“Yeruldelgger” di Ian Manook

Era in lista da un po’, da quando era uscito credo, ma solo questo mese mi è capitato fra le mani andando in biblioteca (una buona infornata a questo giro, visto che in un colpo solo mi sono portata a casa tre libri che volevo assolutamente leggere e di cui vi parlerò a breve). Mi incuriosiva sapere come si investigava dall’altra parte del mondo e soprattutto su che cosa e in che modo: quanto sono diversi da noi questi mongoli dal fascino esotico e chiusi nelle nostri menti in un passato glorioso e perdente. Ci si immagina di avere a che fare con Genghis Khan e la sua corte in jean e maglietta? Non lo so, so che dopo aver letto “Il Totem del Lupo” di Jiang Rong l’Orda d’Oro si è spogliata nella mia testa di ogni orpello per cadere, purtroppo, nella desolazione della contemporaneità che tutto distrugge. So anche che da questo libro avevo anche grandi aspettative proprio perché cercavo di ritrovare quel senso di resilienza di cui avevo captato il sentore dalle parole di un mio amico appena tornato per la seconda volta da quelle terre. So di non essere stata del tutto esaudita.

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recensione di goodreads

Di certo da un romanzo giallo, da un’investigazione non ci si può aspettare che faccia l’affresco preciso e antropologico dell’ambiente in cui si svolgono le cose, ma quello che ho sentito leggendo è stato un superficiale raccontare cose viste o vissute e mi sono perplessa da sola. Ho cercato di capire qualcosa in più dell’autore perché da alcune descrizioni (proprio in virtù delle foto appena viste del viaggio del mio amico) e da alcuni dettagli si capisce che conosce quello che racconta, ma è come se non lo sentisse. Questo è un discorso che mi capita spesso di fare con Amici su come il senso delle cose lo puoi capire solo se lo hai davvero vissuto nel profondo, quando ti sei così tanto sporcato da non sentirne più nè l’odore nè vederne la macchia: lo fai tu, lo vivi, lo respiri e tutto ti viene così naturale da non saperlo spiegare agli altri se non invitandoli a viverlo a loro volta. Vale per un sacco di cose dalla filosofia alla religione, dal paese in cui si vuol vivere al cibo che si ingurgita, dai libri che si leggono alla musica che si ascolta. Non voglio fare un discorso filosofico su un testo che di filosofico ha ben poco, ma mi ha colpito questa sensazione di non riuscire ad afferrare totalmente la comunicazione inconscia dell’autore e del perché si svolga in un paese così particolare.

La vicenda è anche abbastanza facile da descrivere se non fosse che scade un po’ nello scontato: un poliziotto sopra le righe (che io ho continuato purtroppo a vedere con la faccia di Jean Reno per tutta una serie di personaggi del genere, vedi “Wasabi”) ma che i buoni adorano; due omicidi sconvolgenti nella loro “normalità” (il cadavere di una bambina disseppellito dal tempo e un pluriomocidio a sfondo sessuale perverso) che però svelano una serie accidentale di collegamenti e di brutalità; poliziotti corrotti contro poliziotti buoni; un dramma famigliare insoluto. In soldoni questo è lo scheletro entro cui i nostri protagonisti si muovono e capisco di semplificare anche troppo un libro che, da quanto leggo, è piaciuto abbastanza, ma la sensazione di sapere come andranno le cose molte pagine prima che succedano è abbastanza deludente. Capisco che sia difficile, di questi tempi, essere originale in scrittura e in trama, ma è fastidioso fare il “lettore Cassandra”.

Altra cosa fastidiosa nella lettura sono state le descrizioni dettagliate delle scene di violenza sessuale. Non faccio la puritana, ma quando le cose sono gratuite son fastidiose. Mi spiego meglio. Lo stile del libro è, per quanto il nostro eroe sia tagliato con l’accetta e l’amarezza, molto lineare, chiaro, diretto, senza troppi fronzoli nè esagerazioni: i protagonisti sono chiaramente buoni (anche troppo in certi casi), buoni scanzonati, cattivi, inetti, stronzi veri e propri. Si inquadrano tutti, senza tanti colpi di scena, sapendo per chi parteggiare e perché, con un uso sapiente e ponderato delle scene, dei rapporti, delle parole e degli atteggiamenti. Poi di punto in bianco, in momenti in cui ci stavano le scene per carità, ecco la dettagliata descrizione di ogni gesto, atto, mano, membro che fa cosa e come. Perché? Quando leggo certe cose, mi vien sempre da dare la colpa a Martin e al “Trono di Spade” per le sue scene gratuite di sesso, descritte che manco un porno. Certo, siamo adulti, siamo cresciuti, non viviamo in una bolla di vetro, che vuoi che sia una scena di sesso un po’ hard? Non voglio nulla, ma solo è fuori contesto letterario e mi fa insospettire che sia un po’ il modo di sconvolgere il lettore di punto in bianco, cercando di vedere l’effetto che fa. A me ha fatto l’effetto di noia. Sia messo a verbale.

Detto questo potrebbe sembrare che io abbia detestato questo libro, cosa non corretta. Il libro mi è sufficientemente piaciuto, anche se lo avrei un po’ accorciato in certi punti: interessante leggere i pezzi in cui la vita della Mongolia si intreccia con gli atti del commissario o di altri personaggi che gli sono da contorno; mi è piaciuto quel suo modo di fare scostante in bilico fra la tradizione come giusto dogma e un lavoro che è tutto uno sporcarsi le mani nel peggio del mondo. Anche Yeruldelgger mi è abbastanza piaciuto, rientrando nella serie di investigatori scostanti e monolitici che ora vanno di moda, perché per quanto sia davvero scolpito nella roccia, poco umano, risulta simpatico e si parteggia facilmente per lui e per i suoi modi di fare spicci. Solongo, la medico legale, è un bel personaggio solido attorno a cui la vita si muove senza scomporre la sua solidità spirituale. Insomma il libro si fa leggere, senza avermi tratto fuori troppi entusiasmi.

Voto: 6 Sì, la sufficienza meritata devo dirlo, ma che mi fa pensare che si potesse chiedere un po’ di più alla storia limando certe cose e approfondendo altre. Quando faccio questo tipo di commenti mi rendo conto di essere quel tipo di lettore stronzo che trova un sacco di peli nell’uovo, ma è più forte di me. La lettura per me è spontanea e il giudizio cresce o diminuisce durante la lettura, cercando sempre di dare la possibilità di “redimersi” quando ho sensazioni stonate; quando però quei peli mi rimangono sullo stomaco, per quanto mi renda conto del buon lavoro fatto, saranno quelli a far risaltare il mio giudizio finale.

Scheda tecnica

titolo originale:  “Yeruldelgger”

traduttore: Maurizio Ferrara

anno di pubblicazione: 2013

edizione: Fazi Editore – serie Darkside

finito di stampare: giugno 2016 presso Puntoweb S.r.L di Ariccia (Roma)

progetto grafico: Francesco Sanesi

pagine 524

prezzo: €16,50

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“Agatha Raisin e la quiche letale” di M.C.Beaton

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recensione di goodreads

Su consiglio indiretto de La libreria pericolante e del Clubippogrifo mi ci sono messa anche io a leggere questa investigatrice inglese partendo, giustamente, dal primo libro. La rampante A.Raisin, giunta all’età della pensione (senza avere a che fare con riforme Fornero & co. per fortuna sua) decide di mollare la stimolante Londra e la sua società di Pr per andare a vivere in campagna, con quel modo di fare molto british da copertina patinata in cui un cottage è taaaaanto carrrrrino. Ben presto il suo carattere si scontra con l’evidenza: che cosa ci sta a fare lei in un posto così noioso? Beh, noioso…alla fine ci scappa anche il morto e forse è proprio colpa sua. Siccome la nostra eroina, dal carattere spigoloso e dalla faccia di bronzo come poche, ferma e zitta non ci sta a fare decide che è suo interesse venire alla risoluzione del mistero, anche se tutto e tutti le dicono che se ne dovrebbe stare buona e cara seduta da qualche parte o andando in bicicletta per smaltire i chili di dosso presi con l’inattività campagnola.

Il libro scorre velocemente grazie a una caratterizzazione dei personaggi ben fatta e non troppo articolata, con uno stile lineare e spigliato e anche con un’articolazione della trama molto classica, ma non semplicistica. Difatti esso rientra in quella serie di libri in cui sono le banali pulsioni umane a fare i danni maggiori, senza dover per forza scomodare psicopatologie mentali o insani appetiti: è un classico giallo. Deo gratias! In tutto quel mare magnum di libri di genere scorgerne uno con stile, ironia, sarcasmo, con un personaggio che non attrae subito le simpatie ma non è una palla al piede problematica e soprattutto con una trama “serena”, è davvero un toccasana. Ora capisco il perché abbia così tanto successo, anche se sinceramente non potrei immaginare di poter accostare la protagonista a Miss Marple, come si legge nella quarta di copertina. Certo il personaggio al primo libro non può essere così definito come magari potrebbe apparire a serie avanzata e, di certo, le sue capacità investigative sono appena state “scoperte”, ma le due protagoniste sono diverse per atteggiamento e propensione: Miss Marple è la vecchietta impicciona, con un sacco di amicizie eccellenti o meno (e io devo ancora capire perché visto che da quanto mi hanno detto non si capisce bene cosa abbia fatto di lavoro prima di diventare la Miss Marple che conosciamo), ma materna e comprensiva; Agatha Raisin invece è una rampante signora di mezza età, in pensione forzata da sè, con agganci dovuti al suo passato lavoro dirigenziale e organizzativo nella pubblicità (almeno qui sappiamo benissimo come potrà fare certe cose, visto le conoscenze che può avere nel suo carnet) che investiga per un bisogno suo personale, come un qualcosa dentro che rugge e che non può farla stare buona e cara a coltivare le rose (e per fortuna diremo noi). In comune di certo hanno la comprensione di quello che le circonda, la visione più allargata delle situazioni e quel non so che fa scegliere loro di arrivare a una soluzione, invece di lasciar perdere.

Malgrado però tutto questo piacevole inizio, devo dire che il libro mi è piaciuto ma non esaltata. Perché? Prima di tutto perché una puntina di fastidio l’ho avuta nel leggere come la protagonista veniva presentata, con i suoi modi di fare detestabili da donna di città; poi però questo aspetto, fondamentale per darle una connotazione diversa, è reso in modo credibile e “addomesticato” nella resa della storia. E’ difficile creare un investigatore o un’investigatrice originale, non solo per i grandi nomi oramai scritti come le Tavole della Legge, ma anche perché, noto, ci sono filoni veri e propri: gli amiconi, i tormentati, i buoni loro malgrado, gli stronzi che funzionano oppure quelli che hanno le sensazioni paranormali. A volte si rischia davvero la stereotipizzazione rendendo i personaggi poco umani o poco credibili (anche se più guardo l’umanità e meno mi stupisco di certi modi di fare). Al di là del carattere che l’autore vuol dare al proprio alter ego, quello che io trovo sempre fastidioso è che questi personaggi siano a volte fuori contesto o fuori luogo o comunque non umani abbastanza: li si vuol rendere unici, ma quell’unicità a volte, se ragionata in termini realistici, li creerebbe dei disadattati e non dei protagonisti. La nostra protagonista è la vicina che non vorremmo avere, se non magari dopo averla avvisata che se rompe ancora le scatole una badilata nei denti non gliela leva nessuno, perché alla fine se vuoi inserirti nel gruppo devi capirne le dinamiche e non giudicarle. Punizione alle sue velleità la scrittrice gliela infligge tutta mandandola in gita con due vecchietti parassiti (non dico nulla di più, perché è veramente spassosa la cosa). In più ci sono tutti i cliqué che ti aspetti: dal vicino di casa new entry e fascinoso, al poliziotto un po’ troppo interessato o affettuoso alle donne di paese.

Voto: 6 e mezzo Sicuramente da leggere anche gli altri della serie. Sicuramente da consigliare a chi vuole trovare un momento di puro relax, facendosi strappare un sorriso, ma senza pretendere troppo.

Scheda tecnica

titolo originale:  “Agatha Raisin and the Quiche of Death

traduttore: Marina Morpurgo

anno di pubblicazione: 1992

edizione: astoria

finito di stampare: nel mese di gennaio 2011 da Galli Thierry Stampa, Milano

copertina: illustrazione di Alice Tait

progetto grafico: zevilhéritier

pagine 257

prezzo: €16,00

“L’apparenza delle cose” di Elizabeth Brundage

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Recensione di goodreads

Premessa: ho sbagliato istinto, non è il libro per me. La recensione su “Il Libraio” mi aveva colpita e non so come sia, ma a sto giro ho toppato. Non è che sia un brutto libro, ma non era quello che mi aspettavo e quando le aspettative librarie vengono deluse è un po’ come quando ti sbagli a uscire con un uomo: un appuntamento che ti lascia l’amaro in bocca e ti fa dubitare di te. Beh, in questo caso i libri si rimpiazzano e si dimenticano molto più velocemente di un’appuntamento amoroso.

Perché non fa per me questo libro? Perché dalla recensione mi aspettavo qualcosa di più horror, una cosa in cui la casa davvero avesse il predominio sulle persone vive e che agisse in qualche modo. King ne parlava bene (anche se diciamocelo, tutti noi non crediamo davvero che i commenti entusiasti degli autori su un libro di un collega siano davvero quello che pensano: quello che pensano, in bene e in male, lo argomentano meglio e magari in una discussione più stimolante della frasina buona per farci prendere il libro. Sì, sono molto disillusa da tante cose). E questo doveva mettermi sull’avviso, perché il Re (gli riconosco il titolo) ha il potere di farmi detestare i suoi libri e farmene amare altri e questo libro rientra nei suoi detestabili: verboso e narrativo.

Non c’è niente di male nella narrativa, anzi, ma non fa per me. I libri per me devono avere uno “scopo”: un omicidio da risolvere, un mostro da sconfiggere, un pianeta da scoprire. Sì, amo più i libri di genere, quelli che hanno qualcosa da raccontare di preciso e non solo la Vita in senso ampio, quel lento e inesorabile fluire di giorni dopo giorni sperando che qualcosa accada e quando accade, semplicemente accade. Alla gente piace e io ne sono contenta, a me annoia (tranne rarissimi casi).

Qui succede qualcosa a inizio libro e ci si impiegano circa 300 pagine per arrivare a spiegare perché si arriva a quello (è un omicidio, dai, non è spoiler), ma poi ce ne vogliono altre 200 per dire che per quanto si sappia chi è stato e il lettore sappia benissimo anche perché nessuno può farci nulla e quindi ciccia. Ciccia??? No, vogliamo dire che quello che poteva risolversi almeno in un thriller è rimasto lì, incompiuto, con le vite di tutti che malgrado tutto vanno avanti come se niente fosse e che, soprattutto, nessuno paga? No. Non mi va bene. Ci sono poliziotti che non indagano veramente, persone che se ne lavano le mani, gente che potrebbe parlare e se ne sta zitta tranne poi piagnucolare sulla povera morta. Ok, è un libro horror.

Capisco perché a King possa essere piaciuto, perché alla fine qui c’è solo la vita normale, quella delle persone che si rovinano la vita vicendevolmente, perché troppo deboli per fare un passo fuori dagli schemi; perché vivono nell’umiliazione e quindi pensano che tutti debbano vivere così; perché schiavi di perbenismi manipolati e contorti che rovinano anche la migliore ideologia o religione; perché persone becere; perché paurose; o perché psicopatiche. Leggere questo libro è come vedere la gente che hai vicino farsi mangiare dalla vita, incapace di mettere dei paletti e di scegliere le conseguenze meno dolorose; questo libro fa male. Fa male perché non ha una risoluzione, un riscatto, una punizione. Fa male ed è horror contemporaneo, dove i mostri non esistono, ma esistono solo omuncoli e donnicciole vittime delle loro pochezze. Mi chiederete se non esistono momenti propositivi o di speranza. Ci sono, ma sono talmente lasciati di contorno che non danno alcun sollievo. Sarà stato questo lo scopo della scrittrice e c’è riuscita benissimo, creando il personaggio negativo come un topos classico di perversione ed egoismo; creando la vittima sacrificale immobile e tanto vittima (sì, lo so è una ripetizione, ma è davvero una cosa sconvolgente); e attorno comprimari che sarebbero anche utili se la vittima non decidesse di non parlare. Più ci rifletto e questo libro non è solo narrativa, ma è un bel manuale psicologico da regalare a tutte quelle persone che, per un motivo e per l’altro, pensano che l’unico modo di affrontare la vita sia farsi mangiare: stare zitti e subire, quando basterebbe aprire o chiudere una porta, a seconda delle situazioni. Andarsene non è un male, lasciare le persone nemmeno. Non esiste una legge che ci obblighi a stare con qualcuno pena il carcere, ma siamo troppo ingabbiati dalla condanna morale della società da subire qualsiasi cosa, anche quando ci rendiamo conto che non è umanamente possibile. D’altra parte chi invece vive lontano dalle gabbie, ma è troppo occupato a godersi la propria libertà da non capire che non siamo tutti uguali e che non possiamo fare i cloni di noi stessi per rendere gli altri liberi: ognuno può essere libero secondo la propria indole.

Cathrine e Justine sono i due personaggi femminili attorno a cui gira una sorta di speranza di rivalsa, ma sono trottole che non si toccano. Willis è una trottola autodistruttiva. Fanny è una trottolina felice, nei suoi pochi anni di vita amata da due genitori che, come la buona creanza vuole, a lei danno tutto l’amore che hanno. Mary una lenta trottola abitudinaria. E questi sono solo alcuni personaggi attorno cui la vicenda si articola, mentre George Clare agisce a suo modo, fregandosene di tutto e tutti.

Voto: 6. Non posso dire che sia un brutto libro, ma la vera pecca è che per 200 pagine quello che a me ha preso è stata la noia, la speranza che finalmente ci fosse la svolta emozionante, quella discesa impellente in cui succede per forza qualcosa che ti possa tenere incollata alle pagine. Troppe parole, troppe digressioni sulle vite dei personaggi marginali, troppe cose inutili e meno sostanza. Un buon fumo per un arrosto troppo piccolo per la mia fame.

Scheda tecnica

titolo originale: All Things Cease To Appear

traduttore: Costanza Prinetti

anno di pubblicazione: 2016

edizione: Bollati Boringhieri

finito di stampare: gennaio 2017 stampato in Italia da Grafica Veneta S.p.A. di Trebaseleghe (PD)

copertina: illustrazione © Sandra Cunningham/ Trevillion Images

pagine: 516

prezzo: €18,50

“Morte di un maestro del Tè” di Yasushi Inoue

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recensione su goodreads

Prendete un’arcipelago lontano nello stesso periodo in cui noi passavamo dal Rinascimento all’era moderna circa (quindi metà 1500-inizio 1600) e lo prendete con uno dei suoi riti più sacri e quasi esoterici: la cerimonia del Tè. E prendete un uomo che è diventato un maestro di quella cerimonia, facendo del rito e dei suoi oggetti una serie di segni e simboli a loro volta sacri. Poi prendete noi lettori occidentali che aprono questa storia e forse non ci capiscono nulla.

BOOM!

Scusate l’introduzione così drastica ma a me sembra così. Questo libro, romanzo di un diario, racconto di un’esperienza, non può essere di facile comprensione nemmeno da chi da anni legge e prova a praticare la cerimonia del Tè, magari dopo essersi comprato tutti gli strumenti del caso. Qui si parla di mentalità completamente differenti, dove il gesto di sguainare la katana è simile a quello di mettere le foglie di tè e questo perché come molte civiltà l’uomo di guerra di rango superiore non è il banale uomo da rissa, grossolano che certa becera storiografia vorrebbe farci credere, ma è colui che deve arrivare a cogliere il segreto della Vita e della Morte distribuendo entrambe attorno a sé. Cosa vuol dire? Difficile da spiegare, come è difficile comprendere per tutto il libro il perché del seppuku del maestro Rikyu dopo aver ricevuto l’ordine dell’esilio. In quei momenti che leggi, cogli il significato profondo di un gesto che è arrivato a cogliere atti di profondo lirismo filosofico in due culture lontanissime per geografia e tempo: l’impero romano e appunto il Giappone. Ci sono cose di questo libro difficili da comprendere che vanno oltre ai termini tecnici (non tutti ben spiegati nell’utile glossario a fine libro) o dai nomi o dai gesti descritti, perché è proprio l’esistenza di chi dedica tutto se stesso a un gesto che per noi è ridotto alla bustina di tè da immergere nella tazza scaldata al microonde. Con questo non voglio dire che il bruto occidentale scimmiesco dovrebbe imparare dal raffinato orientale, ma piuttosto far capire che ci sono cose che per noi (in senso lato) possono apparire banali, mentre per altri sono il frutto di studio non solo tecnico, ma anche psicologico e sociale. La cerimonia del tè, che per noi è sempre un momento molto scenico da vedere nelle varie feste orientali, per chi la vive è davvero un momento sacro e di condivisione, dove anche il minimo gesto ha un suo valore ben chiaro non solo in chi lo fa, ma anche in chi lo riceve. La ritualità che non nasce dal caso, ma dallo studio e dalla comprensione è ciò che è stato sempre un momento difficile da far comprendere nella Storia da chi, per fortuna o sfortuna, non ha tempo da dedicarvici.

A livello narrativo il romanzo si snoda lentamente e inesorabilmente attraverso i pensieri del protagonista, “orfano” del suo maestro, alla ricerca di una vera motivazione al gesto finale di costui: perché scegliere il seppuku se non era stato espressamente richiesto? Si snoda quindi una casuale ricerca (il discepolo appare pigro nel suo non aver mai affrontato la cosa) attraverso le parole e i gesti di chi ha potuto incrociare la propria strada col maestro del tè, arrivando a far scaturire più dubbi che certezze, ma avvicinandolo sempre più a una risposta credibile. Risposta che arriva e che narrativamente lascia molti dubbi di stile, avendo scelto il sistema del sogno/visione più che della risoluzione logica. Ma anche in questo un occidentale non potrà mai comprendere davvero e fino in fondo certi meccanismi mentali.

A mio parere questo libro si può leggere in più modi: una lettura superficiale in cui le parole scorrono senza troppe interruzioni, posandosi leggere fra un termine tecnico e una descrizione; una tecnologica alla ricerca di una spiegazione di gesti e riti; una filosofica alla ricerca di risposte alle proprie domande. Quale è quella corretta? Boh, non me lo chiedo. Ho lasciato che questo libro provasse a scorrere e io stessa ho inciampato più volte in cose che si scontravano con la mia logica; ho lasciato che fosse il rumore dell’acqua che bolliva a fare da rumore di fondo nel cambio delle stagioni; ho lasciato che fosse il rumore degli uomini d’arme appena accennati ad allontanarsi da tutto. Mi è parso un romanzo (non riesco a capire fino a che punto sia davvero un’opera di finzione e quanto un diario come è stato scritto nelle note finali. Boh, sarà un limite mio, ma da quando Manzoni mi ha fregato a suo tempo coi “Promessi Sposi” un campanellino mi scatta sempre alla frase “ritrovato diario di…”) ben scritto, molto estetico in ottica in cui il suono della parola è più curato del fluire della trama verso un punto determinato e che lascia soprattutto molto spazio alla riflessione.

Dedicato a chi il Giappone vorrebbe capirlo senza bisogno di diventare orientale (siamo troppo lontani per capirci davvero) e anche per chi, come me, trova che il rumore delle bolle dell’acqua siano un bel suono che rinfranca ogni momento della giornata e da condividere con gli altri.

Scheda tecnica

titolo originale: Honkakubõ ibun

traduttore: Gianluca Coci

anno di pubblicazione: 1981

edizione: Skira

introduzione di Riccardo Reim

finito di stampare: 2016

collana diretta da Eileen Romano

design: Marcello Francone

copertina: “Ritratto del maestro Sen no Rikyu” particolare, di Tõhaku Hasegawa (1539-1610). ©Bridgeman Images / Alinari

pagine 187

prezzo: €16,00

“La dama del sudario” di Bram Stoker

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recensione di goodreads

Ho finalmente finito il libro della lettura di Halloween. No, fermi non è successo nulla, ma come ho potuto dire altrove mi sono incartata con i libri presi in biblioteca e quindi le tempistiche sono andate tutte in tilt. Per la lettura di Halloween mi è rimasto anche un altro libro che ora comincerò. Diventa difficile scegliere un libro che sia a livello dei grandi classici di genere, senza cadere nello splatter o in altri generi; diventa difficile trovare atmosfera e sensazioni ed emozioni, legate a mostri di forma varia, cattivi e buoni. Sì, diventa sempre più difficile, anche se devo dire che ce ne sono tanti da leggere (se non fosse che tanti ne ho anche già letti). A questo giro mi sono affidata al “popolo di fb” (bhe in realtà ai miei contatti sul mio profilo privato, quelli con cui si chiacchiera tranquillamente di tutto e che so che sono buoni lettori) e la scelta è ricaduta su Stoker e Hodgson. Parliamo di Stoker.

Parte bene il racconto, con tutti gli elementi che ci aspettiamo, forse un po’ forzati nella memoria dal grande “Dracula” che non si può non leggere almeno una volta nella vita. Abbiamo il viaggio in nave e una misteriosa bara; abbiamo un’eredità misteriosa e forse “ingiusta” (in ottica di famiglia, mica per altro); abbiamo un giovane avventuroso con tanto di zia buona alle spalle; e infine abbiamo un paese sperduto per i monti in una zona indefinita dell’Europa. Tutto come è per Dracula, se non fosse che il nostro zannuto protagonista si muoveva dalla Transilvania per andare a Londra, mentre qui si fa il tragitto inverso. Buona parte del libro mantiene l’atmosfera di ansia, paura e paranormale con il nostro giovane eroe pronto a diventare uno del paese delle Montagne Azzurre, a farsi carico di tutti i loro problemi, ma affascinato da una strana fanciulla vestita solo di un sudario bianco che lo viene a trovare solo di notte. Zan zan! (musichetta di sottofondo).

Buona parte del libro alla fine gira attorno a Rupert che narra nel suo diario questa sua infatuazione, questo suo non capire chi ha di fronte, l’accettazione anche della sua natura vampiresca e la sua romantica intenzione di liberarla dall’inferno. Il lettore si incammina sulle orme, lungo le scalinate di cripte fatiscenti, attorno a camini dei castelli cercando di mettere in allarme tutti, quando alla fine…

****ATTENZIONE SPOILER****

…alla fine tutto si risolve in una romantica bolla di sapone. Niente vampiri, niente discese negli inferi, ma solo una avventura buona per i lettori dell’epoca che cercavano il mito del combattente eroe, capace di guidare aerei e scalare montagne per difendere l’amata rapita dal Turco (e qui ci sono tutti i pregiudizi dell’epoca riguardo all’impero ottomano. Pregiudizi…vabbè sì, alcuni, ma altri erano il frutto di rapporti diplomatici interrotti con atti di guerra e azioni di conquista da parte dei turchi di terreni limitrofi all’impero. Non che l’impero britannico non facesse lo stesso, ma alla fine uno scrive per i suoi, mica per il nemico), donna di altrettanto valore e coraggio, degna di essergli moglie; con tanto di alleati e sottoposti geniali e coi contatti giusti.

Il libro si è rivelato un bel romanzo d’avventura di fine ottocento-inizio novecento, con gli elementi di esotismo, di ingegno, di capacità militare che tanto infiammavano gli uomini e le donne prima della guerra mondiale (che nessuno avrebbe immaginato, ma di cui si sentivano i sentori lontano un miglio molto probabilmente). Non posso dire che non sia stata una bella lettura, ma non era quello che mi aspettavo.

Stoker scrive ancora una volta in forma di diario e scrive bene (e viene tradotto bene, anche se ogni tanto qualche errore di battitura non corretto da un correttore di bozze c’è), con quel suo parlare lineare pieno di subordinate e correlate che son sempre un casino da leggere se perdi il filo. Mi piace la scrittura di Stoker non fraintendetemi e a questo giro mi sono anche divertita a leggere a voce alta il libro (si presta, sappiatelo), ma è un attimo dimenticarsi il soggetto della principale. La vicenda è ben scritta e anche le parti più oscure sono ben sciolte senza troppe forzature, anche se il prologo mi rimane a posteriori totalmente oscuro e lontano dal resto…

Quindi se volete un libro avventuroso e gotico nello stesso tempo, questo è quello che fa per voi; se invece cercate un horror gotico non è questo il libro che state cercando.

Voto: 6 e mezzo. Alla fine, anche se è stato piacevole non era quello che cercavo e rimanendo in quell’ottica si sono sprecate occasioni e buttato in mare troppi ami per non pescare alcun pesce morto. Se lo avessi letto come libro d’avventura sarebbe cambiato qualcosa? Boh, alla fine in quell’ottica ci sarebbero stati troppi elementi non consoni. Stoker cosa volevi scrivere? E soprattutto per chi?

Scheda tecnica:

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Ma perché i libri hanno smesso di mettere schede tecniche come questa? Sarebbe un bel riconoscimento per il team di lavoro editoriale.

titolo originale The lady of the Shroud

traduttore: Gabriele Ruggero

anno di pubblicazione:

edizione: Basaia, i libri del Graal

introduzione di Riccardo Reim

finito di stampare: novembre 1985 presso la I.T.L. di Palestrina

progetto grafico e impaginazione: Valtenio Tacchi

copertina: Tarocco di Aleister Crowley

in quarta di copertina: Bram Stoker in un disegno del 1885

pagine 175

prezzo: £ 18.000

Non permettere al Nulla di vincere.

I social network ci impongono di essere diversi dagli uguali, alternativi per essere notati, bulli quando non sappiamo essere censori, controcorrente quando non abbiamo un pensiero nostro. I social network sarebbero il male, tirerebbero fuori il peggio di noi stessi se non fosse che alla fine noi siamo sempre noi se abbiamo un minimo di personalità formata. Perché questo cappello introduttivo? Per dirvi che a volte mi prende la stanchezza a leggere gli schieramenti opposti di chi piange per una star morta e chi li disprezza per finto cinismo da quattro soldi; per dire anche che alla fine il mio consultivo di fine 2016 (e non ne ho mai fatti sul blog perché non mi viene spontaneo) vuol parlare di chi ci ha lascito.

Il 2016 viene considerato come un’ecatombe di star, magari con altre che si stanno toccando parti varie a modo apotropaico. Non possiamo dire altrimenti: iniziati con la perdita del Duca Bianco, siamo ad ora con Debbie Reynolds che ci lascia dopo la morte della figlia Carrie Fischer qualche giorno fa. E nel mezzo tanti altri…ma veramente tanti, più di quanti le malattie e le età avrebbero potuto pensare. Se perdere un personaggio come Bud Spencer era nell’ordine delle cose vista l’età, perdere Prince ci colpisce perché ancora giovane. Tanto per dire. Ah già ma era un tossico…ah già un cazzo (scusate il francesismo)! A 53 muore George Micheal e alla fine gli anni ’80 finiscono per sempre e allora che si fa?

Già…che si fa?

E nel mentre leggo i commenti, i lai, i pianti, le discussioni a cavolo, il “mio cantante era meglio del tuo” e blablabla…concludendo con un “siete tutti noiosi e banali, la gente muore ovunque e voi piangete solo per un nome famoso. Pensate all’Africa o ad Aleppo.”. Già la gente muore, che banalità. Già, la morte è la cosa più normale del mondo. Già, pensiamo all’Africa da quando siamo bambini e ci dicevano di mangiare tutti perché i bambini là morivano di fame (nessuno di noi ha mai capito la correlazione, ma è un pilastro della nostra educazione di figli del ’70-’80). Eppure tutte queste correlazioni stonano.

Stonano perché il mondo è sempre stato in guerra, solo che un tempo non lo sapevamo; sarà sempre in guerra e forse noi non lo verremo a sapere; muoiono ogni giorno uomini e donne e noi non possiamo fare nulla. Ogni giorno. Muoiono per le più disperate condizioni di vita. I tg sono pieni di notizie di tal tenore a tal punto che oramai siamo assuefatti alla cosa: la morte di grandi numeri oramai non ci tocca più.

E allora perché piangiamo per la morte di una star? Perché siamo ebeti dirà qualche buona testa pensante con la verità in tasca. Ebeti ci saranno loro! Piangiamo per la morte di una star perché quella persona ci ha dato ricordi, emozioni, sensazioni, ha dato corpo ai nostri pensieri o ai nostri eroi. Muore uno scrittore e, pur sapendo che le sue opere saranno sempre con noi, muore la sua inventiva e la sua capacità di toglierci dalla testa quello che proviamo. Muore un cantante e non averemo più nuove canzoni per accompagnarci nella nostra vita, come era successo fino a quel tempo. Muore un attore e il suo volto non ci porterà più per quelle lande sperdute che sono la nostra immaginazione incarnata. Vorrei dire che muore l’arte, ma non è così. Non deve essere così, perché come si legge in “Peter Pan” o si vede nel film “La storia infinita” se non crediamo più nelle favole o nei racconti la fantasia muore per sempre e a noi cosa rimarrà? Il nulla. E il Nulla non può vincere.

Siamo egoisti, bambini egoisti che vogliono ancora farsi raccontare ogni notte la favola, quella favola, da chi amiamo. Allora non possiamo immaginare di non sentire più dal vivo una voce cantare, vedere un corpo recitare, leggere le parole sul foglio bianco prendere vita; non possiamo credere che i nostri bardi personali ci lascino per finire anche loro la loro vita e le loro tribolazioni; li vogliamo sempre con noi; li manipoliamo a nostro piacimento facendogli dire che era così e così; li ricordiamo solo per quel singolo episodio o personaggio perché a noi hanno parlato più che altri. Siamo bambini egoisti, ma non possiamo essere diversamente perché siamo avidi e curiosi di sapere, vedere, capire, conoscere, essere stupiti e stravolti: siamo vivi. Ed essere Vivi è l’unico modo per contrastare la Morte.

Se lasciassimo che la Morte distruggesse anche quello che gli artisti ci hanno lasciato, il Nulla prenderebbe il sopravvento e non avremmo nessun sostegno per superare la Realtà che ci circonda che è fatta di delusioni, morti, abbandoni mischiate a gioia, vita, successi, amicizia e tanto altro. Quindi piangiamo i nostri “cari” illustri, come se fossero di famiglia, ritiriamo fuori gli album, i libri, i dvd e li rifacciamo rivivere. Beati loro che possono rivivere..

Chi ha lasciato questo mondo può continuare a vivere solo con le parole che ha detto al Mondo in un modo o nell’altro e se noi li dimenticassimo non avremmo più senso come esseri umani senzienti. I romani temevano l’anonimato anche in morte e aveva ragione: chi non viene ricordato, non è mai esistito.

Il 2016 ha cercato di farci cancellare tutti i nostri ricordi, ma sta a noi dire che se la può mettere anche in saccoccia perché chi muore fisicamente, vivrà in eterno nei secoli. Tiè!

Una raccomandazione agli snob da poltrona e col cinismo nel sacchetto: li avete anche voi gli idoli, quelli che vi hanno sostenuto nei momenti bui e accompagnato in quelli esaltanti, quindi state buoni e calmi; nel caso non li aveste siete il Nulla e come tale valete.

Buon 2017.

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I Queen vivranno per sempre.

“Metro 2033” di Dimitry Glukhovsky

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recensione di goodreads

Primo libro post apocalittico letto con la coscienza che lo sia davvero. Mi spiego meglio. Il genere non è uno di quelli che mi interessa a primo acchito forse per quel senso di disperazione che si pensa debba pervadere tutta la vicenda, forse perché alla fine è qualcosa che cambia la visione del futuro. Eppure non è la prima opera di questo genere che ho guardato, ecco guardato, perché alla fine di post apocalittico ho visto con piacere la serie dedicata a Mad Max e soprattutto da bambina ho amato il cartone di Hayao Miyazaki “Conan il ragazzo del futuro“. Che cosa differenzia un romanzo di fantascienza da uno post apocalittico? Bhe quell’apocalisse che ci sta in mezzo, anche se a volte il futuro nella fantascienza è molto vicino per condizioni climatiche e di abbruttimento sociale a un post qualcosa. Più leggevo questo romanzo e più cercavo di cogliere le differenze fra i generi,  che ci sono mancherebbe altro, ma a volte si mischiano con il fantasy o con non so cosa: le classi sociali, le micro culture che sembrano tribù, i miti ancestrali come rilettura della storia, la guerra, la povertà, la carestia, il senso di pericolo imminente, il diverso. In un fantasy il diverso a volte è un’altra razza esistente e conosciuta, qui invece è la metamorfosi dell’uomo dopo i danni delle radiazioni.

Arriviamo al romanzo a questo punto. Abituati come siamo a letterature di stampo anglosassone ritrovarmi ancora in Russia (dico ancora perché di certo la saga dei Guardiani è il paragone più forte che ho, ma cosciente che altri romanzi russi moderni mi sono capitati stranamente fra le mani) fa strano, perché è evidente il loro orizzonte circoscritto e non messianico (gli americani hanno la visione americocentrica messianica di salvatori del mondo), una sorta di auto chiusura al mondo. Lo si vede anche, scusate l’intermezzo ludico, quando giochi a “Sine Requie” in cui la Russia viene trasformata in una tecnocrazia spinta isolata dal resto del mondo come un gigante ferito e incazzoso. Ecco, nei libri la sensazione è la stessa. Qui la popolazione sopravvissuta all’olocausto nucleare è rintanata nel dedalo della metropolitana, divisa in stazioni e clan, mischiate fra loro e in continuo contrasto, mangiando carne di ratti (o di maiali allevati sotto terra) e bevendo tè di funghi. E all’esterno i Tetri o i mutanti o quel che è, ma comunque altre razze ostili pronte a predare gli umani.

In tutto questo casino umano si muove il nostro eroe protagonista Artyom che ne vive più lui che tutti quanti noi messi insieme, muovendosi fra una stazione e l’altra per compiere una missione a cui è stato chiamato, venendo a contatto con molte di queste società viventi nella metro e uscendone ogni volta vivo e vegeto anche dopo aver subito le peggio cose. Lui è l’eletto. Lo abbiamo capito subito e non c’è punto in cui, in un modo o nell’altro, questo non venga ribadito. Un po’ troppo. Questo è il vero punto negativo di certi tipi di libri: l’eletto troppo fortunato. Certo, mi potrete dire che subisce questo e quello (non faccio spoiler), che vede morire quello e l’altro, ma capite bene anche voi che è un cliché tipico di una certa epica narrativa, ma che non bisognerebbe abusarne per facilità di resa. Ulisse in 20 anni ne vive di cotte e di crude, ha gli dei dalla sua parte, fa danni come pochi (si metta a verbale che io lo adoro, ma cacchio è curioso e dannoso come pochi!), non ubbidisce, ma riesce a salvarsi non solo per il solo intervento divino, ma anche per il suo ingenio, la sua volontà e la sua capacità di sfruttare le doti dei suoi compagni (vogliamo ricordare la fine di Polifemo?). Invece in molti romanzi moderni l’eroe ha una fortuna sfacciata e un sacco di comprimari che muoiono come le mosche per permettere a lui di vivere e capire. A volte è un po’ troppo.

Il libro fa parte di una trilogia e questo è sicuramente il volume introduttivo ed è questo il suo vero difetto: leggere più di 700 pagine e avere un atlante di luoghi, tribù e situazioni, seguendo il protagonista che va da una parte all’altra. Punto. Succede di tutto ovviamente, ma la sensazione è che succeda per farci vedere a noi cosa c’è; manca quel pathos narrativo di chi va da un punto A a un punto B perché deve fare qualcosa, manca quella vicenda veritiera (o verosimile, decidete voi che non è mai verità quando si legge un libro) che fa pensare che quello che si sta leggendo è credibile. Non so, ma non ho trovato vera empatia se non nel finale quando Artyom riesce a concepire la realtà in modo differente da come gliela hanno sempre raccontata e cerca di capire cosa sia successo e cosa si dovrebbe fare.

E il messaggio? Si ha sempre la sensazione che questo genere di libri debbano contenere una morale da regalare al lettore del tipo “se fate così diventerete così e blablabla”, una visione militarista o una ecologista, un modo di far ragionare chi segue cosa è successo; io questo  messaggio non l’ho visto. Lo si metta agli atti. C’è? Può essere, non lo posso escludere, ma di certo è molto soft.

Voto 6 e mezzo. Il libro non mi ha entusiasmato e, come ho detto sopra, leggere 700 pagine per avere una descrizione dell’ambientazione e di chi ci vive è un po’ troppo e soprattutto avere un eletto troppo eletto mi viene un po’ a noia. Mi ha incuriosito quel tanto da vedere se “Metro 2034” riesce a muovere un po’ la vicenda e far circolare meglio personaggi e situazioni.

Scheda tecnica:

Titolo originale: Metpo 2033

anno di pubblicazione:

traduttore: Cristina Mazzucchelli

edizione: multiplayer.it Edizioni

finito di stampare: marzo 2010 presso Grafiche Diemme-Perugia

pagine 779

“Non si preoccupi signorina…”

 

Luogo: al telefono, quindi spazio tempo fra casa mia e la biblioteca.

Quando: dopo pranzo, oggi.

Attori: io e il bibliotecario.

Atto unico.

Prologo:

Io sono in modalità “ho preso troppi libri dalla biblioteca” e quindi mi sto accavallando e chiedendo proroghe a più non posso e incasinandomi anche con le date. Uno dei tanti libri ho anche pensato bene di restituirlo e riprenotarlo per quando tornerà disponibile forse fra qualche mese. A volte lo faccio: è come lo shopping compulsivo solo che è gratis, perché in biblioteca.

La settimana scorsa restituendo il libro suddetto mi hanno controllato la posizione notando che un libro era scaduto. Aiutoooooooo! Poi rifletto e io la proroga l’ho chiesta e me l’hanno anche accettata se ben ricordavo (Beh…io calcolo la frase del bibliotecario “Se non ci sentiamo, il libro se lo tenga da leggere” come un patto fra nobiluomini e gentildonne). Oggi però ricontrollando decido che è meglio chiamare.

“Buongiorno avrei bisogno di una spiegazione.”

“Mi dica.”

Spiego la faccenda.

“Ah, sì me lo ricordo. Non si preoccupi, è l’altra biblioteca provinciale che non ha segnato la proroga mica noi. E no, non si preoccupi non ci sono sanzioni (1). Davvero, nel caso abbiano problemi mi metto d’accordo io.

“Quindi lo tengo fino a fine mese?”

“Lo tenga e lo legga e non si preoccupi. Non ci sono prenotazioni, è meglio che lo tenga lei e lo legga che stia su uno scaffale a prendere della polvere”.

Il patto fra lettore e bibliotecario carbonari è sancito.

Nota:

(1) Le sanzioni ci sono e sono terribili per un lettore più o meno squattrinato: per ogni giorno di ritardo ingente viene interdetto per lo stesso numero di giorni la possibilità di prendere in prestito libri. Ora, se non avessi il bibliotecario dalla mia rischierei un mese di sospensione. Capite? UN MESE!

“Fury” di David Ayer

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Titoli di coda al cinema. Credo che sia l’immagine perfetta per far comprendere il film.

Se siete appassionati di cinema di guerra questo film fa per voi, ma solo se avete intenzione di guardarlo non come una rievocazione di un evento, come il documentario di una storia, il racconto cronachistico di un momento. “Fury” è un film di guerra, ma nell’ottica in cui guarda i soldati, in cui ne scruta i volti, le segue il lento scivolare in un altro piano di vita e morale.

Noi siamo sempre bravi a sederci su una seggiolina del cinema, al caldo delle nostre case e pretendere che il film ci emozioni, a comando, come una scimmia ammaestrata. Quando il film non corrisponde alle nostre richieste allora tiriamo le noccioline contro lo schermo. Perché dico questo? Perché le recensioni a questo film sia su www.mymovies.it che i commenti usciti dal cinema sono stati per me fuori luogo. Questo è un film diverso. Non ha gli schizzi di sangue sullo schermo come “Salvate il soldato Ryan”, che alla fine strizza l’occhio agli amanti dello splatter, non è l’eroismo alla John Wayne che l’epica americana ci ha raccontato, non è il verismo all’italiana, non è nemmeno la critica di Altman (ricordate “M.A.S.H.”?) o di Kubrick , eppure è un po’ tutto questo senza esserlo. Quando mi sono seduta, dopo poco, ho capito che chi raccontava la storia sapeva quel che stava dicendo: è una mera questione di linguaggio. Poi dopo scopro che il regista è un ex-marine. Ecco spiegato tutto.

Chi non capisce questo film, doloroso e splendido, chi si ferma sulle inesattezze ricostruttive, chi cerca il pelo nell’uovo della manovra x sbagliata fatta dal carro armato y, non ha capito questo film. Questo film è nel colore, nella fotografia, nello sporco della pelle e dei vestiti, del senso di appicicaticcio fatto di sudore sangue e morte e ferro; questo film è nei movimenti di sguardo di Brad Pitt (Wardaddy), nell’esagerazione dei gesti di Jon Bernthal (Grady Travis) o di Michael Peña (Gordo), nell’attaccamento salvifico alla Bibbia di Shia LaBeouf (Bibbia) e nella discesa e risalita di Logan Lerman (Norman/Macchina). Perché il film racconta attraverso loro, quello che i non soldati professionisti hanno dovuto subire per diventare soldati professionisti e vincere una guerra. Noi ci sediamo sulla nostra poltroncina, pieni della nostra retorica sulla guerra (qualsiasi essa sia, sia pro che contro), nati in una generazione che non ha visto la guerra, non l’ha subita, non ha visto partire i propri cari e non è partita per il fronte e che al massimo sfoggia i racconti del nonno per far il figo in qualche consesso di intellettuali. Sì, mi spiace essere cruda, ma sono molto stanca di sentire commenti di gente che certe cose non le capirà mai. Quando ci sediamo al cinema e vediamo un film ambientato alla fine della seconda guerra mondiale, non ci pensiamo mai che quei soldati non sono professionisti, non hanno scelto di fare la guerra perché “è il mestiere più bello del mondo”, ma magari erano a fare altro e sono stati mandati al fronte per difendere la patria o perchè era il dovere. Guardare Norman e non capire la disperazione di un ragazzino che aveva studiato per fare il dattilografo e che doveva andare non al fronte, ma seduto a fianco di qualche altro “impiegato” in terreno di guerra, vuol dire non capire il dramma e quindi non capire questo film. Wardaddy che lo obbliga a uccidere un tedesco non è lo stronzo capo che gode della morte, ma è il capitano che sa che ora non si può tornare indietro e che la morte prima la affronti e meglio riuscirai a sopportarla; che lo manda a letto con la ragazzina tedesca in modo che loro due giovani (“Sono vivi” dice e sembra una condanna a morte per tutti gli altri) non è il pappone, ma colui che cerca di preservare la vita a due che non sono pronti allo schifo attorno. Bibbia che si attacca a Dio in modo totale e quasi fanatico è l’uomo che pur uccidendo deve trovare il senso etico a quello che fa, perché se si ferma a pensare non troverebbe altra risposta se non la morte. Si potrebbero fare tanti esempi, ma alla fine o si riesce a vedere il film con questa ottica o non lo si vede e in base a questo si riesce a giudicare.

Menzione particolare per Brad Pitt. Attore che non ho mai amato più di tanto, nemmeno per la bellezza quando era giovane (troppo perfettino), ma che col passare del tempo ha dimostrato attitudini di vero attore. Forse non sarà il più grande drammaturgo o forse il lato comico non è il suo, non so che dire, ma alla fine quando si sporca, quando si “sveste” da se stesso, quando lo guidano perché usi il minimo indispensabile senza mai esagerare, allora comunica davvero. Wardaddy è un gran personaggio, molto fisico, minimalista che ha quel non so che dei personaggi alla John Wayne, ma è altro: costruito come l’uomo tutto d’un pezzo, il suo nome è il punto focale del suo ruolo perché alla fine ogni gruppo ha bisogno di un padre o di un leader, se no muore a seguire il folle capo. Mi è davvero piaciuto, sia il personaggio che come l’attore l’ha reso.

Scheda tecnica veloce:

Regia 8; sceneggiatura 8/9; scenografia 7; fotografia 7 e mezzo; costumi 7; effetti speciali 7; musica 7; cast 8. Voto finale 8. Sono uscita dal cinema completamente travolta e non è cosa che mi capiti (anzi quasi mai capita) e so che film del genere capitano raramente. Guardatelo per gli uomini di guerra e non per la guerra e cercate di mettervi nelle loro scarpe e forse capirete meglio questo film.

Postilla: il film si inserisce nella rassegna cinematografica dedicata ai film della seconda guerra mondiale del Cinema Astra di Parma. A questo link per chi volesse saperne di più.

Andar per mare…

Luogo: Il Libraccio

Quando: stamattina

Attori: io e la commessa.

Due atti.

Prologo

Entro di corsa in libreria, perché ho i minuti contati, ma ho bisogno di prendere un libro. Sapete quando pur sapendo che ne hai tanti di libri da leggere, hai bisogno della coccola, di una nuova coccola proprio quel giorno. Alcuni comprano scarpe, altri vestiti, altri ancora cioccolata e molti comprano libri. Io sono una di quelle persone, anche se ho anche altre cose che mi coccolano. Ultimamente poi faccio fatica a comprare libri, per il semplice motivo che trovo sempre una scusante per non comprarlo (ce l’ha la mia amica, lo prendo in biblioteca, non mi convince, bello ma non ora). Ma torniamo a noi.

Oggi avevo voglia di prendermi un libro a cui giro attorno da quando è uscito: “La vera storia del pirata Long John Silver” di Björn LARSSON dell’Iperborea. Perché? Perché amo le storie di pirati, perché la mia infanzia è costellata di storie di mare. Chi mi conosce sa che disdegno il mare e che mi fareste un torto a portarmici, ma la mia testa e la mia fantasia adorano andar per mare. Per spiegare il fenomeno divergente forse ci vorrebbe un dottore bravo e molto. Comunque sia mi avvicino alla cassa e disturbo la ragazza che sta mettendo a posto i dvd (non amo chiamarla commessa perché al Libraccio non ti vendono solo, ma ne sanno e quello che non conoscono lo cercano. Insomma è un po’ riduttivo chiamarli commessi…).

Atto I

“Scusa, avete questo libro?” e gli mostro il cellulare con l’immagine del libro.

“No, però aspetta che guardo.” e smacchina sul pc.

Faccio la foto da cucciolo abbandonato.

“Te lo posso ordinare.”

“Ecco, non so…io lo volevo ora. Sai quando hai quella sensazione che hai bisogno di quel libro proprio ora.”

Lei sorride. Non so per compassione o per comprensione vera.

Io mi sento scema. Molto scema, ma non posso farci nulla.

“Quindi che faccio lo prenoto?”

“Beh, a questo punto ci penso. Sì, lo so suona strano vero?”

Lei sorride.

Giro per la libreria in cerca di altro.

Atto II

Torno alla cassa con il mio libro da pagare e la commessa di prima sorride e mi guarda e dice:

“L’hai trovato il tuo metadone allora?”

La guardo perplessa e poi sorrido: “Sì, oggi avevo voglia di andar per mare…”

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“Lord Jim” di Conrad