Newman

Qui passiamo a un contemporaneo che con una trilogia dal sapore distopico fa immaginare un’Inghilterra in mano ai vampiri grazie al matrimonio del Conte Dracula con la Regina Vittoria. Gli uomini non sono altro che mucche di sangue utili alla nuova classe dominante come cibo. Eppure la “quiete” dell’impero e della sua capitale viene sconvolta da una serie di efferati omicidi inspiegabili. Toccherà a un gruppo mal assortito di umani e vampiri (rinnegati?) di cercare di riportare la situazione a un qualcosa di accettabile. Il libro mantiere tutta l’atmosfera della Londra oscura di fine ottocento, con in più quella nebbiolina che fa tanto Transilvania, tenendo l’attenzione del lettore su una storia che potrebbe rischiare di diventare trash e invece non lo fa. [A mio parere il seguito “Il Barone Sanguinario” non è all’altezza di questo primo capitolo. Non ho letto il terzo libro “Dracula cha cha cha”].

20181029_144028_wm[1]5. Racconti di fantasmi

Qui mi è stato difficile scegliere un solo autore, perché qui è l’ambito dove, secondo me, gli autori si sono maggiormente sbizzarriti da tempi immemori. Ho scelto di tirar fuori la mia vecchie serie dei “Libri a mille lire” della Newton&Compton, la quale molto saggiamente ha diviso per aree geografiche alcuni autori. Ogni nazionalità ha affrontato l’argomento con spirito diverso e sorprende che alcuni padri del Verismo italiano si siano cimentati in un genere così lontano da loro. Dobbiamo pensare che quasi tutti questi autori (Hoffmann è settecentesco, ma gli altri vivono attorno alla metà e fine ottocento, inizi novecento) hanno in qualche modo avuto a che fare con lo spiritismo e con la rinascita di certi movimenti romantici. Nella foto non ho messo “Giro di vite” di Henry James, il quale a mio parere è il miglior racconto di genere proprio per continuare a lasciare interdetto il lettore sui piani di esistenza dei diversi personaggi.

20181030_153859_wm[1]6. “I miti di Cthulhu” di H.P.Lovecraft

Un altro dei più conosciuti scrittori di horror, anche se dubito fortemente che tutti quelli che ne parlano abbiano letto tutta la sua opera, ma lasciamo ai posteri l’ardua sentenza. Lovecraft viene considerato il padre dell’orrore cosmico, perché egli crea una vera mitologia di divinità ultraterrene il cui unico scopo in questa terra è…distruggerci e cibarsi di noi. I miti di Cthulhu sono forse il nucleo più conosciuto attorno al quale gira l’opera, ma Lovecraft non era solo questo, visto che sono tantissimi i racconti anche di ispirazione fantascientifica a cui si dedicò. La sua peculiarità è stat proprio quella di creare situazioni e personaggi totalmente disarmati di fronte a quello che stanno per affrontare; ogni atto di consapevolezza o di conoscenza porta alla follia; ogni tentativo di sconfiggere non tanto le divinità, ma i loro adepti, un avvicinarsi inderogabile alla morte, la quale in fin dei conti è il più pacifico dei porti desiderabili. Leggere i suoi racconti porta a non volersi mai avvicinare a un porto, con la nebbia, quando le luci calano, in solitaria…ma nemmeno andare in montagna, di notte, da soli, verso i tumuli…le case di famiglia non sono piacevoli…

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Qui il link alla Providence Press
7. “Steve Harrison” di R. E. Howard

 

Anche gli indagatori dell’incubo sono un classico di genere e di solito sono quelli che più vorremmo avere al nostro fianco. Cosa differenzia un indagatore dell’incubo da un protagonista che deve affrontare il mostro? Che il primo, volente o nolente, la lotta se la va a cercare. Avete presente “Dylan Dog”? Ecco, perfetto, il suo è un istintivo e pervicare senso del pericolo, ovvero di volersi andare a ficcare in situazioni che nessun altro vorrebbe affontare. Poi se andiamo a rileggere i primi albi le motivazioni ci sono tutte. Il libro che ho scelto è l’unico che, ammetto, non ho completato da poter dare un giudizio preciso. Steve Harrison è un altro personaggio creato dalla penna instancabile di Robert Howard (il padre di Conan per intenderci) e, come altri nati dalla stessa mano, ha un approccio virile, fisico con i suoi avversari.

Piccola nota a fine post per ringraziare le case editrici NPE e Providence Press per la costanza nel volere proporre o riproporre autori che hanno fatto grande il genere horror, inseguendo la qualità, creando opere curate e amate (il libro di Howard è pieno di note a fine racconto. Dico solo questo. E le introduzioni dei fumetti della Npe sono interessantissime).

Ringrazio anche la Newton & Compton per la gloriosa serie dei “libri a mille lire” che hanno allietato tutti gli anni delle mie superiori, stampando autori famosi a un prezzo ridicolo (mancava poco che te li “spacciassero” agli angoli delle strade!), per aver pubblicato volumoni e mammuth con tutti i romanzi gotici e non solo (ne ho almeno tre di quelli a cui l’altro ieri si è aggiunto quello dedicato a Poe) e anche per i “libri a duemila lire” dove erano pubblicati i romanzi di genere. Grazie a Pilo e Fusco per le prefazioni.

Dai 7 consigli della settimana che per antonomasia è considerata la più paurosa, ho lasciato fuori mummie, licantropi e zombie. Della prima ricordo vagamente un racconto di sir Conan Doyle, mentre dei secondi ho sempre trovato racconti validi; sugli zombi cala un pietoso silenzio. Se avete libri da consigliarmi su questi e altri mostri, segnalatemeli che per la creepy week del 2019 devo mettermi avanti con i lavori!

“Omicidio sul ghiacciaio” di Lenz Koppelstatter

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La trama dal sito del Corbaccio

Faccio una premessa fondamentale che c’entra poco con il libro, ma c’entra con me come lettrice: ci sono cose che non sopporto nella vita vera e quindi nemmeno nelle cose che leggo. Tendenzialmente evito romanzi che so che trattano argomenti che mi infastidirebbero (tranne affrontare argomenti storici o scientifici impegnativi. E’ in quei libri che impegno il mio lato critico e oggettivo), ma rimango spiazzata quando li trovo in libri in cui non sono fondamentali. Cosa non sopporto? I personaggi tutti negativi o incapaci o  macchiettistici: uno o due ci può stare, tutti no, è una casistica troppo alta. Sarà che nella vita vera di “casi umani” se ne incontrano fin troppi, a tal punto da dubitare l’assenza di Candid Camera nella propria vita o che la gente ci fa più che ci è per non pagare mai dazio. Seconda cosa che non reggo: i personaggi che non si adattano mai mai mai al luogo dove sono (che non è quello in cui stavano prima, amavano, che ritengono casa e in cui vorrebbero tornare), denigrando infantilmente tutto quello che vedono o sentono o con cui hanno a che fare. Terzo: se non ami il mare, ma ami la montagna non sei degno di essere considerato umano (qui mi fermo perché ho fatto grosse litigate dal vero con persone che pensano davvero queste cose. Io detesto il mare e non rompo le scatole a quelli a cui piacce). Poi ce ne sarebbero altre, ma queste son le cose che ho trovato nel romanzo in questione e che purtroppo hanno inficiato pesantemente il mio giudizio finale.

L’investigazione è un lineare susseguirsi di eventi, svelamenti e correlazioni fra personaggi e situazioni: lineare ma non scontato, lineare ma ramificato in più reati che alla fine vengono alla luce anche se non correlati fra loro. Un giallo all’italiana, dove di solito ci si occupa di cronaca nera, senza troppe stranezze, si svolge in quel modo dando a noi comuni mortali, almeno nella narrativa, di poter vedere la giustizia emergere e i cattivi pagare. É appagante leggere questi romanzi proprio perché da un senso di risoluzione comprensibile, uno spiraglio di positività, anche se prima si son lette nefandezze varie. I due investigatori, il commissario Grauner e l’ispettore Saltapepe, seguendo indagini personali e con metodi diversi, alla fine riescono ad assicurare almeno un colpevole alla giustizia per il reato (l’omicidio) commesso. Non aggiungo altro per non fare spoiler.

Le grida in quarta di copertina preannunciava un duo investigativo scoppiettante, ma a me è sembrato stantio e noioso. Grauner, classico burbero, amante delle tradizioni delle sue montagne, sembra un nonno di Heidi relativamente giovane, con le mucche da mungere prima di andare in commissariato ad occuparsi della giustizia; Saltapepe invece, giovane irruento napoleatano, cresciuto nella lotta senza mezzi contro la camorra, non si sa come (evvai!) spedito al noioso e banale nord, sembra un viziato ragazzino che vuole le cose sempre uguali, senza mai voler imparare dagli altri. Mi direte che probabilmente è voluto, perché i segnali di cambiamenti (soprattutto in Saltapepe) sono evidenti, che magari nelle prossime puntate si capiranno meglio le cose…noia. A me fanno noia. I libri dovrebbero vivere per sè stessi e non valutando ipotetiche puntate, le quali, se poi arrivano, possono aumentare la caratterizzazione del personaggio, ma senza prevaricare sul centro della trame: il reato e la sua risoluzione eventuale. Temo fortemente che questa sia una moda dell’editoria di genere, dove la serie è data per sicura e bisogna dare così spazio ai protagonisti da prevaricare sul resto. Ma alla fine non ci siamo innamorati lo stesso di Maigret o di Miss Marple, le cui vite sono comprensibili sono da minuscoli dettagli, da informazioni lasciate quasi per caso fra le pagine, come un leggero puzzle tutto da ricreare solo se appassionati lettori? Non li abbiamo amati spassionatamente proprio perché mettevano in carcere i cattivi, senza distrarci mai? Io sì.

Tornando al libro, di positivo ha sicuramente lo stile: secco, chiaro, senza abuso di perifasi o aggettivi a sproposito. La narrazione procede spedita e così permette una lettura veloce e piacevole. Lo svolgimento dell’investigazione poi tocca eventi di cronaca (il ritrovamento della mummia di Similaun) inquadrandoli in una comunità credibile, con le sue diatribe e fazioni e i suoi interessi. Ha un nucleo molto interessante questo libro che, nella mia lettura, è purtroppo passato in secondo piano e me ne dispiaccio.

Voto: 5

Consigliato A chi è incuriosito dalla vicenda di Oetzi e da quello che può capitargli attorno.

Scheda tecnica

traduttore Werner Maenapece

titolo originale: Der Tote am Gletscher. Ein Fall für Commissario Gauner

anno di pubblicazione 2015

casa editrice Corbaccio

stampato maggio 2018 presso Grafica Veneta S.p.A. di Trebaseleghe (PD). Printed in Italy

copertina illustrazione di Federico Paoli

grafica Elena Leoni / Booh.it

pagine € 16,90

prezzo 319

 

“Terra di sangue” di Karin Brynard

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link alla casa editrici e/o

Sulla copertina c’è la frase in alto “La Stieg Larsson del Sudafrica” Rooi Rose.

Non che io stia a badare a quelle frasi, visto che il 90% sono un po’ tirate per i capelli (guardate quella bellissima nella fascetta del nuovo fumetto di Sio, tanto per dire), ma a volte mi soffermo, mentre leggo, per capire cosa vogliano intendere. A questo giro qualcosa in comune con lo scomparso autore della saga di “Milleninum” c’è: entrambi gli autori sono andati a mettere le mani in quella faccia della luna oscura che tutti sanno esistere, ma che nessuno vuole davvero risolvere. Per Larsson era il passato nazista del nord Europa, per la Brynard è il non del tutto superamento della segregazione e del susseguente nuovo Sudafrica. Parlano di roghi di odio che covano più o meno coperti sotto la cenere di una società che deve andare avanti, come se il passato non dovesse mai ripresentarsi e quindi non essere mai esistito.

Il primo ostacolo di questo testo è capire di che colore è la pelle dei vari personaggi sulla scena e in base a quello capire come sono stati posti lì e come. Non è scontato un poliziotto di periferia bianco, ma non lo è nemmeno nero; diamo per scontato il proprietario terreno afrikaner, ma tutto attorno ci sono anche i neri. E così per ogni ruolo. In base al colore della pelle, purtroppo, si può capire il modo di relazionarsi di ognuno di loro e una parola prende un significato piuttosto che un altro.

Prendiamo Freddie, la vittima: bianca, artista, benestante, dalla parte dei più poveri, pronta a restituire il mal tolto a una popolazione indigena sfruttata secoli fa, eppure ha amici bianchi potenti e ben messi. La sorella invece sembra uscire da una qualsiasi città occidentale a maggioranza bianca, dove i confilitti al massimo sono di altra natura. Capire che l’ispettore capo Beeslaar è un corpulento bianco, dal passato difficile e con trascichi psicologici pesanti, è invece fondamentale perché attorno a lui girano, suo malgrado, tutti i rapporti di potere sia nel suo stesso distretto, con le vittime, con le presunte vittime, con quelli che vorrebbero altri colpevoli, con i suoi capi neri. Non è una vittima e nè un osso duro, ma dà quella sensazione di “mi piego, non mi spezzo e come un giunco al massimo ti colpisco in faccia”. E nello sfondo gli odi sepolti da secoli, sulla rivendicazione di quelle terre che appartengono sempre a qualcuno per diritto di una qualche divinità (scelta sempre alla bisogna e per parte).

Chi ha ucciso l’artista Freddie, nata e cresciuta nella fattoria di Huilwater, tornata per assistere il padre morente ed ereditare il patrimonio, compresa la terra? Chi ha voluto anche togliere la vita alla figlia adottiva, già di suo problematica? C’è chi parla di riti sciamani per allontanare il male da quelle terre e chi di bande di ladri di bestiame pronti a tutto. La verità invece pare essere molto più vicina alla vittima, ma anche alla sorella Sara costretta suo malgrado non solo a sistemare la successione, ma anche a investigare e trovare la verità.

Malgrado la sua mole (una piccola parte è dedicata al dizionario per capire alcuni termini usati per rendere più veritiera la narrazione e che, ovviamente, non sono di facile comprensione per chi non ha mai letto racconti di quella zona), si legge molto bene, scorrevole, senza inciampi o rischi di distraenti descrizioni. L’autrice è brava a seminare durante tutte le pagine, fra i dialoghi e le situazioni, la sua visione della società del sudafrica, in zone di confine con altri stati e parchi nazionali protetti: è un’Africa non pacificata, divisa non solo o non tanto per il colore della pelle e per la convizione che quella porti un retaggio irremovibile, ma anche dalla visione di come si vuole convivere con la natura e con gli altri.

Eppure alla fine non è che mi abbia entusiasmato. Certo, la sufficienza se la porta abbondantemente a casa, ma alla fine mi è sembrato quasi di leggere un racconto di cronaca nera più che un thriller in cui, volutamente, sono stati sparsi elementi anche oscuri (come il conflitto “spirituale” fra le diverse forme di scamanesimo e preghiera o i movimenti di estrema destra in azione). La differenza con Larsson per esempio è proprio nella capacità di far percepire al lettore il vero pericolo che rischiano di incorrere i protagonisti: in questo libro solo verso la fine, quando oramai si era anche capito chi avesse fatto cosa e perché, la vita di Sara rischia di finir male, ma in modo quasi scontato. Non so, mi ha dato quella sensazione di non voler calcare la mano e nel farlo di non averlo fatto per nulla lasciando situazioni troppo superficiali. Anche perché di elementi interessanti, misteriosi ce ne sono e sarebbero anche stati interessanti, pur non facendo deragliare la storia su binari morti o inutili.

Voto 6 e mezzo.

Consigliato a chi volesse leggere un thriller ambientato in zone lontane, senza sembrare troppo esotico da parer finto, e anche per chi sotto una vicenda nera inventata volesse cercare di capire come viene descritta una società molto lontana da noi, con grandi conflitti sociali.

Scheda tecnica

traduttore (dall’inglese) Silvia Montis

titolo originale “Weeping Waters”

anno di pubblicazione 2009

casa editrice Editrice e/o

stampato luglio 2018 presso Arti Grafiche La Moderna di Roma

copertina © David Yarrow Photography/Getty

grafica  Emanuele Ragnisco http://www.mekkanografici.com

pagine 539

prezzo €19,00

 

 

“Satana a Goraj” di Isaac Bashevis Singer

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Dal sito della adelphi

Mettete che siete ebrei in un piccolo paesino della Polonia nel 1600 circa; mettete che a un certo momento l’altalenante susseguirsi di tolleranza e intolleranza verta ora sulla seconda e il vostro paese venga spazzato via; mettete che riuscite a ritornarci, anche se ruoli e persone sono cambiati, a volte veramente devastati; mettete anche che dalla Terra Santa, quella Gerusalemme che rimane nel cuore di tutti gli ebrei, giunga la voce che il Messia si è rivelato; mettete che tutte queste cose insieme poi lascino spazio al raziocinio e portino le persone a quello che nessuno si auspicherebbe: la divisione della comunità e l’eresia che regna sovrana.

All’interno della vicenda realmente accaduta di Sabbatai Zevi (Shabbatay Tzevi) autoproclamatosi Messia degli ebrei, sobillatore di speranze mai sopite, per poi tradire nel peggiore dei modi (convertirsi a un’altra religione, l’islam), la storia del paesino di Goraj diventa emblematica soprattutto nella gestione del mutamento di dogmi religiosi in un momento di fragilità psicologica e comunitaria. Al centro della vicenda, come una marionetta muta guidata dagli eventi, c’è Rachele: figlia di Reb Eleazar Babad, eminente personaggio della comunità prima della distruzione; allevata dallo zio macellatore rituale; vessata dalla nonna sin da bambina, che le riempiva la testa delle peggiori paure; data in sposa suo malgrado a un venditore ambulante, dal dubbio passato e dalle abitudini strampalate, Reb Itche Mates; divenuta suo malgrado (bis) profetessa di questo nuovo Messia; rapita e concupita da Reb Gedaliya, macellatore rituale e seguace di Sabbatai Zevi, senza potersi opporre, il quale la userà per i suoi scopi; e infine posseduta dal diavolo per condurla alla fine drammatica. Eppure attorno a lei, muta e inerme, girano altri personaggi particolari, dai figli corrotti del rabbino ortodosso, alle donne del villaggio, alla vicenda del Messia, ai cristiani che si convertono sai mai che siano vere le voci, alla teologia difesa o buttata alle ortiche.

I.B.Singer imbastisce un racconto dark, con buoni spunti horror, senza mai cadere nè negli stilemi del genere, nè nei suoi difetti. Molte recensioni parlano di racconto medievale, ma sinceramente io non ci ho trovato niente di quella narrativa, mentre ha molto del racconto popolare in senso ampio, con i suoi personaggi fuori dalle righe, la vittima sacrificale e un certo bene e un certo male che si confrontano, quasi sbalorditi di essere immersi nella quotidianità (ecco, questo sì può essere un elemento di narrativa medievale, in cui il fantastico è assolutamente normale, ma alla fine è un tratto comune a tutta la favolistica di genere dai tempi della mela di Adamo ed Eva). Goraj diventa quasi un simbolo, una bolla chiusa in cui la Storia entra ed esce, dove il paranormale trova modo di sfogarsi, ma dove il resto del mondo sembra non entrare più dopo aver cercato di distruggerla.

Il tema dell’ortodossia e dell’eresia, tipica probabilmente solo delle religioni monoteistiche (o del Libro della Legge), sono ben espresse, ma rimangono come vittime di se stesse, dove una non riesce ad opporsi all’avanzata dell’altra, la quale stravolge ogni consuetudine sociale, civile ed etica, per poi sparire spazzata via dal vento che ha generato da lontano. In realtà è una chiara descrizione della crisi dei valori religiosi in una comunità che ha perso ogni appiglio e forse è un ammonimento a tutti coloro che praticano o credono di stare attenti perché è facile perdere tutto, uscire dal seminato, se si va dietro a una speranza senza costrutto. Non c’è nessuna critica al comportamento di ogni personaggio e nemmeno nessun vero ammonimento al seguire una speranza insita nella storia ebraica, ma che qui è seguita senza certezze: Singer pare solo un triste e “silente” osservatore, narratore di un fatto successo e immutato nel tempo, di un momento che ha un inizio e una fine nel lento fluire della Storia generale.

La sua prosa è precisa, dettagliata, sicura; una capacità descrittiva senza fronzoli, ma che da per scontato che il lettore capisca tutti i termini e i vari ruoli, come se fosse questo non un romanzo per tutti, ma solo per chi davvero vuole capire (il fatto che venne scritto in yiddish è molto chiaro), comprese le benedizioni o le maledizioni fra parentesi dopo aver citato un particolare personaggio. Una capacità di descrivere i personaggi, ma ancor di più il loro inevitabile destino, come se davvero tutti fossero segnati e nulla possa essere davvero cambiato.

In confronto al fratello Israel ho trovato questo Singer più cupo, stanco, triste. Mentre Israel coglie continuamente l’ironia tipica della sua cultura, religione e popolo, anche nelle situazioni più disperate (il libro “La Famiglia Karnowsky” è la storia di un dramma che vede nel nazismo il veleno che contamina e distrugge), dove il nero del dramma si unisce alla potenza della parola sacra e no; in Isaac ho trovato una pesantezza, come se la scelta del dramma non lasciasse nessuna speranza. E’ un gioco sottile quello che vedo fra loro, perché le somiglianze sono tante di più a partire dalla capacità di rendere tridimensionale una comunità che tendenzialmente vogliamo evitare o dimenticare o lasciare chiusa nel santino della shoa; l’enorme cultura che permette di riempire di parole specifiche, di gesti e rituali, descritta con naturalezza, proprio come se fosse parte della loro quotidianità. La storia della letteratura vede Isaac vincere il nobel, mentre gli altri due fratelli (Israel e Esther) essere riscoperti in questi ultimi anni, pur suscitando successo e interesse anche in vita, ma ci riconsegnano una profondità letteraria rara in questi ultimi tempi. Da riscoprire tutti (mi manca la sorella da affrontare).

Voto: 7 e mezzo

Consigliato: a chi è appassionato di romanzi storici, di storia ebraica, ma anche di horror paranormale non splatter, non gore, ma molto realistico.

Scheda tecnica

traduttrice Adriana Dell’Orto

titolo originale “Satan in Goraj2

anno di pubblicazione 1955

casa editrice Adelphi

stampato nell’aprile del 2018 , da L.E.G.O. S.P.A. stabilimento di Lavis

copertina: “Sposa ebrea” di Isidor Kaufmann, collezione privata

© Christie’s Images

Bridgeman Images

pagine 182

prezzo € 18,00

“La stiva e l’abisso” di Michele Mari

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recensioni dal sito di goodreads

Cosa succede quando a una nave, a un veliero, il vento  va in bonaccia e la tiene lì ferma in mezzo al mare? Questo libro potrebbe darvi la risposta. In fin dei conti i nostri avi, con la loro tecnologia ancora molto legata agli umori di vento e mare, di fronte alla bonaccia si trovano sperduti e in balia del nulla: immaginatevi un panorama sempre uguale dall’alba al tramonto, sotto il sole e senza vento, per giorni indefiniti sperando di vedere arrivare finalmente una nuvola e un refolo di qualcosa regalato da Eolo. Se ben ti vada vai anche un po’ giù di testa.

Questo romanzo ha due termini di lettura: uno metaforico e l’altro narrativo. Partiamo dal secondo che mi pare più facile. Questo libro l’ho preso in scia della mia personalissima scelta di storie legate al mare, dai pirati alle baleniere alle battaglie navali alle esplorazioni scientifiche e in effetti copre esattamente quel buco che normalmente gli altri autori saltano: cosa succede se una nava va in bonaccia? E se il suo capitano è ferito gravemente con una gamba in cancrena, chiuso nella sua cabina? Succede che il suo secondo, avido e orgoglioso ma senza i mezzi, ne vuole prendere il comando e l’equipaggio si lascia abbindolare dalla noia, dalle leggende e dalle superstizioni. Strana nave questa senza medico a bordo e nemmeno un sega ossa; strana dove il secondo è di un’ignoranza abissale; strana perché non c’è spiegazione per la malattia del capitano. Sembra quasi che sia stata maledetta. Eppure nessuno di loro pensa che sia così e i giorni e le notti scivolano abbastanza uguali a se stessi, senza domande e senza altri pensieri. Se non fosse per quei strani pesci che si “congiungono” con gli uomini e donano a loro delle storie. Ci sono marinai che diventano poeti e marinai che rimangono stolti; ci sono marinai innamorati e marinai che subiscono l’amore. Mozzi, capitano, secondi e marinai vari si trovano a che fare con questi strani pesci che salgono in nave e in qualche modo li posseggono come fisicamente e li cambiano. Giorno dopo giorno la realtà pare scomparire per lasciare il posto alla noia e ai sogni e a quel richiamo del mare che diventa talmente tanto forte da attirarli uno a uno.

Sì, il galeone spagnolo sembra proprio maledetto.

Eppure pagina dopo pagina sembra non succedere nulla, se non l’aumentare della paranoia, della noia, della stanchezza, delle leggende, con l’unico, il capitano, che pareva rimanere solido chiuso, romanticamente e umoralmente, nella sua cabina a vedere la cancrena farlo marcire sempre più. Non esiste ordine finale o soluzione, esiste solo la bonaccia. A leggere questo libro ci si aspetta non una risoluzione vera e propria, ma come se all’improvviso la vera storia di mare, di un altro galeone, riprenda il corso lasciandosi alle spalle questa nave fantasma maledetta dal mare e posseduta dai pesci.

Di navi maledette è pieno l’immaginario e questa a volte sembra essere una “Perla Nera” prima di diventare quella misteriosa e agognata nave dei caraibi, perché tutte le navi leggendarie hanno una nascita fra legno, sartiame, puzza di pesce, arroganza e paura: sono navi “semplici”, salpate da un porto per una missione precisa, ma nel mezzo, in quello sterminato territorio che si chiama oceano, incappano nelle peggiori situazioni e perdono di vista tutto, dalla terra alla vita, dalla speranza alla possibilità di sopravvivere, sperando di andare oltre (ricordate il raggio verde?) e trovare una soluzione al pantano in cui si trovano.

E’ un non racconto a mio modo di vedere, un intermezzo più o meno comico o drammatico, un riempitivo per tutti coloro che si son sempre chiesti come sopravvivono gli uomini alla tirannia del vento. Non sopravvivono. Punto.

Ora passiamo al primo aspetto del romanzo. E’ il secondo libro di Mari che leggo e mentre il primo, “Roderick Duddle”, l’ho abbandonato, qui sono voluta andare fino in fondo per capire come volesse gestire questa storia non storia. E sinceramente non l’ho capito. A lettura ultimata, mi sono letta un po’ di recensioni su goodreads, perché a me continuava a sfuggire qualcosa. E allora l’epifania! Il romanzo è una lunga metafora sul concetto della parola, del racconto e blablablabla…cose così. Sinceramente mi sono messa a leggere con interesse, ma con la domanda in testa fissa: ma veramente ci credono? Sì, ma forse loro hanno capito qualcosa di Mari che io non voglio e non riesco a comprendere: loro continuanano a sottolineare che ogni suo romanzo sia una specie di narrazione sulla narrazione, una lunga e continua metafora su un unico argomento. Ecco…che palle!

Mi spiace Mari, ma io e te non ci capiremo mai a questo punto. Non so se hai deciso di raccontare, sotto forme diverse narrative, un solo e unico argomento; non so se davvero hai pianificato di spaziare fra i generi, i quali magari adoravi leggere e adori tutt’ora, per tornare sempre a un unico porto; non so se è la metafora e il suo svelamento l’unica cosa da cercare; so solo che mi annoi mortalmente perché quello che scrivi io lo percepisco come se non avesse anima. La tecnica è fondamentale per scrivere e Mari la padroneggia abilmente: ha costruito un perfetto racconto di mare, lavorando sui personaggi, sulle idiosincrasie, sulle paure e sulle speranze; per quanto si possano contestare alcune scelte narrative e certe “dimenticanze” alla fine sono tutte funzionali per portare il lettore dove vuole lui, insieme alla bonaccia. La tecnica, però, non basta. L’arte affabulatoria, quella che ti nasce dal cuore più che dal cervello, quella che entra in risonanza emozionale con il lettore è qualcosa che non si impara con i tecnicismi, ma la si possiede e la si perfeziona e qui per me Mari non ce l’ha. Ancora una volta mi è venuto da dire che egli è il bravissimo primo della classe che scrive i migliori temi, azzeccando tutti i punti del titolo, ma che alla fine sarà sempre un altro a saper come incantare la classe con le sue favolette: si vuole diventare i cocchini della maestra o i leader della classe? Questo non vuol dire che io stia giudicando l’uomo Michele Mari che magari è simpaticissimo e godibilissimo, ma lo scrittore mi rimane indiffirente, freddo e scolastico, incapace di sapermi prendere (anche nelle parti comiche è ripetitivo e ossessivo, come quelli che continuano a ripetere sempre la stessa battuta perché ha fatto ridere una volta e quindi deve far ridere anche alla milionesima). Quindi, no, la parte metaforica di questo romanzo non l’ho colta e sinceramente non mi ha nemmeno interessato coglierla, non per ignoranza o menefreghismo mio, ma perché (forse sono monolitica, ma non mi pare visto che ci sono autori che mi affascinano e mi portano con la fantasia ovunque) mi ha lasciato totalmente indifferente e fredda.

Voto: 6

Consigliato: Se volete cercare un romanzo sulla lingua italiana, dove le lingue vengono mischiate, ma non avete ancora il coraggio di affrontare altri mostri sacri della letteratura, questo è un buon inizio. Se invece, come me, cercate di aggiungere tasselli all’andar per mare, questo ne è uno.

Scheda tecnica

anno di pubblicazione 1991

casa editrice Bompiani

stampato nel dicembre 1991 presso la Milanostampa – Farigliano (CN). Printed in Italy

copertina: “Le età dell’uomo” di Caspar David Friedrich, Lipsia, Museum der blindende Künste (particolare).

prezzo £ 29.000

pagine 281