“Terra di sangue” di Karin Brynard

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Sulla copertina c’è la frase in alto “La Stieg Larsson del Sudafrica” Rooi Rose.

Non che io stia a badare a quelle frasi, visto che il 90% sono un po’ tirate per i capelli (guardate quella bellissima nella fascetta del nuovo fumetto di Sio, tanto per dire), ma a volte mi soffermo, mentre leggo, per capire cosa vogliano intendere. A questo giro qualcosa in comune con lo scomparso autore della saga di “Milleninum” c’è: entrambi gli autori sono andati a mettere le mani in quella faccia della luna oscura che tutti sanno esistere, ma che nessuno vuole davvero risolvere. Per Larsson era il passato nazista del nord Europa, per la Brynard è il non del tutto superamento della segregazione e del susseguente nuovo Sudafrica. Parlano di roghi di odio che covano più o meno coperti sotto la cenere di una società che deve andare avanti, come se il passato non dovesse mai ripresentarsi e quindi non essere mai esistito.

Il primo ostacolo di questo testo è capire di che colore è la pelle dei vari personaggi sulla scena e in base a quello capire come sono stati posti lì e come. Non è scontato un poliziotto di periferia bianco, ma non lo è nemmeno nero; diamo per scontato il proprietario terreno afrikaner, ma tutto attorno ci sono anche i neri. E così per ogni ruolo. In base al colore della pelle, purtroppo, si può capire il modo di relazionarsi di ognuno di loro e una parola prende un significato piuttosto che un altro.

Prendiamo Freddie, la vittima: bianca, artista, benestante, dalla parte dei più poveri, pronta a restituire il mal tolto a una popolazione indigena sfruttata secoli fa, eppure ha amici bianchi potenti e ben messi. La sorella invece sembra uscire da una qualsiasi città occidentale a maggioranza bianca, dove i confilitti al massimo sono di altra natura. Capire che l’ispettore capo Beeslaar è un corpulento bianco, dal passato difficile e con trascichi psicologici pesanti, è invece fondamentale perché attorno a lui girano, suo malgrado, tutti i rapporti di potere sia nel suo stesso distretto, con le vittime, con le presunte vittime, con quelli che vorrebbero altri colpevoli, con i suoi capi neri. Non è una vittima e nè un osso duro, ma dà quella sensazione di “mi piego, non mi spezzo e come un giunco al massimo ti colpisco in faccia”. E nello sfondo gli odi sepolti da secoli, sulla rivendicazione di quelle terre che appartengono sempre a qualcuno per diritto di una qualche divinità (scelta sempre alla bisogna e per parte).

Chi ha ucciso l’artista Freddie, nata e cresciuta nella fattoria di Huilwater, tornata per assistere il padre morente ed ereditare il patrimonio, compresa la terra? Chi ha voluto anche togliere la vita alla figlia adottiva, già di suo problematica? C’è chi parla di riti sciamani per allontanare il male da quelle terre e chi di bande di ladri di bestiame pronti a tutto. La verità invece pare essere molto più vicina alla vittima, ma anche alla sorella Sara costretta suo malgrado non solo a sistemare la successione, ma anche a investigare e trovare la verità.

Malgrado la sua mole (una piccola parte è dedicata al dizionario per capire alcuni termini usati per rendere più veritiera la narrazione e che, ovviamente, non sono di facile comprensione per chi non ha mai letto racconti di quella zona), si legge molto bene, scorrevole, senza inciampi o rischi di distraenti descrizioni. L’autrice è brava a seminare durante tutte le pagine, fra i dialoghi e le situazioni, la sua visione della società del sudafrica, in zone di confine con altri stati e parchi nazionali protetti: è un’Africa non pacificata, divisa non solo o non tanto per il colore della pelle e per la convizione che quella porti un retaggio irremovibile, ma anche dalla visione di come si vuole convivere con la natura e con gli altri.

Eppure alla fine non è che mi abbia entusiasmato. Certo, la sufficienza se la porta abbondantemente a casa, ma alla fine mi è sembrato quasi di leggere un racconto di cronaca nera più che un thriller in cui, volutamente, sono stati sparsi elementi anche oscuri (come il conflitto “spirituale” fra le diverse forme di scamanesimo e preghiera o i movimenti di estrema destra in azione). La differenza con Larsson per esempio è proprio nella capacità di far percepire al lettore il vero pericolo che rischiano di incorrere i protagonisti: in questo libro solo verso la fine, quando oramai si era anche capito chi avesse fatto cosa e perché, la vita di Sara rischia di finir male, ma in modo quasi scontato. Non so, mi ha dato quella sensazione di non voler calcare la mano e nel farlo di non averlo fatto per nulla lasciando situazioni troppo superficiali. Anche perché di elementi interessanti, misteriosi ce ne sono e sarebbero anche stati interessanti, pur non facendo deragliare la storia su binari morti o inutili.

Voto 6 e mezzo.

Consigliato a chi volesse leggere un thriller ambientato in zone lontane, senza sembrare troppo esotico da parer finto, e anche per chi sotto una vicenda nera inventata volesse cercare di capire come viene descritta una società molto lontana da noi, con grandi conflitti sociali.

Scheda tecnica

traduttore (dall’inglese) Silvia Montis

titolo originale “Weeping Waters”

anno di pubblicazione 2009

casa editrice Editrice e/o

stampato luglio 2018 presso Arti Grafiche La Moderna di Roma

copertina © David Yarrow Photography/Getty

grafica  Emanuele Ragnisco http://www.mekkanografici.com

pagine 539

prezzo €19,00