“Battle Royale” di Koushun Takami

IMG_20200713_144340_790[1]
tutta la serie manga (15 volumi) e il libro.
TRAMA: Siamo nel 1997 nella Repubblica della Grande Asia dell’Est e una scolaresca di terza media (?) in gita si trova coinvolta nel cosidetto “Programma” ossia un violento gioco al massacro dove dovrà restare solo uno di loro vivo. Il tutto si svolgerà in un’isola deserta e più o meno in 48 ore. Ovviamente ci saranno vantaggi e svantaggi e difficoltà lungo il percorso, ma il risultato sarà sempre lo stesso. Oppure no?

 

Ho letto in contemporanea sia il libro che il manga (il cui disegnatore è Masayuki Taguchi) ovviamente leggendo prima il romanzo e poi seguendo la realizzazione sul fumetto.

Violento distopico in cui i protagonisti sono degli adolescenti (in traduzione viene detto che hanno 15 anni e purtroppo si è scelto di dire che sono di “terza media” quando è evidente che i sistemi scolastici nostri e giapponesi sono diversi) costretti a lottare per la propria sopravvivenza uccidendo chi fino a un momento prima era il proprio compagno di banco. Un tentativo di sviscerare le varie psicologie dei vari ragazzi che risultano più evidenti e disturbanti nella versione manga piuttosto che in quella del libro, denotano solo che la maggioranza dei 42 ragazzi sono dei sociopatici, vittime di violenze altrui, hanno disturbi comportamentali e solo 2 o 3 risultano quasi sani di mente o almeno equilibrati. Si salva ovviamente una sola coppia, come tutti i bravi romanzi che si rispettano, Shuya Nanahara e Nakagama Noriko, belli carini sani, con l’istinto degli eroi senza macchia e senza paura che vogliono salvare tutti. Senza però l’aiuto di Kawada Shogo faranno ben poco. Eppure anche loro nella loro perfetta bontà, molto infantile, risultano stucchevoli e stereotipati. Shogo in effetti è forse uno dei pochi personaggi più complessi e sfaccettati dei 42.

Di certo quando nel 1999 uscì, fece scalpore rivelando la violenza che poteva generarsi fra ragazzi di quella età (anche se la produzione manga del Giappone non è scevra di personaggi giovani e disadattati che oscillano fra bene e male), costretti alla lotta da un gioco perverso voluto dagli adulti, per loro divertimento. Qualcuno lo ha paragonato a “Il signore delle mosche” di Golding, ma non ha il valore antropologico di quest ultimo: “Battle Royale” è una lotta obbligata che deve finire in breve tempo, “Il Signore delle Mosche” invece è la costruzione della civiltà da un disastro per sopravvivere. I presupposti sono molto diversi e anche lo sviluppo degli eventi, (nel libro di Golding abbiamo la nascita del concetto della comunità contro l’anarchia, il bisogno di sopravvivere cercando di costruire e rispettare le leggi), diventa una condizione sine qua non per l’agire dei ragazzini che devono prendere delle scelte velocemente.  Viene giustamente paragonato, in quanto antesignano, degli “Hungers game” e qui ci trovo qualche somiglianza maggiore: una società dittatoriale che sovrasta la vita di tutti, un uso delle persone per scopi puramente di divertimento o di controllo della popolazione attraverso la paura, l’eroe che sovverte il regolamento per ristabilire il giusto equilibrio fra bene e male; in più c’è la contrapposizione fra una società adulta violenta e prevaricatrice e una generazione “passiva” di giovani succubi o desiderosi di riscatto.

Voto: 6. Ammetto che fra manga e libro ho “preferito” il primo, perché almeno la componente violenta era più esplicita e disturbante, mentre il secondo narra le vicende con lentezza esasperante come se fosse un’indagine da medico legale. Comunque non mi ha colpito, anzi mi ha annoiato per molti versi. Non amo la violenza per la violenza, l’esasperazione della stessa per puro scopo ludico letterario; non dico che debba per forza essere propedeutica a qualcosa nella vicenda, ma la morbosità in cui, nel manga soprattutto, si usano scene violente e di sesso sono stucchevoli. Eppure se “Battle Royale” deve colpire il lettore, provocarlo e forse anche irretirlo, questo succede maggiormente nel manga piu che nel romanzo.

Consigliato a: lettori di distopici di dittature e prevaricazione.

Scheda tecnica

Titolo originale “Battle royale”

traduttore Tito Faraci

anno di pubblicazione 1999

casa editrice Oscar Fantastica Mondadori

stampato 2016, Printed in Italy c/o ELCOGRAF S.p.A- Cles (TN)

copertina illustrazione di Marcello Martinez/Laboratori secreto

progetto grafico di Leftloft

pagine 615

prezzo €15,00

“Fatherland” di Robert Harris

IMG_20200624_154825_330[1]Trama: Nella Germania nazista del 1964 l’agente della Kripo, Xavier March, si trova a indagare sulla morte di un gerarca nazista. Non si tratta di suicidio come vorrebbero archiviare le autorità, ma man a mano che March indaga viene a scoprire un intrigo ben più grosso che coinvolge le massime autorità del regime sin dagli anni ’40 quando si pianificò la soluzione finale. Tutto precipita quando interviene la Gestapo e March, aiutato dalla giornalista tedesco-americana Charlotte Maguire, dovrà agire velocemente.

L’ucronia racconta un mondo dove in Europa vige direttamente o indirettamente il potere nazista (sul trono inglese siede Edoardo VIII, mentre Elisabetta in Canada ne rivendica il trono chiamando lo zio traditore. Tanto per dirne una); dove il Führer è un’entita semi divina che protegge idealmente tutti i suoi “credenti”. La vita scorre tranquilla, quasi ovattata da questa campana di vetro costruita e ben mantenuta da tutti i dirigenti di partito e i vari gerarchi (che pur facendosi la guerra politica, collaborano più di quanto sia successo veramente). Dall’altra parte America, guidata da un anziano Joseph P. Kennedy presidente (sì il padre di JFK), dopo una forte e sostenuta alleanza con la Russia decide di tendere la mano alla Germania.

Robert Harris scrive un romanzo ben documentato, usando personaggi realmente esistiti, modificando alcuni eventi veramente accaduti e costruisce un’Europa credibile, senza esagerare con invenzioni e costruizioni. Il suo intento sembra quasi di voler raccontare una crepa piuttosto che divertirsi a ideare una nuova storia. Detto questo credo che per me abbia un solo difetto: la sensazione che tutto sia troppo inglese per una storia ambientata a Berlino. Non discuto che sia credibile il seme del dubbio all’interno della dittatura, ma Xavier March ragiona troppo come un soldato alleato di fronte ai campi di sterminio: documentare, denunciare. Non c’è mai davvero una crisi esistenziale (ok è un agente non allineato e per questo controllato dalla Gestapo). Egli dovrebbe essere nato intorno agli anni ’20 e quindi in questo mondo ha visto nascere, crescere e prosperare, oltre a vincere la guerra, un partito, un’ideologia che ha plasmato il mondo; deve aver fatto le scuole di partito, aver subito una sorta di lavaggio del cervello in qualche modo; ha perso il padre giovane; ha servito la patria negli Uboat; insomma ha fatto tutto quello che ci si aspetta. Eppure è e rimane un personaggio su cui la Gestapo deve indagare, la moglia lo lascia e il figlio non lo ritiene abbastanza allineato e ne è sconvolto (Pili è l’unico personaggio veramente nazista della vicenda, il prodotto di decenni di indottrinamento). Sì ci sono i gerarchi cattivi e spietati, ma un po’ ce li si aspetta, se non avremmo nessuno contro cui tifare. Anche la giornalista per metà tedesca Charlotte Maguire non si capisce come faccia a vivere quasi tranquilla in una città come Berlino, nella quale ci si aspetta a ogni angolo spie e delatori.

Alla fine del libro l’autore ha messo una breve (nella mia edizione, non so se esistano altre più ampie) sui personaggi realmente esistiti e sui documenti citati. Non metto in dubbio la documentazione, anzi credo che quella sia la colonna portante del libro che mai lo fa scadere nel ridicolo o nell’impossibile.

Voto: 6 Non posso dire che non sia scritto bene o che non racconti in modo credibile un mondo che non è esistito (per fortuna), ma con la scusa dell’ucronia scrive un giallo e con la scusa del giallo scrive una storia che non esiste, quindi mi risulta un po’ carne e un po’ pesce e “non sa di pera”.

Consigliato: a chi ama le storie sulla Germania, sui gialli politici.

Nota: da questo film è stato tratto un film “Delitto di stato” (1994) diretto da Christopher Menaul, con Rutger Hauer e Miranda Richardson molto diverso nella trama dal libro. I commenti sono generalmente negativi.

“Danza macabra” di Dan Simmons

IMG_20200620_152831_133[1]
.

Siamo nell’America degli anni’80 e tre amici si ritrovano per fare il conteggio annuale del loro gioco preferito: quanti morti hai provocato? Perché i tre sono dei vampiri, vampiri mentali, capaci di manipolare e manovrare le persone per il proprio bisogno e divertimento; e più uccidono e più si rinforzano e rimangono giovani. Una notte però qualcosa fra i tre si rompe e da amici diventano avversari, coinvolgendo umani ignari della faccenda. Sono 2 umani a svolgere l’indagine e capire come funziona sia il Gioco che i loro poteri: la giovane Natalie Preston, figlia di una vittima inconsapevole del gioco, e Saul Laski, psicologo ebreo reduce dai lager ma anche pedina di uno dei tre. A loro si affiancheranno o li contrasteranno altre storie di vittime e vampiri.

Un corposo volume di 800 pagine e una storia lunga e complessa che non annoia, in quanto racconto corale di una vicenda horror con tutti gli stilemi del caso: violenza, prevaricazione, assenza di senso morale, vendetta, inevitabile sentimento di sconfitta, morte. Un continuo altalenarsi di capitoli dedicati ai buoni e altri ai cattivi, cercando di capirne i pensieri e le motivazioni, aspettando l’intracciarsi dei filoni e la conseguente catarsi finale. Ovviamente quando cambiavano i narratori, cambiava lo stile e il modo di parlare e ho trovato questo modo di raccontare la vicenda in un primo tempo destabilizzante, ma in breve tempo ho apprezzato il meccanismo: i protagonisti vengono caratterizzati non solo dal loro agire e dalla loro appartenenza (buoni-cattivi, umani-vampiri), ma anche dai loro pensieri e il loro modo di comunciarli, rendendoli più credibili.

Al tema principale esiste uno secondario legato alla questione ebraica, affrontando sia lo sterminio ebraico, la costituzione di Israele, la vendetta dei superstiti, i metodi non proprio ortodossi del Mossad. Senza mai giudicare, anche quando lo scrittore descrive in modo negativo azioni e atteggiamenti e provoca nel raccontarli, questo secondo filone non raro in certa letteratura di genere (mi vien da pensare che Del Toro abbia pescato qualcosa anche qua), aggiunge un qualcosa di realistico al romanzo. Mi fa sempre uno strano effetto quando nei romanzi horror si “riscrive” la vicenda dello sterminio degli ebrei in ottica paranormale: sembra quasi che si voglia trovare una sorta di “giustificazione” a tutto l’orrore che si è compiuto, non riuscendo a metabolizzare che sia stato voluto e attuato da soli umani. D’altro canto è stato un periodo talmente oscuro e basso della storia umana che è quasi facile volerne fare una storia nera e paranormale, pescando dalla fantasia e dai miti, arrivando a una sorta di catarsi letteraria.

La mole del romanzo mi ha inizialmente spaventato e non riuscivo a capire cosa ci fosse di così importante da impiegare così tante pagine, eppure, pur limando qualcosina, tutte le pagine servono: la presentazione dei protagonisti, la loro evoluzione, l’intrecciarsi delle diverse vicende, la lotta e la vendetta, sono tutti momenti che necessitavano giustamente il tempo e lo spazio, per quanto la vicenda temporale si svolga più o meno entro 1 anno dall’inizio. E infine il discrime per me di ogni romanzo di questo genere: il finale. Beh regge, e spaventa.

Anche la scelta di modificare il metodo di nutrimento dei vampiri in primis stranisce, ma poi viene così ben descritto e gestito che diventa quasi più credibile del mero succhiar sangue: sposta il rapporto carnefice-vittima da un interesse quasi esclusivamente di stampo erotico, in cui la vittima affascinata e sopraffatta cede quasi volontariamente, a un mero utilizzo violento e distruttivo, dove la vittima agisce senza mai opporsi e soccombe nel peggiore dei modi. L’autore quindi riporta la visione del vampiro in ottica totalmente negativa, anche se non tocca l’argomento non-morte, non fa capire come muoiano (se basta la distruzione del corpo o l’inedia causata dalla mancanza di manipolazione), fa comprendere come rigenerino e soprattutto dà vaghi indizi di come nascano. Crea quindi un mostro capace di mascherarsi in mezzo a noi, di viverci a fianco, di occupare anche posizioni di rilievo, di manipolare singoli e moltitudini, rivestendo la figura di deus ex machina negativo.

Dan Simmons confeziona una vera pietra migliare del genere dedicato ai vampiri, vincendo il premio Bram Stoker nel 1989 e il premio Locus per il miglior romanzo horror nel 1990.

Voto: 8 Raramente mi spingo così in altro coi voti, ma questo li vale tutti, pur non dimenticando qualche difetto nella trama legato allo svelamento del potere dei vampiri da parte degli eroi: difetto giustificato, perché se reso più realistico avrebbe rallentato inutilmente la narrazione.

Consigliato: Agli appassionati del genere horror duro, dei vampiri brutti e cattivi e di coloro che amano le storie complesse.

Il genere (e non solo) di chi scrive libri

IMG_20200618_110430_311[1]
Libri senza copertina = leggere al buio,
L’argomento che voglio affrontare ora è spinoso, ma nello stesso tempo vorrei anche toglierne l’aurea di stigma o di dogma: leggiamo libri scritti da autori di un certo genere e colore della pelle per abitudine o c’è altro?

Non ne farò un’indagine sociologica, perché non ne ho le competenze, ma come al solito partirò dalla mia esperienza privata per farmi e farvi dubbi e vedere come e se risolverli. Sempre che certe cose siano risolvibili.

Io mi interesso alle persone, indipendentemente da sesso, colore della pelle, religione o mestiere. Certo, sono nata in un certo momento della storia, in dato punto geografico e mediamente le mie conoscenze umane sono più o meno simili per certi aspetti. Non ho girato molto il mondo, se non come turista, non posso vantarmi di avere una vita multiculturale e trendy. Sì, forse sono banale per certi versi, ma, per altro, certe barriere che dovrebbero contraddistinguermi in base alle etichette pregiudizievoli che siamo abituati a mettere a tutti, alla fine non mi confinano nel mio mondo. Sono curiosa e mi interessano le persone interessanti, capaci di esprimersi in un certo modo e di esprimere le proprie opinioni con cognizione di causa. Mi piace imparare dagli altri, perché quello che non so mi incuriosisce (anche la fisica, ma quella faccio a meno di ascoltarla, perché per me purtroppo è simile alla magia. Il mondo è pieno di magia fisica inspiegabile). Proprio perché mi piacciono le persone in quanto tali e non perché uomini o donne, tendo a soprassedere a molte scelte “di campo” che oramai si pretendono da chi sta sui social: mi comporto come vorrei che fosse il mondo, rispettano chi si guadagna il mio rispetto, odio le lagne e sin da bambina i miei mi chiamavano “l’avvocato delle cause perse” perché se credo in una cosa mi espongo.

Questa lunga premessa è per dire che in tutta la mia vita non mi sono mai interessata seriamente di che fosse il sesso e il colore della pelle degli scrittori che leggevo. Sì, non ho vissuto in una campana di vetro, sono conscia che Asimov fosse uomo bianco e Le Guin donna bianca, ma boh nel mio cervello sono nomi e poco altro. Conoscere le loro storie esula da quello che hanno scritto loro e letto io. Eppure qualcosa non quadra.

Non ci sarebbe problema nel scegliere un autore o un’autrice in base al genere narrativo in cui si identificano: sceglierò sempre quello amato piuttosto che uno sconosciuto, fantascienza/fantasy/giallo batte narrativa sempre e comunque per me.

Quindi il primo discrimine per me rimane il genere narrativo.

Sono rimasta traumatizzata dalle letture femminili “impostemi” da bambina, che piuttosto che leggere ancora cose drammatiche alla “Principessa Sara” mi sarei imbarcata davvero su una baleniera (dove invece mi sono rifugiata solo mentalmente). Quel genere di racconto non mi ha mai preso. Molto meglio essere un tigrotto che una lady di una Londra decadente e piena di governanti e insegnanti con gravi problemi di socialità. Quei tempi, più o meno quando Asdrubale passava con gli elefanti gli Appennini, furono non troppo semplici per una ragazzina che non voleva letteratura femminile (intesa come genere svenevole e pieno di storie di sentimenti e basta, niente arrembaggi, avventure, scalate sulle montagne, investigazioni): si leggevano giocoforza autori uomini come Salgari, per dirne uno. Perché questo passava l’editoria di allora.

La domanda che deve sorgere alla mente è: mancavano scrittrici d’avventura o mancavano gli editori per quelle scrittrici?

Mi sono appassionata ai gialli fra le elementari e le medie e sinceramente non c’è mai stata differenza nel mio cuore fra Agatha Christie e Conan Doyle (se non fosse per Holmes, mio primo sociopatico amore letterario): la grandezza di entrambi annullava qualsiasi ipotetica differenza di genere.

Vabbè non è tempo per una mia biografia, anche perché non ne vale la pena, però quello che mi fa riflettere è che nel mio personale immaginario letterario ci sono più autori maschi che femmine, ma forse per pura casualità. O pigrizia? Se un tempo me ne fregavo, ora inizio a chiedermelo.

Uscendo un po’ dalla mia confort zone e arrivando nel seminato della sociologia e storia, si può sinceramente affermare che per lunghissimo tempo le condizioni economiche, sociali, di ceto e di istruzioni nell’occidente (perché questo è il mio “piccolo” mondo) erano appannaggio dell’uomo bianco medio borghese se non ricco, o comunque se doveva pagarsi da vivere scrivendo doveva impegnarsi molto e con vari drammi personali (non arriviamo al caso di Salgari, ma “Sandrone” Dumas era sempre in cerca di nuovi editori e “Carletto” Dickens aveva troppi figli da sfamare). Questo evidentemente escludeva dal mondo della letteratura una bella fetta di popolazione. Possiamo recriminare fino all’infinito, ma questa è la storia, baby. Il divario socio economico si può ipoteticamente pensare che si sia più requilibrato dopo la seconda guerra mondiale, aprendo le porte a tantissimi altrui autori non solo bianchi e non solo uomini.

Eppure la parte pregiudiziale ebbe sempre in qualche modo il sopravvento. Inutile nascondercelo, quante donne hanno dovuto scrivere sotto pseudonimi maschili? Troppe.

Questa è la parte che considero pigrizia, perché pur non avendo nulla in contrario a storie scritte da chiunque purché la trama mi incuriosisca, alla fine dei conti si va sempre a leggere autori maschi bianchi europei o americani. Sono razzista per questo? Non mi sento tale, continuo a ritenere che per essere razzisti ci debba essere la volontà di esercitare un “no” immotivato contro una determinata parte della popolazione.

Si è razzisti se per affrontare i pilastri di un genere si va praticamente sempre a leggere storie scritte da uomini bianchi europei? No, perché è innegabile che l’apporto costituito da essi in quel genere non si può banalizzare con la loro provenienza o casualità: su xmila persone simili a loro per sesso, colore della pelle e ceto, solo loro riuscirono a eccellere per capacità inventive e autoriali e questo deve avere un peso e un valore. Quindi eliminare certi autori per il fatto di essere casualmente (non si sceglie dove e come nascere, ma solo come vivere) nati in un certo modo, a me pare un razzismo al contrario. E lo trovo demoralizzante.

A questo punto quale deve essere il secondo passaggio? Informarsi sempre. Per quanto non creda nel patentino di autorità di un premio letterario, forse a volte varrebbe la pena guardarci dentro e cercare autori e autrici vincenti per capire quale storia possa essere la prossima lettura. Sempre che questi premi letterari non abbiano al suo interno regole di quote colorate che esulano dal valore di merito. Poi i social danno un sacco di visibilità a veri nerd lettori, a divulgatori capaci di sfrucugliare nelle piaghe della storia e trovare autori e autrici dimenticati dalla massa. Internet si può usare anche per queste cose e non solo per cercare bufale.

In questo articolo per esempio ho trovato qualche titolo interessante di cosidetta “black science” e mi ha suscitato tante curiosità perché sono convinta che pur parlando dello stesso genere (la fantascienza) ci siano mille modi differenti di descriverla. E sarebbe bello capire se esistono o meno differenze culturali così profonde da dare diverse angolazioni dello stesso argomento.

Come mio solito sproloquio per un po’ in modo disorganizzato e poi vedo se, alla fine, riesco a tirare le somme in qualche modo.

  • Credo che siamo in un periodo potenzialmente obeso di letteratura e possibilità, a tal punto che non aprofittarne sarebbe un po’ tanto stupido.
  • Credo che dovremmo valutare i libri per il loro valore comunicativo e letterario e che debbano essere le storie a essere giudicate e non le persone che lo scrivono (poi un giorno parleremo forse del perché le storie personali di certi autori e autrici mi colpiscono a tal punto che non riesco a leggere i loro romanzi).
  • Credo che dovremmo smettere con la sindrome da tafazi, se non leggiamo abbastanza libri di x, y, x (dove x, y, z stanno per quelle categorie che escono dalla nostra consuetudine e sono molto ben sponsorizzati dai social), pensando che sì leggere apre la mente (anche se non sono sempre convinta di questa cosa), ma non salveremo il mondo leggendo un libro.
  • Credo che dovremmo smettere di sentirci sporchi, perché il mondo là fuori non ci ritiene abbastanza cool (in senso letterario) e noi non riusciamo ad adeguarci abbastanza velocemente.
  • Credo che i libri debbano essere fonte di discussione sempre e comunque, un punto di riflessione, perché spesso fra le pieghe delle parole si nascondono pensieri da metabolizzare.
  • Credo che le prefazioni e postfazioni debbano essere un approfondimento al libro e darci ulteriori spunti di crescita e non un mero gioco a chi spoilera prima la vicenda narrata.
  • Credo che dovremmo fare uscire la politica dai libri e dalle storie, senza perdere il gusto di domandarci quale sia il brodo culturale che li ha prodotti.
  • Credo che dovremmo smettere di avere pregiudizi sui libri, ma che abbiamo tutti i diritti di dire che un autore o un’autrice non ci interessa anche per il semplice “perché no”, sapendo che la vita di ognuno di noi è infinitamente più breve della somma dei libri scritti fino ad ora.
  • Credo che la pressione dei social, dei bookinfluencer senza cognizione dovrebbe essere ridotta al minimo tornando a un sano passaparola, un sano supporto alle case editrici e alle loro scelte editoriali.
  • Credo che dovremmo chiedere alle case editrici più diversità non in nome di qualche quota colorata decisa per legge, ma proprio in base al merito, non chiudendosi alle paure meramente economiche, promuovendo anche una ricerca di libri passati che meriterebbero una seconda occasione.
  • Credo che dovremmo anche con leggerezza capire che se, analizzando xmila romanzi scritti nella storia, si è riscontrato che uomini e donne possono scrivere in modo differente e questa cosa si sente, non si parla di razzismo ma di diversità: la diversità rende questo mondo quello che è e mantenerla non sminuisce il concetto di pari diritti, ma solo sottolinea che per fortuna non siamo fatti con lo stampino.

Insomma sì esistono i pregiudizi ed esistono i razzisti anche fra i lettori, ma non lo sono tutti quelli che leggono solo certi scrittori e non altri. E forse dovremmo anche farcene una ragione con leggerezza.

Ereader o Cartaceo?

Questo non sarà un post in cui ci si schiererà fra i vincitori o fra i vinti. Non ci sono vincitori e vinti. Ci sono solo lettori, forse bisognerebbe ricordarselo.

IMG_20200610_160631_146[1]
mere, limoni, cartaceo, avocado, lime, ereader, zenzero…lista della spesa fatta!

Sono una donna da cartaceo, mi piace la materia carta, mi piace sentirne l’odore, tastarla; a volte puzza, a volte è impiastricciata, a volte è talmente piena di polvere da far star male. Comunque sia a me piace la carta. Sarà deformazione generazionale: ho un’età in cui i libri erano solo di carta e sono nata appena prima del boom economico degli anni ’80 e quindi non ho mai avuto problemi ad avere libri. Sono anche un’appassionata, cinica, di Storia e mi rendo conto che la materia, il supporto del libro, è solo qualcosa di transitorio: dalla pietra al papiro alla carta di Fabriano (okkei ci sono i cinesi prima, ma sono marchigiana per parte e quindi posso essere anche un po’ medievalmente campanilista? Secondo me sì), dagli amanuensi alla stampa, la vera rivoluzione non è il supporto, ma la possibilità di raggiungere più persone con il minimo costo possibile. La cultura, lo diciamo sempre, deve essere per tutti. Però di questo aspetto e delle sue difficoltà ne parliamo un’altra volta, che ne dite?

Il cartaceo è qualcosa che possiamo costruire in tre dimensioni, portando una comunicazione anche indiretta quando lo portiamo in giro sottobraccio, lo leggiamo in treno o in bus o lo sfoggiamo uscendo dai negozi. Il libro è qualcosa che attrae con le sue copertine (che dovrebbero essere fatte con del gusto…ah! La oramai persa arte degli illustratori di copertine!), a volte permette anche dei veri incontri fra persone. Chissà quanti amori sono nati così, per colpa di una copertina (io ci ho guadagnato il numero di telefono di un tizio mentre cercavo di capire cosa leggesse, tanto per dirne una. Peccato che non mi interessasse il tipo). Il libro si passa di mano, di generazioni, magari lasciando a ogni passaggio un ricordo nel mezzo, una scritta, un pensiero.

La carta occupa spazio, che sia nostro in casa o nelle librerie o nelle biblioteche, è innegabile. E anche piacevole, finché non inizi a vivere dentro a una casa fatta coi libri, ma anche questa è un’altra storia. La carta è fondamentalmente raggiungibile da tutti, purché sappiano leggere quello che è scritto sia come lingua che come alfabetizzazione che come visibilità. Le biblioteche, lo dico sempre, sono un vero presidio culturale e sociale, un momento di aggregazione che permette gratuitamente a chiunque di avvicinarsi a qualsiasi lettura.

Però la carta non è priva di pecche.

Attorno agli anni 2000 circa, non ricordo benissimo, entrò sulla scena il cosidetto ereader: una specie di tablet o pc, ma che non serviva come un tablet o un pc, serviva “solo” a leggere. Eresia! Ci siamo stracciati le vesti in molti difendendo a spada tratta il cartaceo contro il mostrone elettronico. Via, pussavia, sciò! Per 20 anni ci siamo sorbiti un’infinità di articoli dalla fine della carta alla morte dell’ereader, dal fantascientifico digitale all’anacronistico stampato, tirando angoli e orecchie di tutto e tutti, cercando una vittoria che non esiste.

Eppure…

Per quanto i costi di produzione e distribuzione, analizzandoli bene, non siano del tutto dissimili da quelli di un libro cartaceo, impedendo così di avere un prodotto più economico, in determinate condizioni l’ereader è una scelta vincente per molte persone. Primi fra tutti gli ipovedenti: la possibilità in corso di lettura di modificare la grandezza del font ha riportato alla lettura solitaria tante persone prima escluse (la diffusione degli audiolibri è una cosa recente, per quanto ci siano da anni, ma non è la stessa cosa che poter leggere da soli). Solo per questo dovremmo essere felici di averlo fra noi. In più la possibilità di avere a disposizione costantemente sia un vocabolario che un dizionario, permette di comprendere meglio quello che si legge ovunque ci si trovi (sì certo, secondo me un bel volumone col nome sopra “dizionario” e “vocabolario” dovrebbero esserci sempre in casa, ma la gente ha l’abitudine di leggere in giro e quei due tomi non sono di facile trasporto). Di contro il fatto che non ci sia una vera e propria differenziazione del prodotto in casa editoriale fa sì che ebook e cartaceo esteticamente siano uguali, solo che nel primo non puoi sbirciare il titolo dal vicino che legge.

Altra cosa utile dell’ereader è la possibilità di avere più libri al suo interno così non si è mai a secco di lettura anche se ti trovi fuori casa.

Potremmo andare avanti ore e ore a tirar fuori pregi e difetti dei due supporti perché alla fine, se volessimo davvero schierarci, ci sarebbero tantissime cose da dire. Perché non ho parlato dei segnalibri, delle orecchie, di quando si perder il segno oppure no, di rimanere contemporaneamente su due pezzi del libro e tanto altro, me ne rendo conto.

Quindi dopo questo sproloquio la mia idea quale è, direte voi? Che dobbiamo smetterla di tifare e prendere il meglio da ogni supporto.

Ho comprato il mio unico ereader nel 2012 incuriosita e dubbiosa da questo “coso” moderno. Mentre i cellulari avanzavano e diventavano anche un supporto della mia vita sociale e ora anche lavorativa, creando possibilità inaudite ripensando al mio vecchio motorola star tack, l’ereader non mi aveva colpito. Il primo libro letto fu “Il canto di Natale” di Dickens e devo ammettere che fui sorpresa: pensando al fastidio che provavo (e provo tutt’ora) nel dover stare tante ore di fronte a un pc, trovarmi di fronte a un supporto tecnologico con una lettura molto simile al foglio di carta che non mi creasse dolore alla vista era una cosa impensabile. Ho sempre ritenuto che quello fosse il miglior pregio per controbattere alle obiezioni di chi fosse scettico: non affatica la vista e puoi regolare la luminosità non avendo mai problemi di lettura.

Dal 2012 al trasferimento a Roma nel 2019 ho usato pochissimo l’ereader e ho invaso casa di cartacei (acquisti compulsivi. Lo so). Quando però mi sono trasferita, pensando ai mezzi, ho messo fra le cose anche il mio kobo. E devo ammettere che è stato provvidenziale, soprattutto quando è arrivata la quarantena. Come detto in altro post, sulla vita in quarantena, col kobo sono riuscita a seguire le letture collettive. Certo potevo farne a meno e leggere i cartacei che avevo con me; certo potevo staccarmi degli “impegni” letterari che avevo con me e altre persone e fare dell’altro. Ma non ho voluto. La quarantena è stata per tutti un periodo difficile e inaspettato e la cosa che è pesata maggiormente è stata quella di non poter condividere con altri quello che facevamo, quindi ho ritenuto fortemente che le letture collettive non andassero mandate in pausa.

In più ho riflettuto una cosa, soprattutto ascoltando le storie di Simona Scarioni di Escherichialibri, che mai come ora la pulizia di quello che ci portiamo dietro deve essere facile e poco impegnativa. I libri assorbono l’atmosfera che li circonda: è il loro bello anche, ma in questo momento non è il massimo e se dobbiamo pensare di igienizzarli ogni volta che torniamo a casa rischiamo di perderci la testa, ordinare su amazon una camera sterile (esiste?) o non uscire più di casa pur di leggere. Un ereader si pulisce facilmente, basta avere un pannetto morbido e i prodotti adatti per le cose tecnologiche.

Quindi alla fine di questo sproloquio quali sono le mie conclusioni?

Chi si preclude un mezzo per pregiudizio è cieco e non è un vero lettore. Leggere è la funzione che ci crea piacere, il libro a volte è un feticcio a cui non dobbiamo per forza rinunciarci, ma fra le due cose dovremmo sempre tenere al centro l’azione e non la cosa. La prima cosa che ho fatto tornando alla normalità è stata andare in libreria e a un mercatino per comprare libri cartacei, ma tornata a casa li ho puliti senza rovinarli e nel viaggio verso casa ho letto un ebook (come quando settimana scorsa sono tornata dai miei in treno). Ho scelto di non schierarmi, ma di prendere il meglio dai due supporti e vi esorto a fare la stessa cosa, trovando il vostro equilibrio e pensando anche a vivere al migliore dei modi anche i momenti di difficoltà. L’uomo evolve attraverso l’adattabilità, se no si estingue. Così sia anche per il lettore.

Lettrice in quarantena e in esilio

20200515_123211_wm[1]
un po’ di libri che mi hanno fatto e stanno facendo compagnia in questo periodo

Avevo in mente di scrivere questo post verso Natale, per fare un consultivo di un punto inaspettato della mia vita: il trasferimento a Roma per lavoro. Come alcuni sanno ho preso una parte della mia vita e nel giro di una settimana l’ho trasferita lontato da tutto e da tutti. Forse era tempo, forse non bisogna lasciarsi scappare delle occasioni, forse si è solo pazzi ogni tanto e ne vale la pena. Comunque non sono qua a fare una seduta psicologica della mia vita e ad ammorbarvi con il mio criceto mentale sulla sua bella ruotina che gira e gira. Volevo dirvi come mi sono trovata senza più i miei riferimenti da lettrice. Quindi partiamo con la strada vecchia che ho, momentaneamente, lasciato.

Parma è una piccola città con un passato letterario glorioso e qualche figlio illustre. Per quanto il tempo non sia stato pietoso, con lei come con altre piccole o grandi città, ha mantenuto una parvenza di forte città culturale e letteraria. Sono impietosa, lo ammetto, con la città che amo più di qualcunque altra, solo perché vorrei che tutto quel potenziale che esiste esplodesse al massimo, mangiando in testa ad altre realtà, ma invece sembra sempre che un po’ vivacchi sul proprio passato e non si sforzi mai abbastanza. Comunque sia. Librerie ne ha sia di catena che indipendenti e ha almeno 10 biblioteche civiche a disposizione della cittadinanza con una grande selezione di libri da quelli fuori catalogo alle ultime uscite. Come detto più volte in questo blog, sono stata di casa in alcune di queste biblioteche a tal punto che ci si conosce vicendevolmente per nome coi bibliotecari: è come essere a casa ed è una bella sensazione. Per quanto riguarda le librerie ho lo stesso rapporto con il Libraccio solo perché ha un sacco di usati e si trovano occasioni che altrove è difficile reperire, soprattutto quando arrivano le vagonate di Cosmo Oro e Argento per la fantascienza.

Quindi la mia vita è stata una tranquilla passeggiata in bicicletta in mezzo a scaffali di libri. E la via nuova?

Arrivando a Roma speravo di trovare una cosa simile, ma moltiplicato per x mila. E invece non è proprio così. Le biblioteche ci sono, ma sono molte poche in proporzione con la popolazione e la densità abitativa. Ovviamente ci sono condizioni in alcuni quartieri in cui la cultura fa fatica a entrare e fare il suo dovere. E anche a livello di librerie la problematica pare la stessa. Roma è una città complicata in tutto, perché non dovrebbe esserlo anche in questo?

Ammetto di essermi un po’ depressa, soprattutto dopo che ho visitato il Libraccio qua e non ho trovato la stessa aria che si vede a Parma o a Milano e Bologna dove ho visto altre sedi della catena. Cosa manca? Beh qui a Roma è più simile a un Feltrinelli con solo le uscite degli ultimi anni e la parte di editoria minore, musica (con cd e vinili), usati, fumetti, libri di genere sembra quasi relegata in un angolo. Certo questo è un IBS-LIBRACCIO, ma non mi è piaciuto per niente (anche se il palazzo è meraviglioso e lo spazio espositivo enorme). Gentilissimi i librari e ipersolerti ad aiutare, su questo non ho niente da dire, mancherebbe altro. Lunga vita a chi lavora bene!

Ho iniziato a farmi consigliare dagli amici romani (per fortuna la mia rete di sicurezza ha maglie nerdosamente ampie e mi ha accolto a braccia aperte, facendomi sentire voluta e quasi a casa) e in poco tempo ho scoperto le bancarelle in piazza Esedra e la libreria Pocket2000. Ero piena di speranza quando è arrivato il 2020 e per quanto il lavoro mi esaurisse le energie mentali e mi venisse difficile pensare di uscire a passaggiare il pomeriggio (Roma mi ha spaventato molto più di come mi abbia accolta. Dico solo che per quanto abbia avuto scioperi dei mezzi e giornate di diluvio non ho mai avuto un vero problema di spostamento o altro, grazie ai colleghi e alla fortuna non so. Riuscivo anche a trovare parcheggio sotto casa spesso!), il mio essere procrastinatrice non mi faceva vedere il nero che avanzava. Così con lo spirito di un lemming che va verso il burrone col sorriso felice, mi decido e faccio la tessera della biblioteca! A marzo. Non infierite vi prego. Per quanto fosse stata la prima cosa che avevo visto arrivata a ottobre, farla mi sembrava una cosa come “rimarrai per sempre qua e non tornerai mai a Parma, perché lei si sentirà tradita”. Sono un lemming paranoico evidentemente, perché sta cosa non ha senso. Vabbè, a una certa non è che si possa cambiare. Nel mentre avevo trovato tutta una serie di bancarelle con Urania a 1 euro che reclamavano i miei pochi e sudati soldi.

Ho fatto la tessera il sabato prima della chiusura della zona rossa. Genio del male che sono! Marzo è arrivato come un treno nei denti e lo sfasamento fra il “dovere” e il “non capisco” è stato così ampio che la mia media di lettura è drasticamente caduta in una fase di depressione. Fino a quel momento, grazie anche l’uso dei mezzi per andare e tornare dal lavoro, era di almeno 4 libri al mese, media che mi ha permesso di ipotizzare una lettura annuale sui 50 libri e provare la challenge su goodreads con questi numeri. Quattro libri al mese sono per me una buona media, un ritorno agli anni d’oro della mai giovinezza, quando annulamente ne macinavo di libri anche grossi; col tempo, crisi varie a parte, ho capito che i numeri non fanno la felicità, ma tornare a godere di leggere sì. La speranza si infranse contro il muro del covid. Sembra che sia stata una cosa normale anche fra i lettori forti: ore a non capire quale sarebbe stata la propria vita, ubriacamento di ore a disposizione, ansia da futuro e poi lo smartworking (e magari alcuni avevano anche figli e pargoli h24 a casa da gestire). Una cosa simile è capitata anche a me, ma senza pargoli e con ansie diverse, mentre chattavo con amici e famiglia e organizzavo il calendario serale delle videochiamate per le serate nerd di gioco di ruolo. Poi lentamente, sforzandomi, ho ripreso a leggere e ho ringraziato il cielo di aver portato con me l’ereader e di supplire le richieste alla biblioteca con prestiti online di ebook (oltre a quelli che nel tempo avevo in archivio). Ho potuto continuare a partecipare alle letture collettive della readchristie e della fantadistochallenge senza perdere le tappe. Ecco di certo il “dover” rispettare certi appuntamenti è stato uno stimolo a leggere e a non perdere la speranza. Ho purtroppo interrotto le poche storie che facevo su instagram (non diventerò mai qualcuno se non sono costante!) perché stare tante ore a lavorare davanti al pc mi ha stordito, soprattutto i primi tempi. Mi mancano, ma solo perché alla fine mi piacerebbe mettermi più in gioco nel parlare di libri, visto che dal vivo non mi tiro mai indietro. I numeri di lettura sono tornati a crescere tranquillamente e la fortuna di aver incappato in qualche buon libro ha aiutato a tornare alla normalità.

In questo periodo ho scoperto che amo la fantascienza come da ragazzina amavo il fantasy, cercando avventure e grandi temi. Ho scoperto che però non posso fare a meno di elfi, nani, maghi e compagnia danzante, ma porcaciccia i miei libri sono quasi tutti a Parma quarantenati. Ho riscoperto le piccole case editrici che si fanno un bip come chissà e che sfornano libri ben più completi di quelli che escono dalle grandi case, le quali dovrebbero un po’ imparare da loro e dedicarci prodotti non sono esteticamente belli, ma anche qualitativamente più corposi. Ho sentito l’esigenza di leggere fumetti fatti bene per perdermi nel tratto dei disegnatori, senza dimenticare l’importanza della penna. E per quanto letterariamente mi manca, non sono ancora andata per mare… Insomma in questi mesi ho solo scoperto le astronavi al posto delle navi, ma per il resto riconferma di qualità e opere di nicchia e ricerca di qualcosa di più.

Argomento: comprare libri e scaricare quelli gratis della solidarietà digitale.

Non ho comprato libri online e credo di aver scaricato 2 libri di quelli offerti. Perché? Primo perché non avendo una libreria di fiducia da supportare, mi sembrava cannibale buttarmi sui grandi store quando in realtà ho la libreria piena di libri da leggere (non sono mica scesa a Roma a mani vuote e a ogni giro a Parma c’era il “cambio gomme” dei libri). Comprare online non è il male l’ho detto, il male è la bulimia del comprare che è patologica. L’ho sempre pensato ogni volta che vedevo su instagram montagne di libri comprati ogni giorno. E’ vero c’è chi compra scarpe e chi libri (io sono fra quelli), quindi non c’è niente di male nel farlo, ma la patologia compulsiva ossessiva è dietro l’angolo e bisognerebbe farsi due domande. Per me comprare libri è andare per scaffali e bancherelle tornando a casa sì con quello che volevo, ma anche con libri ispirati dal momento. Comprare online mi dà la sensazione di limitare le possibilità di lettura, paradossalmente.

E anche degli ebook non ho approfittato perché per quanto ritenga che il prezzo sia a volte troppo altro, dietro a ogni ebook c’è un sacco di lavoro che va pagato e quindi cannibalizzare le case editrici per avere loro materiale gratuito è anche questo un aspetto che sfiora il patologico. E anche qua facciamoci due domande.

Senza cadere nel moralismo e senza volermi mettere sul piedistallo, ritengo che in questo momento di crisi bisogna diventare sempre più lettori consapevoli e quindi scegliere di supportare case editrici e librerie e anche biblioteche. Come? Comprando e frequentandole. Semplice. La crisi economica colpirà di nuovo e molti si troveranno con le pezze ai pantaloni e si sa già che un 9% di piccole case editrici chiuderà a fine anno. E’ inevitabile. Noi possiamo decidere dove metterci per bloccare la falla della diga. Sempre. Scegliendo dove comprare la frutta e la verdura, chi sostenere come editore, quale negozio sotto casa frequentare. Scegliere la qualità soprattutto, magari comprando meno ma comprando meglio.

Questa quarantena non mi ha cambiato in questo senso, anzi ha solo fortificato la mia opinione di essere un numero certo, ma di poter diventare un miglior pezzo dell’ingranaggio.

Ora che inizia la fase 2, quella che sembra “tana libera a tutti”, sperando di non dover tornare di corsa alla zona rossa, penso che la prima cosa che vorrò fare è riconsegnare il libro che ho preso a marzo in biblioteca, andare al Libraccio, piangere di gioia in metro sui libri comprati (avendo esibito la mia tessera come le chiavi di una Porche), tornare a casa a piedi e cercare di riavere la mia normale vita da lettrice e da nerd. Poi avrò il tempo e il modo di riabbracciare in sicurezza i miei cari in carne ed ossa. E sarà gioia.

“Anna Karenina” di Lev Tolstoj

A marzo, in piena quarantena, abbiamo finito di leggere “Anna Karenina” o AK per gli amici. Ora, qui non starò a raccontarvi la rava e la fava di come si debba leggere un classico, l’analisi critica e tanto altro visto che non mi compete, ma qui e ora vi racconterò come un gruppo di folli lettrici, dopo aver dedicato un anno e mezzo a questo libro è qua ancora a chiedersi: “Ma perché?”

Chi ha un po’ bazzicato questo lento blog saprà che da 7 anni (eggià, abbiamo appena scoperto che è stato il nostro compleanno l’8 di aprile, e che stiamo superando la crisi del settimo anno) io partecipo, e sono anche colpevole, a un gruppo di lettura online chiamato “Letture Collettive Folli e Sgangherate”: ossia come leggere i classici a puntate come uscirono a quel tempo. A puntate, appunto. E quindi per leggere un romanzo ci vogliono anche 18 mesi…per un parmigiano non è nemmeno una stagionatura, ma per un lettore invece è un’odissea. Eppure è un modo splendido per capire certi classici. AK anche.

Quindi entriamo nel vivo del racconto di questa nostra lettura. Non avevamo mai affrontato i russi e dopo Dumas e il suo conte, ci sentivamo forti e invincibili (o forse ancora stordite e quindi incapaci di contrastare la proposta di una di noi). Stolte! Non ricordavamo come era stato difficile leggere il tanto amato (da altri) Dickens? Ci siamo cascate e abbiamo letto, un po’ come la monaca di Monza quando “e la sventurata rispose…” e si inguaiò per tutta la vita.

IMG_20200402_093800_081[1]Abbiamo fatto fatica ad appassionarci. E scusate se il discorso sarà sconclusionato, ma non è facile a volte mettere insieme le sensazioni. Prima di tutto abbiamo fatto fatica a capire il voltafaccia di Anna. Certo, si capisce che possa perdere la testa per un altro uomo, quando hai un matrimonio di convenienza: scegliere è sempre una cosa più forte che scrivere una x sotto un contratto. Eppure all’inizio Anna viene descritta come una donna inarrivabile e irreprensibile, quasi un modello di virtù e le basta un viaggio in treno per non capire più niente. Ci sta, è il colpo di fulmine. Lo capiamo. Anche se Tolstoy farà di tutto per descrivere fisicamente Vronskij nel peggior dei modi (se non ricordiamo male è stempiato e con dei tratti di chi alza un po’ il gomito), anche se poi, più passano le pagine gli dà una fortezza psicologica che pochi avrebbero avuto nella sua situazione. Anna invece cade vorticosamente nel suo inferno personale, rivelando un carattere incostante, debole, infantile e paranoico. E vendicativo. Perde davvero tutta la sua potenza di gran donna e madre, per entrare in un abietto modo di esistere, altalenante sul rivendicare la forza del suo gesto (che diciamocelo lo possiamo capire), al far pesare al compagno tutte le loro decisioni, a far subire alla figlia il dispresso della sua situazione (pur non trattandola male, Anna jr è una figlia di seconda scelta che mai eguaglierà il fratellastro maggiore in affetto). Sicuramente Tolstoj avrà voluto dire qualcosa raccontandoci la sua vicenda personale, ma non è certo quella di raccontare un’eroina romantica. Forse, e dico forse, è per mostrare a tutti quanto è facile cadere, quando si sceglie il proprio egoistico interesse. Eppure, anche se la descrizione non è mai edificante, lo scrittore non calca la mano nel giudizio, ma più (subdolamente?) le paragona la vita di Levin Konstantin e la ex svampita Kitty.

Ecco i secondi protagonisti veri della vicenda, quelli forse troppo banali per passare alla storia della letteratura e avere un qualcosa che li indentificasse. Eppure su di loro lo scrittore russo basa tutta la narrazione per far arrivare un chiaro messaggio: la vita di campagna, la conquista di un amore sincero, la conversione alla fede, il lavoro fisico anche quando si è imprenditore agricolo e si hanno delle responsabilità, sono i veri valori di una vita spesa con coraggio e da cui si traggono i migliori frutti. Il loro amore nasce contrastato, monco all’inizio, viziato dalla giovane età e dall’inesperienza; sembra naufragare, ma poi complice il destino (in una delle scene più assurde e cifrate della letteratura) sboccia e si va via via a costruire con una Kitty evanescente che diventa moglie e madre solida e solidale e un Levin adolescente in un corpo di adulto che prende su di sè tutti i doveri del pater familias, anche attraverso il dolore e le paure più profonde.

E da romanzo, mentre la famiglia di Levin inizia a essere il polo di attrazione costruittiva di una famiglia allargata, Anna diventa un nome da non dire in una società che vive benissimo senza di lei. Levin costruisce, Anna viene dimenticata. E’ anche questo il paradosso doloroso che mi ha pervaso alla fine della lettura. Sapevo come sarebbe andato a finire (e sinceramente a quel treno tutte noi del club dobbiamo tanto), ma non mi aspettavo che Anna diventasse un personaggio marginale pian piano che si avvicina la fine, sparendo poi del tutto come se fosse stata una parentesi fastidiosa ma ininfluente. AK l’eroina della letteratura in realtà è una meteora che non cambia nulla; che nell’economia del romanzo non sposta in realtà niente a tal punto che tutto andrà in mano al signor Karenin senza che nessuno si opponga (tristissima la decisione finale di Vronskij). E allora perché farne il perno del romanzo, dandogli il nome di lei? Non lo so, non siamo riuscite a spiegarcelo.

Ecco perché bisogna spostare la grandezza di questo romanzo non sulla sua protagonista o su Levin (che in certi momenti ha fiaccato anche lui la borsa come pochi!), ma su due elementi: i grandi affreschi della Russia e la scrittura di Tolstoj.

Sul primo elemento ci si potrebbe soffermare per ore, ma non è questo il mio intento. La Russia appare in tutta la sua decadente grandezza, dove da una parte la nobiltà cerca imperterrita di mantenere il suo potere su tutti senza mai dover rendere niente a nessuno, mentre dall’altra parte una nascente classe politica lavoratrice fa sentire il suo mormorio soffuso e roboante in continuo fermento. Ci sono i grandi fenomeni culturali che vanno e vengono dall’Europa, come lo spiritismo.

Sul secondo elemento non abbiamo altro che dire che era un signor scrittore. Tutte le descrizioni della vita bucolica, legata ai pezzi dedicati a Levin, sono tutte una spanna sopra alle descrizioni della città (ed è chiaro l’intento), poi si arriva a livelli di lirismo drammatico nella scena madre dedicata al fratello di Levin o verso il finale. Credo che sia questo elemento che abbia salvato il romanzo dalla dannazione eterna del nostro gruppo di lettura.

Perché…AK non l’abbiamo retta per le ragioni sopradette; Vronskij per quanto abbia fatto un percorso di crescita interessante in tutto il romanzo, rimane comunque uno che alla fine ha perso e non ha lottato; il signor Karenin vive di sponda e oscilla come una banderuola senza capire se odiare la moglie (comprensibile umanamente) oppure perdonarla cristianamente (come dovrebbe fare in base alla sua crescita ipotetica); Levin è Tolstoj e quindi, che vuoi dirgli?; e tutti gli altri più o meno di contorno.

E quindi ci rimane una domanda: perché amare un personaggio come AK?

Per noi, donne adulte e alcune con già una vita anche matrimoniale avviata e costruita nel tempo, non ha sconvolto il fatto che una donna prendesse una sbandata per un altro uomo; non ci ha colpito il fatto che questo è anche un romanzo passionale; ci ha colpito la degradazione psicologica e umana di Anna; questo suo scendere nel suo inferno senza un vero perché; un vigliacco non voler affrontare la realtà dando la colpa ad altri. In lei non c’è lotta, non c’è conquista, ma solo un lagnoso tentativo di distruggere tutto (anche quel poco o tanto che ha strappato dal suo destino precostituito), non c’è il romantico amore che porta al dramma, perché per quanti sforzi fatti non si riesce a strappare nulla. Anna risulta non perdente in senso del perdere perché la sua lotta è impari, ma una perdente dove a priori decide di non fare, di non agire, di lagnarsi e distruggere. Sinceramente non me lo aspettavo e la cosa mi ha lasciato l’amaro in bocca.

Lascio a chi ha amato questo romanzo il bel gusto del lettore e non mi impegnerò mai a far cambiare idea perché un libro è un rapporto e smuove cose e ricordi ed esperienze che sono personali, ma un giorno mi piacerebbe, finita questa quarantena, poter trovarmi davanti a un bel piatto di buon cibo e buon vino e discuterne amabilmente, magari rimanendo ognuno nel suo posto, ma sviscerando davvero al massimo uno dei personaggi femminili più conosciuti (o forse non davvero) della letteratura mondiale.

6 mesi di fantadistochallenge

SquareQuick_20203611287708[1]
tutte le foto e i commenti li trovate sulla mia pagina instagram

La fantadistochallenge è una lettura collettiva su instagram voluta dal profilo di Sonosololibri, ( se cliccate sul nome andati dritti dritti al suo bel blog), partita a settembre 2019 e si concluderà nell’agosto 2020. E’ una lettura collettiva tematica, dove ognuno può scegliere di leggere il libro che preferisce basta che si attenga al tema indicato.

 

 

 

Ecco i temi

settembre: un classico distopico con regime dittatoriale
ottobre: un distopico/fantascientifico che tratti di alieni o mutanti
novembre: un distopico/fantascientifico scritto fra il 1860 e il 1960
dicembre: un distopico scritto da una donna
gennaio: un post apocalittico
febbraio: un libro che tratti terrestri su un altro pianeta
marzo: un distopico/fantascientifico che tratti di robots/alieni
aprile: un distopico/fantascientifico ambientato nel nostro secolo
maggio: un distopico/fantascientifico scritto da un italiano/a
giugno: un ucronico
luglio: un distopico/fantascientifico con protagonisti bambini/adolescenti
agosto: un distopico/fantascientifico russo
Bonus: un distopico/fantascientifico che tratti di droghe

Ho preso l’occasione al volo per poter leggere una serie di libri il cui genere mi stava iniziando ad appassionare e anche poter conoscere una bookblogger con molta passione anche nerd.

Che cosa ho “imparato” da questi 6 mesi? Beh si impara sempre qualcosa ma alla fine leggere è “solo” leggere, anche se la fantascienza è un genere che obbliga a pensare quasi quanto un saggio sociologico: anticipa molti dei temi di medicina, scienza, sociobiologia, antropologia che il tempo ha dimostrato che l’uomo deve affrontare anche se ancora non abbiamo robot e non facciamo viaggi interstellari.

Settembre: “Qui non è possibile” di Sinclair Lewis.

La mia recensione sul mio blog la trovate qua.

Scritto nel 1935 e pubblicato in Italia in piena guerra, è un classico della distopia dittatoriale, ambientanto in America dove si assiste alla veloce scalata alla Casa Bianca del senatore Buzz Windrip e all’instaurazione di un regime dittatoriale e segregazionista e alla nascita, in contemporanea, di un sistema di resistenza e di patrioti. Un libro molto lento da leggere, ma molto interessante che in tanti hanno accostato alla scalata di Donald Trum alla presidenza americana. Credo che sia un po’ tirata per i capelli, anche se sicuramente sia il libro che la realtà sottolineano come dalla crisi della politica possa nascere una “non politica” dal pugno duro, convinta che con l’autoritarismo di risolvere i problemi e silenziare le differenze. Per fortuna la realtà ci sta dimostrando come, per ora, funzionino ancora gli anticorpi democratici che impediscono la veloce instaurazione di una dittatura. Altra cosa differente è che nel libro il presidente è un democratico e non un repubblicano come Trump. Vogliamo leggervi qualcosa? Senza scendere nella politologia da 4 blog che ognuno si sente in dover di spargere al web, credo che dovremmo comprendere che la nascita dei totalitarismi ha molti padri e madri e può evolversi in qualsiasi nido politico, soprattutto quando si è convinti al 100% della bontà delle proprie azioni e della totale negatività del nemico (non più avversario) politico: nel momento in cui non c’è più seria autocritica, ma solo una lotta lì nasce il totalitarismo di qualsiasi colore.

Proprio per quel motivo mi ha sorpreso che fosse stato scritto fra le due guerre, in un periodo molto delicato politicamente, e che in Italia fossero riusciti a pubblicarlo durante la II guerra mondiale. Mi piacerebbe trovare i dati di vendita e come venne accolto e con quali provocazioni letterarie e politiche. Alla fine in Europa stavano vivendo quello che era stato “profetizzato” (anche se le citazioni al nazismo sono chiare nel libro) qualche anno prima.

Ottobre: “Follia per sette clan” di P.K. Dick

Qui la mia recensione completa.

Cosa mi ha colpito? Sicuramente la modalità in cui vengono trattati e proposti i disturbi mentali umani e come alla fine Dick, forse in modo sornione, ci dica che nessuno di noi può scappare a una diagnosi e a una condanna dal mondo “normale”. In effetti dovremmo comprendere come essere “alieni” è qualcosa di molto terrestre, in quanto altro da me e come la malattia mentale possa alienare, ossia allontanare, un essere umano da tutto il resto dell’umanità condannandola a una lunga e recidiva condanna a un ergastolo sociale e medico a volte infinita e dolorosa.

Novembre: “Il giorno dei trifidi” di John Wyndham

La distopia è quel genere che pone il lettore di fronte all’inevitabile sconfitta del genere umano, in perenne lotta contro qualcosa o qualcuno in un mondo che sembra non aver più una ragion d’essere. Capisco che sia un po’ semplicistico, ma di per sè il genere non porta speranza anzi forse guardando nel vaso della Pandora letteraria anche quella è scappata. In questo romanzo, con elementi un po’ distaccati fra loro, mi sono trovata a seguire le vicende dei protagonisti con ineluttabile pigrizia, chiedendomi come fosse possibile ricostruire il mondo.

E qui devo aprire una parentesi e dire che come rievocatrice quando leggo un distopico rimango sembre un po’ arrabbiata, in quanto è vero che l’essere umano medio, oramai abituato ad aprire il portafoglio e comprare cose, non è più in grado di fare da solo qualcosa, ma al mondo esistono ed esisteranno artigiani in grado di plasmare la materia e farci saltar fuori un tavolo come una stoffa. Ragiono come rievocatrice, perché io nella mia imbranataggine sono riuscita a imparare i rudimenti della tessitura pur non essendo un’artigiana: il sapere è a nostra disposizione se vogliamo apprenderlo e non c’è nulla di misterico nell’usare le mani. Invece quello che detesto è che cade un meteorite? scoppia una guerra nucleare? e tutti imbravvisamente diventano inabili a tutto e manco un tea sanno farsi.

Dicembre: “Il mondo della foresta” di Ursula K. Le Guin

Un romanzo breve o un racconto lungo che mi ha colpito per quella che io ho visto una critica al colonialismo e alle sue brutture e ai tentativi di manipolazione e distruzione dell’altro. In un mondo dove l’equilibrio fra natura e popolazione vivente si basa sul rispetto e interscambio, l’entrata a gamba tesa degli umani in carenza di cibo e zone verdi da disboscare porta davvero lo stravolgimento totale costringendo gli indigeni a trasformare anche la propria natura pacifica per difendersi. Il colonialismo terrestre è stato uno dei momenti più distruttivi per le altre popolazioni umane, creando fenomeni distrorsivi quali lo schiavismo e la difesa per legge degli abusi; come la non salvaguardia degli ecosistemi sia una delle cause di sconvolgimenti e conflitti, ma nessuno vuole davvero affrontare la problematica.

Chi mi ha prestato questo libro mi ha messo la pulce nell’oreccho che questo romanzo possa essere stato usato come base per la scenggiatura di “Avatar”. Ne sapete qualcosa? In effetti gli elementi ci sono tutti, anche se i dettagli cambiano.

Gennaio: “La strada” di Cormac McCarthy

Aspettavo l’occasione per leggere questo libro da tanti osannato e temuto a tal punto che mi ero fatta un’altra idea e forse questo mi ha manipolato la lettura. Come sopra, per la distopia, il fatto che anche nel post apocalittico tutti abbiano perso qualsiasi conoscenza materiale mi manda in bestia e qui i due protagonisti, o meglio il padre è proprio uno sconfitto anche da sè stesso: incapace di costruire sapere e di condividerlo e passarlo al figlio, condanna entrambi alla morte certa, soprattutto mentalmente inerte. Il lungo cammino che fanno verso condizioni di vita migliori, in un mondo silenzioso e autodistrutto, porta entrambi a inutili discorsi che non costruiscono nulla. Come è possibile che non ci sia almeno il desiderio inconscio di permettere la continuità della specie? Forse questa sensazione, che io ho trovato fastidiosa e deludente, è il punto focale che porta i lettori a vederlo come un dramma da lacrime e struggimento. A me ha fatto solo una gran rabbia. Forse nel mio personale vaso di Pandora, malgrado tutto, c’è la speranza in fodno e la voglio conservare.

Febbraio: “3 per la vecchia luna” R. Jones, H.B Fyfe e F. Leiber

Tre racconti sul nostro unico satellite e tre modi di vedere la luna e di rapportarsi a lei: il primo divertente in piena idea espansionistica e di conquista dell’universo, il secondo drammatico dove quell’idea si scontra con la difficoltà dell’esplorazione e il terzo in chiave weird dove la luna non è più dalla nostra parte come alleata ma anzi ci incute e dimostra terrore.

La luna è e rimarrà il nostro orizzonte spaziale più vicino e nello stesso tempo quello che maggiormente influisce le nostre vite anche in condizioni molto personali e quindi ci può incutere terrore. Eppure lei finché rimarrà al suo posto ci consentirà una vita sulla Terra equilibrata e stagionale e questo alla fine ci dovrebbe rassicurare e ringraziarla.

Ecco, questi sono i 6 libri iniziali della lettura collettiva. Ho già iniziato a leggere i libri di marzo e saranno due, solo perché il primo per quanto bella alla fine era un racconto e mi son sentita un po’ in colpa a leggere robine piccole. In più, in questo momento di pausa forzata per Coronavirsu, eggià, non ho voglia di farmi abbattere dalle brutte notizie e voglio riuscire a sfruttare al meglio il tempo, anche leggendo qualcosa di più sostanzioso. Ringrazio pubblicamente la metro di Roma per permettermi di stare al passo con le letture della fantadistochallenge portandomi ogni mattina al lavoro e riportandomi a casa alla fine.

Valico festival: il primo festival del libro fantastico a Roma

20200225_172813_wm[1]Il fine settimana del 22-23 febbraio a Roma, alla città dell’Altra Economia (e da quello che mi ha detto google maps sul monte di Testaccio) si è svolta la prima edizione del Valico festival. Sono andata a parteciparvi solo il sabato pomeriggio perché mi interessavano di più le conferenze (e due giorni non me lo potevo permettere causa studio vario e anche, lo ammetto, stanchezza).

Parlare di una prima edizione di un evento è sempre una mazzata ai denti, ma forse sarebbe una buona cosa che tutti onestamente valutassero i punti di forza e quelli di meno e poter poi lavorare meglio. Perché questo? Perché, per quanto io sia del nord e quindi abbia già le cose già fatte che funzionano, ritengo che Roma dovrebbe avere un bel suo festival, connotato e differenziato, senza copiare gli altri che funzionano, senza star dietro (malamente) agli altri. Lo dico perché adesso vivo a Roma (pro domo mea, anche se la domus è temporanea?)? Non sono così piccina, dai su! Tutte le nuove realtà non potranno mai soppiantare quelle che da almeno 25 anni lavorano e rendono, ma possono farsi una strada loro nuova e quindi permettere pluralità a tutti, non solo a quelli che devono faticare come dei matti per prendere un treno dall’estremo sud e arrivare fino a Lucca (il Comisc), Milano (BookPride), Mantova (il festival della Letteratura) o Torino (Il Salone). Per esempio realtà come Napoli (Comicon) sono molto importanti per l’economia e per la cultura del sud, ma non solo. Perché Roma no? Direte voi che ha il festival del cinema (che non riesce a non voler copiare quello più antico e importante di Venezia) o il Romics (che manco lontanamente si avvicina al Lucca Comics). Non basta. Deve trovarsi un’identità sua e svilupparla. Valico può essere quel potenziale? Vediamo.

Posto. Non conosco, ma purtroppo ci si arriva da strade (io sono scesa a Piramide, mi sono vista la piramide Cestia, le mura del cimitero acattolico e sono entrata nel cimitero della II Guerra Mondiale) che sono ben poco invitanti e la stessa struttura sembra mal tenuta e mal gestita (anche se i murales sono fichissimi): dà l’idea di un’accozzaglia di mille cose possibili e immagini (dalle carrozzelle ai bar alla riparazione di biciclette) con progetti sociali e non solo. Non so quanto sia grande e quante stanze si possano utilizzare, ma quelle del festival erano solo due e piccoline: una per i libri e l’altra per le conferenze. Nota a parte: il tempo era splendido e con un bel sole, e dopo un po’ le stanze sono diventate fredde dall’umido (siamo comunque a fine febbraio), quindi a questo giro ci è andata bene, ma con un vero inverno come si fa? Giriamo con gli orsi polari addosso per scaldarci?

Conferenze. Belle e interessanti, io ero soprattutto interessata all’incontro con Sebastiano Fusco e Gianfranco De Turris, i quali avrebbero parlato di Lovecraft (ovviamente). Ne ho ascoltate tante dalle 14 in poi e il parere generale è che erano interessanti, ma soprattutto troppi interventi in poco tempo, senza calcolare ritardi (come era prevedibile) o slittamenti o sovrapposizioni. Spezzettare gli interventi da una saletta piccola (che non ho capito dove fosse) a quella normale non aiuta e non facilita la comprensione; in più a volte è capitato di avere i relatori che parlavano con sottofondo il brusio o addirittura le chiacchiere degli altri. Gestione del mini spazio sbagliato a mio parere. Ovviamente mi si potrà dire che quello c’era e con quel poco hanno fatto. Legittimo. La critica non è qua per distruggere, ma per far vedere le criticità. Comunque i vari argomenti, che potete ancora vedere sul sito, spaziavano con maggior interesse per la fantascienza e dintorni ed erano tutti molto stimolanti. Come l’intervento di Franco Forte sulle uscite Urania e anche tutto il lavoro che stanno facendo in Mondadori per lavorare su questo marchio storico sia in edicola che in libreria rilanciando tutta la fantascienza, come hanno fatto tempo fa col “giallo Mondadori”. L’intervento su Lovecraft con due mostri sacri dello studio sull’autore a mio parere è stata una vera perla e purtroppo è durato pochissimo: senza nulla togliere agli altri, ma quell’ora spezzettata in due poi non era sufficiente per tirar fuori anche solo un minimo del sapere e curiosità che possono sprigionare “quei” due.

Sala librai. Bella e fondamentale la scelta di prediligere le case indipendenti e spererei che in futuro anche di più vi aderiscano; mentre ho trovato quasi superflua la presenza di una libreria itinerante (non ho capito bene il progetto devo ammetterlo, ma non mi ha nemmeno colpito più di tanto). Sarebbe stata una bella cosa anche coinvolgere librerie di settore che vendono usato o collezionismo o cose particolare come la “Pocket 2000” a Roma vera chicca per gli appassionati di fumetti e libri (cosmoooooo oro e argento a pacchi!) di fantascienza e non solo. Certo che lo spazio era mortificante e forse anche il progetto della libreria avrebbe avuto maggior risalto con una cornice e area migliore. Comunque sia sarebbe bello per una volta avere nella stessa zona più fornitori di libri dagli introvabili, ai collezionisti, agli usati, alle nuove edizioni, agli indipendenti. Ampliamo la scelta.

Nella stanza vi era anche l’esposizione (vendita? concorso? non ho capito) di dipinti a tema. Molto sacrificato. Peccato, magari in un futuro avrà anch’esso più area vitale. Questo perché sarebbe bello dare un’incentivo agli illustratori di genere, anche solo per dare linfa vitale al settore schiacciato anche da troppa illustrazione facilona e scelte editoriali che mortificano le copertine fatte bene. E la cosa mi è parsa strana perché la cartellonistica all’interno (i banner) erano veramente belli. Mentre all’esterno non c’era praticamente nulla se non qualche stampa attaccata con lo scotch per indicare l’ingresso.

Ah dimenticavo! C’era anche l’angolino dei giochi di ruolo da tavolo. Piccolo, al sole delle vetrate, un po’ sacrificato. Ma almeno c’era.

Ora parliamo della vera nota dolente, a mio parere: il costo del biglietto. Per una prima edizione, in un posto minuscolo, spendere 10 euro sono veramente troppi. Non importa se inclusi ci sono: 5 euro di sconto da spendere nell’acquisto di libri al festival, una consumazione e il biglietto della lotteria. Della lotteria (ma incrocio le dita…vi prego fatemi vincere qualcosa che non mi dispiace) potevo far a meno o almeno avrei voluto aver il diritto di scegliere; della consumazione me ne facevo nulla visto che giro sempre col mio termos di tea fatto in casa; e soprattutto dello sconto, per quanto ipoteticamente ben pensato, mi imporrebbe di spendere altri soldi oppure di sprecarlo come ho fatto io non trovando davvero nulla che mi avesse attirato (ero anche un po’ scoglionata e quando sono così non riesco manco a comprare libri).

Bocciato? Assolutamente no. Anche se la critica che ho scritto è pesante, le potenzialità per fare una seconda buona ci sono tutte, perché la buona volontà c’è. La prima edizione è sempre un terno all’otto e ci sono sempre tante criticità e difficoltà che solo col tempo si possono facilmente superare. Non demordete vi prego, organizzatori!

Mi è piaciuto che fosse incentrato su una cosa “libresca”, senza cosplay o paccottiglia (sempre bellissima da comprare e avere). Per quanto sia una nerd e mi faccia prendere dai ninnoli, parlare di libri, avere a che fare di libri dal libro game al manuale di gioco al saggio scientifico alla narrativa di genere, un qualcosa di “puro” e lineare è veramente una cosa che mi ha rilassato enormemente, perché non c’erano distrazioni. Sedersi e parlare, tastare un libro, raccontare cosa c’è dietro attorno di sopra e sotto, senza aver bisogno di un costume, credetemi è veramente qualcosa di stimolante. Alla fine siamo così tanto abituati al frastuono, alla sovraeccitazione da iperstimolazione che sfrondare gli eventi e andare al nocciolo di una cosa è qualcosa di utile e unico. Non me ne vogliate: i comic e i festival vivono anche per questa sovraeccitazione, ma non tutti sono nati così e forse tornare all’essenziale potrebbe essere utile. Non parlo di snobbismo, ma di convivialità che è una cosa a cui, alla fine, dovremmo poter tornare.

Nella locandina si parlava anche di cinema e teatro. Me li sono persi? Erano solo in qualche intervento? Saranno calcolate delle proiezioni? Non so quale impostazione volessero o vogliano dare a questo aspetto, ma è un attimo cadere nel cineforum a se stante, slegato dal libro. Sempre che dal festival non nasca un vero cineforum a tema magari di una settimana…

Consigli spicci?

  • spazi meglio gestiti e area cuscinetto fra i “parlatoi di ciacole” e l’area conferenza
  • tempistiche più ampie o più aree conferenze chiare e ugualmente capienti
  • prezzo del biglietto puro senza ammennicoli
  • scegliere un filo conduttore, perché è vero che si può spaziare dal fantasy alla fantascienza al weird puro, ma è anche bello a mio parere vedere come lo stesso tema possa essere declinato in più sfumature
  • more books!
  • più illustratori
  • più nerd giocatori ossia un buon spazio dove giocare da tavolo o presentare anche i giochi legati ai libri.
  • cineforum e libri strettamente legati.

Qualche consiglio extra, di quelli che sarebbero fichissimi? Usare sottotitoli o traduzione in liguaggio dei segni e magari usare lo streaming o le dirette fb e instagram o canale apposta youtube. Il sapere, e i festival dovrebbero capire che a volte lo divulgano se vogliano, non deve rimanere ancorato alla temporalità dell’immanente, ma dovrebbe rimanere e riascoltato alla bisogna.

Ho finito di dire la mia. Spero solo che non la si prenda a male, perché le potenzialità ci sono tutte e mille le possibilità per tirar fuori qualcosa di nuovo o almeno di diverso come impostazione. Crediamoci. Credetemi e incrociamo le dita per la seconda edizione!

“Follie per sette clan” di P. K. Dick

P1070058_wm
dal sito della Fanucci il link al libro

Cosa succederebbe se la luna Alfa III L2, ex ospedale psichiatrico terrestre, diventasse terreno di conquista o riconquista da parte dei terrestri e degli alfaniani, ma nessuno volesse dirlo espressamente, anzi?

Questo è il cardine attorno al quale ruotano almeno due vicende: quella degli abitanti della luna e quella personale di Chuck Rittersdorf marito, anzi oramai ex marito della consulente matrimoniale e psicologa andata volontaria sulla luna per iniziare un progetto di controllo e terapia sugli abitanti. Questi due filoni si incroceranno violentemente proprio sulla luna Alfa III L2, dove da un lato i sette clan, ossia le sette divisioni dei pazienti mentali, si chiederanno come resistere e rimanere indipendenti, combattento fisicamente la nuova invasione terrestre e dall’altro Chuck, nel tentativo di esistere (molto diverso dal resistere) come individuo e, cercando di far valere se stesso o rivendicare qualcosa, dovrà fare i conti con la moglie.

Chuck Rittersdorf è un personaggio perdente, sballottato dagli eventi e dalle decisioni altrui, con una moglie impositiva che per il suo bene (ovviamente suo bene è tutto molto personale e discutibile) vorrebbe fargli fare una carriera diversa dalle sue decisioni; con un lavoro senza vere prospettive di realizzazione personale (una sorta di “tu dimmi quello che devo scrivere e io lo scrivo”), dove i suoi superiori ne sfruttano le capacità tranne poi mollarlo nel momento più nero. E in aggiunta a tutto ciò, come se non bastasse, i suoi nuovi vicini di casa sono una muffa gelatinosa che legge nella mente e che lo costringe a prendere scelte per la vita lavorativa e non solo, e una consulente Psi (ovvero con poteri psionici) della polizia. Chuck sembra una vera e propria pallina da ping pong sballottata dagli eventi, usata dai personaggi più particolari per risolvere questioni, buttato in una mischia ben più grande di lui, dove gli interessi planetari vanno a sovrastare quelli personali. Per chiunque avesse letto la biografia di Dick scritta da Carrere “Io sono vivo, voi siete morti” si possono riscontrare tratti comuni fra Chuck e Dick stesso, con la sua difficoltà di mantenere i rapporti personali con le proprie mogli (quasi tutte con caratteri e personalità strutturate o indipendenti e per questo poco inclini a sopportare fino all’esagerazione alle paranoie e difficoltà dello scrittore), con tratti di paranoia nei confronti di chi detiene il potere e la gestione delle comunicazioni (non a caso usa l’acronimo CIA per l’ente per cui lavora il protagonista), incapacità di prendere di petto la propria vita e trovare un modo per rimetterla in piedi. La grande differenza, a mio parere, sta nella conclusione del romanzo e con la decisione del protagonista nei confronti della moglie.

La parte più “originale” a mio parere è la costruzione della luna con i sette clan divisi e organizzati come le caste indiane, dove la malattia mentale ha sviluppato veri e propri tratti distintivi ben riconoscibili, ma propositivi per la sopravvivenza del pianeta: l’interazione viene lasciata ai margini e ben organizzata secondo le diverse attitudini e una specie di consiglio di “saggi” si riunisce per la gestione delle situazioni d’emergenza. La particolarità di questo aspetto del romanzo è il crescente svelamento di chi sono gli abitanti di Alfa III, anche se dall’inizio la definizione di ex ospedale psichiatrico terrestre la dice lunga di come la Terra un tempo prese la decisione di “epurare” la propria popolazione e allontanare chi fosse “difettoso”, salvo poi dimenticarsene e lasciarli al loro destino. E il loro destino lo hanno forgiato, costruendo società differenti basate sui diversi problemi mentali più comuni (paranoia, schizzofrenia, depressione, ossessivo-compulsivo etc.), con al centro una città denominata in base a personaggi famosi ritenuti malati di quel determinato disturbo (es. i Para vivono a Adolfville da Adolf Hitler, considerato un paranoico per eccellenza). Non è chiaro se ci sia un qualche tipo di valutazione esterna per le generazioni successive all’abbandono terrestre per determinare le appartenenze alle classi, ma quello che viene a leggersi è che non c’è più la considerazione di una malattia, ma l’appartenenza a una “specie eletta”, una sorta di caratteristica dominante che specializza l’individuo rendendolo a suo modo speciale e inquadrabile. Poi da questa schematizzazione escono i “santi” ovvero persone con capacità extra clan che riusciranno attraverso le visioni e una sorta di dominio sullo spazio a impedire la riconquista terrestre. Questo è l’aspetto più mistico tipico della fantascienza di Dick, dove a personaggi perdenti si aggiungono personaggi con doti talmente superiori da non esserne quasi in grado di comprenderne il potere: i nostri tre santi, apparteneneti a tre clan diversi, sono come usati dai loro stessi poteri più che dominarli, diventando strumento per la salvezza della luna e mai esercitando altro potere all’interno del consiglio dei sette clan. Alla fine, ancora una volta, Dick sembra voler sottolineare la fragilità di determinati individui, il peso che portano e anche, allo stesso tempo, il distacco che attuano nei confronti della società in cui agiscono.

Voto: 7 e mezzo. Per una volta non ho letto il romanzo in apnea, ma mi sono fatta trascinare dalla scorrevolezza dello stile, senza troppe domande sulle forzature di trama (dovute al dover “usare” il protagonista come unico polo narrante della vicenda) o sul fatto che sarebbe stato interessante leggere maggiormente la parte dedicata ad Alfa III e ai suoi abitanti.

Consigliato: prima di tutto a coloro che hanno o stanno partecipando alla challenge su instagram fatta da @sonosololibri dedicata alla distopia o fantascienza con il tema di ottobre sugli “alieni e mutanti”. Secondariamente a chi fosse appassionato del tema della malattia mentale nella fantascienza, senza doversi leggere un trattato scientifico, con una trattazione molto particolare e in qualche modo edificante. Terzo per chi volesse leggere una storia d’amore, perché il romanzo secondo me è anche questo, dove l’amore o il rapporto amoroso non è solo una semplice attrazione, ma la conseguenza di azioni e reazioni finché uno dei due prende una decisione anche difficile, ma ponderata. É strano parlare d’amore in un romanzo di Dick, almeno secondo me, perché per quanto in molti suoi romanzi ci siano uomini e donne che instaurano qualche tipo di relazione, spesso in momenti di difficoltà, qui in qualche modo si sviscera il rapporto matrimoniale alla sua fine, con tutte le conseguenze possibili legate al divorzio e alla distruzione di quel rapporto. Per chi volesse leggere un romanzo di Dick scorrevole, piacevole e con pochi salti di stile.

Link da leggere:

Da Andromeda Rivista di Fantascienza, link sulla recensione del libro

Per conoscere meglio il lavoro dell’artista della copertina (a mio modesto parere molto interessante e provocatoria), Antonello Silverini, link al suo sito

 Scheda tecnica

Titolo originale “Clans of the Alphane Moon”

traduttore Paolo Prezzavento

introduzione di Carlo Pagetti

postfazione di Oriana Palusci

anno di pubblicazione 1968

casa editrice Fanucci Editore

stampato 2005, Printed in Italy

copertina illustrazione di © Antonello Silverini

progetto grafico di Grafica Effe

pagine 246

prezzo €14,00