“Satana a Goraj” di Isaac Bashevis Singer

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Dal sito della adelphi

Mettete che siete ebrei in un piccolo paesino della Polonia nel 1600 circa; mettete che a un certo momento l’altalenante susseguirsi di tolleranza e intolleranza verta ora sulla seconda e il vostro paese venga spazzato via; mettete che riuscite a ritornarci, anche se ruoli e persone sono cambiati, a volte veramente devastati; mettete anche che dalla Terra Santa, quella Gerusalemme che rimane nel cuore di tutti gli ebrei, giunga la voce che il Messia si è rivelato; mettete che tutte queste cose insieme poi lascino spazio al raziocinio e portino le persone a quello che nessuno si auspicherebbe: la divisione della comunità e l’eresia che regna sovrana.

All’interno della vicenda realmente accaduta di Sabbatai Zevi (Shabbatay Tzevi) autoproclamatosi Messia degli ebrei, sobillatore di speranze mai sopite, per poi tradire nel peggiore dei modi (convertirsi a un’altra religione, l’islam), la storia del paesino di Goraj diventa emblematica soprattutto nella gestione del mutamento di dogmi religiosi in un momento di fragilità psicologica e comunitaria. Al centro della vicenda, come una marionetta muta guidata dagli eventi, c’è Rachele: figlia di Reb Eleazar Babad, eminente personaggio della comunità prima della distruzione; allevata dallo zio macellatore rituale; vessata dalla nonna sin da bambina, che le riempiva la testa delle peggiori paure; data in sposa suo malgrado a un venditore ambulante, dal dubbio passato e dalle abitudini strampalate, Reb Itche Mates; divenuta suo malgrado (bis) profetessa di questo nuovo Messia; rapita e concupita da Reb Gedaliya, macellatore rituale e seguace di Sabbatai Zevi, senza potersi opporre, il quale la userà per i suoi scopi; e infine posseduta dal diavolo per condurla alla fine drammatica. Eppure attorno a lei, muta e inerme, girano altri personaggi particolari, dai figli corrotti del rabbino ortodosso, alle donne del villaggio, alla vicenda del Messia, ai cristiani che si convertono sai mai che siano vere le voci, alla teologia difesa o buttata alle ortiche.

I.B.Singer imbastisce un racconto dark, con buoni spunti horror, senza mai cadere nè negli stilemi del genere, nè nei suoi difetti. Molte recensioni parlano di racconto medievale, ma sinceramente io non ci ho trovato niente di quella narrativa, mentre ha molto del racconto popolare in senso ampio, con i suoi personaggi fuori dalle righe, la vittima sacrificale e un certo bene e un certo male che si confrontano, quasi sbalorditi di essere immersi nella quotidianità (ecco, questo sì può essere un elemento di narrativa medievale, in cui il fantastico è assolutamente normale, ma alla fine è un tratto comune a tutta la favolistica di genere dai tempi della mela di Adamo ed Eva). Goraj diventa quasi un simbolo, una bolla chiusa in cui la Storia entra ed esce, dove il paranormale trova modo di sfogarsi, ma dove il resto del mondo sembra non entrare più dopo aver cercato di distruggerla.

Il tema dell’ortodossia e dell’eresia, tipica probabilmente solo delle religioni monoteistiche (o del Libro della Legge), sono ben espresse, ma rimangono come vittime di se stesse, dove una non riesce ad opporsi all’avanzata dell’altra, la quale stravolge ogni consuetudine sociale, civile ed etica, per poi sparire spazzata via dal vento che ha generato da lontano. In realtà è una chiara descrizione della crisi dei valori religiosi in una comunità che ha perso ogni appiglio e forse è un ammonimento a tutti coloro che praticano o credono di stare attenti perché è facile perdere tutto, uscire dal seminato, se si va dietro a una speranza senza costrutto. Non c’è nessuna critica al comportamento di ogni personaggio e nemmeno nessun vero ammonimento al seguire una speranza insita nella storia ebraica, ma che qui è seguita senza certezze: Singer pare solo un triste e “silente” osservatore, narratore di un fatto successo e immutato nel tempo, di un momento che ha un inizio e una fine nel lento fluire della Storia generale.

La sua prosa è precisa, dettagliata, sicura; una capacità descrittiva senza fronzoli, ma che da per scontato che il lettore capisca tutti i termini e i vari ruoli, come se fosse questo non un romanzo per tutti, ma solo per chi davvero vuole capire (il fatto che venne scritto in yiddish è molto chiaro), comprese le benedizioni o le maledizioni fra parentesi dopo aver citato un particolare personaggio. Una capacità di descrivere i personaggi, ma ancor di più il loro inevitabile destino, come se davvero tutti fossero segnati e nulla possa essere davvero cambiato.

In confronto al fratello Israel ho trovato questo Singer più cupo, stanco, triste. Mentre Israel coglie continuamente l’ironia tipica della sua cultura, religione e popolo, anche nelle situazioni più disperate (il libro “La Famiglia Karnowsky” è la storia di un dramma che vede nel nazismo il veleno che contamina e distrugge), dove il nero del dramma si unisce alla potenza della parola sacra e no; in Isaac ho trovato una pesantezza, come se la scelta del dramma non lasciasse nessuna speranza. E’ un gioco sottile quello che vedo fra loro, perché le somiglianze sono tante di più a partire dalla capacità di rendere tridimensionale una comunità che tendenzialmente vogliamo evitare o dimenticare o lasciare chiusa nel santino della shoa; l’enorme cultura che permette di riempire di parole specifiche, di gesti e rituali, descritta con naturalezza, proprio come se fosse parte della loro quotidianità. La storia della letteratura vede Isaac vincere il nobel, mentre gli altri due fratelli (Israel e Esther) essere riscoperti in questi ultimi anni, pur suscitando successo e interesse anche in vita, ma ci riconsegnano una profondità letteraria rara in questi ultimi tempi. Da riscoprire tutti (mi manca la sorella da affrontare).

Voto: 7 e mezzo

Consigliato: a chi è appassionato di romanzi storici, di storia ebraica, ma anche di horror paranormale non splatter, non gore, ma molto realistico.

Scheda tecnica

traduttrice Adriana Dell’Orto

titolo originale “Satan in Goraj2

anno di pubblicazione 1955

casa editrice Adelphi

stampato nell’aprile del 2018 , da L.E.G.O. S.P.A. stabilimento di Lavis

copertina: “Sposa ebrea” di Isidor Kaufmann, collezione privata

© Christie’s Images

Bridgeman Images

pagine 182

prezzo € 18,00

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“I diari bollenti di Mary Astor” di Edward Sorel

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link del sito Adelphi

Questo è uno strano libro che trascende un po’ le lusinghe del testo, per svelarsi in altra veste. “Cioè?” vi starete chiedendo e mo’ ve lo spiego.

Il libro potrebbe apparire come un torbido resoconto di questa Mary Astor fra festini e filmini e chissà cosa d’altro, un 50 sfumature di Hollywood in salsa bianco e nero quasi muto. E invece no! O meglio non sono così bollenti questi diari. O meglio noi non leggeremo mai quei bollenti diari in questo splendido libro edito Adelphi. Noi leggeremo quella che per me è parsa una vera dichiarazione d’amore di un uomo d’arte a una donna d’arte dove le due arti si intersecano, si toccano, ma son ben distinte.

Da una parte l’autore Edward Sorel, illustratore, caricaturista statunitenste dal tratto graffiante ma dolce nello stesso momento, capace di evocare con maestria il sentimento di glamour da divinità del cinema tipico degli anni d’oro di Hollywood. In questo link trovate il suo sito e secondo me ne vale la pena passare un po’ di tempo a guardare la sua capacità di cogliere i dettagli e i modi di fare di grandi personaggi conosciuti.

Dall’altra Mary Astor, attrice in auge dagli anni ’20 ai ’40 con alti bassi, vincendo anche un Oscar nel ’46 come attrice non protagonista per “La grande menzogna” a fianco di Bette Davis. Cosa che però la portò al grande pubblico fu la causa giudiziaria intentata in sede di divorzio dal marito per ottenere la custodia della figlia (e degli alimenti sostanziosi) accusandola di essere una madre dissoluta proprio dopo aver letto questi “bollenti diari” che avrebbero fatto crollare l’aurea di perbenismo che aleggiava sul mondo del cinema.

Cosa unisce due personaggi di epoche e vite diverse? Un vero e proprio innamoramento giovanile e non solo che guida il nostro Sorel verso Astor cercando di capire esattamente qualcosa di più su di lei. Così ripercorre nel libro non solo la sua vita famigliare e professionale, un po’ come un contro altare di quello turbolento dell’attrice iniziato con la relazione molto precoce con John Barrymore e finito con 4 mariti (se non ricordo male) e flirt a non finire; ma racconta come questa sua ricerca di dare dignità a una donna che, riuscendo a sfruttare a suo favore (per una volta, visto che di solito veniva sfruttata da chi doveva volerle bene) riesce a ribaltare la condanna di femme fatale in una donna vittima. Il caso giudiziario, lo svolgimento dello stesso visto nei giornali, l’alternarsi al banco dei testimoni di nomi e volti conosciuti è solo un pezzo marginale di questa narrazione biografica a due timbri. Sorel mai una volta mette in dubbio che la sua “amata”, il suo idolo adolescenziale, possa avere il difetto di incoerenza amorosa o di non essere una buona madre, ma è sempre vista come una bambina sfruttata dai genitori che la detestano (l’autore infila un paio di volte questa accusa senza mai davvero motivarla), dagli amanti di turno, dal marito scroccone. E non possiamo chiedere altro da un libro del genere.

Il suo bello è proprio questo uscire un po’ fuori dagli schemi, dal sensazionalismo pruriginoso, dalla ricerca di voler davvero mettere in piazza i panni sporchi altrui; è il racconto di uno spezzone di vita di una persona che ha toccato con una mano quello che allora era il sogno di tantissime ragazzine e anche meno ragazzine: il cinema. La Hollywood fra le due guerre mondiali è, e rimane, una sorta di Eden artistico, una fucina di idee e una macchina da soldi; dietro, nelle pieghe dei letti sfatti e delle feste all’alba, mostrava invece il suo lato più oscuro e violento. Quegli anni furono, per chi è appassionato di cronaca nera e scandalistica, un vero turbine di alti e bassi oscuri e paccaminosi dove i giornali sguazzavano fra una recensione e una stellina morta in situazioni oscure. I “diari bollenti” dovrebbero in un certo senso svelare questo passaggio di mano da un’amante all’altra, da un set all’altro e rivelare i voti che sembra che Mary desse a tutti i suoi di amanti, ma Sorel lascia intendere, mette veli sopra i peccati e accenna solo, tranne quando deve condannare o infierire sugli uomini (di solito) negativi.

A chi è consigliato? A chi ama gli anni d’oro di Hollywood, ma non a chi cerca del torbido. A chi volesse integrare altre biografie di altri personaggi famosi, come Gershwin, George S. Kaufman (una delle storie più importanti per la Astor, ma che non portò a nulla in realtà) o Ruth Chatterton tanto per dirne alcuni, ma senza pensare di scovarne chissà quali dettagli. E’ un bell’intervallo leggero sul panorama, un modo per conoscere anche un illustratore contemporaneo (che nel libro ci regala molte sue tavole in supporto) che non so quanto sia di ampia risonanza.

Voto: 6 e mezzo. Per quanto scorra come narrazione con la facilità di un libro ben scritto e per quanto lo stile sia gradevole e ben costruito, non è che, come al solito, il voto è appena sufficiente perché non era quello che mi aspettavo. Il voto è sopra la sufficienza, perché per quanto capisca l’intendimento con cui è stato scritto, non toglie e non aggiunge niente alle conoscenze che avevo del periodo e dell’ambiente. Molto probabilmente vince sulla trama la costruzione del prodotto dalla carta un po’ più spessa del solito, dalle tante e bellissime illustrazioni a una copertina strepitosa (finalmente!): un prodotto che graficamente è veramente una chicca che forse val la pena di possedere (però a un prezzo un filino più accessibile, anche se non è carissimo).

Piccola parentesi. La cura grafica è veramente sopra gli standard dei libri normali di qualsiasi genere. Sappiamo tutti che l’Adelphi cura i suoi libri, ha collane ben distinguibili e, tranne qualche piccolo svarione (tipo l’insulsa copertina de “Lo Hobbit” nuova edizione), ha veramente attenzione a ogni piccolo o grande particolare, regalando ai lettori un prodotto di qualità che si differenzia bene nel mercato editoria di largo consumo. Per nostra fortuna non dovremmo vedere faccioni tutti uguali ammiccare dalle copertine di libri sgargianti e dai titoli che dire scolastici è un complimento. Adelphi sa come fare il suo mestiere. Qui si è superato, lavorando su più piani, mantenendo un prezzo di fascia media con qualità alta. Perché allora non consigliarlo all’acquisto proprio per il buon rapporto qualità-prezzo? Perché a me personalmente a quel prezzo preferirei prendermi un libro sulle tavole di Sorel e basta, senza la storia della Astor. Credo che si tratti di “per chi o cosa sei disposta a spendere i tuoi miseri e sudatissimi soldi” e ognuno ha le sue preferenze. Comunque un plauso e un inchino alla casa editrice.

Scheda tecnica

titolo originale : “Mary Astor’s Purple Diary. The great american sex scandal of 1936”

anno di pubblicazione: 2016

traduttore: Matteo Codignola

casa editrice: Adelphi Edizione

stampato nell’ottobre del 2017 presso L.E.G.O. S.P.A stabilimento di Levis

Disegni di Edward Sorel

pagine 167

prezzo € 20,00

 

“Abbiamo sempre vissuto nel castello” di Shirley Jackson

Il mio approccio con Shirley Jackson inizia con “L’incubo di Hill House” letto in collettiva con La libreria pericolante e sinceramente non mi aveva convinto più di tanto. Non ero partita prevenuta come mio solito quando qualcosa è tanto osannato, ma per quanto fosse godibile e piacevole (in ottica di un libro gotico ovviamente) fino a quasi la fine, il finale ha rovinato tutto non dicendo nulla, facendo cadere nel vuoto tutto e lasciando l’amaro in bocca. In un libro horror di qualsiasi sfumatura è il finale che, a mio sindacabile parere, da il valore della storia: gestirlo è complicato perché bisogna che in qualche modo si tirino le fila di tutti i discorsi in modo “coerente” sia scegliendo la via totalmente paranormale che quella più scientifica; lasciare andare i personaggi senza nessuan interazione come se niente fosse è quanto meno semplicistico. Mi direte che molti racconti trovano questo escamotage della fuga. Vero, ma molti trovano in essa la fuga che non permette di dimenticare, ma solo un allontanamento più o meno traumatico; mentre quando si fugge dicendo una sorta di “avevamo scherzato a farvi prendere così paura, potete vivere felici e contenti” no, quello non è un degno finale di una storia gotica con o senza fantasmi.

Malgrado questo preambolo ho voluto dare una seconda opportunità a questa osannata scrittrice, perché vabbè che sono bastian contrario, ma c’è un limite a tutto. Trovo questo libricino in biblioteca e rischio.

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https://www.adelphi.it/libro/9788845923661

Il libro scorre via che è una meraviglia con uno stile narrativo lineare e incisivo che incolla il lettore alle pagine e invoglia sempre a girarle per vedere come va a finire. Non mi dilungo troppo a fare relazioni stilistiche perché non ne ho le competenze, ma è raro trovare narrazioni così ben fatte (e ben tradotte) da avvinghiare il lettore, anche quello più ostile.

Arriviamo al punto: la trama o la vicenda o il nocciolo della situazione. Prima di tutto permettetemi di fermarmi sul genere che a mio avviso non è un classico horror o un gotico, ma è un romanzo di denuncia. Strano vero? O forse lo vedo solo io? In effetti sia sulla pagina Adelphi che su altri siti la denominazione è semplicemente “romanzo” o “letteratura nord americana”, quindi? Ci siamo fraintesi? Non proprio.

Il romanzo è uno strano romanzo di cronaca famigliare dove attorno alle vite di due ragazze gira non solo il tentativo di comprendere la tragedia che le ha toccate, ma soprattutto la vita di una piccola città di provincia con le sue paure. Qui secondo me arriva l’orrore. Capisco a questo punto come si riesca ad avvicinare l’autrice ad altri grandi nomi del genere, come King, proprio per aver scelto di documentare non tanto il male che viene da altrove (che sia un pianeta come gli Antichi o dall’aldilà come tanti), ma quello che si scatena dentro di noi, dentro alle persone “normali” che osservano, giudicano e condannano senza averne i mezzi. Questo è il libro del nostro orrore quotidiano. Ed è un pugno nello stomaco.

Ammetto di aver fatto fatica a leggere alcuni punti, anche se alla fine ho finito il romanzo in una giornata, perché quel senso di nausea e schifo (sì, si dice schifo, perché urto del vomito mi dicono che è troppo) mi salivano in bocca, alle orecchie ritrovando nella meschinità dei ragazzi che offendono la giovane “Merricat” e il silenzio connivente degli adulti quella stessa meschinità che affolla la nostra tv sempre pronta a sfogarsi contro il mostro di turno; torna nei pettegolezzi di cui molta gente si riempie la bocca, quasi sbavando dalla gioia nel vedere l’altro cadere o sperando che cada; nell’invidia frutto di non si sa quale paranoia mentale; in quel senso di “rivalsa” delle proprie miserie distruggendo chi abbiamo a fianco. E’ la gente normale che mi spaventa non solo nei libri. Non si può dire di non averne esperienza, anzi purtroppo coi social questo tipo di normalità ha preso il sopravvento, nel silenzio generale di quelli che macinano pane e rispetto anche standoci male.

Quella normalità che vorrebbe minimizzare le differenze; che vede la patologia in ogni atto non consono alla maggioranza; che cerca di ricondurre a sè tutto. Non che il rapporto fra le sorelle e la loro reazione ai loro drammi sia così consono, anzi ha del patologico, ma alla fine che danno fanno? Si sono rinchiuse nel loro “castello” di famiglia, vivendo del loro e pagando puntalmente con soldi correnti; non escono dai loro confini; non sono un degrado anche se la loro casa fa un po’ paura come se fosse quella della famiglia Addams; vorrebbero solo essere dimenticate. Forse è quella la loro colpa: vivere nella loro pace silenziosa lontana dalla società. E si sa che gli eremiti son sempre strani e mal visti…

Il cugino Charles che arriva come il peggior approfittatore parassita è il parente o l’amico o lo scroccone di turno che tutti noi abbiamo in qualche modo conosciuto direttamente o indirettamente, ma nel libro convoglia su di sè la figura malevola che deve portare al disastro e alla fine di un “piccolo mondo felice e fatato” dove le due sorelle si sono rifugiate. Ogni suo atto e ogni sua parola è melliflua e appiccicosa, ma la scrittrice é bravissima a far vedere come ognuno di noi, delle persone che abbiamo vicino, vogliamo vedere quel che ci fa comodo: Constance, buona a dei livelli divini, non vede mai il male negli altri, ma in modo molto puerile decide di non prendere mai una posizione; Merricat che, con la civiltà deve scontrarsi ogni tanto, vede la fine del suo mondo per mano della prevaricazione e la combatte con rabbia. Anche questo rapporto a 3, sbilanciato e violento, è sintomatico di come viviamo certi rapporti quotidiani, fra le incomprensioni frutto delle nostre paure o delle nostre capacità di leggere le persone in modo più o meno chiaro.

Constance è quella che sa, che ha capito, ma non vuole affrontare e si rinchiude nel suo mondo dorato costruito nella casa di famiglia dove la tragedia (lo sterminio della sua famiglia per avvelenamento) è scesa come un nero giustiziere o giocatore. Ha subito lei le angherie del mondo civile attraverso il legittimo processo penale per omicidio e, pur uscendone scagionata e innocente, la sua condanna non avrà ma fine. Il suo autoinfliggersi un ergastolo dorato dove tutto le ricorda il passato è qualcosa di comprensibile anche nelle sue derive patologiche. Anche perché lei sa cosa è accaduto e sapendolo, si fa custode della verità non curandosi degli effetti secondari.

Dall’altra parte la sorella Mary Catherine, piccola e coraggiosa, si rifugia nelle sue superstizioni magiche e nei suoi nascondigli per impedire al mondo esterno di rompere la bolla di sapone in cui sa di vivere. Anche lei però denota le sue devianze e problemi che il cugino Charles vorrebbe risolvere con pugno di ferro in guanto di velluto sottile, ma che non sono risolvibili se non affrontando la verità che come i giocattoli è sotterrata da qualche parte in giardino o in casa.

Le due sorelle sono complementari e, insieme allo zio un po’ tocco, offrono al lettore uno spaccato gradevole, simpatico, amicale e ogni loro atto fa parteggiare per loro. Mi ha ricordato per certi versi il film “Arsenico e vecchi merletti” di Capra soprattutto per quel tocco surreale in cui la normalità per una famiglia è l’orrore per la collettività, ma al contrario del film i temi toccati sono differenti: il film è una commedia nera su una famiglia un po’ strana, il libro è a mio parere uno spaccato di vita dove ci si chiede cosa sia la normalità e dove finisca il disagio.

Altra annotazione: il cognome delle ragazze. Da subito Blackwood mi è parso famigliare  e non ricordandomi il perché ho iniziato a pensare che la mia famigerata memoria da criceto morto avesse finalmente preso il sopravvento; è bastato, però, un giro su google per far scintillare la fiammella del dubbio: Algernon Blackwood (1869-1951) famoso scrittore britannico conosciuto per i suoi racconti legati al soprannaturale. Citazione? Omaggio? Caso? Non lo so.

A chi lo consiglio? Al di là degli appassionati di horror comune, quello che descrive il male in noi, lo consiglio a chi voglia affrontare da fuori la visione chiara e limpida del disagio che alberga nella cosidettà società civile. Lo sconsiglio a chi abbia subito e/o affrontato nella propria vita quel tipo di pochezza umana, perché è davvero descritto in modo chiaro e vivido.

Voto: 6 e mezzo. Non mi sbilancio a dare un voto alto, perché al di là che non sia quello che io cercavo (e non è colpa del libro) non mi ha convinto del tutto, alla fine è come se mancasse un quid. Il libro è una finestra su una famiglia, ma una finestra piccola che si apre e si chiude e lascia andare tante cose probabilmente ininfluenti per quello che interessasse raccontare l’autrice.

Scheda tecnica

Titolo originale: We have always lived in the castle

Traduzione di Monica Pareschi

Anno di pubblicazione: 1962

Editore: Adelphi Edizioni, serie Fabula

Stampato nel maggio 2009 presso Studio Due S.A.S, Milano. Printend in Italy

Copertina dipinto di John F. Francis “Fragole, panna e zucchero” (collezione privata)

Genere: horror

Pagine 182

Prezzo: €18,00

 

 

“Lo Hobbit” di Tolkien. E Peter Jackson dove era?

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Le mie edizioni de “Lo Hobbit”. Solo 3 e ne vorrei anche altre.

Ho riletto quest’anno questo libro che ho amato tantissimo e che per anni in adolescenza ho riletto e riletto, crescendo, amandolo ogni volta, ogni volta trovando qualcosa di nuovo e di vero (come capita sempre ai classici e ai grandi libri o film in genere), ma la scusa questa volta è stata trovata nel fatto che riguardandomi i due film tratti io non ritrovavo il libro.

Come ho detto da altre parti, non ricordo se anche qui, io credo nel diritto di primogenitura dell’opera: chi l’ha creata (sia film, fumetto, libro, dipinto e scultura e altro tanto per allargare i campi) ha la verità di quell’opera. Non importa se arriva un altro e ci aggiunge un di più e lo rende più “bello”, l’opera è fatta, completa e corretta come esce dalle mani del suo creatore. Punto. Possiamo discutere all’infinito, ma se esiste il diritto d’autore questo ha un valore non solo economico ma soprattutto intellettuale.

E qui casca l’asino.

“Lo Hobbit” nasce come un racconto per ragazzi, poi si capisce che è un prologo per “Il Signore degli anelli” e da lui, dai tanti personaggi citati, nascono altri racconti; è completo così come è stato concepito; ha volutamente un linguaggio non epico, comprensibile, ma tutt’altro che semplicistico; narra di un viaggio, di un’avventura in cui gli eroi cambiano, maturano, capiscono, ma si trovano anche ad affrontare ostacoli incomprensibili sul momento. E’ il classico racconto da fare davanti al camino con un adulto che lo legge e un gregge di minori che ne rimangono affascinati. Con questo non voglio dire che se ve lo leggete fra di voi, nella solitudine della vostra cameretta, non sia valido, ma a questo giro ho provato a leggerlo a voce altra (anche per mettermi alla prova con un tipo di lettura diverso da quella mentale che tutti noi usiamo normalmente e comunemente) e ne ho sentito una poetica e una forza che non ricordavo. Sicuramente ho un’altra età e tante cose che mi frullano per la mente che la Terra di Mezzo è un porto sicuro e accogliente.

Essendo un racconto per ragazzi, e per quanto i ragazzi del secolo scorso siano stati ben diversi da quelli odierni, mi chiedo perché stravolgere così tanto l’essenza del libro per farci un altra cosa? Ecco cosa ha fatto P.Jackson.

Premetto: io ho un altarino nella mia testa per questo regista. Ci ha regalato importantissimi film sia per lo splatter che per altri generi, ma soprattutto ha messo finalmente sul grande schermo “Il Signore degli anelli”. Il lavoro che ha fatto poteva risultare un disastro, poteva scoppiargli in mano, invece ha sapientemente tagliato (anche se ammetto che è stato un dolore) situazioni che avrebbero fuorviato lo spettatore ignorante, ha tenuto l’essenza del libro e ha raccontato l’atmosfera che c’era. Questo il punto: non è stato fedele al libro in ogni sua virgola, ma ha rispettato il cuore della trama. Ne “Lo Hobbit” ha visto la gallina delle uova d’oro e quindi ha fatto del danno…

Prima di tutto fare 3 film di un libro di 300 pagine è proprio il segnale che devi pagare le bollette e non sai come fare. E’ inutile che ce la racconti Peter! Vallo a dire al vicino di casa, ma non a noi. Secondo ha reso questa storia cupa, epica dove non c’è, ha unito tanti pezzi di altri libri dilatando la storia, ma stravolgendo anche situazioni ed eventi. Ma soprattutto ha messo quella cosa orrenda che è la “storia d’amore” fra un nano e un’elfa che manco esiste nel libro. E questo io non glielo perdonerò mai, perché ha ceduto il potere, per avere più soldi, alle bimbeminkia (scusate il francesismo, ma a volte ci vuole!) totalmente lontane dal fantasy le quali accettano di vedere certi film solo se ci sono storie d’amore assurde. State a casa! Fate un favore al mondo interno più o meno nerd: andate da un’altra parte! Non è un giudizio morale, per me potete fare quello che volete, ma se entrate nel mio “mondo” lo fate alle regole di esso e non alle vostre, perché se no siete solo dei parassiti e dei distruttori! Vi detesto, lo ammetto! Siete una rovina! Non accoppiatevi con dei nerdi, fatelo con dei vostri pari, abbiate pazienza ma così siete un virus distruttivo che farà nascere mezzi nerd decerebrati!

Torniamo a noi…con “calma, dignità e classe” (cit.).

L’operazione cinematografica che per molti ha un pregio e che molti miei amici nerd fantasy hanno apprezzato perché ha reso la storia più adulta, ha solo il pregio di aver attirato gente al cinema e qualcuno a comprare il libro; ma ha il totale demerito di aver allontanato i ragazzini dal libro (nel quale troveranno tutt’altra un’atmosfera) e gli amanti dallo stesso dalle sale. In più non è manco fatto benissimo, visto che molto spesso in sala (ho visto i due episodi) ho trovato errori grossolani nella tecnica e nella resa. Quando il mio occhio coglie quel dettaglio stonato vuol dire che è marchiano e fatto veramente coi piedi, perché per quanto io sia attenta e conosca un po’ come si fa un film, quando entro in sala mi lascio prendere dalla situazione ed “entro nel film”.

Mi chiederete allora perché ho visto i due film al cinema? Il primo perché non potevo essere vittima dei miei pregiudizi, visto che il trailer non mi convinceva per nulla; il secondo perché non potevo credere che ce ne potesse essere un secondo, anche se ammettevo che la mia memoria faceva fatica a tirar fuori le cose narrate. Il terzo lo guarderò? Direi fortemente “no”, sempre che non capiti un’occasione come la volta scorsa che ho speso 3 euro per vederlo. Questo è il valore che do a queste operazioni.

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Per chiunque abbia già letto il libro, ma voglia approfondire tutto quello che ci sta dietro, la più bella edizione che io ho (perché ammetto che questo è l’unico libro che ho in più edizioni. E me ne mancano ancora altre) è sicuramente quella annotata: piena di annotazioni, di disegni, di spiegazioni non solo permette meglio di entrare nel mondo della Terra di Mezzo, ma soprattutto fa meglio comprendere il grande letterato che fu Tolkien che seppe mischiare i suoi studi con le sue esperienze e le sue doti.

Un lavoro complesso che nulla toglie alla lettura, ma che non consiglio per chi non abbia mai letto il libro perché se si leggono le note in corrispondenza si rischia di togliere pathos alla lettura.

Lasciatevi andare seguendo i nani e un hobbit, senza timore di tornare bambini e di affrontare orchi e creature misteriose con le sole armi del coraggio e della forza.

Voto libro: 10

Voto film: 5. Chi troppo vuole nulla stringe…