Non permettere al Nulla di vincere.

I social network ci impongono di essere diversi dagli uguali, alternativi per essere notati, bulli quando non sappiamo essere censori, controcorrente quando non abbiamo un pensiero nostro. I social network sarebbero il male, tirerebbero fuori il peggio di noi stessi se non fosse che alla fine noi siamo sempre noi se abbiamo un minimo di personalità formata. Perché questo cappello introduttivo? Per dirvi che a volte mi prende la stanchezza a leggere gli schieramenti opposti di chi piange per una star morta e chi li disprezza per finto cinismo da quattro soldi; per dire anche che alla fine il mio consultivo di fine 2016 (e non ne ho mai fatti sul blog perché non mi viene spontaneo) vuol parlare di chi ci ha lascito.

Il 2016 viene considerato come un’ecatombe di star, magari con altre che si stanno toccando parti varie a modo apotropaico. Non possiamo dire altrimenti: iniziati con la perdita del Duca Bianco, siamo ad ora con Debbie Reynolds che ci lascia dopo la morte della figlia Carrie Fischer qualche giorno fa. E nel mezzo tanti altri…ma veramente tanti, più di quanti le malattie e le età avrebbero potuto pensare. Se perdere un personaggio come Bud Spencer era nell’ordine delle cose vista l’età, perdere Prince ci colpisce perché ancora giovane. Tanto per dire. Ah già ma era un tossico…ah già un cazzo (scusate il francesismo)! A 53 muore George Micheal e alla fine gli anni ’80 finiscono per sempre e allora che si fa?

Già…che si fa?

E nel mentre leggo i commenti, i lai, i pianti, le discussioni a cavolo, il “mio cantante era meglio del tuo” e blablabla…concludendo con un “siete tutti noiosi e banali, la gente muore ovunque e voi piangete solo per un nome famoso. Pensate all’Africa o ad Aleppo.”. Già la gente muore, che banalità. Già, la morte è la cosa più normale del mondo. Già, pensiamo all’Africa da quando siamo bambini e ci dicevano di mangiare tutti perché i bambini là morivano di fame (nessuno di noi ha mai capito la correlazione, ma è un pilastro della nostra educazione di figli del ’70-’80). Eppure tutte queste correlazioni stonano.

Stonano perché il mondo è sempre stato in guerra, solo che un tempo non lo sapevamo; sarà sempre in guerra e forse noi non lo verremo a sapere; muoiono ogni giorno uomini e donne e noi non possiamo fare nulla. Ogni giorno. Muoiono per le più disperate condizioni di vita. I tg sono pieni di notizie di tal tenore a tal punto che oramai siamo assuefatti alla cosa: la morte di grandi numeri oramai non ci tocca più.

E allora perché piangiamo per la morte di una star? Perché siamo ebeti dirà qualche buona testa pensante con la verità in tasca. Ebeti ci saranno loro! Piangiamo per la morte di una star perché quella persona ci ha dato ricordi, emozioni, sensazioni, ha dato corpo ai nostri pensieri o ai nostri eroi. Muore uno scrittore e, pur sapendo che le sue opere saranno sempre con noi, muore la sua inventiva e la sua capacità di toglierci dalla testa quello che proviamo. Muore un cantante e non averemo più nuove canzoni per accompagnarci nella nostra vita, come era successo fino a quel tempo. Muore un attore e il suo volto non ci porterà più per quelle lande sperdute che sono la nostra immaginazione incarnata. Vorrei dire che muore l’arte, ma non è così. Non deve essere così, perché come si legge in “Peter Pan” o si vede nel film “La storia infinita” se non crediamo più nelle favole o nei racconti la fantasia muore per sempre e a noi cosa rimarrà? Il nulla. E il Nulla non può vincere.

Siamo egoisti, bambini egoisti che vogliono ancora farsi raccontare ogni notte la favola, quella favola, da chi amiamo. Allora non possiamo immaginare di non sentire più dal vivo una voce cantare, vedere un corpo recitare, leggere le parole sul foglio bianco prendere vita; non possiamo credere che i nostri bardi personali ci lascino per finire anche loro la loro vita e le loro tribolazioni; li vogliamo sempre con noi; li manipoliamo a nostro piacimento facendogli dire che era così e così; li ricordiamo solo per quel singolo episodio o personaggio perché a noi hanno parlato più che altri. Siamo bambini egoisti, ma non possiamo essere diversamente perché siamo avidi e curiosi di sapere, vedere, capire, conoscere, essere stupiti e stravolti: siamo vivi. Ed essere Vivi è l’unico modo per contrastare la Morte.

Se lasciassimo che la Morte distruggesse anche quello che gli artisti ci hanno lasciato, il Nulla prenderebbe il sopravvento e non avremmo nessun sostegno per superare la Realtà che ci circonda che è fatta di delusioni, morti, abbandoni mischiate a gioia, vita, successi, amicizia e tanto altro. Quindi piangiamo i nostri “cari” illustri, come se fossero di famiglia, ritiriamo fuori gli album, i libri, i dvd e li rifacciamo rivivere. Beati loro che possono rivivere..

Chi ha lasciato questo mondo può continuare a vivere solo con le parole che ha detto al Mondo in un modo o nell’altro e se noi li dimenticassimo non avremmo più senso come esseri umani senzienti. I romani temevano l’anonimato anche in morte e aveva ragione: chi non viene ricordato, non è mai esistito.

Il 2016 ha cercato di farci cancellare tutti i nostri ricordi, ma sta a noi dire che se la può mettere anche in saccoccia perché chi muore fisicamente, vivrà in eterno nei secoli. Tiè!

Una raccomandazione agli snob da poltrona e col cinismo nel sacchetto: li avete anche voi gli idoli, quelli che vi hanno sostenuto nei momenti bui e accompagnato in quelli esaltanti, quindi state buoni e calmi; nel caso non li aveste siete il Nulla e come tale valete.

Buon 2017.

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I Queen vivranno per sempre.

“Metro 2033” di Dimitry Glukhovsky

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recensione di goodreads

Primo libro post apocalittico letto con la coscienza che lo sia davvero. Mi spiego meglio. Il genere non è uno di quelli che mi interessa a primo acchito forse per quel senso di disperazione che si pensa debba pervadere tutta la vicenda, forse perché alla fine è qualcosa che cambia la visione del futuro. Eppure non è la prima opera di questo genere che ho guardato, ecco guardato, perché alla fine di post apocalittico ho visto con piacere la serie dedicata a Mad Max e soprattutto da bambina ho amato il cartone di Hayao Miyazaki “Conan il ragazzo del futuro“. Che cosa differenzia un romanzo di fantascienza da uno post apocalittico? Bhe quell’apocalisse che ci sta in mezzo, anche se a volte il futuro nella fantascienza è molto vicino per condizioni climatiche e di abbruttimento sociale a un post qualcosa. Più leggevo questo romanzo e più cercavo di cogliere le differenze fra i generi,  che ci sono mancherebbe altro, ma a volte si mischiano con il fantasy o con non so cosa: le classi sociali, le micro culture che sembrano tribù, i miti ancestrali come rilettura della storia, la guerra, la povertà, la carestia, il senso di pericolo imminente, il diverso. In un fantasy il diverso a volte è un’altra razza esistente e conosciuta, qui invece è la metamorfosi dell’uomo dopo i danni delle radiazioni.

Arriviamo al romanzo a questo punto. Abituati come siamo a letterature di stampo anglosassone ritrovarmi ancora in Russia (dico ancora perché di certo la saga dei Guardiani è il paragone più forte che ho, ma cosciente che altri romanzi russi moderni mi sono capitati stranamente fra le mani) fa strano, perché è evidente il loro orizzonte circoscritto e non messianico (gli americani hanno la visione americocentrica messianica di salvatori del mondo), una sorta di auto chiusura al mondo. Lo si vede anche, scusate l’intermezzo ludico, quando giochi a “Sine Requie” in cui la Russia viene trasformata in una tecnocrazia spinta isolata dal resto del mondo come un gigante ferito e incazzoso. Ecco, nei libri la sensazione è la stessa. Qui la popolazione sopravvissuta all’olocausto nucleare è rintanata nel dedalo della metropolitana, divisa in stazioni e clan, mischiate fra loro e in continuo contrasto, mangiando carne di ratti (o di maiali allevati sotto terra) e bevendo tè di funghi. E all’esterno i Tetri o i mutanti o quel che è, ma comunque altre razze ostili pronte a predare gli umani.

In tutto questo casino umano si muove il nostro eroe protagonista Artyom che ne vive più lui che tutti quanti noi messi insieme, muovendosi fra una stazione e l’altra per compiere una missione a cui è stato chiamato, venendo a contatto con molte di queste società viventi nella metro e uscendone ogni volta vivo e vegeto anche dopo aver subito le peggio cose. Lui è l’eletto. Lo abbiamo capito subito e non c’è punto in cui, in un modo o nell’altro, questo non venga ribadito. Un po’ troppo. Questo è il vero punto negativo di certi tipi di libri: l’eletto troppo fortunato. Certo, mi potrete dire che subisce questo e quello (non faccio spoiler), che vede morire quello e l’altro, ma capite bene anche voi che è un cliché tipico di una certa epica narrativa, ma che non bisognerebbe abusarne per facilità di resa. Ulisse in 20 anni ne vive di cotte e di crude, ha gli dei dalla sua parte, fa danni come pochi (si metta a verbale che io lo adoro, ma cacchio è curioso e dannoso come pochi!), non ubbidisce, ma riesce a salvarsi non solo per il solo intervento divino, ma anche per il suo ingenio, la sua volontà e la sua capacità di sfruttare le doti dei suoi compagni (vogliamo ricordare la fine di Polifemo?). Invece in molti romanzi moderni l’eroe ha una fortuna sfacciata e un sacco di comprimari che muoiono come le mosche per permettere a lui di vivere e capire. A volte è un po’ troppo.

Il libro fa parte di una trilogia e questo è sicuramente il volume introduttivo ed è questo il suo vero difetto: leggere più di 700 pagine e avere un atlante di luoghi, tribù e situazioni, seguendo il protagonista che va da una parte all’altra. Punto. Succede di tutto ovviamente, ma la sensazione è che succeda per farci vedere a noi cosa c’è; manca quel pathos narrativo di chi va da un punto A a un punto B perché deve fare qualcosa, manca quella vicenda veritiera (o verosimile, decidete voi che non è mai verità quando si legge un libro) che fa pensare che quello che si sta leggendo è credibile. Non so, ma non ho trovato vera empatia se non nel finale quando Artyom riesce a concepire la realtà in modo differente da come gliela hanno sempre raccontata e cerca di capire cosa sia successo e cosa si dovrebbe fare.

E il messaggio? Si ha sempre la sensazione che questo genere di libri debbano contenere una morale da regalare al lettore del tipo “se fate così diventerete così e blablabla”, una visione militarista o una ecologista, un modo di far ragionare chi segue cosa è successo; io questo  messaggio non l’ho visto. Lo si metta agli atti. C’è? Può essere, non lo posso escludere, ma di certo è molto soft.

Voto 6 e mezzo. Il libro non mi ha entusiasmato e, come ho detto sopra, leggere 700 pagine per avere una descrizione dell’ambientazione e di chi ci vive è un po’ troppo e soprattutto avere un eletto troppo eletto mi viene un po’ a noia. Mi ha incuriosito quel tanto da vedere se “Metro 2034” riesce a muovere un po’ la vicenda e far circolare meglio personaggi e situazioni.

Scheda tecnica:

Titolo originale: Metpo 2033

anno di pubblicazione:

traduttore: Cristina Mazzucchelli

edizione: multiplayer.it Edizioni

finito di stampare: marzo 2010 presso Grafiche Diemme-Perugia

pagine 779

“Non si preoccupi signorina…”

 

Luogo: al telefono, quindi spazio tempo fra casa mia e la biblioteca.

Quando: dopo pranzo, oggi.

Attori: io e il bibliotecario.

Atto unico.

Prologo:

Io sono in modalità “ho preso troppi libri dalla biblioteca” e quindi mi sto accavallando e chiedendo proroghe a più non posso e incasinandomi anche con le date. Uno dei tanti libri ho anche pensato bene di restituirlo e riprenotarlo per quando tornerà disponibile forse fra qualche mese. A volte lo faccio: è come lo shopping compulsivo solo che è gratis, perché in biblioteca.

La settimana scorsa restituendo il libro suddetto mi hanno controllato la posizione notando che un libro era scaduto. Aiutoooooooo! Poi rifletto e io la proroga l’ho chiesta e me l’hanno anche accettata se ben ricordavo (Beh…io calcolo la frase del bibliotecario “Se non ci sentiamo, il libro se lo tenga da leggere” come un patto fra nobiluomini e gentildonne). Oggi però ricontrollando decido che è meglio chiamare.

“Buongiorno avrei bisogno di una spiegazione.”

“Mi dica.”

Spiego la faccenda.

“Ah, sì me lo ricordo. Non si preoccupi, è l’altra biblioteca provinciale che non ha segnato la proroga mica noi. E no, non si preoccupi non ci sono sanzioni (1). Davvero, nel caso abbiano problemi mi metto d’accordo io.

“Quindi lo tengo fino a fine mese?”

“Lo tenga e lo legga e non si preoccupi. Non ci sono prenotazioni, è meglio che lo tenga lei e lo legga che stia su uno scaffale a prendere della polvere”.

Il patto fra lettore e bibliotecario carbonari è sancito.

Nota:

(1) Le sanzioni ci sono e sono terribili per un lettore più o meno squattrinato: per ogni giorno di ritardo ingente viene interdetto per lo stesso numero di giorni la possibilità di prendere in prestito libri. Ora, se non avessi il bibliotecario dalla mia rischierei un mese di sospensione. Capite? UN MESE!

“Fury” di David Ayer

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Titoli di coda al cinema. Credo che sia l’immagine perfetta per far comprendere il film.

Se siete appassionati di cinema di guerra questo film fa per voi, ma solo se avete intenzione di guardarlo non come una rievocazione di un evento, come il documentario di una storia, il racconto cronachistico di un momento. “Fury” è un film di guerra, ma nell’ottica in cui guarda i soldati, in cui ne scruta i volti, le segue il lento scivolare in un altro piano di vita e morale.

Noi siamo sempre bravi a sederci su una seggiolina del cinema, al caldo delle nostre case e pretendere che il film ci emozioni, a comando, come una scimmia ammaestrata. Quando il film non corrisponde alle nostre richieste allora tiriamo le noccioline contro lo schermo. Perché dico questo? Perché le recensioni a questo film sia su www.mymovies.it che i commenti usciti dal cinema sono stati per me fuori luogo. Questo è un film diverso. Non ha gli schizzi di sangue sullo schermo come “Salvate il soldato Ryan”, che alla fine strizza l’occhio agli amanti dello splatter, non è l’eroismo alla John Wayne che l’epica americana ci ha raccontato, non è il verismo all’italiana, non è nemmeno la critica di Altman (ricordate “M.A.S.H.”?) o di Kubrick , eppure è un po’ tutto questo senza esserlo. Quando mi sono seduta, dopo poco, ho capito che chi raccontava la storia sapeva quel che stava dicendo: è una mera questione di linguaggio. Poi dopo scopro che il regista è un ex-marine. Ecco spiegato tutto.

Chi non capisce questo film, doloroso e splendido, chi si ferma sulle inesattezze ricostruttive, chi cerca il pelo nell’uovo della manovra x sbagliata fatta dal carro armato y, non ha capito questo film. Questo film è nel colore, nella fotografia, nello sporco della pelle e dei vestiti, del senso di appicicaticcio fatto di sudore sangue e morte e ferro; questo film è nei movimenti di sguardo di Brad Pitt (Wardaddy), nell’esagerazione dei gesti di Jon Bernthal (Grady Travis) o di Michael Peña (Gordo), nell’attaccamento salvifico alla Bibbia di Shia LaBeouf (Bibbia) e nella discesa e risalita di Logan Lerman (Norman/Macchina). Perché il film racconta attraverso loro, quello che i non soldati professionisti hanno dovuto subire per diventare soldati professionisti e vincere una guerra. Noi ci sediamo sulla nostra poltroncina, pieni della nostra retorica sulla guerra (qualsiasi essa sia, sia pro che contro), nati in una generazione che non ha visto la guerra, non l’ha subita, non ha visto partire i propri cari e non è partita per il fronte e che al massimo sfoggia i racconti del nonno per far il figo in qualche consesso di intellettuali. Sì, mi spiace essere cruda, ma sono molto stanca di sentire commenti di gente che certe cose non le capirà mai. Quando ci sediamo al cinema e vediamo un film ambientato alla fine della seconda guerra mondiale, non ci pensiamo mai che quei soldati non sono professionisti, non hanno scelto di fare la guerra perché “è il mestiere più bello del mondo”, ma magari erano a fare altro e sono stati mandati al fronte per difendere la patria o perchè era il dovere. Guardare Norman e non capire la disperazione di un ragazzino che aveva studiato per fare il dattilografo e che doveva andare non al fronte, ma seduto a fianco di qualche altro “impiegato” in terreno di guerra, vuol dire non capire il dramma e quindi non capire questo film. Wardaddy che lo obbliga a uccidere un tedesco non è lo stronzo capo che gode della morte, ma è il capitano che sa che ora non si può tornare indietro e che la morte prima la affronti e meglio riuscirai a sopportarla; che lo manda a letto con la ragazzina tedesca in modo che loro due giovani (“Sono vivi” dice e sembra una condanna a morte per tutti gli altri) non è il pappone, ma colui che cerca di preservare la vita a due che non sono pronti allo schifo attorno. Bibbia che si attacca a Dio in modo totale e quasi fanatico è l’uomo che pur uccidendo deve trovare il senso etico a quello che fa, perché se si ferma a pensare non troverebbe altra risposta se non la morte. Si potrebbero fare tanti esempi, ma alla fine o si riesce a vedere il film con questa ottica o non lo si vede e in base a questo si riesce a giudicare.

Menzione particolare per Brad Pitt. Attore che non ho mai amato più di tanto, nemmeno per la bellezza quando era giovane (troppo perfettino), ma che col passare del tempo ha dimostrato attitudini di vero attore. Forse non sarà il più grande drammaturgo o forse il lato comico non è il suo, non so che dire, ma alla fine quando si sporca, quando si “sveste” da se stesso, quando lo guidano perché usi il minimo indispensabile senza mai esagerare, allora comunica davvero. Wardaddy è un gran personaggio, molto fisico, minimalista che ha quel non so che dei personaggi alla John Wayne, ma è altro: costruito come l’uomo tutto d’un pezzo, il suo nome è il punto focale del suo ruolo perché alla fine ogni gruppo ha bisogno di un padre o di un leader, se no muore a seguire il folle capo. Mi è davvero piaciuto, sia il personaggio che come l’attore l’ha reso.

Scheda tecnica veloce:

Regia 8; sceneggiatura 8/9; scenografia 7; fotografia 7 e mezzo; costumi 7; effetti speciali 7; musica 7; cast 8. Voto finale 8. Sono uscita dal cinema completamente travolta e non è cosa che mi capiti (anzi quasi mai capita) e so che film del genere capitano raramente. Guardatelo per gli uomini di guerra e non per la guerra e cercate di mettervi nelle loro scarpe e forse capirete meglio questo film.

Postilla: il film si inserisce nella rassegna cinematografica dedicata ai film della seconda guerra mondiale del Cinema Astra di Parma. A questo link per chi volesse saperne di più.

Andar per mare…

Luogo: Il Libraccio

Quando: stamattina

Attori: io e la commessa.

Due atti.

Prologo

Entro di corsa in libreria, perché ho i minuti contati, ma ho bisogno di prendere un libro. Sapete quando pur sapendo che ne hai tanti di libri da leggere, hai bisogno della coccola, di una nuova coccola proprio quel giorno. Alcuni comprano scarpe, altri vestiti, altri ancora cioccolata e molti comprano libri. Io sono una di quelle persone, anche se ho anche altre cose che mi coccolano. Ultimamente poi faccio fatica a comprare libri, per il semplice motivo che trovo sempre una scusante per non comprarlo (ce l’ha la mia amica, lo prendo in biblioteca, non mi convince, bello ma non ora). Ma torniamo a noi.

Oggi avevo voglia di prendermi un libro a cui giro attorno da quando è uscito: “La vera storia del pirata Long John Silver” di Björn LARSSON dell’Iperborea. Perché? Perché amo le storie di pirati, perché la mia infanzia è costellata di storie di mare. Chi mi conosce sa che disdegno il mare e che mi fareste un torto a portarmici, ma la mia testa e la mia fantasia adorano andar per mare. Per spiegare il fenomeno divergente forse ci vorrebbe un dottore bravo e molto. Comunque sia mi avvicino alla cassa e disturbo la ragazza che sta mettendo a posto i dvd (non amo chiamarla commessa perché al Libraccio non ti vendono solo, ma ne sanno e quello che non conoscono lo cercano. Insomma è un po’ riduttivo chiamarli commessi…).

Atto I

“Scusa, avete questo libro?” e gli mostro il cellulare con l’immagine del libro.

“No, però aspetta che guardo.” e smacchina sul pc.

Faccio la foto da cucciolo abbandonato.

“Te lo posso ordinare.”

“Ecco, non so…io lo volevo ora. Sai quando hai quella sensazione che hai bisogno di quel libro proprio ora.”

Lei sorride. Non so per compassione o per comprensione vera.

Io mi sento scema. Molto scema, ma non posso farci nulla.

“Quindi che faccio lo prenoto?”

“Beh, a questo punto ci penso. Sì, lo so suona strano vero?”

Lei sorride.

Giro per la libreria in cerca di altro.

Atto II

Torno alla cassa con il mio libro da pagare e la commessa di prima sorride e mi guarda e dice:

“L’hai trovato il tuo metadone allora?”

La guardo perplessa e poi sorrido: “Sì, oggi avevo voglia di andar per mare…”

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“Lord Jim” di Conrad

Il Nobel, la letteratura e il tifo da stadio

Oggi è uscito il nome del nobel per la letteratura: Bob Dylan. Apriti cielo!

Oggi è morto un premio nobel della letteratura che a suo tempo fece dire “apriti cielo!”: Dario Fo.

Oggi le tifoserie da stadio della letteratura hanno ammorbato. Come sempre. O meglio a me ammorbano, perché alla fine me ne frega zero dei premi, me ne frega ancor meno di chi li vince, leggo quello che mi piace, quando è il tempo per me e critico i racconti senza guardare in faccia nessuno. E allora perché sono qui ad ammorbare voi? Perché è sera, non ho ancora voglia di spalmarmi sul letto a leggere e perché oggi facendomi un bel viaggio in auto da una parte all’altra dell’Italia sentivo la radio e capivo che oramai non amiamo più leggere se non ci schieriamo pro o contro come allo stadio.

Ascoltare “Fahrenait” di radio rai 3 è stato illuminante per capire come da una parte ci sia la solita intellighenzia snob radicata che giudica dall’altro al basso tutto quello che non capisce e dall’altra quelli che ci provano a sradicare i pregiudizi e cercano di far vedere come, di fronte a un’opera considerata leggera, ci sia invece profondità, studio, attenzione, citazioni, cultura insomma. Oppure ascoltare Bergonzoni parlare di Fo a radio rai 1 sia stato altrettanto illuminante (lo adoro si sappia perché ha il dono della Parola che incanta) per togliere qualsiasi patina di idolatria e riportare l’attore alla parola. E li ascoltavo e ripensavo ai tanti messaggi oggi letti su fb, commenti, no e sì, scandalo e accettazione e mi chiedevo quando abbiamo smesso di essere lettori e siamo diventati tifosi.

Per me il nobel per la letteratura andrebbe abolito. Punto. Devono rimanere tutti quelli che parlano di scienza ed economia, tutti i tecnici ed essere un punto di non ritorno per la ricerca e per lo studio e non per farsi belli agli occhi degli altri. Bisognerebbe anche ripensare il nobel della pace, ma è comunque un modo per metterci la coscienza a posto e quindi, vabbè, ce lo teniamo e applaudiamo anche. Quello della letteratura è inutile. Cosa fa uno scrittore degno? Un’opera? Una serie di opere? E se dello scrittore un libro fa schifo mentre un altro è poesia, come lo consideriamo? E se leggendolo mi sono addormentata? E un Asimov dove lo mettiamo nella letteratura, nella fisica o nella chimica? Ah no, Asimov scriveva di fantascienza quindi gioco forza è di serie B e non può aver scritto nulla che sia fondamentale per lo sviluppo della società…Se sei donna vali meno, di più o uguale, ma comunque non ti votano perché sono vecchi e parrucconi e le donne invidiose e con le doppie punte?

Che cosa rende uno scrittore un pilastro della società e un vate della cultura?

Kafka non se lo filava nessuno in vita, poi è morto e gli hanno pubblicato i suoi scritti ed è diventato Kakfa. Senza un Nobel. Stessa cosa per la pittura per Van Gogh (e se avesse avuto la fortuna che gli ha dato il Dottore nell’episodio a lui dedicato. Guardatelo è qualcosa di semplicemente emozionante. Link. ). Esiste un nobel per la pittura o per la scultura? Boh, eppure sono due linguaggi che fanno la cultura, che stravolgono il pensiero, che fanno il pensiero e a volte fanno anche la società. Eppure… Ci sarebbero tanti esempi di grandi della letteratura che sono diventati tali dopo morte, magari dopo aver fatto una vita in povertà tormentati dal loro talento e oppressi dalla fame; ci sono tanti grandi che sono tali dopo aver svelato il senso della vita alla gente, parlando al cuore, colpendo la testa, distruggendo certezze e creando dubbi, pur non vincendo mai un premio. Si fa cultura non per vincere un Nobel e si legge e si ascolta e si guarda un’opera perché parla a noi, al di là dei premi.

Ha vinto Bob Dylan. Dicono che non sia la letteratura. La musica non è letteratura. Certo è musica, ma senza le parole esiste un tipo di musica, con le parole un’altro. Un tempo la poesia era in musica. Che cosa distingue un poeta da un cantautore? Io non ci vedo la differenza quando la loro metrica racconta, coglie, sviscera, emoziona. De Andrè non faceva poesia? Io ci discuterei per tanto tempo e non mi convincerete mai che egli, nella sua veste di cantautore, non fosse anche un poeta. Ah, già, la musica…le canzonette. Mi spiace, ma anche questo è un becero snobbismo e io non lo reggo. La musica è letteratura in misura in cui usa la Parola per raccontare, per smuovere e per descrivere. Carducci era un poeta e vinse il Nobel, così Quasimodo. Perché non Dylan? Se non avesse aggiunto la musica forse saremmo qui ad osannarlo, ma sono solo canzonette…

Mi spiace, anche oggi ho visto che non amiamo più leggere per emozionarci, ma leggiamo per fare gregge, per fare le groupies di uno scrittore, per strapparci le vesti contro un premio, per dire no sì io però. Non me ne frega nulla di nobel, premio strega, campiello, classici e compagnia danzante, vorrei che i lettori tornassero tali, anche eliminando la sbornia che server come anobii & co e tutti blog e fan page danno a noi di pensare di poter dire la nostra sopra tutti. Vorrei che si tornasse al “mi piace perché” come mi ha insegnato la maestra e poi rimanere sulle nostre posizioni quando gli altri non ci convincono, perché alla fine i libri parlano a noi, punto. Mi piacerebbe avere più scambi di emozioni, leggere di autori poco noti, uscire dalla massa e tornare lettori. Invece vedo pensieri unici schierati e noia…

Oggi ha vinto Bob Dylan, io ho riascoltato “Hurricane” e mi sono chiesta perché non dovrebbe essere letteratura…e se anche non fosse, ma un bel chissene frega no? Alzate il volume della radio, imparate a cantare e a farvi entrare dentro la poesia, poi capirete che esistono canzonette (che fan bene pure quelle) e Canzoni, come esistono libretti e Storie. Tutto resto è pugnetta.

37th AFI Life Achievement Award on TV Land Prime - Show

Stanotte la gente se la gode…

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La splendida edizione della Salani

Stanotte molte librerie staranno aperte per consegnare l’ultimi libro di Harry Potter.

Premettendo che, pur avendo letto la saga, non mi sono appassionata e non lo reputo all’altezza di altre saghe come “Il signore degli anelli” (tanto per citarne una, ma posso mettere la saga dei Belgariad tanto per dire), o al mondo di Discworld, beh sono contenta che la gente faccia la fila per comprare un libro fantasy.
Sì, stasera, mentre io farò altro (magari leggere altro) ci saranno persone trepidanti aspettando di stringere fra le braccia un libro, magari comprando un gadget o magari prendendo anche un altro libro. E io sarò contenta per loro.
Perché sono contenta? Perché faranno girare l’economia, perché prenderanno qualcosa che li renderà felici, perché condivideranno con altre persone un’emozione e in un’epoca in cui tutto passa per il virtuale, anche parlare, il guardarsi in faccia prende un valore ancor più grande.
Purtroppo non tutti la pensano come me e quindi anche oggi mi sono beccata qualche post su fb con risposte semplicemente imbarazzanti.
Disprezzare quelli che fanno la fila perché vogliono condividere con altri di loro un’emozione non vi fa più intellettuali o più lettori, vi rende solo più ciechi.
Ricordo ancora l’emozione di poter vedere il primo film della saga de “Il signore degli anelli”, con il biglietto in mano, con la calca addosso (odio la calca), con il mio vestito fantasy addosso e ridere e scherzare in mezzo ad altra gente come me, con gli occhi brillanti manco fosse la notte di Natale e l’albero pieno di regali più del solito. Ricordo la trepidazione ad aspettare l’ultimo capitolo della saga di Star Wars, talmente alta da non poter andare alla prima per non essere troppo carichi e impauriti da non capire nulla. Ricordo ogni singolo momento e lo ricorderò in eterno, perché è lo stesso di quando bambina un Natale mi regalarono “Lo Hobbit” e mi cambiò la vita.
La mia emozione vale meno perché si tratta di un genere considerato minore? Forse se la si smettesse di criticare e si leggesse ci si renderebbe conto che “minore” sta al fantasy o alla fantascienza, come “pera” ai neutroni.
Un libro, un film o un qualcosa del genere parlano alle persone, non a tutte allo stesso modo e denigrare un fenomeno di massa come quello di Harry Potter è da snob e io non li reggo gli snob. Sono gli stessi che davano degli sfigati a scuola a quelli che iniziavano a giocare a D&D negli anni ’80-’90; oppure che tacciavano di secchioni quelli che conoscevano a memoria non solo le battute di “Star Wars”, ma anche le differenze fra quella saga e la serie di “Star Trek”. Gli snob sono fondamentalmente dei bulli cerebrali, troppo pigri per rapportarsi a un piano fisico o intellettuale pari e troppo pavidi per lasciar perdere e lasciar vivere gli altri.
Dateci un taglio. Siete pesanti.
Siete pesanti perché, per quanto può piacervi o meno una cosa, se non è illegale o immorale o eticamente discutibile il vostro gusto vale quanto quello degli altri: a voi piace una cosa, agli altri un’altra. Possiamo discutere sul perché e sul percome piace o non piace, ma alla fine si rimane sulla questione di gusto personale e su quella non si può questionare.
Dateci un taglio, davvero.
Godetevi i vostri libri, le vostre librerie e i vostri fenomeni di massa (anche certi raduni molto osannati sono banali raduni di massa per gente che la vede nella stessa maniera, sono antri, isole ed enclavi di elitè o di sottogeneri sociali), lodate i vostri autori, fate i vostri urletti da fan sfegatati (ecco io questo lo detesto per tutti, si sappia) quando esce un libro che tanto amate, fate lunghe file per farvi fare l’autografo e fare gli occhi a cuoricino al vostro autore preferito (che a volte manco vi guarda). Non siete diversi da quelli che stanotte andranno a comprarsi l’ultimo libro dedicato al maghetto.
Fatevene una ragione, siete come tutti gli altri, né meglio né peggio, ma come gli altri e prima lo capirete e meglio vivrete e farete vivere gli altri.
Non vi piace Harry Potter? Ce ne faremo una ragione.
Non uscite a comprare un libro a mezzanotte? Va benissimo, vi auguro che alle 21 il vostro letto sia comodo.
Dite che per motivi sindacali da lavoratori (blablabla) non bisognerebbe tenere aperte le librerie oltre al solito orario? Va bene, avete ragione, ma vi prego poi non andate al ristorante oltre alle 21 e se vi manca il latte la domenica fate senza.
Le librerie cavalcano un fenomeno di massa e sperano di fare guadagno. Punto. Le librerie non sono un ente benefico, fanno soldi, lavorano e fanno lavorare e se per una sera decidono di fare una cosa straordinaria, beh non è molto differente di quelle librerie che sotto il festival della letteratura di Mantova tengono aperte per i reading…
Davvero, davvero, calmatevi, rilassatevi, prendete una tisana, un pannetto, un amico o un’amica e fatevi quattro risate: il mondo andrà avanti anche senza il vostro sdegno e magari un ragazzino o una ragazzina stanotte, entrando nel mondo di Harry Potter, capirà la grande magia della lettura e il mondo vero ne gioirà.
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Mosca nel 1941, foto trovata sul web. Fenomeno di massa anche questo da condannare?

“La sostanza del male” di Luca D’Andrea

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Recensione di anobii

Quando leggo un libro, qualsiasi libro, la mia mente inizia a pensare a un voto, un numero per esattezza da 0 a 10, come a scuola; lo faccio perché mi viene naturale, perché è un modo per metabolizzare quello che sto provando durante la lettura, quale è il mio rapporto con la storia. Ovviamente il genere del libro mi tara sul voto e spesso sui saggi mi viene spontaneo esprimermi in termini letterari (buono, eccellente, da dimenticare), mentre la narrativa di qualsiasi tipo mi fa sorgere i numeri. Qui ho dato i numeri ed è stato in calare purtroppo.

Avevo prenotato il libro dopo che in un gruppo di fb di lettori di genere thriller erano rimasti entusiasti della lettura anche se notavano qualche pecca che non hanno giustamente voluto rivelare: lo spoiler funziona nei post quando si avvisa (sì, lo so che tecnicamente così non è più spoiler), in altro modo è solo pura stronzaggine per rovinare la visione a un altro. Certo a volte lo fai a fin di bene, a volte sei solo stronzo. Vabbè, procediamo. Leggo pochi italiani, senza un vera motivazione credibili, e leggo pochissime prime uscite ma solo per casualità: cerco storie che mi convincano e di solito nel tempo mi sono persa talmente tante di esse che mi tocca “recuperare”. “La sostanza del male” è del 2016 e di un italiano: tutto poteva portarmi a detestarlo o a trovare qualcosa che mi facesse allineare con gli altri lettori sul pezzo (come se poi questa cosa mi interessasse davvero..).

Il libro parte bene, ha un impianto non italico, sembra quasi un thriller americano. Un bene, un male? Non so, forse da quell’idea di più ampio respiro che leggere della borgata, del paesino, del mare o della montagna, pizza e mandolino. Questo ampio respiro poi ci porta nel nostro Sud Tirolo e ho pensato che raramente mi era capitato di leggere di quella regione come protagonista o come ottima scenografia. Abbiamo un duo di documentaristi sulla cresta dell’onda e abbiamo una tragedia…ho pensato che fosse un po’ troppo per un inizio, ma la stessa è comprimaria della vicenda e alla fine la si accetta. Dalla tragedia si passa al “solito” passatempo nascosto da parte del protagonista che per quanto non sia un uomo d’azione è un uomo di pensiero e di costruzione di storie: una strage, un fatto sanguinoso che sporca il passato del paese e che nessuno ha mai risolto o voluto davvero risolvere.

Il nostro protagonista, scrittore e investigatore della domenica, invece rischia tutto (e quando dico tutto, intendo quello che viene ritenuto caro per lo stesso, quindi la famiglia), non dice nulla alla moglie, indaga, viene pestato, pesta piedi. E tutto mentre cerca di nascondere sotto il tappeto i casini che fa…ovviamente senza riuscirci.

A questo punto il dipanarsi dell’investigazione mi fa letteralmente stare attaccata al libro e per quanto il mio sonno vinca su tutto, ho smesso di fare altre distrazioni per due giorni e ho letto. Buon segno, mi dico, non deludermi. La lettura si tiene su un buon 8 e mezzo di media: scrittura veloce, senza troppi fronzoli e descrizioni precise puntali; il libro si segue e si immagina benissimo senza salti del montaggio: quando la mia fantasia mi fa vedere quello che accade allora vuol dire che va bene. Dai, ce la possiamo fare, si sfata un mito (pochi autori italiani mi convincono).

La trama avanza e inizia ad arrancare. Inizia a mettere troppa carne sulla brace (carne grossa grossa e antica tanto): perizie, contro perizie, costruzioni, speculazioni, soccorso alpino nascente, famiglie e tradizioni. Ok siamo in montagna, in una qualsiasi nostra provincia italica dove sono più attive le vecchie storie che il wi-fi. Quell’arrancare mi fa subito suonare i campanelli d’allarme, però posso ancora sbagliarmi perché la scrittura non perde colpi, fluisce benissimo, il controllo si vede e forse sono state limate cose ma poco. Mi piace. Poi zoppica vistosamente e la trama inizia a infittirsi, ma soprattutto il nostro protagonista inizia a essere poco realistico. Perché se per buona parte della storia le donne e gli uomini si muovono e agiscono, per quanto spinti da desideri esasperati o a volte sopra le righe (nella narrativa come nei fumetti le regole sono chiare: uomini e donne sono verosimili e non reali, i fatti sono sempre un po’ sopra la normalità, non si stanno raccontando biografie di uomini e donne banali), in modo credibile, citando fatti e situazioni credibili, quindi quando si tirano le somme, si fa il nome dell’assassino e il movente questa regola deve essere rispettata. Invece no. A tre quarti del libro il voto inizia vorticosamente a decadere: da 8 e mezzo si scivola velocemente a 6, per poi concludersi con la fine a un pietoso 5/6. E una domanda: ma chi lo ha controllato, letto, corretto bozze ha creduto che la fine fosse davvero al pari con il resto? O io sono troppo pretenziosa (come mi sento spesso) o chi lo ha letto ha detto che “ma sì, può andare”. Non dico che il libro o la trama non vadano bene così, ma ho come avuto la sensazione che l’autore abbia chiesto troppo, buttato su tanta roba buona e poi avesse avuto paura di chiuderlo con un finale “banale” e quindi ha volutamente esagerato mandando in vacanza la logica umana che, per quanto fallace, certe cose non le fa (tipo che se non sei speleologo e ti butti in una grotta in inverno, se ne esci vivo fai il giro dei santuari di tutte le divinità e non te ne torni a valle sano e salvo. Io sarei morta. Punto. E mi avrebbero anche infamato. E a ragione).

Spiace veramente arrivare a dare un voto appena sotto la sufficienza per non aver creduto nella linea narrativa intrapresa per buona parte del libro. Davvero peccato.

voto: 5/6 Non so nemmeno se consigliarlo davvero, di certo prenderlo in biblioteca è un buon passo per sostenere il servizio, ma non va in aiuto alle librerie, però non mi ha convinto del tutto e mi sento defraudata di una buona conclusione.

Scheda tecnica

anno di pubblicazione:

edizione: Einaudi, Stile libero BIG

finito di stampare: giugno 2016, per conto della casa editrice Einaudi presso ELCOGRAF S.p.A., stabilimento di Cles (TN)

progetto grafico di Riccardo Falcinelli

copertina: elaborazione da foto © Layne Kennedy / Corbis / Contrasto e Steve Collender / Shutterstock

pagine 451

“Ultime della notte” di Petros Markaris

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Recensioni su anobii

Al rientro dell’attività delle biblioteche mi accingo a riportare indietro i libri di luglio con la ferma convinzione che non devo tornare a casa con qualcosa visto che sono piena di cose da leggere. Ma perché continuo a mentirmi così spudoratamente? Mah…

Comunque sia, uno dei libri che mi porto a casa giroclando fra gli scaffali, guardando le nuove sistemazioni e catalogazioni, mi trovo fra le mani questo giallo greco. So di aver letto già qualcosa di lui e di non esserne stata del tutto convinta, che qualcosa non mi aveva del tutto conquistata, ma alla fine all’istinto io non so dire di no e me lo porto a casa. E l’istinto non aveva sbagliato, anche se ho qualcosa da rimproverare.

La vicenda si svolge ad Atene negli anni ’90, considerando che è stato pubblicato nel ’95 ci sta, e ha come protagonista il commissario Charitos, poliziotto al tempo della dittatura dei colonnelli, morale ma antipatico, ora semplice commissario senza ambizioni di fare carriera. Gli capita fra le mani quella che sembrerebbe una grana piccola, il doppio omicidio di una coppia di albanesi, qualcosa che si risolve buttando addosso a uno la patente di assassino passionale, se non fosse che qualcosa gli scoppia fra le mani e due omicidi si aggiungono alla lista e un traffico internazionale spalanca le sue porte. Qualcosa che sembra più grosso di quel che è e che soprattutto non pare risolvibile se non sbattendo la faccia contro le porte chiuse del vero malaffare. Insomma un fatto di cronaca verosimile.

Il libro si legge bene, scorre che è un piacere (per me, di questi tempi, finire un libro in 3 giorni è un risultato più che positivo e sconvolgente), come si suol dire “si fa leggere”, ma non mi ha convinto del tutto.

Primo non mi è piaciuto per niente il commissario. A bocce ferme non è facile fare un protagonista diverso dal solito, cercando di non andare a finire non tanto nel filone dei grandi investigatori (Holmes, Poirot e Nero Wolfe tanto per dirne tre con tre caratteri forti), o non fare la solita figura paterna o buona e un po’ fessa; fare un investigatore duro e scafato e poco gentile è qualcosa di nuovo (per l’epoca credo di sì, per adesso non so), fare il duro con i difetti dell’uomo normale, insomma fare qualcosa di “credibile”. Peccato che a me è sembrato stucchevole e macchiettistico con la sua mania di leggere solo dizionari e “schifare” la lettura normale, con la sua tirchieria a orologeria (con la moglie sì, con la figlia mai, con sè stesso a caso), il rapporto con la moglie da due persone da poco (Adriana è pesante e ha tutti i difetti macchiettistici della donnetta che sta attaccata o alla tv o ai fornelli senza altro pensiero più o meno critico nella testa e che sa manipolare il marito per ottenere quello che vuole, non capendo che a sua volta lui la manipola per lo stesso scopo); ha un rapporto scontroso con superiori e inferiori, senza spiegare perché lui dovrebbe in qualche modo essere meglio di uno o dell’altro, visto che alla fine non lo è per nulla. Non dico che per forza il poliziotto debba essere buono e attirare le simpatie del lettore, ma se deve essere uno stronzo lo deve essere credibile e non fastidiosamente piccino a tratti, ma rivelando acume e capacità gestionale alla bisogna. Insomma mi è parso falso o stridente in alcuni passi.

Secondo punto: la risoluzione. Senza svelarvi nulla, o almeno cercando di non farlo (nel caso, se temete, saltate questo pezzo), cercherò di farmi capire. Per quanto dopo averci ragionato su ritengo che non ci potesse essere altra soluzione che quella descritta dall’autore (ok, non sto dando nessuna medaglia credendomi chissà chi, mi trovo solo d’accordo con le scelte fatte, mi inchino a chi ha capito che andava bene così), devo ammettere che quando ieri l’ho finito a pranzo ci sono rimasta un po’ di merda. La soluzione, anzi la risoluzione di tutti i nodi che si sono intrecciati più o meno inspiegabilmente, è semplice, quasi “banale”, mentre il climax che ha portato il lettore a seguire i vari filoni è in crescendo sempre più: abbiamo l’intrigo internazionale, i camion che fanno spola fra gli stati europei, giornaliste morte a seguito di una indagine, organi e bambini venduti al miglior offerente, insomma roba grossa e tutto si risolve…no, non ve lo dico, tranquilli. Alla fine la cosa che non mi ha convinto, in realtà mi ha solo lasciato l’amaro in bocca, alla stessa maniera di quando leggi di cronaca nera e leggi le motivazioni misere che spingono certe persone a ucciderne altre.

Voto: 6 e mezzo Quando un libro mi lascia dubbi difficilmente arriva davvero al 7, ma non posso dire che non sia stata una buona lettura, anche da consigliare. Leggere un secondo della serie? Non lo so, forse sì, ma credo che Charitos potrebbe continuare ad essere fastidioso e non so quanto ne ho voglia di affrontarlo.

Scheda tecnica:

Titolo originale: Nυχτερινό δελτίο

anno di pubblicazione: 1995

traduttore: Grazia Loria

edizione: Romanzo Bompiani

finito di stampare: maggio 2000

copertina: di Carla Moroni, foto di P.Turner/Image Bank; P. Miller

pagine 343

“Il trio dell’Arciduca” di Hans Truzzi

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Guardatevi il video di youtube di cui qui metto il link . Ma a fine lettura 😉

Più che un poliziesco, sembra una spy story. Più che un romanzo, sembra un omaggio di un buon studente al suo professore di scrittura. Non posso dire che non mi sia piaciuto questo libro, ma di sicuro mi ha lasciata insoddisfatta perché mi aspettavo forse qualcosa di diverso da quel che è. Di certo al pensiero del poliziesco mi immagino una serie di eventi che coinvolgano da un lato un poliziotto o un gruppo e dall’altra il cattivo di turno, come se fosse una vera caccia al tesoro; oppure qualcosa che si avvicini al concetto di svolgimento di un ipotetico caso di cronaca nera. Poi penso al giallo classico e mi frega sky con il suo canale dedicato ad Agatha Christie e mi viene in mente l’investigazione di Poirot. Leggo questo veloce libro e sinceramente non riesco a capire.

Lo prendiamo come un romanzo dedicato al pre prima guerra mondiale, al racconto degli eventi, dell’atmosfera, delle situazioni che si svolgevano e si intersecavano nell’impero austroungarico e le nazioni vicine: e allora è comprensibile anche se molto simile a un bignami senza emozione. Allora lo prendiamo come un omaggio a Nero Wolfe  (ops! mi è scappato, ma alla fine è un segreto di pulcinella fidatevi) da parte di uno scrittore che credo abbia in casa un “altarino” letterario dedicato a questo mastodontico e infallibile investigatore: buono, ma di certo non lo possiamo far passare per un romanzo.

Non so, forse sono troppo dura ma per quanto riconosca all’autore la capacità di scrivere con passione, senza troppi fronzoli, andando al sodo della faccenda; per quanto tutto scorra molto velocemente (anzi troppo velocemente) e i personaggi si muovano fra loro come al ritmo di un valzer viennese (sottofondo della canzone di Battiato, please!) anche se sembra un polveroso valzer, leggerlo non mi ha emozionata. Ho perso il ritmo più volte, ho perso anche la cognizione della situazione (e ciò mi lascia sempre infastidita perché, se non è Deaver che lo fa apposta, di solito è segno di mia distrazione dovuta a non aggancio con quello che sto leggendo) e soprattutto mi ha ricordato troppo spesso un altro libro che ho letto: “La regina d’inverno” di B. Akunin o comunque la sua serie e il suo protagonista Fandorin. Il protagonista giovane e talentuoso ma introverso che non viene molto stimato da superiori invidiosi, un impero al disarmo, il nemico alle porte e belle donne di spettacolo. Quando leggo un romanzo, una storia, un qualcosa trovo insopportabile che la lettura mi riporti ad altri romanzi, storie di altri autori non collegati; se Truzzi avesse ricollegato questo ad altri gialli di Stout non ci sarebbero stati problemi, anzi, ma così non mi convince. I personaggi poi sono poco approfonditi, quasi abbozzati, lasciati sul fondo quasi che debba essere il senso della decadenza a colpire il lettore. Il giallo o la vicenda investigativa poi è confusa, nata dal nulla e proseguita solo per interesse del protagonista (il quale sembra poi essere stata scaraventato nel tutto senza una vera motivazione), come se non avesse un inizio, anche se ha una fine scontata.

Insomma per quanto riconosca che l’idea è buona, lo svolgimento è mediocre e se fossi stato l’editore avrei chiesto all’autore di rimpolpare un po’ la vicenda e credendoci di più. Mi spiace davvero, anche perché è stato il consiglio letterario di un amico di cui stimo il giudizio, ma si vede che abbiamo bisogni letterari diversi e il mio è la ciccia intorno all’osso da scarnificare, mi sa. Siccome so che ci sono altri suoi libri, voglio dare il beneficio del dubbio proprio per rispetto del gusto del mio amico e vedere se sono io troppo noiosa o esigente da non apprezzare certi libri o un certo modo di scrivere.

Voto: 6 Per quanto non mi abbia convinta o accalappiata non posso dire che non sia un buon libro. Provatelo e poi mi sapete dire la vostra.

Scheda tecnica

anno di pubblicazione: 2014

edizione: Bollati Boringhieri

finito di stampare: aprile 2014 stampato in Italia da Grafica Veneta S.p.A. di Trebaseleghe (PD)

copertina: illustrazione ©Lee Avison / Trevillian Images

progetto grafico: di copertina Di Pietro Palladino e Giulio Palmieri

pagine 158