“L’assassino ha lasciato la firma” di Ed McBain

https://www.goodreads.com/book/show/425164.Cop_Hater

Mai letto niente di suo, ma grazie alle letture collettive Corpi Freddi di un autore al mese è stato un piacere scoprirlo.

Questo è il primo suo libro legato poi all’ottantaseiesimo distretto e se questo distretto è diventato così importante e simbolico un motivo ci sarà. Ammetto che mi sarei aspettata qualcosa di più, tipo un po’ più di razzismo e crudezza visto che tutto è ambientato circa in una America anni ’50, mentre sono stata spiazzata da poliziotti molto perbene e ben fatti, delinquenti puliti e cattivi (ma mai troppo), donne fatali ma modernamente accettata.

Strana cosa.

Questa America è moderna, leale, coi ruoli ben definiti e con le scarpe pulite.

In più i pregiudizi sono davvero lasciati fuori dalle porte di casa e manco in strada ci sono. Il personaggio di Teddy ne è un esempio e sinceramente sono stata letteralmente spiazzata, ma questo non ha inficiato la lettura anzi mi ha incuriosita.

Il libro è piccolino e scorrevole sia per la linearità della storia che per la scrittura molto scarna ed essenziale. Altro elemento che non mi aspettavo. Tutto è ben descritto, ma senza usare troppi elementi o giri di parole: un buon maestro per molti scrittori contemporanei.

I personaggi sono ben costruiti e, anche se monolitici nel loro modo di essere, sono al posto giusto al momento giusto e fanno girare la vicenda senza aver bisogno di altri espedienti. Molto bello il personaggio del giornalista Savage, che spero di incontrare in altri racconti, perché si merita una bella lezione: è il classico giornalista senza scrupoli morali pur di ottenere uno scoop. Teddy è un inconsueto e inaspettato e riunisce in sè elementi molto problematici per quel periodo: donna (Teddy è un diminutivo) e muta; eppure è perfetta nel suo modo di essere. Carella è il classico poliziotto bravo ragazzo che ognuno di noi vorrebbe incontrare mentre sta facendo la propria denuncia.

La vicenda gira come se fosse impostata una pièce teatrale dove i personaggi girano attorno a una o due scene e raramente escono dalle loro quattro mura se non per interagire con qualche personaggio in più; mentre la parte strumentistica dell’investigazione, dalla polizia alla scientifica, è come se si assistesse a una ricostruzione storica del periodo, dove, per esempio, per telefonare bisogna cercare una cabina oppure usare quello del testimone oppure non si parla di dna, ma le impronte digitali e le autopsie sono rivelate con tutti i crismi.

In più quello che mi ha sorpreso è che l’essenzialità del tutto non fa distaccare il lettore, ma anzi lo incatena al racconto e più volte mi sono trovata a dover commentare quello che accadeva, in modo inconscio e istintivo.

Ne consiglio la lettura anche se con tutte le ingenuità del caso il mio voto non supera il 6 e mezzo.