Il Nobel, la letteratura e il tifo da stadio

Oggi è uscito il nome del nobel per la letteratura: Bob Dylan. Apriti cielo!

Oggi è morto un premio nobel della letteratura che a suo tempo fece dire “apriti cielo!”: Dario Fo.

Oggi le tifoserie da stadio della letteratura hanno ammorbato. Come sempre. O meglio a me ammorbano, perché alla fine me ne frega zero dei premi, me ne frega ancor meno di chi li vince, leggo quello che mi piace, quando è il tempo per me e critico i racconti senza guardare in faccia nessuno. E allora perché sono qui ad ammorbare voi? Perché è sera, non ho ancora voglia di spalmarmi sul letto a leggere e perché oggi facendomi un bel viaggio in auto da una parte all’altra dell’Italia sentivo la radio e capivo che oramai non amiamo più leggere se non ci schieriamo pro o contro come allo stadio.

Ascoltare “Fahrenait” di radio rai 3 è stato illuminante per capire come da una parte ci sia la solita intellighenzia snob radicata che giudica dall’altro al basso tutto quello che non capisce e dall’altra quelli che ci provano a sradicare i pregiudizi e cercano di far vedere come, di fronte a un’opera considerata leggera, ci sia invece profondità, studio, attenzione, citazioni, cultura insomma. Oppure ascoltare Bergonzoni parlare di Fo a radio rai 1 sia stato altrettanto illuminante (lo adoro si sappia perché ha il dono della Parola che incanta) per togliere qualsiasi patina di idolatria e riportare l’attore alla parola. E li ascoltavo e ripensavo ai tanti messaggi oggi letti su fb, commenti, no e sì, scandalo e accettazione e mi chiedevo quando abbiamo smesso di essere lettori e siamo diventati tifosi.

Per me il nobel per la letteratura andrebbe abolito. Punto. Devono rimanere tutti quelli che parlano di scienza ed economia, tutti i tecnici ed essere un punto di non ritorno per la ricerca e per lo studio e non per farsi belli agli occhi degli altri. Bisognerebbe anche ripensare il nobel della pace, ma è comunque un modo per metterci la coscienza a posto e quindi, vabbè, ce lo teniamo e applaudiamo anche. Quello della letteratura è inutile. Cosa fa uno scrittore degno? Un’opera? Una serie di opere? E se dello scrittore un libro fa schifo mentre un altro è poesia, come lo consideriamo? E se leggendolo mi sono addormentata? E un Asimov dove lo mettiamo nella letteratura, nella fisica o nella chimica? Ah no, Asimov scriveva di fantascienza quindi gioco forza è di serie B e non può aver scritto nulla che sia fondamentale per lo sviluppo della società…Se sei donna vali meno, di più o uguale, ma comunque non ti votano perché sono vecchi e parrucconi e le donne invidiose e con le doppie punte?

Che cosa rende uno scrittore un pilastro della società e un vate della cultura?

Kafka non se lo filava nessuno in vita, poi è morto e gli hanno pubblicato i suoi scritti ed è diventato Kakfa. Senza un Nobel. Stessa cosa per la pittura per Van Gogh (e se avesse avuto la fortuna che gli ha dato il Dottore nell’episodio a lui dedicato. Guardatelo è qualcosa di semplicemente emozionante. Link. ). Esiste un nobel per la pittura o per la scultura? Boh, eppure sono due linguaggi che fanno la cultura, che stravolgono il pensiero, che fanno il pensiero e a volte fanno anche la società. Eppure… Ci sarebbero tanti esempi di grandi della letteratura che sono diventati tali dopo morte, magari dopo aver fatto una vita in povertà tormentati dal loro talento e oppressi dalla fame; ci sono tanti grandi che sono tali dopo aver svelato il senso della vita alla gente, parlando al cuore, colpendo la testa, distruggendo certezze e creando dubbi, pur non vincendo mai un premio. Si fa cultura non per vincere un Nobel e si legge e si ascolta e si guarda un’opera perché parla a noi, al di là dei premi.

Ha vinto Bob Dylan. Dicono che non sia la letteratura. La musica non è letteratura. Certo è musica, ma senza le parole esiste un tipo di musica, con le parole un’altro. Un tempo la poesia era in musica. Che cosa distingue un poeta da un cantautore? Io non ci vedo la differenza quando la loro metrica racconta, coglie, sviscera, emoziona. De Andrè non faceva poesia? Io ci discuterei per tanto tempo e non mi convincerete mai che egli, nella sua veste di cantautore, non fosse anche un poeta. Ah, già, la musica…le canzonette. Mi spiace, ma anche questo è un becero snobbismo e io non lo reggo. La musica è letteratura in misura in cui usa la Parola per raccontare, per smuovere e per descrivere. Carducci era un poeta e vinse il Nobel, così Quasimodo. Perché non Dylan? Se non avesse aggiunto la musica forse saremmo qui ad osannarlo, ma sono solo canzonette…

Mi spiace, anche oggi ho visto che non amiamo più leggere per emozionarci, ma leggiamo per fare gregge, per fare le groupies di uno scrittore, per strapparci le vesti contro un premio, per dire no sì io però. Non me ne frega nulla di nobel, premio strega, campiello, classici e compagnia danzante, vorrei che i lettori tornassero tali, anche eliminando la sbornia che server come anobii & co e tutti blog e fan page danno a noi di pensare di poter dire la nostra sopra tutti. Vorrei che si tornasse al “mi piace perché” come mi ha insegnato la maestra e poi rimanere sulle nostre posizioni quando gli altri non ci convincono, perché alla fine i libri parlano a noi, punto. Mi piacerebbe avere più scambi di emozioni, leggere di autori poco noti, uscire dalla massa e tornare lettori. Invece vedo pensieri unici schierati e noia…

Oggi ha vinto Bob Dylan, io ho riascoltato “Hurricane” e mi sono chiesta perché non dovrebbe essere letteratura…e se anche non fosse, ma un bel chissene frega no? Alzate il volume della radio, imparate a cantare e a farvi entrare dentro la poesia, poi capirete che esistono canzonette (che fan bene pure quelle) e Canzoni, come esistono libretti e Storie. Tutto resto è pugnetta.

37th AFI Life Achievement Award on TV Land Prime - Show

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“Buchi nella sabbia” di Marco Malvaldi

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recensione dal sito della Sellerio

Malvaldi abbandona ancora una volta i suoi vecchietti e il bar Lume e si diletta a giocare con la storia e con l’opera creando un giallo scorrevole e agevole che si legge in una giornata senza nemmeno accorgersene. Abbandona anche il dialetto toscano tanto spinto, ma non rinuncia a una scrittura colloquiale, come se volesse strizzare l’occhio al lettore mentre racconta una storia, una chiacchiera intorno al fuoco. Questo è un pregio che adoro di Malvaldi: la leggerezza. La leggerezza è una qualità e non ha niente a che fare con la faciloneria o la sciattezza, ma è piuttosto quel modo di fare le cose senza appesantire chi la subisce, passando conoscenze e nozioni anche importanti.

Questa volta gioca con l’opera lirica, inscenando un omicidio di un tenore mentre viene messa in scena l’opera di Puccini “La Tosca” nel Teatro Nuovo di Pisa. E mischia monarchia, esercito regio, lealtà al monarca, la presenza del re, agli anarchici cavatori toscani, alle paure di rivoluzione sociale e di attentato. Insomma in una situazione alla “Dieci Piccoli Indiani” dove l’assassino non può che essere uno dei presenti, si mischia la Storia recente della nascita dell’Italia; infarcisce il tutto con nozioni sulla storia dell’opera, sulle scaramanzie e sui silenzi complici di attori, cantanti e manovalanza; mette in scena (è proprio il caso di dirlo) un giallo gradevole e storicamente credibile che ci riconsegna la sensazione di tornare indietro nel tempo con quel modo di fare e agire un po’ antiquato ma molto affascinante.

I personaggi sono ben curati o almeno meno macchiettistici di quanto ci si potesse aspettare, anche se alcuni sono un po’ sopra le righe. E poi scopri che sono realmente esistiti come Ernesto Ragazzoni, poeta e giornalista qui descritto con simpatie per gli anarchici. Malvaldi usa il suo alterego, scegliendolo fra quelli meno “credibili”, e lo fa muovere come un investigatore d’altri tempi, più attento alle parole che escono dalla bocca delle persone che all’indagine scientifica. Questo infatti è un nodo piacevole del libro: il ritorno all’investigazione secca. Non che non ci siano gialli così nel panorama letterario, ma devo essere sincera sono sempre meno, perché il fascino della scientifica anche applicata (in malo modo a volte) a tempi antecendenti è qualcosa che colpisce molti scrittori. Malvaldi invece rimane fedele a se stesso: investighiamo. Punto. E lo fa bene, con la scrittura scorrevole e piacevole, con un italiano sempre molto corretto (ora non è che gli altri non scrivano in italiano, ma è proprio quel tocco particolare che rende una scrittura piacevole, mentre un’altra stucchevole. Insomma l’italiano non è per tutti. E la cosa è valida anche per i traduttori e le traduzioni, che capisco che siano sempre un po’ più difficili, ma a volte ci si annoia proprio a leggerle).

Ora dopo questo bell’encomio, dopo avervi invogliato a leggere, metto l’unico neo: non è un libro eccezionale. Ovvero, si legge benissimo, la storia gira che è una meraviglia, è ben scritto, tutto sembra credibile, ma non è uno di quei libri per cui spenderei soldi e spazio nella libreria: va benissimo farselo prestare o prenderlo in biblioteca e magari riservare i soldi e lo spazio ad altri libri. Leggetelo, passatelo, consigliatelo perché un pomeriggio di leggerezza e relax Malvaldi ve lo assicura.

Voto: 6/7

Scheda tecnica

anno di pubblicazione: 2015

casa editrice: Sellerio Editore Palermo

finito di stampare  novembre 2015, presso la Leva Printing Srl- Sesto San Giovanni (MI), confezionato presso IGF s.p.a. – Alderio (TN); stampato su carta Palatina delle Cartiere di Fabriano.

copertina: manifesto pubblicitario di Martin Lehmann-Steglitz, 1910 circa (elaborazione grafica)

pagine 243

 

“La forza del destino” di Verdi

programma del festival Verdi 2014
programma del festival Verdi 2014

Ieri pomeriggio ho avuto la possibilità di godermi un giorno a teatro. Ogni tanto riesco a rientrare nel gruppo dei melomani della mia parrocchia, perché mia mamma non riesce ad andarci o si trova un biglietto in più, e mi godo la prova generale delle varie opere del Festival Verdi.

Premesso che io non sono una melomane; non me ne intendo di musica; riconosco una stonatura, ma non il virtuosismo; sono una semplice curiosa che dice la sua con tranquillità, senza pensare di dire la verità, ma solo un parere. Premessa doverosa, perché questo post potrebbe avere delle annotazioni che a un esperto potrebbero apparire come vere e proprie eresie. Mi spiace se non ho studiato musica come alcuni vorrebbero, oppure non ho tempo ora di poterla studiare, ma ho volutamente scelto di non farlo per potermi godere in freschezza le emozioni che la musica mi suscita senza perdere quella fanciullezza che il tecnicismo distrugge. Lascio ad altri la bellezza di comprendere spartiti, voci, timbri, differenze di note; a me basta la Storia.

Non conoscevo l’opera se non di nome. Sì, lo so, che non conoscere le opere di Verdi a Parma sembra un’offesa mortale, ma io mi metto nella pessima linea dei parmigiani che non sanno di Verdi (chi sa la storia dell’autore sa cosa intendo 😉 ). Quindi quando ho scoperto che dovevo andare all’opera mi sono un po’ informata e…ma è peggio di una tragedia greca! Muoion tutti e anche nel peggior momento! Vabbè, mica possono essere tutte commedie. No, infatti non ci sono commedie!

esterno del Teatro Regio di Parma
esterno del Teatro Regio di Parma

Quello che ho adorato è vedere come la città voglia rispondere a questi eventi anche senza poter mettersi in gran spolvero per una prima. C’era un sacco di gente, un sacco di persone di una certa età tocca ammetterlo. Vabbè, l’orario non è dei migliori per chi lavora (ore 15,30), ma ci sono un sacco di giovani che potrebbero essere interessati se solo il mondo degli adulti (insegnanti e genitori da una parte, istituzioni dall’altra) volesse stimolarli in questo senso. E’ un peccato notare come i giovani fossero un’esigua minoranza che non riusciva ad abbassare la media nemmeno se avessero portato in sala degli infanti. Dove sarà il futuro del teatro e dell’opera se non si investe nei ragazzi? Se non si fa amare l’opera? Si può dire che l’opera è pallosa, ma è solo palloso il modo di insegnarla. La cultura si deve insegnare in modo nuovo, che non vuol dire in modo poco corretto, ma solo trovare altri sistemi di comunicazione e soprattutto insegnanti che abbiano voglia di rischiare e di far passare la passione (e questo è il punto più difficile).

L’opera non può continuare ad essere un monopolio per pochi snob che o ne sanno e sono carogne, o non ne sanno e devono farsi solo vedere. Sì, lo so, sono una brutta persona, ma purtroppo la mia amata città è piena di snob che appena possono fanno di tutto per potersi far vedere dagli altri (senza parlare di come si vestono pur di apparire…). Io credo che i veri melomani siano altri e non è detto che riescano davvero ad andare a teatro, visto prezzi, richiesta, abbonamenti, orari…insomma andare all’opera a volte sembra un’impresa.

qualcuno gli spieghi la palla in sala a Don Alvaro che lui non l'ha capita
qualcuno spieghi la presenza della palla in sala a Don Alvaro perche lui non l’ha capita

Ma torniamo a noi. L’opera potete trovarla al link del festival Verdi di quest’anno, dove potete leggere interpreti e tecnici e vedere un po’ di immagini. Vi consiglio di guardare un po’ le immagini perché io che ero novizia sono rimasta molto sorpresa da questa scelta molto gotica dell’opera con tutti gli abiti neri (tranne un personaggio e alla fine Leonora), scenografie minimaliste grige, balletti molto moderni e luci molto drammatiche e intense. Non so perché di questa scelta stilistica, non saprei nemmeno dire se è stata troppo forzata o meno, ma non mi ha convinto del tutto. Sul momento risulta stilisticamente molto interessante, poi risulta manieristica, poi alla fine ne comprendi i sottointesi e nel frattempo ti sei persa un atto… Non si può dire che non fosse curato anche nei dettagli della gestione della fisicità e mimica degli attori, anzi, vedere Pertusi camminare imponente da un lato all’altro del palco nella veste di Padre Guardiano senza dire nulla è stato molto coinvolgente, ma quando bisogna troppo pensare ai sotto intesi vuol dire che qualcosa “strusa”. Già la scrittura di Verdi in quest’opera è molto arcaica e complicata, già la partitura musicale impone una scelta di attenzione molto alta, c’era bisogno anche di calcare la mano? Per quanto bella, è troppa e le scenografie così grandi hanno portato in altissimo i sottotitoli che la mia cervicale non ha ringraziato (vabbè questa è una annotazione da “nonna”, ma io ho una certa e pensa te le vecchiette come erano messe!).

In più faceva un caldo impensabile in sala che fra quello, la musica, le partiture, le ripetizioni e la scenografia, sì lo ammetto mi sono abbioccata due volte. Faccio mea culpa. Non so che farci, ma è stato così. Perché tutto sto caldo? Vabbè le luci, ma aprire un po’ l’aria faceva male. Sì, sto davvero invecchiando, mi lamento come mia nonna. 😀

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L’opera dura 3 ore e mezza, con 3 intervalli abbastanza vicini, e devo ammettere che si sentono tutte le ore. La prossima volta mi devo ricordare di portarmi da mangiare, o una stecca di cioccolata come ho notato fare da un sacco di vecchiette. Sono dei geni del male, lo ammetto, perché per tenere attento il cervello ci vogliono zuccheri velocemente spendibili e la cioccolata è un toccasana. Vedete questi sono i trucchi di chi va a teatro, mica il tacco 12 (che io non avevo) o il coordinato giacca-pantalone tenda vecchia zia. La preparazione fisica, mentale e delle scorte in borsa è essenziale a volte. Comunque 3 ore e mezza sono una maratona e chiunque mi obbietterà che ho visto film anche più lunghi (non vero, ma quasi) posso dire che anche in quel caso mi vien la noia e il culo piatto, senza contare che a teatro non ho spazio per le gambe (e non sono una spilungona, anzi!). Però se così deve essere, così lo ha voluto Verdi, così sarà.

Per quello che ho capito è stata ben cantata da tutti i protagonisti e il teatro più volte è stato smosso a concedere l’applauso e qualche “bravo/a”. Posso accodarmi? Beh, premettendo che non sono un’esperta, le voci mi sono parse belle, pulite, intense, emozionanti, ben calibrate col personaggio che dovevano interpretare, mai sgradevoli (non ho colto stonature), ma di più non posso andare. Ho applaudito perché mi è piaciuto, ma non mi sono accodata ai complimenti per correttezza.

Alla fine tutti hanno avuto il proprio applauso personale, con una piccola ovazione per Pertusi che è di casa ed è entrato sul palco come un dominatore; applausi anche per il balletto, il coro, il giovane direttore d’orchestra e i vari direttori presenti per quest’opera. Purtroppo per i cantanti molti ai “titoli di coda” sono fuggiti a casa e quindi non hanno avuto tutto il calore che potevano meritarsi.

Perché se anche dura tantissimo, se anche l’italiano è un po’ quello antico, se anche a volte mi sono abbioccata, alla fine è stato un piacevole pomeriggio d’autunno dove ha prevalso la cultura su tutto e questo a me fa solo bene. Ed è questa la Parma che in fin dei conti amo e le giornate che vorrei fossero la mia quotidianità…

applausi per tutti
applausi per tutti

 

“Si può fare” di Angelo Branduardi

 

E’ innegabile che Branduardi sia un menestrello, un cantautore, un cantastorie come pochi ce ne sono adesso, ma che hanno camminato nella Storia per evolvere l’uomo. Questa canzone è per me la speranza che si può sempre ricominciare, che l’errore è contemplato nella vita, che bisogna darsi i tempi per riuscire a fare tutto, soprattutto rialzarsi e amare.

“Robin Thicke” Blurred Lines ft. T.I., Pharrell

Il video non è quello che più mi piace al mondo e di solito questo genere di musica non fa per me, ma questa canzone mi è in testa da mesi e ha un ritmo che mi da quel senso di distacco dai pensieri. Non voglio cercare il significato della canzone, perché ho la vaga idea che dovrei bruciarla. Per me la musica a volte è solo ritmo che mi entra nel cervello e cancella i pensieri…

Buon Compleanno Giuseppe Verdi!

http://www.clubdei27.com/Italiano/cronologia_it.html

Verdi è per chi come me è parmigiana (non parmense. Io sono nata in città e non in provincia!) uno di casa, uno di cui ci si bulla di essere “pappa e ciccia”. Peccato che nella verità storica questo non fosse vero e che se non fosse andato a Milano non sarebbe quello che è. Vabbè, poco importa, Verdi è Verdi ed è anche un po’ nostro.

Lascio volutamente fuori da questo post le eventuali polemiche sulla casa natale di Roncole in restauro ora (prima no?) nell’anno del centenario e il fatto che il suo palazzo a Busseto sia in vendita (a chi poi non si sa e per farci cosa poi? Ma va tutto bene!). Lascio fuori la polemica e vi racconto quale siano le emozioni di andare ad assistere Verdi, alle prove della prima, nel teatro Regio e nel teatro Farnese.

Sono cresciuta con la musica classica in casa, riconosco le opere, ma nessuno di noi in famiglia ha mai studiato musica. La musica si canta (fino a perforarti le orecchie se è mia mamma che canta, visto che è un mezzo soprano naturale…se avesse studiato, addio bicchieri!) o si ascolta (mio padre è stonato come una campana), chiusi in camera (io e mio fratello) o in salotto così sente tutto il palazzo. La musica è stato un bell’accompagnamento della nostra vita, in tutte le sue divergenze e divagazioni, a volte litigando perché vari stereo andavano e c’era un po’ di cacofonia (e a qualcuno toccava per forza spegnere o mettere le cuffie).

Di Verdi c’erano i dischi 33 giri…che ricordi.

Era un rito voler ascoltarli. Si toglieva il panno, si tirava su il coperchio in plastica trasparente, si accendeva lo stereo; con le mani pulite si tirava fuori il disco e lo si metteva nel piatto; si guardava che non ci fosse polvere e nel caso si puliva con l’apposita spazzola morbida; e poi si appoggiava la puntina. E il suono prima gracchiava, poi c’era il silenzio e poi l’audio. Era la musica.

Poi si cresce, la tecnologia cambia e i cd per quanto perfetti, sono come gli androidi dei film: freddi. E si è perso il rito.

Andare al Regio di Parma per ascoltare un’opera è praticamente impossibile. Da un lato i costi delle poltrone sono per me proibitivi, dall’altro il Loggione (temutissimo dai cantanti!) è una enclave inaffrontabile e se sei come me, una novellina con gli occhi sognanti che di musica non ne sa nulla, beh…impossibile entrarci. In realtà non voglio diventare una melomane, non voglio sapere ogni cosa, ma voglio solo godermi l’opera, la musica, l’atmosfera. Punto. Molto ingenuamente.

L’anno scorso ho avuto la possibilità di assistere alle prove generali delle prime del Festival Verdi (che è proprio in scena in questo periodo. Devo ricordarmi di vedere se Tv Parma fa vedere ancora le opere), grazie ai biglietti trovati da alcuni parrocchiani. E mi sono goduta il “Falstaff” come non mai, nella stupenda cornice del Teatro Farnese. Mentre a Gennaio (non ricordo più a che occasione riguarda, ma sempre nella stessa modalità) ero andata a vedere l'”Aida” al Regio.

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L'”Aida” al teatro Regio

Che bella emozione!

Sentire un racconto, vederne la forza nelle immagini, nei costumi, nel suono. E capire il senso della potenza dell’opera sull’uomo quando la televisione non era nemmeno nei sogni delle persone.

Questo trasmette l’opera. Il racconto diventa forma, musica, persona. Quello che per noi è scontato accendendo la tv, per i nostri nonni era una conquista. Quello che per noi è facile (anche perché di decodifiche, quando guardiamo la tv o lo schermo del cinema, ce ne sono veramente poche, visto che è tutto a portata di mente. Forse…oppure è tutto a non usare la mente…), per i nostri nonni era un’evasione e un continuo imparare e condividere.

Dalle mie parti non è cosa rara che fosse nella Bassa, nella provincia contadina e montanara, ci fossero persone che a mala pena avevano fatto la 5 elementare, ma poi erano dei veri esperti di opera e operetta. Attraverso la musica c’era il riscatto delle difficoltà della vita.

Se si legge la storia di Verdi tutto ciò si intuisce e se anche Parma non l’ha capito nel momento in cui doveva aiutarlo, egli era un parmense in tutto il nostro modo di essere. Egli è qualcuno di noi, ma non lo è, avendo avuto istruzione, fortuna, forza in quel di Milano, a confronto con la Storia e la Cultura. Mi piace immaginarlo girare per la nebbia di Milano, con la musica in testa a ogni ora (come una magnifica compagna) con il tabarro che si usa anche da noi e magari a ripensare a quando nella nebbia della Bassa Parmense andava, da bambino, nella chiesa a suonare. Mi piace immaginare che ancora qualcosa di noi gli fosse rimasto impresso nell’anima e che l’avesse portato in giro per il mondo (anche se magari non la parlata e non la freddezza snob che abbiamo ogni tanto). Forse sono solo pensieri di una parmigiana che come tutti i suoi concittadini, pensa che Verdi le appartenga, anche se non è vero per niente.

E anzi Verdi appartiene e tutti, in quel suo W V.E.R.D.I. che tanto ci animò nella ricerca di libertà.

Ci vediamo a Roncole.

Buon compleanno Verdi!

p.s: Il club dei 27 piccolo club di Parma di appassionati di Verdi. Una vera chicca. Andate a vedere il loro sito.