“Mangia prega ama” di Ryan Murphy

Ieri il mio cervello ha giocato contro di me, ve lo dico. Non so bene come sia successo, ma ha spento la voglia di horror, giallo, splatter vario e facendo zapping ha bloccato il dito su questo film appena iniziato. Devo chiedere il controllo del cervello a questo punto perché sti scherzi balordi li fa a volte. A sua discolpa devo dire che nel frattempo stavo aiutando via chat una mia amica a familiarizzare col kobo e calibre e quindi tanta attenzione non l’avevo, ma è pur sempre un segnale negativo.

http://www.mymovies.it/film/2010/mangiapregaama/

Per questo film nessuna scheda tecnica, perché la regia è passabile, niente imepgni; costumi beh era difficile sbagliarli; effetti speciali non ce ne sono; scenografia bella, ma molto da copertina di giornale di moda; cast quello che ti aspetti se vuoi farci i soldi con questo film, se no ne sceglievi di meno famosi; nota per il doppiaggio che non si poteva sentire, visto che gli italiani si sono ridoppiati malissimo e Bardem con accetto brasiliano è da stridore di denti. Dove sta il vero problema allora? Per me è tutta la sceneggiatura, dall’inizio alla fine.

Prima di tutto questo film è la fiera dell’ovvietà: amati, rispettati, perdonati, apri il tuo cuore. Ma va, chi lo avrebbe mai detto? Insomma io pensavo che per volersi bene bastasse darsi dei cazzotti ogni mattina e porgere al proprio prossimo un macete per farsi ammazzare. Seconda ovvietà: la protagonista. E’ bella, ricca e scrittrice. Perché questi film non li si fa con una madre di famiglia disoccupata con figli a carico e marito che si spezza la schiena? No, lei ha cultura, pelle bellissima, fisico invidiabile e purtroppo mentre l’ex marito firma le carte del divorzio lei finisce in una relazione con uno carino e più giovane di lei. Ah, son problemi davvero! Quindi entrata in crisi perché niente le va bene (le farei vedere io cosa vuol dire “niente va bene”) decide di prendersi un anno sabbatico e dove va? Già, dove?? In Italia, in India e a Bali. A me al massimo sarebbe stato possibile andare in eremitaggio nella casa dei nonni in montagna, ospite da qualche amico da un’altra parte e in una pensioncina per 1 settimana al di là delle Alpi.

Quindi prima tappa Italia. E in Italia chi c’è? Una villa in centro a Roma, senza scaldabagno e con la padrona di casa che manco parla dialetto romano. Normale, voi l’Italia non la vedete così? E’ così, punto. I suoi compagni di avventura sono una nordica arrivata anche lei per anno sabbatico e trova l’amore in un giovane cicerone romano, qualche amico e la famiglia toscana che la accoglie come una nipote. E chi non! Voi magari fate fatica a farvi prestare lo zucchero dai vicini di casa e a pagare l’affitto, mentre lei sorride, mangia un gelato e tutti la amano. Ah, il cibo. Almeno quello ha un senso e non viene stravolto (per la prima volta vedo un americano mangiare gli spaghetti non arrotolandoli con l’ausilio del cucchiaio). Poi quando ha finito di ingrassare (ma solo poco perché lei si strafoga e mantiene la 40, mica pizza e fichi!) parte per la seconda tappa: India.

Qui il caos, rumore, caldo, ma lei entra protetta in un tempio (non ho capito di chi) dove ricchi e annoiati occidentali vanno lì a farsi menare per il naso con le stesse fatiche che troverebbero sotto casa, ma che però sono meno in. La nostra eroina si trova a pulire i pavimenti del tempio in ginocchio e con una spugna e magari a casa ha una colf che manco le fa toccare una tazzina da lavare. Il massimo problema che incontra è un altro americano più avanti di lei nel cammino che la sconvolge col suo cinismo. Se voleva del cinismo, bastava chiamarmi e costavo meno che andare in India. Osserva un matrimonio combinato e va tutto bene, tanto chissene frega lei è riuscita a sbagliare anche in un matrimonio non combinato! Quando alla fine ha capito come si prega e come ci si perdona è tempo dell’ultima tappa.

Bali. Vacanza oserei dire se non per il fatto che non so come deve andare tutti i giorni a fare meditazioni da un vecchio che le chiede di sistemare i libri o diari della sua vita. Lavorone! Ma questo lo farei volentieri anche io potendo, ma non trovo il vecchietto che in cambio della mia manualità grafica mi offra lettura della mano, saggi consigli e sorrisi sdentati. In tutto questo cercarsi si scontra e si incontra con il bel Felipe (Bardem), una cosa alla “Licia kiss me Licia” tanto per intendersi. I due cuori spezzati si incontrano, mentre parlano del nulla, piangono a caso e vedono panorami mozza fiato. Facile quando non devi fare altro che domandare chi sei, cosa vuoi, cosa puoi leggere, ma si vado a farmi un bagno, speta che medito un po’; mentre il resto del mondo nasce, muore, si ammala, si ammazza, paga bollette e come minimo deve lavare il water (non sempre suo). Nel mezzo lei salva il futuro di madre e figlia balinesi, coi soldi altrui. Genio!

Il finale è in scia col resto del film e anche se non ve lo dicessi, vi ho spoilerato tutto il film. Quindi che senso ha vederlo? Oltre al fatto che l’uomo a volte ha l’insito bisogno di farsi raccontare la fiera delle ovvietà per sentirsi più sereno? Oltre al fatto che l’ovvietà ci fanno dire “ecco cosa dovrei fare” nel mentre stai facendo mille cose contemporaneamente? Oltre a farti credere che avrai anche tu i soldi, il fisico e la botta di culo della protagonista? Vanno bene le commediole mancherebbe altro! Vanno bene i momenti di relax in cui guardi qualcosa che scacci i pensieri dal cervello, questo film però è il nulla e se vi piace il nulla ve lo lascio volentieri, mentre io torno alle più forti, costruttive, sognatrici commedie tipo “La vita è meravigliosa” di Capra.

Voto: n.c. E sono stata buona.

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“Il nostro comune amico” Libro 3, cap. XVI-XVII

Seguiamo Bella cercare il padre e tornare a casa in questo inizio di capitolo, e trovarlo sul lavoro, da solo, quando oramai tutti sono andati via a casa, prepararsi un thé. La scena familiare e tenera rende un po’ di giustizia a questi due personaggi che malgrado debbano affrontare altri personaggi non del tutto gradevoli, sono alla fine l’uno l’angolo di sicurezza dell’altra. In questa scena di felicità famigliare Bella è costretta a rompere l’incantesimo rivelando la verità delle sue azioni, ma viene interrotta dal fatto che in ufficio si è rifugiato anche Rokesmith (colpo di scena! carramba, che sorpresa!). E i due giovani…beh, dai oramai lo hanno capito anche loro che si amano e che si sono scelti (ironia del destino). Il povero padre è “costretto” a sentire le loro spiegazioni, le loro parole, un po’ inebetito, poi sempre più sereno e alla fine concede la sua benedizione. Così i tre festeggiano, immersi in un’atmosfera di pace, quando all’improvviso sorge spontaneo al signor Wilfer la presenza della “amorevole” moglie e altrettanto “carina” figlia…come la prenderanno? Ci penserà Bella a dire tutta la verità senza prendere fiato e lasciando a bocca aperta la sorella Lavinia e la madre e costernato (perché avrebbe voluto essere altrove) l’ospite Giorgio Sampson. Lavinia poi annuncia alla sorella il suo fidanzamento con Giorgio (poraccio!), poi visto che Bella è solo contenta, parte con una inutile scena di isteria. Perché Charles D.? C’era bisogno? Per me no. Vabbè. Ma si vede che per lui il lettore non ha abbastanza capito quanto perfida sia questa ragazzina e quanto debba dimostrarlo sempre e comunque a danno poi della propria famiglia. Per fortuna che Bella è troppo felice per mostrarle il fianco e farsi ferire. Per ora…

 

http://www.qub.ac.uk/schools/SchoolofEnglish/visual-culture/illust-book/Stone-OMF.html

Un nuovo pranzo a casa Veneering ci attende…mi vien da piangere…Per fortuna (tocca dirlo con un filo di cattiveria) veniamo a conoscenza del fallimento dei signori Lemmle e che lei chieda proprio aiuto al signor Twemlow (che salta fuori sempre quando uno non si ricorda di lui e che cosa serva a questo romanzo…). Le chiacchiere dei due palesano gli inganni e la cattiveria del signor Fledgeby e di come il signor Riah sia solo il suo prestanome. Che sia nato un nuovo sodalizio fra le ferita signora Lemmle e il povero signor Twemlow?

Il resto del capitolo ritorna al pranzo e ai pettegolezzi ai danni dei Lemmle e perdonatemi è un capitolo inutile, scritto male e pallosissimo. Se fosse stato per me, se fossi stato l’editore, avrei preso le forbici, lo avrei tagliato e buttato la carta nel fuoco.

E finisce il terzo libro!!!

“Il nostro comune amico” Libro 3, cap. XIV-XV

In nostro simpatico Venus, alle spalle del suo compare Wegg, riesce a incontrare il signor Boffin nella sua bottega da imbalsamatore. E tutto ciò perché? Perché vuota bellamente il sacco riferendogli degli imbrogli a suo danno operati per idea di Wegg e lui stesso. Ma è ammattito? Stiamo a vedere…sembra che tutto sia stato fatto per sincerità e amor di verità e che il signor Boffin abbia accolto al confessione con signorilità e stupore, senza però dimenticare giustizia e vendetta insieme. Eppure la reazione di Boffin lascia tutti un po’ sconcertati perché invece che ringrazia del suo atteggiamento l’imbalsamatore, inizia a vaneggiare di “comprare persone”, di “pochi soldi” e cose del genere. Ma ecco che nel più bello proprio il “simpatico” Wegg appare sulla scena zoppicando verso la casa del suo compare. Così Boffin, in un nascondiglio, viene a sapere tutta la verità e l’arroganza di colui che aveva strappato dalla strada con benevolenza. E’ proprio vero che la gratitudine si ripaga con l’ingratitudine!

Vista la situazione il signor Boffin si vede costretto a chiedere una mano a Venus per poter arginare la malvagità del compare e costui, anche se l’imbalsamatore vorrebbe solo uscire di scena e riuscire a scindere quello scellerato patto. E dopo aver siglato un patto il signore se ne va a casa arrabbiato, pensieroso, perso in mille congetture, ma lungo il tragitto, tanto per finire in bellezza la serata, si imbatte nella carrozza della signora Lemmle che proprio lui stava cercando (Boffin è proprio un fortunello, si vede!).

E così, come noi e lui prevediamo e sappiamo,

“…è proprio un altro che mi si butta addosso, mi pare,” disse il signor Boffin tra sè.”E poi?”

Appunto…e poi? E poi vediamo come la famiglia Boffin (quella allargata, comprendendo Bella e Rokesmith) noti come il capo famiglia diventi sempre più scontroso e faticoso da gestire, quasi maligno in certi suoi sguardi, ma in questa giornata la vittima sacrificale del suo modo di fare sembra proprio essere Bella, inconsapevole di quello che può aver commesso.

Boffin decide di mettere fine a tutto (quel tutto che lo zampino malefico dei Lemmle ha mistificato e distorto a piacimento suppongo), convocando nello studio sia Bella che Rokesmith e accusa il segretario di insolenza per aver sol pensato di poter ambire alla ragazza. Ok, fermi tutti, voglio scendere! No, a parte la battuta, qui siamo un po’ all’esagerazione: va bene essere puritani, perbenisti o quel che è; va bene che il rapporto tutore-fanciulla da maritare ha un valore nella società dell’ottocento, ma qui si accusa un ragazzo per essersi innamorato e aver sperato di ambire a lei come se l’avesse disonorata sulla pubblica piazza (e voi avete capito cosa si intende) uccidendole anche tutti i parenti! Siamo un po’ all’esagerazione vera e propria, dailà! Lo accusa di tramare alle sue spalle, alle spalle di Bella, per ottenere i soldi di Boffin (che poi manco sarebbero tutti suoi, ma pazienza, questo ha perso la tangente ed è sulla via dell’avarizia più spinta). E per finire preso dall’ira lo licenzia. Vamolà!

Rokesmith rimane impassibile, incassa le accuse, si mostra gentile con le donne di casa, rivelando il suo affetto per Bella e di come da lei sia stato rifiutato e malgrado ciò egli la rispetta come e più di prima, anzi confessa proprio di amarla! Dai che ci siamo! Dai che questi due fessi si muovono! Daiiiii!

E mentre gli insulti di Boffin gli escono dalla bocca come veleno (istillato anche oserei dire), la piccola Bella scoppia dal dolore e vorrebbe rinnegare la sua eredita di non moglie, vorrebbe tornare dall’amato padre, vorrebbe non avere tutto ciò. Ma il tutore non capisce, come invece capisce la signora Boffin muta e amorevole ma bloccata dai gesti del marito; sconvolge l’ex segretario; e poi le parole di odio feriscono il tutore come tanto speravamo potesse fare da un sacco di pagine!

Scena di romanticismo esasperato fra Bella e Rokesmith (sottofondo di musica sdolcinata a piacere) che si conclude con l’uscita di scena del giovane, il dolore della ragazza, la materna attenzione della padrona di casa e l’idiozia del padrone di casa.

Il capitolo si conclude con l’addio di Bella a casa Boffin e famiglia e il suo ritorno alla casa paterna. Staremo a vedere come verrà accolta.

ho trovato le vignette del libro!

“Il nostro comune amico” Libro 3, cap. VIII-IX

Mentre da una parte si stanno portando via i rifiuti da casa Harmon (e non capisco l’invettiva di Dickens contro i “signori del Comitato”), dall’altra parte Bettina Hidgen vaga, via da casa Boffin, alla ricerca di un posto dove vivere e morire lontano dall’Ospizio. Il personaggio si staglia con una statuaria moralità umana ma non dei supereroi o dei grandi personaggi, ma proprio delle persone oneste. Strano…cosa le succederà?

Il capitolo è pietoso,  nel concetto latino della pietas e non capisco per quale motivo. Più di una volta Dickens ha presentato personaggi normali, umanissimi, positivi e li ha tutti condannati ad essere vittime dell’arroganza altrui, dei voleri altrui, ma qui si dilunga in un lungo panegirico della vita, in vecchiaia, di questa signora piena di dignità e di coraggio che pur di non andare in ospizio decide di non fermarsi mai troppo in un posto, lavorando del suo, dignitosamente, non ascoltando le lusinghe suicide del Tamigi. Che questo sia uno dei punti di invettiva contro i suoi contemporanei? Contro quella Londra o Inghilterra bene, fatta di abitoni e crinoline e bombette, dove la carità diventa penosa (nel senso di pena, questa volta) come una gabbia di un carcere? Dove il bigottismo delle classi superiori valuta e pretende di instradare le vite delle classi inferiori? A chi parla davvero l’autore? Perché mentre la povera Bettina passa da un malore all’altro, da una situazione all’altra dove la sua fragilità umana si rivela tutta, l’autore continua con il suo sottofondo di critica alla società caritatevole che gira attorno. L’Ospizio come l’Orco, il luogo del non ritorno, la paura più grande…

E mentre la vita sembra fluire via dal corpo di Bettina, Lisetta le appare come un angelo protettore, intenta a risvegliarla dal torpore e ascoltare tutte le sue parole. Anche questo incontro pare un po’ scontato, con la oramai imminente beatificazione della giovane Hexam.

foto presa da questo link http://stospedalesacile.altervista.org/Cenni_storici_sulle_origini_dellospedale_di_Sacile_2.html sull’ospedale di Sacile (PD)

L’altro capitolo si apre con la funzione funebre per Bettina Hidgen (e via d’allegria!) e diciamocelo: ce lo aspettavamo dalla prima sua apparizione che ci avrebbe lasciato anche abbastanza presto. Il suo ruolo era quella di “consegnatrice” di figli per altri e poi bon, andare, via filare.

Sui presenti ai funerali tocca dire che i signori Boffin peccano per assenza e non se ne capisce il motivo, oppure temo che abbiano perso la loro semplicità e umiltà che tanto li ha resi diversi da tanti “aristocratici” personaggi. Mentre il giovane Pauta è l’unico ad esprimere sentimenti quasi filiali e di sicura riconoscenza verso la scomparsa.

E per la prima volta appare nel romanzo un vero scambio di battute riguardo la situazione ebraica. Lisetta è stata aiutata da una famiglia ebrea a compiere le ultime volontà di Bettina e la moglie del reverendo prova tutta la sua paura di fronte alla possibile ingerenza di costoro nella vita della ragazza. In realtà la frase incriminante è “ma se cercano di convertirvi?” Come è comprensibile per l’epoca (e in realtà lo è anche adesso) la scarsa conoscenza altrui, i pregiudizi e la scarsa sicurezza nella scelta religiosa fa nascere queste domande quando ci sono collaborazioni fra genti “diverse”. Un aspetto comprensibile per la società di allora che presenta il problema religioso come un problema di onestà e moralità. Ci vorranno secoli o forse non si arriverà mai a comprendere che queste due virtù esulano dalle preghiere che si possono fare.

Nel frattempo vi è un vero “incontro al vertice” al camposanto: Bella, Rokesmith e Lisetta. Quello che li unisce è solo lo scomparso Hexam e l’accusa che pendeva sulla sua testa di aver ucciso Giovanni Harmond. In realtà non si capisce nemmeno perché Dickens ha voluto rendere questo incontro così fondamentale se non fosse che una volta finito il funerale, accompagnata la ragazza verso casa, Bella e Rokesmith si trovano da soli per tornare a casa. Poi si scopre che i due ragazzi per conto chi della signora Boffin, chi per conto del signor Boffin devono indagare sull’accusa ai danni di Hexam e su come sia Lisetta, eppure i loro discorsi scivolano velocemente l’uno verso l’altro. Dai, su, lo sanno tutti che siete innamorati e che, salvo qualche cattiveria dell’autore, finirete al lieto fine! Perché girarci attorno con questo fare di tragenda stucchevole?

L’incontro solitario fra le due ragazze, Bella e Lisetta, sembra un classico dialogo della Londra bene ottocentesca, insomma tutta quella fiera di formalismi e belle parole che non palesano mai i veri sentimenti e che dicono il minimo sindacale. E in fondo ci sta anche bene oserei dire. Ma che anche Bella voglia avere Lisetta come amica è veramente stucchevole! Ma perchè tutta questa ripetitività? Diccelo Dickens per favore!

E poi partono le confidenze fra le due…stucchevole stucchevole stucchevole… scoprendo che ora Lisetta vive in incognito e nascosta, lavorando nella cartiera, per paura di innamorati, pseudo tali, fratelli egoisti e compagnia cantante. Però questo confronto smuove Bella nel profondo e le parole di Lisetta sul vero amore e sul fatto che bisogna rispettarlo e capirlo la pongono di fronte a tutte le sue scelte passate. Staremo a vedere cosa succede a questo punto.

dipinto di  Delphin Enjolras

“Pollo alle prugne” di Vincent Paronnaud, Marjane Satrapi

Non lo sto facendo apposta, ma mi sta capitando di vedere più volentieri certi film francesi che i soliti baracconi anglofoni. Perché? Perché sì, mica ho tanta voglia di dover sempre dare spiegazioni. 😉

Questa volta mi sono imbattuta in un film che pensavo completamente differente. Speravo in qualcosa di più sferzante, ironico, poetico, fantastico, ma alla fine votato alla speranza, perché anche se leggere “Persepolis” è un’esperienza che spinge alle domande più che all’accettazione, lo spirito della Satrapi è mordace, salace, forte, ma non tende alla rassegnazione o alla commiserazione. Invece a sto giro mi sono proprio sbagliata.

http://www.mymovies.it/film/2011/pouletauxprunes/

Non dico che “Pollo alle prugne” sia un brutto film, ma va visto in un momento giusto della propria vita, soprattutto quando non ci sono troppi pensieri e la vita amorosa va a gonfie vele. Perché questa è la storia di due cuori spezzati, ma mentre una pur non facendosene una vera ragione si rende conto che bisogna andare avanti, l’altro è solo un egoista depresso incapace di trovare non solo l’accettazione, ma almeno un modo per sopravvivere. Il nostro Nasser Ali sposa una donna che non ama, ma che in realtà viene da lei amato finché il rancore non copre i sentimenti per paura di essere ferita (due ceffoni bene dati anche a lei ci stanno tutti); ha due figli normali, stranamente più sereni dei loro genitori, ma lui non solo non li ama, ma non cerca nemmeno di capirli trovandoli solo un peso; solo il fratello sarebbe l’affetto vero, dopo la morte della madre, ma c’è fra loro comunque un velo insuperabile di distacco. Quindi la musica è il suo unico rifugio, ma senza trovare più l’ispirazione una volta distaccato dal sentimento, dimostrando ancora una volta come egli sia un uomo vuoto alla fine, vittima di un unico sentimento.

Sì non ho pietà per lui, l’ho trovato detestabile, con la sua scelta di non combattere, di trastullarsi nel passato, nel non perdonare, nel volere essere sempre e solo “io”.

Regia: 7 Un perfetto insieme di tecniche e di inquadrature ben dosate, con una guida per gli attori che li amalgama perfettamente.

Sceneggiatura: 7- Mi spiace mettere un meno, ma devo ammettere che per quanto non mi aspettassi un drammatico, l’ho trovato gradevole e giocato in punta di piedi con perfette stilettate di critica sociale, ma alla fine mi mancava un quid, una rotellina dell’orologio che permettesse il tutto di girare perfettamente. E’ un quid che alla fine non so dire, ma è come l’amaro in bocca che ti rimane dopo aver bevuto certi thé neri inglesi: buoni, ma lasciano la sensazione che un dolcino laverebbe bene la bocca.

Costumi:8 + Sceneggiatura: 8 C’è una cura in questo film per rendere il tutto credibile, anche se si vedono i set alla vecchia maniera, le scene volutamente surreali, personaggi usciti dalla fantasia, giochi di prospettiva rubati al teatro. Tutto è curato per rendere l’Iran pre rivoluzione, ma solo come se fosse un perfetto giardino incontaminato.

Fotografia: 8 + Effetti speciali: 8 Anche qui un gran lavoro, esagerando a volte coi colori, enfatizzando i colori scuri, giocando con le ombre, ma soprattutto passando dagli effetti teatrali all’uso del fumetto (si riconosce la mano della Satrapi), come se il racconto prendesse sopravvento sulla narrazione.

Musica: 7 E’ sicuramente un protagonista, ma non è mai invasiva: sottolinea bene i momenti, enfatizza, si fa violino ma anche violino rotto rimanendo muta. Ottimo lavoro.

Voto: 6 e mezzo. Perché un voto così basso in confronto ai voti tecnici? Come potete capire il voto finale non è mai una media, ma il frutto della sensazione personale nella visione del film e questo film mi ha lasciato una profonda tristezza, un senso di sconfitta che non ero pronta a volere. Bello alla fine, fa anche pensare, ma alla fine quel quid della sceneggiatura che manca non me lo ha fatto amare davvero.

 

p.s.: per chi volesse cimentarsi nella ricetta del pollo alle prugne ci sono varie ricette, ma a me ha incuriosito questa. Da provare.

“Il nostro comune amico” Libro 2, cap. XIII

Mentre in nostro misterioso uomo se ne esce dalla simpatica casa, sembra di vederlo camminare per le nostre strade di questo autunno-inverno infinito e piovoso. Seguiamo i suoi passi, mentre cerca di ricordare qualcosa fatto tempo prima, giri e giravolte, case e panni stesi; e più cammina e più sembra modificare aspetto diventando prima una persona e poi un’altra ancora, con una capacità camaleontica inaspettata (finalmente un po’ di pathos!), rivelandosi alla fine come il giovane Rokesmith.

“Non ho modo di ricostruire la scena della mia morte.”

Il destino che è cupo sul giovane ci appare come un momento di intensità emotiva inaspettato in questo libro fatto di acido e di noia (e bollette da pagare per Dickens), perché egli è come convinto di non poter essere parte né del mondo dei vivi né di quello dei morti, come sospeso fra i due; la sua vera identità che deve rimanere nascosta lo costringe a una continua recita in una farsa non sua. Egli non riesce a cogliere il buono del non essere riconosciuto da chi di dovere e non riesce minimamente a pensare di approfittare della situazione. Seguire i pensieri di Rokesmith significa a questo punto seguire la vicenda di Harmon (toh, non l’avevamo mica capito che erano la stessa persona!) nel tornare in patria, cercare la sua eredità, obblighi, cose, il suo piano per non essere ingabbiato in un destino non scelto, la fortuna di trovare nel signor Radfoot un sosia…e come alla fine la sua innocenza venne ripagata con l’inganno (ma beato ragazzo, anche te!). E come l’ingannatore venne a sua volta ingannato e morto per mani altrui.

Sul piatto della sua vita ora c’è la decisione più importante da prendere: fare “resuscitare” o meno Giovanni Harmon? Bella sembra essere il peso che può spostare il piatto da una parte o dall’altra, perché l’amore che egli prova è la cosa più forte in questo momento.

Al ritorno a casa Giovanni rimane “accidentalmente” solo in casa Boffin proprio con la giovane Bella. La loro piccola schermaglia amorosa è davvero risibile e verrebbe voglia di entrare nel libro e dare un ceffone all’uno e uno all’altra, ma erano nell’1800 e quindi ‘ste cose erano normali. Se le schermaglie d’amore devono sempre finire con ferite aperte e dolorose offese, davvero è meglio rimanere single…

La scommessa dell’amore – Ilya Efimovich Repin

 

“Perché te lo dice mamma” di Michael Lehmann

http://www.mymovies.it/film/2007/perchetelodicemamma/

Adoro Diane Keaton da tempo immemore, perché ha un immaginario femminile o meglio ne incarna uno che è fuori dagli schemi; mi piace Lauren Graham per aver fatto “Una mamma per amica” (e purtroppo fa fatica a uscire da quel personaggio. Tutti si aspettano che lei sia l’altra e non il personaggio che sta interpretando. Mi spiace, ma è un rischio fare certe serie televisive). Gli altri personaggi erano più o meno indifferenti, sconosciuti, già visti senza problemi.

Il film è il classico film al femminile e generazionale. Due cose. Di troppo. O l’uno o l’altro. Il troppo stroppia. E qui si vede. Non tanto sulla trama in sè, ma proprio nella gestione dei personaggi e quello della madre è veramente oltre, esagerato, ma non si ha il tempo di metabolizzare il tutto perché alla fine tutto troverà il suo finale felice (anche se qui ci si prospetta dell’incesto bell’e buono. Ma gli sceneggiatori non hanno riletto quello che hanno scritto? Nessun correttore di bozze? Un giudice di pace? Aiuto! E poi parlano di crisi della cinematografia…). In più qualsiasi condotta moralmente discutibile alla fine viene ricondotta come un semplice errore, “ops, non volevo, mi è scappato. Perdonami e baciami”. No davvero troppo.

E la fregatura è che lo si guarda fino alla fine perché è patinato, veloce, costruito bene, coi personaggi giusti al posto giusto. Che nervoso!

Più ci ripenso e più mi chiedo “perché l’ho guardato? Dovevo capirlo subito che era una fregatura!” Stupida cervicale!

Quindi mi chiedo a chi possa piacere o meglio chi guardandolo non veda i grossi bug di sistema della sceneggiatura. Oppure Diane Keaton è talmente strabordante che ti ipnotizza, sperando di rivederla caustica nevrotica ma geniale e non solo in crisi da mezza età. Oppure è il cibo e il profumo di biscotti che passa oltre lo schermo a suscitare del sano ipnotismo?

Regia: 6

Sceneggiatura: 3

Scenografia: 7

Costumi: 7

Effetti speciali: n.c.

Fotografia: 7

Musica: 7

Voto: 4