“La sostanza del male” di Luca D’Andrea

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Recensione di anobii

Quando leggo un libro, qualsiasi libro, la mia mente inizia a pensare a un voto, un numero per esattezza da 0 a 10, come a scuola; lo faccio perché mi viene naturale, perché è un modo per metabolizzare quello che sto provando durante la lettura, quale è il mio rapporto con la storia. Ovviamente il genere del libro mi tara sul voto e spesso sui saggi mi viene spontaneo esprimermi in termini letterari (buono, eccellente, da dimenticare), mentre la narrativa di qualsiasi tipo mi fa sorgere i numeri. Qui ho dato i numeri ed è stato in calare purtroppo.

Avevo prenotato il libro dopo che in un gruppo di fb di lettori di genere thriller erano rimasti entusiasti della lettura anche se notavano qualche pecca che non hanno giustamente voluto rivelare: lo spoiler funziona nei post quando si avvisa (sì, lo so che tecnicamente così non è più spoiler), in altro modo è solo pura stronzaggine per rovinare la visione a un altro. Certo a volte lo fai a fin di bene, a volte sei solo stronzo. Vabbè, procediamo. Leggo pochi italiani, senza un vera motivazione credibili, e leggo pochissime prime uscite ma solo per casualità: cerco storie che mi convincano e di solito nel tempo mi sono persa talmente tante di esse che mi tocca “recuperare”. “La sostanza del male” è del 2016 e di un italiano: tutto poteva portarmi a detestarlo o a trovare qualcosa che mi facesse allineare con gli altri lettori sul pezzo (come se poi questa cosa mi interessasse davvero..).

Il libro parte bene, ha un impianto non italico, sembra quasi un thriller americano. Un bene, un male? Non so, forse da quell’idea di più ampio respiro che leggere della borgata, del paesino, del mare o della montagna, pizza e mandolino. Questo ampio respiro poi ci porta nel nostro Sud Tirolo e ho pensato che raramente mi era capitato di leggere di quella regione come protagonista o come ottima scenografia. Abbiamo un duo di documentaristi sulla cresta dell’onda e abbiamo una tragedia…ho pensato che fosse un po’ troppo per un inizio, ma la stessa è comprimaria della vicenda e alla fine la si accetta. Dalla tragedia si passa al “solito” passatempo nascosto da parte del protagonista che per quanto non sia un uomo d’azione è un uomo di pensiero e di costruzione di storie: una strage, un fatto sanguinoso che sporca il passato del paese e che nessuno ha mai risolto o voluto davvero risolvere.

Il nostro protagonista, scrittore e investigatore della domenica, invece rischia tutto (e quando dico tutto, intendo quello che viene ritenuto caro per lo stesso, quindi la famiglia), non dice nulla alla moglie, indaga, viene pestato, pesta piedi. E tutto mentre cerca di nascondere sotto il tappeto i casini che fa…ovviamente senza riuscirci.

A questo punto il dipanarsi dell’investigazione mi fa letteralmente stare attaccata al libro e per quanto il mio sonno vinca su tutto, ho smesso di fare altre distrazioni per due giorni e ho letto. Buon segno, mi dico, non deludermi. La lettura si tiene su un buon 8 e mezzo di media: scrittura veloce, senza troppi fronzoli e descrizioni precise puntali; il libro si segue e si immagina benissimo senza salti del montaggio: quando la mia fantasia mi fa vedere quello che accade allora vuol dire che va bene. Dai, ce la possiamo fare, si sfata un mito (pochi autori italiani mi convincono).

La trama avanza e inizia ad arrancare. Inizia a mettere troppa carne sulla brace (carne grossa grossa e antica tanto): perizie, contro perizie, costruzioni, speculazioni, soccorso alpino nascente, famiglie e tradizioni. Ok siamo in montagna, in una qualsiasi nostra provincia italica dove sono più attive le vecchie storie che il wi-fi. Quell’arrancare mi fa subito suonare i campanelli d’allarme, però posso ancora sbagliarmi perché la scrittura non perde colpi, fluisce benissimo, il controllo si vede e forse sono state limate cose ma poco. Mi piace. Poi zoppica vistosamente e la trama inizia a infittirsi, ma soprattutto il nostro protagonista inizia a essere poco realistico. Perché se per buona parte della storia le donne e gli uomini si muovono e agiscono, per quanto spinti da desideri esasperati o a volte sopra le righe (nella narrativa come nei fumetti le regole sono chiare: uomini e donne sono verosimili e non reali, i fatti sono sempre un po’ sopra la normalità, non si stanno raccontando biografie di uomini e donne banali), in modo credibile, citando fatti e situazioni credibili, quindi quando si tirano le somme, si fa il nome dell’assassino e il movente questa regola deve essere rispettata. Invece no. A tre quarti del libro il voto inizia vorticosamente a decadere: da 8 e mezzo si scivola velocemente a 6, per poi concludersi con la fine a un pietoso 5/6. E una domanda: ma chi lo ha controllato, letto, corretto bozze ha creduto che la fine fosse davvero al pari con il resto? O io sono troppo pretenziosa (come mi sento spesso) o chi lo ha letto ha detto che “ma sì, può andare”. Non dico che il libro o la trama non vadano bene così, ma ho come avuto la sensazione che l’autore abbia chiesto troppo, buttato su tanta roba buona e poi avesse avuto paura di chiuderlo con un finale “banale” e quindi ha volutamente esagerato mandando in vacanza la logica umana che, per quanto fallace, certe cose non le fa (tipo che se non sei speleologo e ti butti in una grotta in inverno, se ne esci vivo fai il giro dei santuari di tutte le divinità e non te ne torni a valle sano e salvo. Io sarei morta. Punto. E mi avrebbero anche infamato. E a ragione).

Spiace veramente arrivare a dare un voto appena sotto la sufficienza per non aver creduto nella linea narrativa intrapresa per buona parte del libro. Davvero peccato.

voto: 5/6 Non so nemmeno se consigliarlo davvero, di certo prenderlo in biblioteca è un buon passo per sostenere il servizio, ma non va in aiuto alle librerie, però non mi ha convinto del tutto e mi sento defraudata di una buona conclusione.

Scheda tecnica

anno di pubblicazione:

edizione: Einaudi, Stile libero BIG

finito di stampare: giugno 2016, per conto della casa editrice Einaudi presso ELCOGRAF S.p.A., stabilimento di Cles (TN)

progetto grafico di Riccardo Falcinelli

copertina: elaborazione da foto © Layne Kennedy / Corbis / Contrasto e Steve Collender / Shutterstock

pagine 451

“Ultime della notte” di Petros Markaris

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Recensioni su anobii

Al rientro dell’attività delle biblioteche mi accingo a riportare indietro i libri di luglio con la ferma convinzione che non devo tornare a casa con qualcosa visto che sono piena di cose da leggere. Ma perché continuo a mentirmi così spudoratamente? Mah…

Comunque sia, uno dei libri che mi porto a casa giroclando fra gli scaffali, guardando le nuove sistemazioni e catalogazioni, mi trovo fra le mani questo giallo greco. So di aver letto già qualcosa di lui e di non esserne stata del tutto convinta, che qualcosa non mi aveva del tutto conquistata, ma alla fine all’istinto io non so dire di no e me lo porto a casa. E l’istinto non aveva sbagliato, anche se ho qualcosa da rimproverare.

La vicenda si svolge ad Atene negli anni ’90, considerando che è stato pubblicato nel ’95 ci sta, e ha come protagonista il commissario Charitos, poliziotto al tempo della dittatura dei colonnelli, morale ma antipatico, ora semplice commissario senza ambizioni di fare carriera. Gli capita fra le mani quella che sembrerebbe una grana piccola, il doppio omicidio di una coppia di albanesi, qualcosa che si risolve buttando addosso a uno la patente di assassino passionale, se non fosse che qualcosa gli scoppia fra le mani e due omicidi si aggiungono alla lista e un traffico internazionale spalanca le sue porte. Qualcosa che sembra più grosso di quel che è e che soprattutto non pare risolvibile se non sbattendo la faccia contro le porte chiuse del vero malaffare. Insomma un fatto di cronaca verosimile.

Il libro si legge bene, scorre che è un piacere (per me, di questi tempi, finire un libro in 3 giorni è un risultato più che positivo e sconvolgente), come si suol dire “si fa leggere”, ma non mi ha convinto del tutto.

Primo non mi è piaciuto per niente il commissario. A bocce ferme non è facile fare un protagonista diverso dal solito, cercando di non andare a finire non tanto nel filone dei grandi investigatori (Holmes, Poirot e Nero Wolfe tanto per dirne tre con tre caratteri forti), o non fare la solita figura paterna o buona e un po’ fessa; fare un investigatore duro e scafato e poco gentile è qualcosa di nuovo (per l’epoca credo di sì, per adesso non so), fare il duro con i difetti dell’uomo normale, insomma fare qualcosa di “credibile”. Peccato che a me è sembrato stucchevole e macchiettistico con la sua mania di leggere solo dizionari e “schifare” la lettura normale, con la sua tirchieria a orologeria (con la moglie sì, con la figlia mai, con sè stesso a caso), il rapporto con la moglie da due persone da poco (Adriana è pesante e ha tutti i difetti macchiettistici della donnetta che sta attaccata o alla tv o ai fornelli senza altro pensiero più o meno critico nella testa e che sa manipolare il marito per ottenere quello che vuole, non capendo che a sua volta lui la manipola per lo stesso scopo); ha un rapporto scontroso con superiori e inferiori, senza spiegare perché lui dovrebbe in qualche modo essere meglio di uno o dell’altro, visto che alla fine non lo è per nulla. Non dico che per forza il poliziotto debba essere buono e attirare le simpatie del lettore, ma se deve essere uno stronzo lo deve essere credibile e non fastidiosamente piccino a tratti, ma rivelando acume e capacità gestionale alla bisogna. Insomma mi è parso falso o stridente in alcuni passi.

Secondo punto: la risoluzione. Senza svelarvi nulla, o almeno cercando di non farlo (nel caso, se temete, saltate questo pezzo), cercherò di farmi capire. Per quanto dopo averci ragionato su ritengo che non ci potesse essere altra soluzione che quella descritta dall’autore (ok, non sto dando nessuna medaglia credendomi chissà chi, mi trovo solo d’accordo con le scelte fatte, mi inchino a chi ha capito che andava bene così), devo ammettere che quando ieri l’ho finito a pranzo ci sono rimasta un po’ di merda. La soluzione, anzi la risoluzione di tutti i nodi che si sono intrecciati più o meno inspiegabilmente, è semplice, quasi “banale”, mentre il climax che ha portato il lettore a seguire i vari filoni è in crescendo sempre più: abbiamo l’intrigo internazionale, i camion che fanno spola fra gli stati europei, giornaliste morte a seguito di una indagine, organi e bambini venduti al miglior offerente, insomma roba grossa e tutto si risolve…no, non ve lo dico, tranquilli. Alla fine la cosa che non mi ha convinto, in realtà mi ha solo lasciato l’amaro in bocca, alla stessa maniera di quando leggi di cronaca nera e leggi le motivazioni misere che spingono certe persone a ucciderne altre.

Voto: 6 e mezzo Quando un libro mi lascia dubbi difficilmente arriva davvero al 7, ma non posso dire che non sia stata una buona lettura, anche da consigliare. Leggere un secondo della serie? Non lo so, forse sì, ma credo che Charitos potrebbe continuare ad essere fastidioso e non so quanto ne ho voglia di affrontarlo.

Scheda tecnica:

Titolo originale: Nυχτερινό δελτίο

anno di pubblicazione: 1995

traduttore: Grazia Loria

edizione: Romanzo Bompiani

finito di stampare: maggio 2000

copertina: di Carla Moroni, foto di P.Turner/Image Bank; P. Miller

pagine 343

“Il trio dell’Arciduca” di Hans Truzzi

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Guardatevi il video di youtube di cui qui metto il link . Ma a fine lettura 😉

Più che un poliziesco, sembra una spy story. Più che un romanzo, sembra un omaggio di un buon studente al suo professore di scrittura. Non posso dire che non mi sia piaciuto questo libro, ma di sicuro mi ha lasciata insoddisfatta perché mi aspettavo forse qualcosa di diverso da quel che è. Di certo al pensiero del poliziesco mi immagino una serie di eventi che coinvolgano da un lato un poliziotto o un gruppo e dall’altra il cattivo di turno, come se fosse una vera caccia al tesoro; oppure qualcosa che si avvicini al concetto di svolgimento di un ipotetico caso di cronaca nera. Poi penso al giallo classico e mi frega sky con il suo canale dedicato ad Agatha Christie e mi viene in mente l’investigazione di Poirot. Leggo questo veloce libro e sinceramente non riesco a capire.

Lo prendiamo come un romanzo dedicato al pre prima guerra mondiale, al racconto degli eventi, dell’atmosfera, delle situazioni che si svolgevano e si intersecavano nell’impero austroungarico e le nazioni vicine: e allora è comprensibile anche se molto simile a un bignami senza emozione. Allora lo prendiamo come un omaggio a Nero Wolfe  (ops! mi è scappato, ma alla fine è un segreto di pulcinella fidatevi) da parte di uno scrittore che credo abbia in casa un “altarino” letterario dedicato a questo mastodontico e infallibile investigatore: buono, ma di certo non lo possiamo far passare per un romanzo.

Non so, forse sono troppo dura ma per quanto riconosca all’autore la capacità di scrivere con passione, senza troppi fronzoli, andando al sodo della faccenda; per quanto tutto scorra molto velocemente (anzi troppo velocemente) e i personaggi si muovano fra loro come al ritmo di un valzer viennese (sottofondo della canzone di Battiato, please!) anche se sembra un polveroso valzer, leggerlo non mi ha emozionata. Ho perso il ritmo più volte, ho perso anche la cognizione della situazione (e ciò mi lascia sempre infastidita perché, se non è Deaver che lo fa apposta, di solito è segno di mia distrazione dovuta a non aggancio con quello che sto leggendo) e soprattutto mi ha ricordato troppo spesso un altro libro che ho letto: “La regina d’inverno” di B. Akunin o comunque la sua serie e il suo protagonista Fandorin. Il protagonista giovane e talentuoso ma introverso che non viene molto stimato da superiori invidiosi, un impero al disarmo, il nemico alle porte e belle donne di spettacolo. Quando leggo un romanzo, una storia, un qualcosa trovo insopportabile che la lettura mi riporti ad altri romanzi, storie di altri autori non collegati; se Truzzi avesse ricollegato questo ad altri gialli di Stout non ci sarebbero stati problemi, anzi, ma così non mi convince. I personaggi poi sono poco approfonditi, quasi abbozzati, lasciati sul fondo quasi che debba essere il senso della decadenza a colpire il lettore. Il giallo o la vicenda investigativa poi è confusa, nata dal nulla e proseguita solo per interesse del protagonista (il quale sembra poi essere stata scaraventato nel tutto senza una vera motivazione), come se non avesse un inizio, anche se ha una fine scontata.

Insomma per quanto riconosca che l’idea è buona, lo svolgimento è mediocre e se fossi stato l’editore avrei chiesto all’autore di rimpolpare un po’ la vicenda e credendoci di più. Mi spiace davvero, anche perché è stato il consiglio letterario di un amico di cui stimo il giudizio, ma si vede che abbiamo bisogni letterari diversi e il mio è la ciccia intorno all’osso da scarnificare, mi sa. Siccome so che ci sono altri suoi libri, voglio dare il beneficio del dubbio proprio per rispetto del gusto del mio amico e vedere se sono io troppo noiosa o esigente da non apprezzare certi libri o un certo modo di scrivere.

Voto: 6 Per quanto non mi abbia convinta o accalappiata non posso dire che non sia un buon libro. Provatelo e poi mi sapete dire la vostra.

Scheda tecnica

anno di pubblicazione: 2014

edizione: Bollati Boringhieri

finito di stampare: aprile 2014 stampato in Italia da Grafica Veneta S.p.A. di Trebaseleghe (PD)

copertina: illustrazione ©Lee Avison / Trevillian Images

progetto grafico: di copertina Di Pietro Palladino e Giulio Palmieri

pagine 158

“Notte Eterna” di Del Toro & Hogan

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A volte le candele rosse ikea servono a qualcosa: fare foto vampiresche! 😀

Concludo la trilogia dei vampiri iniziata con “La progenie”. Un trilogia che mi ha ridato speranza per il genere horror di stampo vampiresco: non più robe che sbriluccicano al sole, niente amori strappalacrime, niente diabete indotto, niente “buonismo”. Il vampiro, essere corrotto, non morto per eccellenza, cerca di imporre il suo dominio sugli altri esseri viventi, come se fosse in un qualche modo invidioso della loro vita, della loro non scelta: non si sceglie di vivere (si sceglie solo come vivere), mentre in un certo senso la non vita è stata una scelta più o meno imposta.

In questo terzo e conclusivo capitolo abbiamo la resa dei conti: i vampiri hanno vinto e dominano sull’umanità, mentre sacche di resistenza cercano di ristabilire le condizioni naturali. Il mondo è in una sorta di post apocalittico di stampo nazista, con campi di concentramento-lavoro, con vere e proprie zone per la riproduzione forzata, con capò e traditori da una parte; bande di spacciatori di beni essenziali, trafficanti di vario genere, umani liberi dall’altra. E nel mezzo i nostri eroi, orfani di Setrakian morto alla fine del secondo libro in una dura lotta contro il cattivo. I nostri vivono la difficile condizione di umani consapevoli del perché e del percome, cercando un equilibrio fra i propri legittimi desideri di avere una vita normale e il fatto di essere gli unici a poter salvare l’intera umanità. Non c’è una visione messianica della faccenda anche se gli autori buttano l’amo a farci credere questa cosa: Ephraim è in una certa maniera un predestinato, un chiamato, uno il cui nome è scritto nelle profezie, ma perché questo debba essere così non è poi del tutto chiaro. O comunque la sua egoistica ricerca di salvare il figlio dalle grinfie del Padrone è più forte di ogni altra chiamata.

Si aggiunge alla compagnia Quinlan un vampiro molto particolare. Normalmente un personaggio del genere dovrebbe rientrare nella categoria dei dampyr cioè i figli umani di un vampiro e di una umana, ma la sua figura è più ibrida essendo stato corrotto dai parassiti vampireschi nel ventre materno. Per il Padrone è l’unico vero Figlio, ma è anche l’unico vero avversario da temere. Il personaggio è una sorta di deus ex machina della vicenda: guida il gruppo di umani, li consiglia e porta loro la sua saggezza millenaria e anche la consapevolezza della grandezza della morte eterna come unico modo di riposare dalle pene della vita. Prende il posto di Setrakian, ma senza averne la drammatica esistenza: non è il suo contraltare, ma solo un altro modo di essere guida.

Ora la vera nota dolente: il finale. Non è facile fare un finale credibile soprattutto quando ad affrontarsi sono due avversari per potenza diversi e non comparabili: un vampiro è comunque un essere sovrannaturale, con poteri e conoscenze che variano nel tempo e nello spazio, certo ha dei difetti (la luce del sole per esempio), ma di certo non si può sottovalutare. In più ha di solito un “gregge” o un clan di suoi simili dotati anche loro di poteri superiori agli umani. Gli umani di solito sono motivati tanto dalla forza di volontà. Un divario un po’ ampio da colmare. Eppure tutte le altre storie di vampiri ci hanno dimostrato che alla fine i cacciatori ce la fanno, magari con qualche importante perdita, ma ce la fanno. Qui come si fa? Il vampiro è niente altro che un parassita che si insinua sotto pelle, un parassita molto resistente nel tempo (splendida la spiegazione teologica della nascita di questa razza o specie), è come una malattia infettiva: come lo si elimina se non si hanno antivirus? Beh (e qui mi spiace cascano gli asini) si usa una bomba nucleare! Eccerto! E dove la si trova? Beh sotto casa indicativamente. Eccerto bis! E dove la mettiamo? In un posto mitico che le profezie antiche e bibliche hanno già identificato? E dove si trova? Fra America e Canada.

-momento sconforto- (un minuto di silenzio e di imprecazione. Condividetelo con me per favore).

A quel punto avrei voluto chiudere il libro e scrivere agli autori che volevo il pagamento dei danni morali perché avevano appena mandato in vacca due libri e mezzo e tante aspettative. So che dopo aver pompato tanto la storia fra profezie, rivisitazione della Storia in modo credibile, citazioni sparse, quel sentore di credibilità e verosimiglianza, era difficile trovare una fine all’altezza, ma così è stato davvero buttare via tutto, bambino ed acqua sporca e bacinella annessa. Mi spiace cari miei autori, ma siete stati fortunati ad avere editori o lettori del manoscritto clementi, perché io vi avrei rispedito la copia con un bel “no” sulla parte finale del libro. Se mi facevate un bel rituale mistico alla Hell Boy era più credibile!

Peccato. Davvero. Comunque la serie rimane nel mio cuore di lettrice e sono veramente orgogliosa di averla letta e averla nella mia libreria. Forse un giorno i due scriveranno altro per farsi scusare della boiata fatta e io li capirò.

Voto: 6 + Non posso non abbassare il voto vista la fine ingloriosa.

p.s. No, non ho visto la serie che hanno fatto in tv, ma mi riservo di poterla vedere più avanti, anche perché peggio di quel che hanno fatto gli autori non si dovrebbe fare…

Nota: un ringraziamento grande a chi dei Corpi Freddi me lo regalò a ruota di un bel giochino di indizi e scambio libri. Forse un giorno riparteciperò…

Scheda tecnica:

Titolo originale: “The Night Eternal”

anno di pubblicazione: 2011

traduttore: G.I. Staffilano

edizione: Mondadori-Omnibus

finito di stampare: maggio 2012 presso Mondadori Printing S.p.A., Stabilimento Nuova Stampa Mondadori- Cles (TN)

copertina: immagine e lettering di Marcello Dolcini

art director: Giacomo Callo

progetto grafico: Marcello Dolcini

pagine 357

“L’ultimo cavaliere” di S. King

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Recensione da wikipedia

Mi sono messa a capire perché la serie della Torre Nera sortisce così tanti fan. Vabbè, ho capito: ma dove sono vissuta fino ad esso? A volte me lo chiedo vedendo quante cose non ho letto, ed eppure ho sempre letto tanto e abbastanza bene. Comunque sia, ho preso in biblioteca quello che ho capito essere il primo libro da leggere. E ho iniziato l’avventura.

La lettura è particolare e devo essere sincera non ho capito se è per colpa dell’autore o della traduzione. Per buona parte della vicenda è come se fosse un fluire di situazioni e pensieri senza che si voglia in qualche modo incanalare situazioni, personaggi ed eventi. A volte perdevo il filo del discorso, a volte manco avevo voglia di tornare indietro a capire, a volte mi sono proprio persa. Colpa mia. Boh, non saprei dire. In quei momenti mi passava la voglia di leggerlo e mi chiedevo che senso avesse e come mai piacesse tanto. La scrittura di King (che La Libreria Pericolante non mi legga!) non sempre mi convince e gli imputo il gran difetto di avere un piacere perverso nel mettere una parola dietro l’altra fino all’esasperazione; più di una volta gli ho contestato il difetto di essere parolaio; di certo ha la capacità di cogliere le storie e di coglierne il lato più oscuro o mistico. In effetti non saprei come “catalogare” per genere questo racconto: ha l’epica del cavaliere solitario che se ne va per le praterie, la desolazione post apocalittica, la distruzione della società e la mistica della ricerca. Il bene e il male o semplici antagonisti? Diventa davvero difficile dirlo in questo racconto o meglio secondo me diventa riduttivo. Riduttivo perché King butta un sacco di ami nel mare della lettura, sperando che il lettore attento riesca a coglierli tutti: cita Amleto ma non è lui, perché alla fine la Danimarca non c’entra nulla; il suo Roland è l’ultimo della sua stirpe (in questo caso un ordine cavalleresco, ma con quella scelta “monastica” che fa tanto fantasy che strizza l’occhio alla Storia); l’uomo in nero misterioso e “profetico” richiama a un cattivo paranormale di quelli che ci si aspetta in un confronto ascetico, una caccia come quella che raccontavano nel medioevo per i paladini col graal; Jake sembra un pseudo Isacco o una Ifigenia condannata al suo destino, con quel suo continuo sfasamento temporale (alla fine è lecito domandarsi se sia fisicamente vero oppure no). E poi tanto altro. Oddio credo che queste citazioni li veda solo io, oppure no: voi lo avete letto e quali citazioni letterarie avete colto o pensato di aver colto? A volte leggere certi testi a una certa età fa cogliere cose che non è detto che ci siano.

voto: 6/7 Perché dopo aver ceduto alla scrittura non convenzionale, ai salti temporali, ai cambi di registro e ci si lascia prendere dalla vicenda, si scopre che è avvincente anche se “scontata” (non è che ci siano davvero dei colpi di scena veri, alla fine ci si aspetta che le cose filino come si sono svolte). Adesso vediamo come sono gli altri capitoli, ma con calma.

Scheda tecnica:

Titolo originale: “The Gunslinger”

anno di pubblicazione: 1978

traduttore: Tullio Dobner

edizione: Sperling & Kupfner-bestsellers

finito di stampare: ottobre 1989 da Monolito S.r.l. Milano, printed in Italy

copertina: illustrazione di Michael Whelan

pagine 257

Incontro letterario con Jeffrey Deaver

Parma è una città strana: sonnacchiosa, silenziosa (nel senso che se deve comunicare qualcosa di culturale tende a farlo il meno possibile o comunque lo sai dopo, il giorno dopo sulla Gazzetta, mai prima…mai per tempo…), snob, con manie da grandi città ma ancora l’aspetto della provinciale. Ci crediamo un sacco, ma purtroppo, al di là del cibo, al di fuori del nostro ducato ci si conosce solo per il calcio (e i fallimenti), i bond argentini e tanta cronaca nera. Un tempo eravamo anche un centro culturale con i nostri bar in centro che ospitavano gente del calibro di Guareschi, ma poi ci siamo persi per strada e ora in centro c’è la vasca (il nostro concetto di struscio) dove esibire i macchinoni o portare figli piccoli o cani vari per taglia a fare la sfilata.

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Jeffrey Deaver

Eppure sotto il cuore letterario cova ancora. Basta pensare al Regio (ah, non ci pensate troppo che poi salta fuori la politica invece di pensare al Festival Verdi…ah no, non pensate nemmeno a quello che poi salta fuori il governo…ma che palle!). Comunque sia, lunedì sera alla Casa della Musica c’era Jeffrey Deaver. Sì, lui. Punto. Ma che ci faceva a casa mia? Beh presentava, ed era l’ultima tappa del tour, il suo ultimo libro: Il bacio d’acciaio.

 

Arrivo in centro, dopo aver trovato un parcheggio comodo, più o meno all’ultimo minuto facendo affidamento che tutti, soprattutto in queste occasioni, si avvalgono dell’opzione dei “15 minuti accademici”, insomma del ritardo, del farsi aspettare, del far riempire la sala. Beh, questa ultima cosa non era poi tanto necessaria, perché ho trovato un posto per fortuna, mascherato da occupato da una giacca appoggiata. Mi guardo attorno aspettandomi un tipo di pubblico e invece…no, aspetta, ma chi mi aspettavo io? Non saprei dirlo, ma forse qualcosa che non fosse l’impressione della Parma bene un po’ fighetta. Forse mi aspettavo più un pubblico di giovani scrittori nerd o di casalinghe che non si perdono una puntata di “Quarto Grado” e invece ho “scoperto” che l’animo oscuro e che sfrucuglia nel torbido si maschera bene sotto giacca e cravatta e completo grigio gonna/pantalone. A fianco a me due signori giovani e ben distinti discutevano dell’ultimo libro appena letto, mentre io appoggiavo sulle ginocchia due vecchi libri dell’autore da farmi firmare. E quello è stato il primo punto che mi ha confermato che sono una blogger non professionista e atipica (che in questo caso non voleva essere un pregio).

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i RAB4

La serata inizia con l’apertura musicale dei RAB4 che non conoscevo e non comprendevo la motivazione. Non mi addentro nella critica musicale perché lo strafalcione è dietro l’angolo e non se lo meritano, visto che sono stati bravi e coinvolgenti, ma senza prendere la scena all’autore. In realtà l’arcano si svela poco dopo: uno dei musicisti è Seba Pezzani traduttore e amico di Deaver. Nel blog “Cinema scritto” ho trovato un’interessante intervista che voglio riproporvi a questo link in modo che anche voi abbiate a conoscerlo meglio. A posteriori avrei dovuto o voluto fare un po’ di domande anche a lui, chiedergli l’autografo (uno dei libri che avevo lo aveva tradotto e me lo aveva anche segnalato, ma io non ho immagazzinato il dato…scema…e non professionale…) e fargli i complimenti per la musica (magari vedere anche dove comprare un cd). Comunque sia, seguiteli che val la pena se cercato un certo tipo di musica ben fatta e dosata.

 

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Torniamo al nostro autore. Deaver è pacato, essenziale, sornione, preciso come i suoi libri dove le sue parole sono sempre calibrate e messe al posto giusto per farti tornare indietro al primo colpo di scena per dire “ma cavoli, era davvero qua davanti ai miei occhi!”. Ha un tono di voce di quelli che ascolteresti per ore con un sottotono basso e qualche nota incisiva più alta; conduce l’ascoltatore con maestria, senza mai strafare, buttando qua e là una battuta che lo renda più umano e più simile a noi; gioca metaforicamente a tennis con intervistatore (Luca Ponzi) e traduttore facendo trasparire una certa famigliarità; mantiene comunque il distacco con tutti o forse è una mia sensazione vedendolo così pacato. Più che raccontare il libro, racconta di sè come scrittore, come narratore e “padre” di determinati personaggi e si scopre un Deaver più “umano”: alla fine non sembra che sia la cronaca nera il suo vero interesse, ma fare sì che il lettore continui il processo di scrittura ritrovando i personaggi che ama e seguendo la vicenda. Otto mesi di ricerca con post it sulla lavagna e nel mezzo idee buttate nel cestino, fino ad arrivare al libro che voleva scrivere così come è uscito (non siamo riusciti a fargli dire se ce ne era uno di cui non era molto convinto, ma alla fine ci sta che difenda tutti i suoi libri). Veniamo a sapere che i diritti d’autore su alcuni sui libri sono stati dati in modo che diventino film o serie televisive. Insomma una chiacchierata informale, rilassata, interrotta da buona musica e poche domande dal pubblico. Alla fine si ferma a firmare gli autografi su tutti i libri, prestandosi alle foto, accennando sorrisi e stringendo le mani a tutti i suoi lettori (lo fa lui spontaneamente). Certo, direte, è il suo lavoro. Sì e no. Non

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tanta pazienza…

tutti gli scrittori capiscono che solo al fatto di avere lettori hanno la possibilità di godersi la vita; non tutti gli scrittori per carattere si prestano a queste cose che sono marketing; non tutti gli scrittori arrivati a un livello alto ricordano che dal basso son arrivati ed è un attimo che possano tornarci (a volte basta la recensione sbagliata di un critico o di un blogger a rovinare certe carriere). In Deaver non c’è nulla di affettato, ma tutto è posato, accettato e compreso, forse anche perché stare in mezzo alla gente gli permette di vederla e capirla (ha accennato a questa cosa, ma non ho compreso se lo intendesse in senso analitico oppure antropologico). Comunque sia me ne sono tornata a casa con due libri firmati (uno per me e uno per mia mamma) e una buona serata di cultura.

 

A conclusione di questa serata ho capito che se voglio andare a un incontro letterario mi devo preparare: non basta macchina fotografica e cellulare su instagram. Ok, voi direte “ma lo hai capito ora dopo tanto tempo che hai aperto il blog?”, ma diciamo che questa cosa è una di quelle che ho sempre schivato preferendo il libro allo scrittore (poi vi spiegherò un giorno sta cosa), la storia allo scrivere. Quando però succedono queste cose, di incontrare chi ci appassiona, beh ci devo andare preparata. Punto. Grazie Deaver anche di questo.

E buon ricerca dell’assassino a tutti!

“L’albergo stregato” di Wilkie Collins

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recensione di anobii

Con Instagram sto più attenta alle nuove uscite e quando la Newton&Compton ha annunciato nei mammut questa uscita e riedizione, ho dovuto andare a vedere di cosa si stesse parlando perché non conoscevo il libro. Ovviamente quando ho visto che era un horror ho dovuto coinvolgere La libreria pericolante e farci una nostra mini collettiva. Ci mancavano le collettive via fb veloci con libri di genere e quindi siamo partite entusiaste. Un entusiasmo che velocemente si è scemato da solo vedendo che Collins non è propriamente uno scrittore di horror come intendiamo noi. Avrebbe dovuto metterci in allarme il fatto che era amico di Dickens… 😀

Comunque sia partiamo con la recensione. Il libro ha una lunghissima, troppo lunga, sezione dedicata alla presentazione dei protagonisti e una cortissima risoluzione del dramma in salsa gotica (è davvero troppo parlare di horror). Di cosa parla? Parla di una classica famiglia nobile inglese, con tanto di titolo e possedimenti, vista attraverso gli occhi di un matrimonio e di un amore rotto o di una “diatriba amorosa” fra la ex fidanzata e la moglie legittima del lord. No, non è un romanzo rosa, per fortuna, ma l’amore o almeno un legame amoroso è il filo attraverso cui si tirano le fila dei rapporti famigliari e della presentazione del personaggio centrale attorno a cui gira la vicenda. Perché tutto parte, in modo pressoché inutile, dall’incontro della vedova Narona col dottor Wybrow e dall’indagine di questo per scoprire non solo chi sia lei, ma anche tutti i pettegolezzi che le girano attorno. Poi il dottore sparisce dalla scena per non farci più ritorno. Soffermiamoci un attimo su questo espediente narrativo: c’era bisogno? A mio parere no. Il personaggio era interessante, una sorta di narratore o di investigatore scientifico attraverso gli occhi si poteva leggere la storia, ma invece è stato trattato come una sorta di maggiordomo e poi liquidato quando non serviva più. Incomprensibile.

La vedova Narona ha scippato il fidanzato ad Agnes, giovane di buona famiglia e capace di ottenere per carattere e modo la benevolenza di tutti, diventando la signora Montbarry con annessi e connessi, ma inimicandosi tutta la famiglia di lui (che l’ha presa come una arrivista provvista di fratello scroccone) e tutta la società inglese. Per la gioia di tutti i lettori però il mistero si infittisce e il lord muore durante le nozze, il fratello se ne va in America per continuare gli studi di chimica e giocare d’azzardo e la vedova bis si trova alla resa dei conti morale con quella che non la fa dormir la notte. Agnes e vedova Narona: ecco il nucleo principale che si scontrerà in modo letterario nell’albergo di Venezia, dove è morto lord Montbarry in circostanze misteriose.

Dopo una lunghissima carrellata per spiegare caratteri e rapporti in poche pagine vediamo spegnersi, consumata da chissà quale pazzia, la vedova, scoprire il mistero dell’omicidio e tornare tutti alle loro attività e famiglie come se niente fosse. Perché il grosso problema è questo: non c’è il pathos che servirebbe a tener incollato il lettore, manco quando ritrovano i resti del defunto. Manca il gotico vero, l’atmosfera un po’ paranormale, ma c’è solo il senso della stessa, molto annacquato e buttato lì.

E’ un libro freddo, poco emotivo, poco coinvolgente per essere un libro di genere, ma interessante se fosse un romanzo di narrativa semplice, un affresco della società inglese coi sui pregiudizi (anche se nessuno riesce ad arrivare a Wilde per la capacità di rendere critico il proprio giudizio sui propri connazionali), ma anche di una società europea pronta a spostarsi da una nazione all’altra se provvista di mezzi, ma che fa turismo sterile e mai profondo (e Venezia era già quella specie di luna park che è oggi, dove il turista si aspetta di vedere un mondo bloccato e a disposizione e non una città viva e in fermento). Perché, per quanto sia ben scritto e abbastanza ben costruito (diciamo che contesto la separazione della preparazione e dell’evento con evidente scompenso a favore della prima), il vero difetto che imputo a questo libro è la mancanza di coinvolgimento emotivo in ottica paurosa o paranormale.

Voto: 5 . Cambiategli destinazione di genere e saremo tutti molto più tranquilli e potremmo valutarlo con più oggettività.

Scheda tecnica

anno di pubblicazione:

titolo originale:”The haunted hotel”

traduttore: Ottavio Fatica

casa editrice: edizione Editori Riuniti

finito di stampare maggio 1996 per conto degli Editori Riuniti presso AME Stab. NSM Cles

copertina: illustrazione Alberto Ruggieri

 

pagine 222

“Batman V Superman: Dawn of Justice”di Zack Snyder

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recensione di mymovies.it

Sottotitolo “anche gli eroi hanno una mamma”. Ovvero lo spartiacque di questo film. Lo spartiacque serve a me e a voi a capire quale momento del film siamo e cosa sia successo prima e cosa dopo. Il prima (che non è il primo tempo) è qualcosa che ho semplicemente “adorato” nell’ottica di una sceneggiatura potente (voto: 7/8, perde un po’ nel secondo tempo) che ragiona sul rapporto in paragone di due eroi dell Dc comics: Superman e Batman. Sul loro concetto di giustizia, sul loro rapporto con gli innocenti e soprattutto sul loro modo di vedere i danni collaterali delle loro azioni. Un prima che mi ha dato conferma del perché non reggo Superman e perché io preferisca sempre e comunque Batman: il primo è un alieno che si maschera da umano non riuscendo a capire la cosa fino in fondo, non ha paura, non la capisce e le sue esigenze personali (vedi alla voce Lois Lane) sono sempre prima di ogni pianificazione d’intervento; il secondo è un cinico miliardario che ha fatto del suo talento la missione per distruggere la delinquenza, senza scuse e senza porsi problema, combattendo ogni volta con tutti i suoi demoni, incubi e tormenti. Preferire un tormentato disadattato a un secondo messia è possibile? Sì, senza ombra di dubbio, perché i dubbi che si pone Batman lo portano a guardare il mondo attorno a lui in modo meno disincantato e meno sicuro, mentre Superman non è mai dubbioso di quello che fa, anzi raramente riesce a comprendere le critiche che gli vengono mosse. Ma Batman ha Alfred e Superman ha Lois e la mamma: ovvero uno ha un tutore che lo sostiene, ma gli pone dubbi, lo contrasta, cerca di porre un freno; il secondo ha l’amore sconsiderato di due donne che stravedono per lui e che picchierebbero chiunque si oppongano al loro dio incarnato. Ecco, messia, dio, angelo sceso dal cielo sono gli epiteti che escono anche dalla bocca di Lex Luthor come scherno, ma che non colpiscono mai nell’intimo il nostro eroe rosso e blu: la comprensione di tutto il significato di ciò vanno sopra alle sue cognizioni morali. Potrei andare avanti per ore a trovare i difetti dell’alter ego di Clarke Kant, ma sinceramente andrei oltre al film, anche perché questo film rispecchia tutta la crisi morale e ideologica che ha pervaso negli ultimi

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più chiaro di così.

tempi i comics americani sia DC che MARVEL: i supereroi sono sopra la giustizia? Quale deve essere il loro rapporto con essa? Come si deve amministrarla? I due mondi dei fumetti sono completamente diversi per intenti e per spirito e questo meccanismo di evoluzione (cercando anche di superare la crisi delle vendite) ha portato a una drammatizzazione estrema della DC e a “Civil War” della Marvel, ma a spogliare gli eroi dei loro costumi il risultato non cambia: non c’è una risposta univoca, non c’è un rapporto chiaro, non tutti potranno “piegarsi” alla medesima scelta di rapporto con i semplici umani.

Ripeto la prima parte è come sceneggiatura potente, mentre nella seconda parte decade in un fumettoso combattimento 1 vs 3 dove Batman ci mette tutto il suo ingegno tecnologico e la sua capacità di analisi e di strategia e Superman e Wonder Woman il fatto di non essere di questo pianeta e quindi ottusamente superiori fisicamente. In più questa parte è propedeutica alla creazione della Lega della Giustizia e quindi non è propriamente conclusivo (davvero, non credeteci nemmeno nelle ultime immagini. Basta sapere un minimo di cose e capire che non è come credete. Ditelo ai vostri partner ignoranti e piangenti da qualche parte uscendo dal cinema). In fin dei conti va bene così: noi stiamo aspettando solo questa lunghissima ubriacatura da film sui nostri preferiti costumati e tutati.

I dati tecnici di questo film sono molto facili da descrivere: fotografia (voto 7) oscura, potente, forse troppo manieristica e compiaciuta, ma di certo rispecchia tutto quello che ci si aspetta da un film del genere; costumi (voto 7) azzeccati, sexy per chi di dovere, semplici per chi ce lo si aspetta, ma assolutamente parte del personaggio e rispecchiano molto quello che ognuno di loro vuol dimostrare nel film (le scarpe coi tacchi onnipresenti per Lane, i colori sgargianti dei completi di Lex, la sobrietà di Alfred e così via); regia (voto 7 e mezzo) di maniera, ragionata, calibrata, molto ponderata nei tempi e per cercare di sottolineare momenti e concetti (il Superman messia è enfatizzato in modo spettacolare con un sacco di riferimenti anche alla storia dell’arte. Un sacco di citazioni a riguardarlo bene mi sa). La scenografia (voto 6 e mezzo) è ben curata, non ricordo quanto attinente davvero ai fumetti e di certo ci ha creato qualche problema nel capire quanto Gotham City e Metropolis siano effettivamente così vicine come ci fanno vedere; ovviamente utile a sottolineare le differenze stilistiche e di vita dei nostri due protagonisti. Menzione d’onore per gli effetti speciali (voto 8) che non devono mai mancare ed essere “credibili” in un film del genere: stanno migliorando tantissimo, rendendo possibile su pellicola quello che ci siano sempre immaginati nella nostra fantasia o nei cartoni animati. Ovviamente sono molto esagerati nel secondo tempo, ma sono sempre una goduria da vedere. Tutti. Il voto più basso credo se lo prenda la musica (voto 6) per il semplice motivo che se per tutta la prima parte sottolinea i momenti drammatici con stile e attenzione, facendosi quasi da parte quando sono le parole o le pallottole a farla da padrone, nel momento fumettistico si è imposta rincarando la dose e rendendo tutto un po’ finto. Forse mi ero abituata alla fase realistica che tornare a quella fumettistica mi ha lasciato un po’ con l’amaro in bocca.

E ora tocca al cast (voto 7e mezzo) con una menzione di merito e una di demerito: Ben Affleck e Amy Adams. Parto dalla seconda: insipida. Non è che il suo personaggio sia poi il massimo nei fumetti, anche Olivia di Braccio di Ferro ha più sprint di lei, ma è davvero fastidiosa e non credo che sia del tutto colpa dell’attrice, ma quanto della regia e sceneggiatura che ce l’ha presentata nella sua veste di giornalista rampante, pur non avendone il carisma (forse se avesse letto qualcosa della Fallaci le avrebbe fatto bene) nè la comprensione che i tacchi a spillo vanno bene per alcuni momenti e non per quando va a puttane il mondo. Insomma, davvero qualcosa di inutile che poi fa cose assurde in momenti inopportuni. Da bocciare.

Mentre grandioso è stato Ben Affleck. Premetto che non sono una sua fan, che buona parte dei film che ha fatto hanno solo confermato la cosa che non si divertisse a recitare e lo facesse per dovere (o per portafoglio) o che non avesse mai trovato il coraggio o il registra giusto per essere totalmente rivoltato come un calzino e fatto venir fuori l’attore che è. Qui è semplicemente nella parte. E’ il Batman silenzioso, tormentato, monolitico, drammatico, stanco, arrabbiato (di quella rabbia sorda che si cova dentro) che ci aspettavamo. Certo le espressioni sono due e solo la vista della mozzafiato Wonder Woman tira fuori un sorriso e un modo di fare da piacione sexy, ma questa sua interpretazione è quella che più mi ha colpito e che temevo di più, anche se in originale la sua voce era quella che mi aspettavo che uscisse dalla maschera del pipistrello. Sì, senza ombra di dubbio mi è piaciuto, mi ha convinto e stiamo a vedere cosa succede in un prossimo film dell’Uomo Pipistrello. E poi ha messo su un fisico che è stato un vero piacere guardare.

Tutto il resto del cast è al posto giusto al momento giusto, con un Jeremy Irons-Alfred british ma non troppo, ma sicuramente capace di fare tutto quello che deve fare senza mai uno sforzo o perdere l’imperturbabilità;

Ultimo (credo) commento: riguardatevi “Megamind” della Dreamworks e paragonate il discorso di fondo di chi siano gli eroi di entrambi i film. Scoprirete molte similitudini…Buona visione.

Voto finale: 7/8 . Assolutamente da vedere se almeno un po’ vi piacciono i fumetti e i due protagonisti in calzamaglia e ammennicoli tecnologici; forse i puristi storceranno il naso trovando difetti e serie mischiate e li capisco, ma i puristi (di qualsiasi genere) son difficili da accontentare.

“I tre moschettieri” di Paul W.S. Anderson

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recensione dal sito di mymovies.it

“I tre moschettieri” sono un grande classico, ripreso più e più volte in vari modi e con soluzioni diverse e più o meno interessanti. Questa versione è sicuramente quella più smargiassa, che strizza l’occhio allo steampunk e che se ne frega della storicità e credibilità, per strappare un sorriso e una chiara serata di divertimento. La visione di questa versione della storia è assolutamente sconsigliata ai puristi e agli amanti della vicenda a tal punto da saperne a memoria le battute.

Partiamo dal cast (voto 7) di notevole spessore, con nomi più o meno conosciuti, ma sicuramente quasi tutti riconoscibili. Passiamo da un ormai noto e famosissimo Christoph Waltz che interpreta il cardinale Richelieu, al caratterista (tocca dirlo visto che appare sempre come personaggio da spalla) Ray Stevenson come Porthos, ai conosciutissimi Milla Jovovich come Milady e Orlando Bloom in un improbabile e sopra le righe Buckingham. E poi tanti altri. Insomma un cast valido che non ha sicuramente scelto questo film per ambire a qualche ruolo, ma forse ha voluto prendersi una pausa, divertirsi un po’ e fare magari cose che possono aver sognato di fare quando vedevano la versione del 1973. Insomma, per dirla in parole povere: gran cast baraccone e sopra le righe che trasmette divertimento.

Gli effetti speciali ( voto 8 ) rendono questo film valido da guardare. Perché diciamocelo ancor più seriamente. la trama è quella, anche se la resa non è stata troppo fedele (sceneggiatura  voto 5/6 ), non ci sono cose particolari da evidenziare; i costumi ( voto 7 ) sono una versione glamour o steampunk, dipende dai casi, di quelli storici. Insomma niente di nuovo sotto il telone cinematografico se non fosse per gli zeppeling o navi volanti, per i combattimenti schermistici al limite della fisica, dei labirinti alla “Mission Impossible” e cose del genere. In quel momento c’è l’esaltazione del pubblico che volutamente ha lascito il cervello sul comodino e si è preso un momento di pausa. E’ nella scenografia ( voto 8 ) volutamente esagerata, che strizza l’occhio ai fumetti e usa l’arma del verosimile storico (ne vogliamo parlare della mappa alla risiko dell’Europa che ha il cardinale sul pavimento del suo immenso studio? Semplicemente meravigliosa!).

Un film sopra le righe con una regia ( voto 6/7 ) che guida tutto senza aggiungere niente di particolare, che lascia andare la macchina del racconto senza mettere niente di troppo o di troppo poco; una fotografia ( voto 7/8 ) che fa la sua porca figura, ma senza prendere il sopravvento; la musica ( voto 7 e mezzo ) aiuta a supportare tutto.

Insomma un film da vedere con la compagnia giusta, che abbia voglia di divertimento senza troppe pretese di sottotesti. Ultima cosa: ho visto il film su netflix quindi in 2D e si guarda molto volentieri lo stesso; non vedo la necessità imperante di un 3D anche se capisco che la battaglia aerea sarebbe stata ancor più grandiosa. Guardatelo tranquillamente anche in 2D.

Celo celo manca

Quando le campagne pubblicitarie sortiscono effetto, gli effetti collaterali sono inaspettati. Uno di questi è tornare all’infanzia e tornare a quando ci si scambiava le figurine Panini per completare gli album dei cartoni animati o degli sceneggiati (io quando ero piccola ricordo quello di Sandokan e di Creamy). “celocelomanca” si diceva scorrendo velocemente le figurine, fermandoci su quelle che mancavano, valutandone il “prezzo” in numero di altre figurine che mancavano. L’intervallo di metà mattina o quello dopo pranzo (facevo il tempo pieno alle elementari, più o meno all’epoca della prima guerra punica) erano i momenti deputati per lo scambio, per le arrabbiature e per le gioie quando completavi l’album con quella singola figurina che sembrava introvabile o che nessuno voleva cederti. Che ricordi.

boba feth rollinz
Boba Fett in versione rollinz. La versione originale la trovate qui

Comunque la campagna pubblicitaria di cui parlavo all’inizio post è quella dei rollinz dell’Esselunga, cioè dei robini stile subuteo con le figure di Star Wars. La saga di star wars col fatto che è uscito il VII episodio a distanza di tanti anni, è diventata il numero uno per ogni campagna pubblicitaria dal dentifricio al merchandising più spinto, puntando sui giovani nerd da tirar su, ma riscaldando i cuori nostalgici dei vecchi nerd che erano bambini quando vennero portati verso la luce dal signor Lucas. Ma torniamo a noi. Insomma partita in sordina, forse con pezzi non sufficienti alla richiesta (per esempio le astronavi porta rollinz sono esaurite ovunque e il riassortimento non basta mai), in breve tempo credo che si siano accorti del successo e della massa di gente che forse faceva la spesa una volta in più per poter aver quel determinato personaggio…perché in tanti hanno fatto così! Anche io ho fatto così! Ed era quello che voleva il signor Esselunga e suoi bracci destri e sinistri (e chiamali stupidi. Si chiama pubblicità). La promozione scade domani e molti sono coloro che, proprio allo scadere del termine, non sono riusciti a completare nemmeno la prima astronave (alcuni sono arrivati alla seconda perché “prevvidenti”). Quindi si torna alle buone e vecchie abitudini: celocelomanca!

darth e obi wan rollinz
Un Darth Vader solitario e uno in compagnia di un giovane Obi Wan sono in partenza con le poste. Speriamo che i due non litighino.

Io non mi sono tirata indietro e per quanto stia aspettando astronave e Chewbecca per completare il tutto, ho postato foto dei miei doppi su fb e wa e ho distribuito a chi mancava. Oggi per esempio sono andata in posta a spedire addirittura due pacchetti. Perché si fa? Perché spendere soldi anche per spedire sti robi? Uno perché tanto rimanevano alla polvere; due perché se altri li vogliono non vedo perché tenermeli io (e ho ancora dei doppi si sappia, soprattutto troppe Leila); tre perché mi ha fatto piacere tornare bambina quando da un pacchetto di figurine (i miei non le amavano) riuscivo con lo scambio ad avere un mazzetto e anche a completare l’album; quarto ma perché no! 😀

Alla fine è stato bello scherzare con gli amici vicini e lontani, giocando come quando eravamo piccoli, lasciando alle spalle i pensieri e sorridendo quando alla fine si mette l’ultima figurina/rollinz al suo posto.

Gli studiosi o appassionati di pubblicità e di mercato potranno sviscerare fino all’osso la campagna dell’Esselunga, potranno trovarci pro e contro, valutazioni morali (che palle!) o meno, ma alla fine a noi…che ci importa!

May the force will be with you!