Telefilm

“Les Revenants”: state attenti ai vostri desideri

C’è un motivo se nell’antichità la paura dei morti che ritornano è così diffusa e sparsa in ogni dove, al di là di geografia e credo: è la paura del sovvertimento dell’ordine costituito dalla natura, ma anche della legge (se pensiamo a quanti testamenti salterebbero in aria) dell’uomo. Il titolo della serie televisiva fa riferimento al termine per me più corretto e preciso che la linguistica sia riuscito a coniare: les revenants, coloro che ritornano. Non si parla di resurrezione, né di fantasmi veri e propri (anche se a volte il termine viene usato anche per loro), né dello zombie che ricordiamo dalla cinematografia: non sono morti che tornano vivi e ricominciano la vita, ma sono morti che assomigliando ai vivi non vivono come i vivi. Che gioco di parole!

Comunque sia da questo concetto parte questa serie francese che, dopo averla persa più volte su sky, sono riuscita a registrarla e potermela vedere fra le feste natalizie ed ora. Sky prevedeva la maratona della prima serie, ma sinceramente non è per me, comunque è stato utile, perché così non ho aspettato per vedere tutta la prima serie.

Di cosa tratta? Di un tranquillo paesini delle montagne francesi (non è specificato, ma alla fine non è nemmeno importante), della sua vita e dei suoi lutti. E fin qui tutto tragicamente normale, se non fosse che un giorno i morti, alcuni almeno, tornano a bussare la porta di casa, a non capire che è passato del tempo, a mettere nei casini tutti. Non si capisce con quale criterio alcuni siano tornati ed altri no; nemmeno si capisce se è stata la morte traumatica ad essere il filo di congiunzione; se c’è qualcosa dietro; se vogliono qualcosa o qualcuno; se vogliono semplicemente continuare a vivere fregandosene del fatto che nel mezzo la vita vera è andata avanti.

In realtà la serie è ben dosata e tutti i dubbi si dipanano lungo le 8 puntate (ognuna dedicata a un ritornato o un particolare personaggio), cercando la soluzione, portando lo spettatore a dipanare la matassa. Tutto è giocato come un puzzle, con trabocchetti e deviazioni sottili dalla trama principale che servono a distrarre lo spettatore, per poi lasciarlo a bocca aperta a momento debito. E come succede tutto questo? Secondo me grazie a un buon team di sceneggiatori. Più lo guardavo e più, a fine visione della puntata, mi chiedevo come avrebbero potuto renderlo in altri stati: gli americani hanno già “The walking dead” e ne avrebbero fatto una copia; noi italiani non sappiamo nemmeno da che parte prendere una trama del genere (non si parla di politica, di famiglie sfigate, di amori e amorazzi, di destra e sinistra, di isterismi o di bamboccioni…insomma qui non ci potevi mettere in mezzo i soliti serial o film all’italiana che 9 volte su 10 sono tutti uguali da decenni); gli inglesi forse lo avrebbero reso più muscolare. E poi non so. I francesi invece hanno sfoderato la loro arma migliore: la parola. In questo caso scritta, più che parlata, anche se i dialoghi sono curatissimi e non bisogna perdersi nemmeno una battuta per svelare il mistero. La cura dei dettagli, il gioco delle parti, l’attenzione alla diversificazione dei personaggi sono aspetti che rendono questo telefilm sopra la media di quelli trasmessi ultimamente.

Questo telefilm è la dimostrazione che per fare un buon horror o mistero bisogna saper lavorare in team, stare attenti a tutto, avere gente che sa fare il suo mestiere senza strafare. Infatti altra cosa molto bella è che l’ambientazione contemporanea “normale” esclude a priori tutto il misticismo alla new age, mentre lascia di contorno anche la religione ufficiale. Il paese è uno di quei milioni di paesini di montagna che potresti trovare adesso dove c’è la chiesa e tutto quello che ci circonda, ma anche la polizia che conosce tutti, le famiglie che si conoscono come parenti e il vero centro economico che è la diga. In questa serie non c’è altro, anche perché la notizia non è qualcosa da sbandierare ai quattro venti, ma da tenere nascosta per paura. Insomma questo telefilm, nel suo paranormale, è assolutamente realistico anche nelle reazioni umane e nelle paure. L’immedesimazione in alcune situazioni, il tentativo di entrare in empatia sono proprio frutto di questa scelta di profilo verosimile e di studio psicologico all’evento.

Le varie situazioni e i vari protagonisti sono ben diversificati, cercando di permettere una maggior differenziazione di situazioni all’immedesimazione dello spettatore. C’è la ragazzina che torna a casa dai genitori e sorella gemella; il bambino apparso dal nulla; la moglie morta giovane che ritorna dall’oramai anziano marito; il serial killer impenitente; l’artista morto alla vigilia del matrimonio. E altro. Vi ho già detto troppo.

La fotografia fa da supporto, da contro altare: sottolinea coi suoi giochi di colore, preferendo a volte le scale di grigi a volte il colore pulito, le varie sensazioni, i personaggi, gli eventi. Anche in questo caso il lavoro di team risulta palese e ben coordinato.

La musica è essenziale, ma fondamentale, perché con lievi cambi di tono o di velocità riesce a sottolineare nell’evoluzione della serie il cambiamento di situazioni e il lento, ma inesorabile, declino verso lo scontro.

Una seria di pochi effetti speciali, ma di sostanza, che io consiglio a tutti coloro che vogliono il mistero allo splatter, l’indagine alle baracconate. Qui non ci sono libri magici, cerchi esoterici ed evocazioni varie, ma solo il vivo e il ritornato l’uno contro l’altro armato (di non si sa cosa).

Viene detto che la seconda serie si sta già girando ed io incrocio le dita non tanto perché sia vero, ma perché siano in grado di mantenere questo elevato standard e non decada in un fumoso racconto alla Lost (ve le ricordate le serie di mezzo con tanta fuffa in mezzo a sfrantumare?) per spiegare “chi ha fatto cosa e perché” lasciato in sospeso in questa prima serie. Questo il sito per essere aggiornati.

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“Vikings” un altro telefilm non storico

Avere due blog a volte aiuta. Un’unica recensione valida per entrambi i blog.
Sì perché io sono “Un the con le Parche” e “L’amaca di Euterpe” (sì lo so ho poca fantasia nel scegliere i nomi dei blog, abbiate pazienza), ma il mio modo di recensire un film o un libro è sempre lo stesso. Soprattutto se è un prodotto che dovrebbe essere storico o pseudo tale.
Buona lettura.

Un the con le Parche

Non amo guardare i telefilm via pc e non sono nemmeno fanatica nel cercarli sulla tv dovendo fare a botte col telecomando col resto della mia famiglia, quindi quando “History Channel” ha trasmesso questo serial io me lo sono persa, mentre tutti i miei contatti fb che lo stavano guardando lo recensivano entusiasti. Quindi quanto rai 4 a fine maggio ha deciso di trasmetterlo in una giornata super comoda per me mi sono messa a guardare le prime puntate.

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La prima scena mi aveva rapito perché veniva rappresentato l’arrivo delle valkirie a prendere lo spirito di un eroe. Mi sono detta: “bello! Non è realistico, ma è veritiero perché questo era quello che speravano e pensavano.” Non mi importava che fosse un documentario, mi interessava che quello che veniva espresso fosse coerente. Alla fine della puntata purtroppo ho pensato che fosse un buon fantasy in salsa vichingheggiante. Una delusione…

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“Borgen” il gioco della politica è uguale ovunque

Non sono appassionata di serial contemporanei che trattano argomenti odierni; la politica con un’impronta di idea ben definita (e anche lontana da me) mi annoia; in più non sono nemmeno appassionata della scrittura e sceneggiatura del nord Europa perché credo che siano pompati troppo dal mondo dell’editoria; eppure non so perché sono rimasta incastrata da questa serie. “Borgen” è qualcosa di diverso sia per stile che per idea, facendo vedere la politica dalla doppia linea dei politici e dei giornalisti.

Mi ero tenuta alla larga da questa serie perché sinceramente non avevo nessuna voglia di vedere come i nordici ci impartivano lezioni di politicamente corretto, di pari opportunità, di quanto sono avanti e belli, invece le prime puntate mi hanno conquistato per altre cose. La prima di tutte è che questa serie è più italiana di quanto forse loro stessi vogliano pensare: la politica è schifo, è colpi bassi, è giocare sporco, è connivenza (sì, lo so, il termine è forte) fra scribacchini e politicanti, è andare oltre il limite.

Se da una parte abbiamo chi cerca di fare il proprio mestiere con rettitudine, dall’altro c’è sempre chi vuole spostare il limite della decenza, del fattibile oltre al reale. Questi giornalisti che vorrebbero andare a ravanare nel torbido o che non si fermano davanti a niente o nessuno pur di ottenere una notizia; mentre dall’altra parte i politici fanno di tutto per rimanere attaccati alla loro poltrona (e ciò è tipicamente italiano).

La seconda serie scivola nel personale molto più che nella prima a mio parere, come se si volesse distrarre l’attenzione dello spettatore dal gioco sporco della politica, ma tutto è giostrato talmente bene che non ci si rende nemmeno conto del cambio di ottica. Mi chiedo come sia stato seriamente accolto in Danimarca, quanti si siano riconosciuti o abbiano riconosciuto i propri rappresentanti oppure si siano scandalizzati che sotto alla perfetta ed elegante vetrina ci sia il marcio, come diceva Amleto.

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La vicenda segue la vita umana e lavorativa del primo ministro donna del paese, con tutte le complicazioni che ne conseguono. Da noi ella sarebbe un personaggio della vecchia democrazia cristiana (e dai non ditemi che non è così!): moderata, ben vestita, femminile ma non sguaiata, bella famiglia, valori e onestà. Quello che manca alle nostre parlamentari corrispondenti, per poterle paragonare a Birgitte Nyborg, non è solo una bellezza sofisticata e una chiarezza di pensiero, ma soprattutto una determinazione che pochi possono possedere; davvero un personaggio particolare e non so quanto realistico anche per i suoi conterranei. Eppure ella ispira simpatia o almeno curiosità nel vedere come riuscirà a gestire tutto e tutti con la capacità di un vero giocoliere. Ella appare come il faro positivo della politica, mentre attorno a lei una serie di uomini vili e dai valori discutibili e donne in carriera la affrontano, facendo capire allo spettatore che prima o poi perderanno perché il bene vince.

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Suo equivalente nel mondo del giornalismo è Katrine Fønsmark, anche lei vera giocoliera fra amori difficili, onestà intellettuale, capacità organizzativa e di comprensione delle mille variabili che esistono nel suo mondo. Nel nostro modo di fare televisione ella sarebbe stata catalogata come la bella velina bionda (in antitesi con Birgitte che sarebbe quella mora), bella e un po’ svampita, invece no!,  anche lei è una con le “palle” o meglio con la chiarezza di idee, tanto che gli uomini al suo fianco un po’ spariscono, persi in vere e proprie seghe mentali.

Questa disamina della femminilità del serial non da giustizia ai personaggi che non sono equiparabili ai nostri personaggi delle serie. Per la prima volta ho visto qualcosa di femminile senza essere svenevole, di deciso senza essere virago, di sensuale senza essere volgare, di fragile senza essere oca. A questo punto mi viene da dire che questa non è una serie sulla politica danese, ma una serie sulle donne nella, attorno la, fra la politica ed è forse questo l’aspetto che più mi incuriosisce, perché la visione di queste donne è totalmente nuova per noi spettatori italici. Per quanto suppongo che sia pieno di stereotipi, ringrazio al cielo che non sia una produzione nostrana, perché non ne avrebbe avuto lo spessore e soprattutto la buona recitazione. Il prodotto è buono e ben fatto e questo è sempre difficile da vedere nella tv generalista. Purtroppo dopo due serie non so dove andranno a parare nella terza e tremo al sol pensiero che possa virare nella versione da telenovela (quindi puntando troppo sulle vicende personali) oppure su una visione buonista della politica (in cui gli ideali vincono, la morale populista si insedia e tutti sono buoni felice ecologisti e contenti), perché davvero già in questa seconda hanno un po’ tirato la corda.

Postilla: Ma quanto è divertente e paradossale il doppiaggio con i nomi dei partiti che ricordano un po’ quelli italiani!

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“Ripper Street”: violenza di fine ottocento, ma con stile.

Giallo è un buon canale di telefilm di genere, magari non è sempre all’avanguardia e trasmettere “Matlock” può non essere sempre un merito (ma nonno Simpson apprezza comunque), però ha qualche chicca che ho deciso di non perdere. La prima chicca è stata la terza serie di “Whitechapel”, ma seconda questo telefilm inglese: “Ripper Street”.

Dubbiosa, totalmente. Oramai ammetto di essere sfiduciata. Quindi le prime due puntate le ho viste senza troppo entusiasmo, poi devo dire che mi ha preso la “scimmia” e ieri sera me le sono proprio godute.

La trama è semplice, ma alla fine nessuna puntata lo è: distretto di polizia a Whitechapel, 6 mesi dopo l’ultimo omicidio di Jack lo Squartatore. Le vicende di svolgono nel quartiere, ma con alcuni punti fissi: la stazione di polizia, l’ambulatorio medico, un orfanotrofio e il bordello. Attorno a questi punti di riferimento (che detta così potrebbero essere i punti di riferimento di un Monopoly vittoriano) girano i personaggi che ti aspetti, o meglio quelli che hanno senso che ci siano ma caratterizzati molto bene. Mi spiego meglio.

Il comandante Edmund Reid (Matthew Macfadyen) è l’uomo tutto d’un pezzo che ti aspetti, il segugio che tutti vorrebbero in polizia, l’osso duro che non molla, ma che non azzanna mai a vanvera. E’ IL poliziotto. Eppure sotto questa sua divisa, vive un dramma che fatica a metabolizzare, un “mistero” che tutti sanno ma che non dicono per rispetto, una ferita che fa sì che la moglie lo abbia abbandonato per dedicarsi alle opere di bene. Lo si vede che soffre, ma niente lo riesce a distogliere dalla pista una volta intrapresa la caccia.

Il medico Homer Jackson (Adam Rothenberg) è l’uomo di scienza senza giacca e cravatta, pronto a sperimentare ogni evoluzione medica, donnaiolo fin troppo moderno (e chi ha visto la prima puntata sa a cosa mi riferisco), anche lui con un segreta da spartire con la bella maitress Long Susan (Myanna Buring), coinvolta suo malgrado o no in quasi tutti gli episodi. Un rapporto complice e conflittuale tutto da seguire. 

Attorno a loro tutta una serie di personaggi più o meno sviscerati, ma fondamentali per l’evolversi delle diverse situazioni.

Ammetto però che l’aspetto che mi piace di più è l’atmosfera gotica, ma mai paranormale; l’investigazione è sempre precisa, logica, umana, anche quando lo spetto di Jack Lo Squartatore aleggia in ogni angolo. I casi sono violenti, truculenti, pesanti, ma sono l’immagine riflessa della società inglese dei sobborghi dove malavita, illegalità e povertà si intrecciano violentemente e in modo insindacabile. Bellissima la puntata con la banda dei ragazzini il cui capo tutto tatuato ricordava un po’ l’estetica fredda del romanzo di Lilin “Educazione  siberiana”. Qui la fredda Albione, la Londra elegante e all’avanguardia (pronta alla guerra, supportata dal progresso tecnologico), si trasforma diventando una Albione sporca e low steampunk, mischiando tatuaggi e doppiopetto, bustini e psicopatici. Lo studio e la ricerca storica che sta alla base di ogni puntata non da adito a polemiche di aver scelto vie alternativa (ovvio che aspetterei di avere il conforto di un rievocatore o storico del periodo) e anzi fanno apprezzare ogni dettaglio, ogni piccolezza buttata lì in un angolo. In più la citazione di personaggi della storia e della cronaca rendono ancora più credibile l’atmosfera.

Purtroppo la serie è stata interrotta dopo la seconda stagione con gran sconcerto di tanti, anche se alcune notizie (post del blog di uno dei protagonisti) ci fanno ben sperare. Incrociamo le dita.

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“Sleepy Hollow” dove la leggenda si sciacqua in fiume

Orfana di “X-files”, da tanto tempo oserei dire, ammetto che mi faccio prendere dalla voglia ogni volta che fanno uscire un nuovo telefilm un po’ misterioso, un po’ paranormale, un po’ horror. Quindi quando Fox ha iniziato a pubblicizzare questo nuovo serial ho pensato: è quello che cerco!

Pianifico con il mysky la visione e mi tranquillizzo nel poter fare il resto della mia vita senza avere l’ansia che mi sarei persa il miracolo televisivo del secolo. E invece no.

Ecco…come dire…il telefilm si fa guardare, ma ha messo davvero troppa carne al fuoco in pochissimo tempo.

Il grosso problema della modernità, dai film, ai telefilm e ai libri è la fretta in combutta con la faciloneria. Vogliamo il botto e quindi buttiamo tutto subito addosso alla gente così è talmente stordita da non notare le pecche; gli mettiamo un bel attore o una procace attrice e lo spettatore perderà qualsiasi capacità di giudizio; buttiamo lì qualche effetto speciale e nessuno noterà le incongruenze.

Io ho visto “X-files”. Tutto. Compreso i film. Anche l’ultimo. E quindi caro sceneggiatore ingaggiato dalla casa produttrice per fare un bel baraccone, non mi freghi! Io ho tempo, sono come gli dei greci. Io so aspettare che il filo del discorso prenda la piega che deve, io so vedere dove si dipanano i fili delle trame e sotto trame, io posso seguire la genealogia demoniaca che ci porterà alla fine del mondo. Ma tu no! Tu, il registra e soprattutto il produttore, avete fretta, non avete voglia di fare un compito accurato, vi basta la sufficienza, tanto avete la mela da portare alla maestra!

Quindi alla prima puntata si risveglia il protagonista dalla morte (mica una cosa così! Da solo, senza una guida, un tom tom, un cane per ciechi!) e si adatta come niente a 200 anni di mutamenti storici, politici e tecnologici. Si risveglia ovviamente il cattivo e in città tutti tranquilli e nemmeno uno scavista davanti al buco creatasi o una vecchietta che metta ansia al supermercato. Muore la gente e manco un giornalista ficcanaso a rischiare la vita. In più alla fine della prima puntata non solo scopriamo che il cavaliere senza testa cerca qualcosa e sa che il suo avversario è risorto, ma anche che è uno dei cavalieri dell’apocalisse pronto con gli altri tre a farsi una bella partitina a carte sul mondo. Peccato che gli effetti sulla popolazione mondiale non si vedano.

E poi c’è la biblioteca misteriosa! I libri con la copertina di pelle tutti impolverati, su cui trovare, meglio di google, tutti i demoni, streghe, leggende che saltano fuori; gli alambicchi inutili e anche quelli impolverati; le sedie in velluto impolverate. Ma una cavolo di colf prenderla no? Fareste girare l’economia mondiale solo a pulire quella stanza!

Gli effetti speciali sono quel che sono, anzi sono parecchio buttati su, mentre si salvano per ora gli esseri paranormali. Ecco il costumist si salva: bravo! Posso ingaggiarti per un live vampiri?

Quindi sono alla terza puntata e tutto fila liscio e la trama inizia a infittirsi, ma sinceramente non c’è pathos e non c’è vera ciccia. Quello che mi infastidisce di più è questa totale mancanza di cura della trama, di ciccia attorno all’osso, di prodotto valido solo per chi non ha mai aperto un libro o guardato un film horror d’epoca. Insomma, mi chiedo: perché?

Prima o poi lo so che mi dovrò tatuare questo “perché?” sulla pelle, ma è vero! Ci sono prodotti che avrebbero tutte le carte per poter diventare qualcosa di sostanzioso e non solo un mero riempi palinsesto per una o due stagioni; si sono idee che magari non sono originalissime ma che sviscerate bene potrebbero rendere felici tanti appassionati; ci sono tante nostalgie di vecchi prodotti e questo vorrà dire qualcosa, ma non per le orecchie dei produttori.

Siamo l’epoca del superficiale in tutto e anche nello svago e nel divertimento, in cui si pensa che basti mettere due lanterne belle accese che tutte le lucciole accorreranno a suicidarsi!

Alla fine cosa posso dirvi? Val la pena di guardarlo? Se non lo avete iniziato sinceramente non vi perdete nulla, se avete di meglio da vedere guardate quello, se non sapete cosa guardare e volete una novella in salsa horror con tante belle figurine, potete ben vederlo. Io continuerò a guardarlo nei miei buchi vuoti di tempo, ma di certo non sarà la prima scelta di visione.

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“I delitti del BarLume- Il re dei giochi” versione sky

L’anno scorso ho scoperto Malvaldi ed è stata una scoperta meravigliosa perché ho trovato le sue storie e il suo stile consono con il momento che stavo passando: gialli scritti bene, ma con personaggi allegri, forse un po’ fuori dalle righe, ma per lo meno non tormentati (non li reggo più davvero, anche perché spesso sono bip mentali dei personaggi e forse degli stessi autori). Quando ho visto per la prima volta in foto l’autore (in realtà non li cerco mai su internet) mi è parso che avesse una bella faccia sorridente, molto in linea con i libri che scriveva. Okkei questa è una visione lombrosiana dello scrittore uomo, ma a volte è bello vedere qualcuno che sorride, racconta sorridendo di gialli e poi scrive libri gialli che ti fanno anche scoppiare a ridere.

Così quando Sky ha annunciato che avrebbe reso in versione tv i suoi romanzi ero effettivamente elettrizzata o comunque contenta visto che il panorama televisivo italico è alquanto deludente quando si muove la tv generalista. Solo Montalbano con Zingaretti si salva dallo schifo seriale…

Purtroppo mi sono fatta un po’ fregare dal fatto che non potendo vederlo in diretta, visto che ero ad allenamento, ho visto prima i commenti e poi la visione ( w il mysky!). Non trovavo un contatto fb che fosse davvero soddisfatto del prodotto e quindi “un po’ mi è scesa la catena”, ma non mi sono fatta demoralizzare. E invece avevano ragione loro.

Premetto che però io sono davvero stordita e solo il controllo sulla mia libreria anobii e l’agenda moleskine di recensioni mi hanno confermato che no! non avevo letto “Il re dei giochi”. Ma come è potuto accadere? Cosa è successo? Tutti gli altri, compreso “Milioni di milioni” (arrivato in regalo gioco CF) li avevo praticamente divorati uno dietro l’altro, questo era stato saltato bellamente. Ora dovrò rimediare ma lasciando un po’ di tempo perché se no ricordo troppi dettagli.

Partiamo dai dubbi, prima di tutto.

Perché partire dall’ultimo libro e non dal primo? E’ la cosa più stupida che potesse esserci, visto che non tanto svela chissà quali cose, ma in realtà non fa crescere il lettore insieme ai protagonisti soprattutto insieme a Massimo Viviani. Qui davvero gli editori hanno delle illuminazioni favolose che noi comuni mortali davvero non possiamo capire. Vabbè.

Seconda cosa: perché cambiare il sesso al commissario Fusco? Nel libro è un uomo, mentre nel telefilm una donna molto dura (ma poi capiamo come non si sa che si smollerà e magari sarà anche molto materna, mah). Nella vicenda è bello questo confronto tutto maschile fra l’ordine costituito e l’investigatore malgrado: è di certo un topos, ma funziona bene anche perché lascia fuori qualsiasi implicazione emotiva, ma al massimo si vede costruire la stima e l’amicizia. Ecco anche sta cosa ritorna essendo partiti dal fondo a fare film. Il/La Fusco conosce già i terribili vecchietti, conosce già Massimo, si è rassegnato/a alla sua presenza impicciona, mentre nel telefilm sembra che sia la prima volta. Quindi come risolveranno la cosa andando indietro nel tempo? Colpo in testa? Cambio di commissario? Rapimento alieno?

Terza cosa: Ampelio non è più il nonno, ma uno zio. Perché? Fanno schifo i nonni? Per una volta che non c’erano nonni fuori le righe come è diventato Nonno Libero del coso là, medico incasinato con figli a carico…quello sulla rai…ah ecco “Un medico in famiglia”. Per una volta che c’era un sano nonno, pensionato, impiccione, ingombrante, autorevole ma non autoritario, con un bel rapporto con un nipote maschio adulto, incasinato ma desideroso di far da sè, ecco che lo trasformano in vecchio zio che lo ha allevato. Ma perché? Anche qui cosa cambiava a lasciare l’originale? E’ davvero una modifica inutile, fuori senso e pretestuosa.

Queste sono le scelte a monte che io non ho condiviso e che sono assolutamente pretestuose e immotivate.

Il cast è accettabile, nel senso che sì mi immaginavo quel determinato attore per Ampelio e non mi aspettavo che alla fine anche Timi potesse essere credibile, anche se la toscanità che pervade il libro è un po’ forzosa, finta e poco spontanea proprio come se fosse una parte di un copione da imparare.

Ecco quale è il vero difetto del telefilm: finto. E’ girato, montato e sistemato come se fosse un video dei Manetti Bros che apprezzo in videoclip e anche in qualche film, ma che in questo contesto sarebbero stati fuori luogo. Ecco la parola giusta: fuori luogo. E’ fuori luogo il cambiamento dei dettagli; è fuori luogo un certo modo di fare fintamente toscano; è fuori luogo il muoversi esagerato, mentre quando salta fuori la recitazione per dover dirimere la vicenda si vede che dietro ci potrebbe essere altro potenziale molto superiore, ma volutamente non è stato usato.

Questo telefilm è un fumetto mal riuscito che soprattutto non emoziona.

Volevamo un altro Montalbano in salsa toscana e invece ci siamo più avvicinati a “Carabinieri” prima serie (ancora accettabile da guardare). Certo raggiungere il livello della serie di Montalbano è difficile, ma un tempo noi Italiani facevano con facilità quel tipo di telefilm, scegliendo non solo attori bravi, ma anche registi e sceneggiatori con attributi e talento. Col tempo ha vinto la filosofia del “Grande Fratello” e abbiamo perso Cinecittà e le sue maestranze, quindi ora che avevamo un altro prodotto valido, lo abbiamo imbastardito perché fosse pop.

Prima di vederlo, mi era capitato di sentire un’intervista a Malvaldi su Fahrenheit, su radio 3, e ammetto che lui è stato un signore, visto che alle domande sulla serie e alle critiche minime che facevano al prodotto lui ha risposto splendidamente, senza però dire nulla, però l’imbarazzo un po’ si sentiva. Non so se è perché il suo potere contrattuale è stato reso vano o lui non abbia creduto di poter valere quanto un Camilleri, ma di certo in quel telefilm io non ho visto la sua mano.

Ho registrato anche l’altro episodio (e sembra che ne faranno altri perché hanno avuto successo… ) e di certo lo guarderò per capire se tutta la serie ha perso la trebisonda o solo un episodio. Mah…

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“Harper’s Island”

it.wikipedia.org/wiki/Harper’s_Island

Wikipedia mi dice che rai2 aveva trasmesso questa serie ben 4 anni fa, ma io non penso che sia così tanto tempo fa che ho intravisto questa serie ad un orario orrendo. Ma io non ho molto senso del tempo e quindi potrebbe anche essere.

Comunque adesso è stata replicata su Giallo al venerdì sera dalla prima serata. Due o tre puntate e via la serie è scivolata come niente fosse. Ammetto di essermi persa qualche puntata qua e là (visto che ogni tanto ho anche una vita sociale normale), ma non mi sono persa il senso della vicenda anche se…anche se…qualcosa mi sfugge.

Per farla breve è una specie di vendetta all’ennesima potenza splatter con modalità alla “Dieci piccoli indiani” di A. Cristie.

I personaggi sono monolitici e, tranne qualcuno, abbastanza odiosi e con la moralità un po’ discutibile (la scena dei soldi è emblematica), ma le ragazze vincono il premio “urlatrici da film horror”: ho dovuto abbassare l’audio a volte.

La trama è semplice. Due giovani fidanzati decidono di sposarsi ad Harper’s Island dove lui ha vissuto per tanto tempo, ma il loro matrimonio non si riuscirà a svolgersi per il susseguirsi incessante e devastante di morte di ogni personaggio e invitato. Punto. O meglio: scopo della vicenda diventa non solo salvarsi la vita, ma anche scoprire perché e se il tale è lo stesso assassino che anni prima aveva ucciso un po’ di persone impiccandole all’albero più grande dell’isola (ho intuito il perché di questo primario omicidio seriale però posso essermi persa dei pezzi). Quindi è prendere un film x horror di serie z e moltiplicarlo per 13 puntate. Perché ho continuato a guardarlo allora? Perché scoprire la motivazione di omicidi così gratuiti mi solletticava di più che guardarmi la cronaca nera o la politica anche il venerdì sera.

E arrivi alla fine che, eliminate oramai tutte le pedine in gioco, capisci chi è o sono gli assassini e rimani basito. Ma da bo’? Veramente? Va bene il colpo di scena, ma davvero non c’è un serio motivo se non la pura follia del cattivo scoperto: follia e cattiveria assolutamente gratuita e giustificata fino a un certo punto.

Con occhi critici posso dire che la serie è troppo lunga e tirata per i capelli per la trama che c’è sotto. Che si poteva fare un bel film (magari c’è e io non lo so) tagliando, sistemando e spiegando meglio il tutto. Unico personaggio che terrei ma che farei morire in atroci sofferenze è la bambina che è veramente odiosa e indisponente. Okkei ha subìto tutti i traumi del mondo, lo shock l’ha resa insensibile, ma non capire che dire la verità in quel frangente significa la vita e che se le persone muoiono lo fanno davvero è sinonimo di intelligenza e il contrario di perversione.

In più il tema dell’isola isolata e inarrivabile (a un certo punto tutte queste isole diventano buchi neri in mezzo al triangolo delle Bermuda tempestato da Katrina) è oramai troppo abusato nel panorama della serialità, ma sempre veramente poco sfruttato…tanto vale ambientarlo in alta montagna. Anche se devo ammettere che qui tutti gli ammennicoli legati alla nautica e alla pesca hanno dato il loro senso.

Vabbè, è andata. Non ci spenderei una seconda visione, anche solo occasionale. L’ho visto, è archiviato, vabbè.

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“Warehouse 13”

Il passaggio al digitale è una grande fregatura nel senso che se un passerotto starnutisce in Antartico (povero, c’è freddo!) tu non vedi più nulla. ma se va tutto bene l’offerta aumenta. O meglio dovrebbe aumentare; si spera che aumenti.

Rai 4 per esempio è un caso positivo di mamma Rai (come Rai5 devo ammettere, mentre nelle altre ci sono spesso repliche di programmi già trasmessi anni prima nelle prime tre) e ogni tanto ci sforna delle chicche e per chi è appassionato di fantascienza a più livelli può godersi un po’ di belle serie: Battlestar Galactica o il dottor Who per citarne due.

Fra le tante serie di fantascienza, un po’ steampunk e un po’ paranormale, ambientata nei giorni nostri, c’è il bel prodotto “Warehouse 13”.

Per chi è appassionato anche di fumetti italiani saprà che in “Martin Mystere” c’è la fantomatica Altrove dove la magia convive con la tecnologia e gli artefatti vengo immagazzinati perché non influiscano con la loro contemporaneità.

Qui è molto simile: due agenti, ex poliziotti (diciamo che sono stati trasferiti dai rispettivi reparti per seguire questo magazzino) che fanno il lavoro sporco; un capo dal passato misterioso, che sa usare qualsiasi strumento affinché la missione data vada a buon fine; una segretaria serafica e anche lei misteriosa. Più una serie di comprimari più o meno impegnativi sia come aiutanti che come antagonisti.

Ovviamente tutto è incentrato all’avventura, la ricerca, ma anche alle vicende personali dei protagonisti che crescono nel tempo, devono imparare a fidarsi gli uni degli altri, devono affrontare il passato e valutare come comportarsi in futuro.

I personaggi sono ben delineati e rimangono sempre all’interno del loro topos di riferimento (il poliziotto bello e palestrato, un po’ superficiale; la bella poliziotta che però deve sempre essere la più brava della classe; il genio dell’informatica; il pacere e cose così), senza però mai essere noiosi o banali.  La storia d’amore fra Pete e Myka si intuisce da subito, si parteggia, ma poi…beh è sempre il solito casino, se no tutto sarebbe troppo scontato e veloce.

Il punto forte è che qualsiasi nerd può riconoscere più o meno velocemente gli artefatti da ricercare, ottenendo per ogni puntata una serie di omaggi forti e sentiti ad autori letterari, scienziati, miti e leggende, vedendole finalmente “dal vero”.

Purtroppo la programmazione di Rai 4 permette sempre di poter vedere oramai fino alla noia la prima serie, qualche puntata vaga della seconda serie e della terza non ho sentore. Ecco…vorrei discuterne, ma poi viene il sangue amaro. Purtroppo la serie viene trasmessa al pomeriggio e con orari che privilegiano esclusivamente il pubblico giovane (oh giovani nerd pagherete per questa vostra indisponenza!), mentre il pubblico un po’ più adulto deve ricorrere allo streaming o a registrarli o a farsi trovare a casa…

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“2 Broke Girls”

Mi sono imbattuta in questo telefilm su Italia 1 a un orario improponibile di solito nel fine settimana e fra il sonno e il sogno riuscivo sempre a godermi solo una parte della puntata. Ora per mia fortuna il telefilm è stato riproposto sulla stessa rete, ma a un orario comodo.

La storia è surreale, improponibile, in puro stile americano (sogno americano, bassifondi con tipi strani e positivi, volere è potere…), con due protagoniste che sono allo stesso tempo agli antipodi come vicinissime.

Cosa è che mi piace?

Prima di tutto il personaggio di Max. Cinica, ma dal cuore tenero e soprattutto, malgrado quello che dice, pronta a mettersi in gioco nella vita come in amore. Ha bisogno di una spinta e quella ce la mette sempre Caroline che d’altro canto ha bisogno di essere rimessa coi piedi per terra. Il cinismo e le battute di Max sono cattive, provocatorie, ironiche e irriverenti, ma non superano mai la soglia della volgarità. Mi piace! In più ha un fisico mozzafiato e una sensualità un po’ sfacciata, ma che ci sta.

Anche Earl è un bel personaggio. Un classico. Ci vuole qualcuno di una certa età che rappresenti un po’ la coscienza, un po’ la famiglia, un po’ gli avi e faccia gli occhi dolci alla bella di turno, in modo assolutamente innocente.

Il telefilm dura anche poco e mi ricorda molto il formato delle strisce dei fumetti, un po’ un intervallo dalla monotonia sia quotidiana che del panorama dei serial tv. Non ha pretese di obbligare lo spettatore seguire la serie per ricordare cose e personaggi (anche se le loro vite vanno avanti e bisogna un po’ capire come mutano i rapporti fra i protagonisti o perché a un certo punto spunta un cavallo nel minuscolo giardino di Max), ma lo ammalia ricordandogli che nella vita ci vuole buon umore. Un telefilm buonista? Forse o forse no. O meglio è Americano con la A maiuscola e lo dice forte e chiaro, ma nella sua visione anni ’50 in cui tutto è un po’ ovattato. La critica alla società (soprattutto nel personaggio di Peach) è lì dietro l’angolo, è buttata in faccia, ma poi relegata come le riviste di gossip dal dentista o dal parrucchiere. Forse, ad analizzarlo bene, è la lotta del dire le cose in faccia contro l’ipocrisia, dei piccoli contro gli squali, tutto visto dalla parte dei piccoli (sì, ma non perdenti).

Cosa mi aspetto dalla serie? Assolutamente nulla! E’ questo il bello! So che il loro scopo è aprire una piccola ditta dolciaria e ogni episodio permette loro di guadagnare i soldi necessari per arrivarci, ma non c’è la tensione, manco la tragedia. E’ una mezz’ora di puro relax, quattro risate anche a denti stretti, qualche appunto sulle battute da reciclare e vedere dove andranno a parare questa e la prossima volta.

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“Made in Jersey”

Secondo round di stiraggio nella stessa giornata e non me la sono sentita di guardare un altro film, quindi mi sono affidata a Fox e mi sono ritrovata a guardare questa serie. Non era la prima puntata, ma la volta scorsa diciamo che la ascoltavo con un orecchio e poi giochicchiavo su facebook, ora invece ho potuto seguirla.

E dopo aver stirato un sacco di roba, ho potuto apprezzare la sua totale leggerezza, ma poi finisce qui il mio apprezzamento. La protagonista è fin troppo brava, bella, intuitiva e fortunata: un Gastone Paperone in gonnella e in tribunale. Noia. Sa fare tutto, ha appoggi ovunque (e un modo di fare che deve essere la parodia di un mafioso italo americano che millanta agganci in ogni angolo), tutte le vogliono bene e tutti la adorano (o pensano a peggio, ma in questa serie no, perché è molto pudica. Anche se le gonne sono corte). Ha una famiglia disastrata, ma sono tutti buoni dopo aver urlato solo per poco. Lei sbatte gli occhioni e tutto a posto.

Non c’è la legge di “Law & Order” o nel più leggero “The good wife”, non c’è ironia come “Castle” o “Bones” e nemmeno la carica erotica amicale. Lei assomiglia esteticamente (e questo vuol dire su o come sono le italo americane oppure che stereotipo ci sia) un po’ a Francesca de “La tata”, ma non ne vale nemmeno un orlo di abito succinto.

Nel link di wikipedia c’è scritto che è stato sospeso dopo una serie (in realtà guardando gli episodi, 8, ancora prima) e ne vedo la ragione, ma poi mi chiedo il perché ritrasmetterlo in Italia. O meglio lo so, visto che la Fox ha i diritti almeno che li sfrutti usandoli il più possibile, ma poi spera che da qualche parte faccia così tanto furore da poterne finanziare una seconda serie? Vabbè. Per fortuna che lo hanno fatto vedere in estate…

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