“Moby Dick” di Herman Melville

P1060851_wm[1]
Questa volta il link è a wikipedia

Non ho proprio intenzione di scrivere una normale recensione su questo libro, ma piuttosto mi viene da riflettere su un qualcosa a mio parere più grande, che spesso coinvolge i classici in quanto portatori di messaggi universali al di là del tempo: può “La balena bianca” affascinare i ragazzi nel tempo del problema ecologico?

Quando ero ragazzina la prima volta che lessi “Moby Dick”, lessi la versione ridotta per ragazzi. Era estate, ero al piattume del mare di Pesaro (quello per la precisione con gli scogli che salvano la spiaggia, ma che ti danno la sensazione che potevi arrivare a piedi fino in Jugoslavia, allora esistente, con l’acqua al petto), inizia a disprezzare di andare al mare e non fare nulla, di essere costretta a nuotare con le mani che toccavano la spiaggia, insomma iniziò lì quella mia “schizzofrenia” per cui detesto il mare, ma adoro leggere libri di avventure marinare. Perché sdraiata come una sardina sul lettino, col librone fra le mani, io immaginavo baleniere oltre gli scogli, sbuffi bianchi e sì cacce furiose che coinvolgevano bestie e uomini. Allora non c’era una coscienza ecologista e se anche l’avessi avuta ero troppo ininfluente nell’economia famigliare per poter dire la mia. In più a quel tempo mangiavo anche mal volentieri pesce. Eppure salire su una baleniera mi sembrava la cosa più figa che ci potesse essere a quel tempo!

E oggi? Come possono prenderlo questo libri i ragazzini che giustamente sono informati sulla condizione mondiale della fauna marittima, sugli assurdi “esperimenti” giapponesi su balene (anche incinta) facendone una vera e propria strage? Cosa racconta se non orrore puro ai ragazzini? Me lo sono chiesta, perché alla fine è difficile immedesimarsi in Achab nella sua folle e monotematica caccia al suo mostro bianco; ma magari Ismaele o Queequeg coi suoi tatuaggi o Stub e Starbuck possono attrarre i lettori e far loro immaginare di salire su una nave e poi su una lancia, impugnare una fiocina e via! No, di certo. Diventa difficile. Forse non lo facevamo nemmeno noi da ragazzini, perché troppo distanti da noi per caratteristiche: Ismaele il narratore, così colto, attento a ogni aspetto della biologia della balena da lasciarci interdetto, troppo capace di cogliere le sfumature bibliche dove noi avevamo letto solo delirio; Queequeg tatuato, pagano, silenzioso gigante dai modi di fare ieratici e posati, distanti dalla nostra rilettura occidentale; Starbuck spaccone, irritante, esagerato, ma che alla fine mantiene la lucidità di voler convincere il capitano a desistere per salvare la vita a tutti; e sopra tutti Achab, il capitano, oscuro, silenzioso, pazzo nella sua caccia alla balena da fregarsene e condannare le vite altrui alla dannazione pur di pagare la vendetta che, pensa, gli spetti. Lontani questi personaggi da ragazzi anni 10-14 in un’epoca dove il mondo sembrava ancora distante e meraviglioso, così silenzioso senza internet (eggià ero piccola e non c’era internet…mi sento meravigliosamente vecchia!), eppure quel poco di vicinanza faceva pensare che si poteva andare per mare.

E adesso? Me lo sono chiesta ogni volta che l’autore si fermava a raccontare come si caccia, si soffermava alla fatica della caccia, al pericolo dovendo andare a una specie di corpo a corpo con l’animale, il quale placido si faceva bellamente i fatti suoi nel mare. Me lo sono chiesta lungo i paragrafi lenti e dettagliatissimi su come, credevano, fossero le balene, i leviatani, i capodogli; su dove si estraeva cosa e a cosa servisse; la fisiologia e come si comportavano fra di loro. Lunghi, estenuanti, interrompevano esageratamente l’avventura, quasi “rovinandola”; ma il libro è anche questo: una sorta di libro di testo in cui il lettore comprendeva cose che non avrebbe mai potuto vedere (anche “Ventimila leghe sotto i mari” di Verne era strutturato così, ossia come un libro di divulgazione scientifica). Me li sono immaginati i ragazzini di adesso con smartphone sotto mano pronti a smentire le false idee scientifiche. Allora, pur sapendolo, non ci sarebbe forse fregato nulla di correggere Melville, ora sono più informati e forse meno “succubi” (male! molto male!) della fantasia.

Melville parla di un “libro malvagio” ossia dove il protagonista è il male. Ma cosa è il male per noi e per loro allora? Forse l’autore voleva concentrarsi sul male che mangia gli esseri umani nel profondo, quando è la vendetta a macerarli come un cancro, quando è il dolore a far dimenticare le cose positive che si sono lasciate a terra (Achab ha moglie e figlio piccolo ad aspettarlo, ma non gli interessa). Achab è macerato dalla sua vendetta, con quel moncone di gamba a ricordargli al cattiveria di una bestia nei suoi confronti: è personale, provocatorio, forte. La balena bianca è l’incarnazione del Male.

Eppure leggendolo oggi Moby Dick, l’unico cetaceo che ha dignità di nome, intelligenza e strategia bellica, non sembra più come il male del mare, come l’essere che scientificamente va a caccia di baleniere per vendetta, ma pare quasi un mistico eroe vendicativo. Verso la fine del romanzo Melville, ingenuamente, fa dire a Ismaele che questi favolosi animali marini non si estingueranno mai, che fondamentalmente saranno sempre i signori incontrastrati dei mari. Purtroppo sbagliò previsione e, a sentire le ultime statistiche, le balene stanno diminuendo a vista d’occhio, divenendo oramai specie protetta. Quindi è non solo Achab con la sua follia a rappresentare il male, ma lo sono anche tutti i balenieri. Come a questo punto non tifare per le balene che con la loro mole distruggono navi e barche per aver salva la propria vita? Come non pensare a Moby Dick come l’incarnazione luminosa di tutte le balene uccise e, con mentalità umana, l’angelo vendicatore di tutte loro? Questo voleva Melville? Questo si ribalta nella lettura moderna o io mi sono fatta troppe pare mentali?

É stato naturale chiedermi come possono vedere le nuove generazioni questo romanzo, questo pilastro della letteratura, questo libro che ti spinge a farti domande sulle conseguenze delle nostre azioni, ma anche di quelle altrui; su cosa sia Bene e Male; libro che ti fa (faceva?) venir voglia di imbarcarti su un vascello; che sa di avventura. Dobbiamo inculcare la nostra visione della sua decodifica o dobbiamo lasciare che loro ci raccontino un nuovo modo di vederlo, scendendo dalla baleniera e tifando per la balena?

Ed io? Io risalirei su una baleniera e sì andrei per mare, non so più se proprio a caccia di balene oppure come ora su navi studio, ma rileggere questo libro a distanza di 30 (? più o meno) anni mi ha dato le stesse fortissime emozioni, con la consapevolezza che Achab è un gran personaggio (forse il migliore, tratteggiato con pochissimi dettagli), Ismaele è noioso, Queequeg è un portento (forse perché grazie agli studi fatti, ora come ora sembra meno esotico e sopra le righe, ma molto concreto e spiccio) e tutti gli altri necessari. Ho avuto l’istinto di saltare i lunghi pezzi di descrizioni naturalistiche, a volte discutibili, ma un certo punto ho capito che per capire la follia di Achab bisognava capire quanto ritenessero quegli animali favolosi, enigmatici, superiori a qualsiasi altra bestia sia per dimensione che per quantità di risorse prodotte, in una sorta di venerazione e alterigia umana di sopraffazione di tutto e tutti.

Voto: 7 e mezzo. Questa edizioni ha un difetto: la traduzione. Non capisco se la scrittura di Melville fosse così ostica e farraginosa o la traduttrice ha voluto in qualche modo mettere del suo cercando “inciampi” linguistici: senza voler snaturare nulla, ma un libro secondo me fila quando leggendolo a voce alta la lingua non inciampa sul palato. E qui è successo a tal punto che ho smesso di provarci. On line ho trovato molte critiche da vari lettori su alcune traduzioni proprio per questa arcaicità del linguaggio che pare forzata. Voi cosa avete riscontrato e come lo avete trovato sotto questo punto?

La scelta del disegnatore è sicuramente di pregio vista la popolarità, ma devo ammettere che non è propriamente il mio stile e quindi in alcune tavole ho apprezzato meno la visione grafica. In ogni modo la Bur_Rizzoli ha fatto uscire un’opera di pregio, anche se ha scelto di pubblicare un mattonazzo poco portabile in giro e anche in mano. La serie “classici-deluxe” a prezzi contenuti è una scelta editoriale di pregio che avvicina il lettore, ma anche l’appassionato di belle opere. In più, lo dico con la mano sul cuore, far leggere certi classici ai ragazzi e scegliere opere con corredo grafico fa solo bene all’accrescimento culturale degli stessi.

Consigliato: a tutti. Davvero. Scendete dalle vostre sedie e andate per mare. Decidete di segnare con un taccuino la fisiologia e non solo di ogni animale che vedete; iniziate a dondolare come le onde che passano sotto la chiglia e lasciatevi andare. Sì ci saranno pezzi noiosi, come la bonaccia, terribili, sonnolenti, di quelli che vi faranno pensare di lanciare il libro, ma aggrappatevi alla Pequod e fidatevi. Alla fine i tre giorni di caccia ve li sarete meritati tutti.

Scheda tecnica

con un saggio di Harold Bloom

Titolo originale “Moby Dick or the Whale”

traduttrice Pina Sergi

anno di pubblicazione 1851

casa editrice Bur_Rizzoli  serie classici deluxe

stampato febbraio 2015 presso Errestampa – 24050 Orio al Serio (BG). Printed in Italy

illustrazioni di Rockwell Kent   http://www.artnet.com/artists/rockwell-kent/

copertina illustrazione di Rockwell Kent

immagine dell’ autore © Bridgeman Images

art director Francesca Leoneschi

progetto grafico Emilio Ignozza / theWorldofDOT

pagine 704

prezzo €18,00

 

“La stiva e l’abisso” di Michele Mari

IMG_20180818_150038_308[1]
recensioni dal sito di goodreads

Cosa succede quando a una nave, a un veliero, il vento  va in bonaccia e la tiene lì ferma in mezzo al mare? Questo libro potrebbe darvi la risposta. In fin dei conti i nostri avi, con la loro tecnologia ancora molto legata agli umori di vento e mare, di fronte alla bonaccia si trovano sperduti e in balia del nulla: immaginatevi un panorama sempre uguale dall’alba al tramonto, sotto il sole e senza vento, per giorni indefiniti sperando di vedere arrivare finalmente una nuvola e un refolo di qualcosa regalato da Eolo. Se ben ti vada vai anche un po’ giù di testa.

Questo romanzo ha due termini di lettura: uno metaforico e l’altro narrativo. Partiamo dal secondo che mi pare più facile. Questo libro l’ho preso in scia della mia personalissima scelta di storie legate al mare, dai pirati alle baleniere alle battaglie navali alle esplorazioni scientifiche e in effetti copre esattamente quel buco che normalmente gli altri autori saltano: cosa succede se una nava va in bonaccia? E se il suo capitano è ferito gravemente con una gamba in cancrena, chiuso nella sua cabina? Succede che il suo secondo, avido e orgoglioso ma senza i mezzi, ne vuole prendere il comando e l’equipaggio si lascia abbindolare dalla noia, dalle leggende e dalle superstizioni. Strana nave questa senza medico a bordo e nemmeno un sega ossa; strana dove il secondo è di un’ignoranza abissale; strana perché non c’è spiegazione per la malattia del capitano. Sembra quasi che sia stata maledetta. Eppure nessuno di loro pensa che sia così e i giorni e le notti scivolano abbastanza uguali a se stessi, senza domande e senza altri pensieri. Se non fosse per quei strani pesci che si “congiungono” con gli uomini e donano a loro delle storie. Ci sono marinai che diventano poeti e marinai che rimangono stolti; ci sono marinai innamorati e marinai che subiscono l’amore. Mozzi, capitano, secondi e marinai vari si trovano a che fare con questi strani pesci che salgono in nave e in qualche modo li posseggono come fisicamente e li cambiano. Giorno dopo giorno la realtà pare scomparire per lasciare il posto alla noia e ai sogni e a quel richiamo del mare che diventa talmente tanto forte da attirarli uno a uno.

Sì, il galeone spagnolo sembra proprio maledetto.

Eppure pagina dopo pagina sembra non succedere nulla, se non l’aumentare della paranoia, della noia, della stanchezza, delle leggende, con l’unico, il capitano, che pareva rimanere solido chiuso, romanticamente e umoralmente, nella sua cabina a vedere la cancrena farlo marcire sempre più. Non esiste ordine finale o soluzione, esiste solo la bonaccia. A leggere questo libro ci si aspetta non una risoluzione vera e propria, ma come se all’improvviso la vera storia di mare, di un altro galeone, riprenda il corso lasciandosi alle spalle questa nave fantasma maledetta dal mare e posseduta dai pesci.

Di navi maledette è pieno l’immaginario e questa a volte sembra essere una “Perla Nera” prima di diventare quella misteriosa e agognata nave dei caraibi, perché tutte le navi leggendarie hanno una nascita fra legno, sartiame, puzza di pesce, arroganza e paura: sono navi “semplici”, salpate da un porto per una missione precisa, ma nel mezzo, in quello sterminato territorio che si chiama oceano, incappano nelle peggiori situazioni e perdono di vista tutto, dalla terra alla vita, dalla speranza alla possibilità di sopravvivere, sperando di andare oltre (ricordate il raggio verde?) e trovare una soluzione al pantano in cui si trovano.

E’ un non racconto a mio modo di vedere, un intermezzo più o meno comico o drammatico, un riempitivo per tutti coloro che si son sempre chiesti come sopravvivono gli uomini alla tirannia del vento. Non sopravvivono. Punto.

Ora passiamo al primo aspetto del romanzo. E’ il secondo libro di Mari che leggo e mentre il primo, “Roderick Duddle”, l’ho abbandonato, qui sono voluta andare fino in fondo per capire come volesse gestire questa storia non storia. E sinceramente non l’ho capito. A lettura ultimata, mi sono letta un po’ di recensioni su goodreads, perché a me continuava a sfuggire qualcosa. E allora l’epifania! Il romanzo è una lunga metafora sul concetto della parola, del racconto e blablablabla…cose così. Sinceramente mi sono messa a leggere con interesse, ma con la domanda in testa fissa: ma veramente ci credono? Sì, ma forse loro hanno capito qualcosa di Mari che io non voglio e non riesco a comprendere: loro continuanano a sottolineare che ogni suo romanzo sia una specie di narrazione sulla narrazione, una lunga e continua metafora su un unico argomento. Ecco…che palle!

Mi spiace Mari, ma io e te non ci capiremo mai a questo punto. Non so se hai deciso di raccontare, sotto forme diverse narrative, un solo e unico argomento; non so se davvero hai pianificato di spaziare fra i generi, i quali magari adoravi leggere e adori tutt’ora, per tornare sempre a un unico porto; non so se è la metafora e il suo svelamento l’unica cosa da cercare; so solo che mi annoi mortalmente perché quello che scrivi io lo percepisco come se non avesse anima. La tecnica è fondamentale per scrivere e Mari la padroneggia abilmente: ha costruito un perfetto racconto di mare, lavorando sui personaggi, sulle idiosincrasie, sulle paure e sulle speranze; per quanto si possano contestare alcune scelte narrative e certe “dimenticanze” alla fine sono tutte funzionali per portare il lettore dove vuole lui, insieme alla bonaccia. La tecnica, però, non basta. L’arte affabulatoria, quella che ti nasce dal cuore più che dal cervello, quella che entra in risonanza emozionale con il lettore è qualcosa che non si impara con i tecnicismi, ma la si possiede e la si perfeziona e qui per me Mari non ce l’ha. Ancora una volta mi è venuto da dire che egli è il bravissimo primo della classe che scrive i migliori temi, azzeccando tutti i punti del titolo, ma che alla fine sarà sempre un altro a saper come incantare la classe con le sue favolette: si vuole diventare i cocchini della maestra o i leader della classe? Questo non vuol dire che io stia giudicando l’uomo Michele Mari che magari è simpaticissimo e godibilissimo, ma lo scrittore mi rimane indiffirente, freddo e scolastico, incapace di sapermi prendere (anche nelle parti comiche è ripetitivo e ossessivo, come quelli che continuano a ripetere sempre la stessa battuta perché ha fatto ridere una volta e quindi deve far ridere anche alla milionesima). Quindi, no, la parte metaforica di questo romanzo non l’ho colta e sinceramente non mi ha nemmeno interessato coglierla, non per ignoranza o menefreghismo mio, ma perché (forse sono monolitica, ma non mi pare visto che ci sono autori che mi affascinano e mi portano con la fantasia ovunque) mi ha lasciato totalmente indifferente e fredda.

Voto: 6

Consigliato: Se volete cercare un romanzo sulla lingua italiana, dove le lingue vengono mischiate, ma non avete ancora il coraggio di affrontare altri mostri sacri della letteratura, questo è un buon inizio. Se invece, come me, cercate di aggiungere tasselli all’andar per mare, questo ne è uno.

Scheda tecnica

anno di pubblicazione 1991

casa editrice Bompiani

stampato nel dicembre 1991 presso la Milanostampa – Farigliano (CN). Printed in Italy

copertina: “Le età dell’uomo” di Caspar David Friedrich, Lipsia, Museum der blindende Künste (particolare).

prezzo £ 29.000

pagine 281

“La vendetta di Salazar” di Joachim Rønning, Espen Sandberg

locandinapg3
Sul sito di mymovies.it la recensione

Spiegatemi una cosa: quale è il problema della Disney oltre a fagocitarsi tutte le saghe possibili immaginabili e renderle tutte estremamente banali e sempre più demenziali? Hanno perso l’ispirazione? Pagano a cottimo gli sceneggiatori? Una cassetta di mele e pere al posto del vil denaro e quindi la resa è quanto meno ridicola? Ditemelo perché io devo capire perché gli ultimi 10 anni di film di avventura (che siano per mare o per spazio) si riducano tutte, non in grande put…aaaane come direbbe Carlo Martello nella sua omonima canzone, ma a grandi effetti speciali e fuffa a quintali. Fuffa. Ecco cosa sono i film Disney. E per me che son cresciuta con i suoi cartoni animati, tutto ciò è un tradimento. Altro che staccare le maniche della giacca!

Le storie di pirati nel nostro immaginario si possono dividere in due filoni: uno è il cappa e spada per terra e per mare, l’altro l’immaginario ultraterreno che anima il mare. La saga de “I pirati dei Caraibi” appartiene di diritto al secondo filone, che in realtà è molto più complesso di quanto si creda per svariati motivi: nella mitologia del mare ci sono canoni da rispettare (tipo i kraken o i maelstrom), ci sono leggende immortali (tipo l’Olandese Volante) che hanno attraversato i secoli, ci sono libri che hanno contribuito ad aumentarne il fascino. Tutto ciò non si può dimenticare mischiando cose e persone come i peggiori libercoli alla Dan Brown (sia chiaro che per me lui è il sinonimo dello scrittore fuffa che saccheggia a piene mani la Storia e leggenda per mero profitto. Non mi piace e non difendetelo qua. Piuttosto smettete di leggere questo post o il mio blog se siete dei fan). Il primo film aveva fatto ben sperare regalandoci una vera avventura in mare con tanto di mistero, magia, cattivi a non finire e buoni fessi che si salvano. Il problema è stato che fra tutti spiccò un certo Johnny Depp con un assurdo pirata scapestrato di nome Jack Sparrow e la folla andò in delirio. In effetti nel primo episodio fu il grandioso contro altare del grande Barbossa/ G. Rush, mentre un timido Orlando Bloom ricopriva il buono bello e pieno di grandi sogni. Il secondo episodio vedono i due cuoricini Will Turner & Elizabeth Swann (e già qua a me ricordava moooolto “Monkey Island”) andar per mare e aiutare Jack che iniziava sempre più a prendere piede; per fortuna di tutti dall’altra parte c’era un maestoso e drammatico David Jones pirata maledetto e la stupenda Calipso. Il mondo dei pirati sembrava ampliarsi, grazie a uno studio sapiente delle scenografie, dei costumi e dei diversi mari dei pirati: uno studio che lasciava ben sperare in qualcosa che avrebbe potuto davvero rendere vivi ancora una volta i pirati in questo secolo.

E invece vollero strafare. Tronfi del fatto che il pubblico è cieco e fesso e basta dargli dei personaggi gigioni e sono tutti contenti, il terzo episodio non avrebbe nemmeno dovuto nascere. Il quarto manco mi ricordo se l’ho visto…e se riguardo bene manco il terzo riesco a ricordarmelo. Deve avermi proprio fatto schifo e son convinta anche di averlo visto al cinema. Mah.

Stasera invece, complice sky, il caldo e la necessità di guardarmi un film, ho recuperato “La vendetta di Salazar”. Ecco…dire che mi sono annoiata è dire tutto.

Non che le scenografie o i costumi non fossero all’altezza, anzi: credo che insieme a “Harry Potter” sia la saga con più investimento in tal senso, visto che sembra davvero che abbiano voluto ricreare un mondo credibile. Un investimento di impegno, di lavoro, di mestranze che non hanno riscontro col resto del prodotto film. La regia e la recitazione sono appena sopra al livello di accettabilità, come se lavorare in un filmone in cui tutti andranno a vedere comunque, non spingesse tutti a dare il massimo oppure non è che il copione obbligasse a prove d’attore. Un J.Depp stanco e annoiato, forse conscio che è oramai intrappolato in quel personaggio autodistruttivo di Sparrow, fa il suo minimo sindacale, pur essendo il protagonista. Bardem che è un signor attore si trova imprigionato nella computer grafica che mangia ogni suo tentativo di rendere Salazar un cattivo vendicativo di tutto rispetto. Rush che potrebbe avere una svolta nel personaggio, con l’unico elemento di dramma inaspettato, si butta via sperando di non essere più richiamato a rivestire i panni e la gamba di legno di Barbossa (gran bel personaggio in ogni modo). E la nuova coppietta amorosa du du da da da è talmente scontata e anonima

FAD
l’unico vero Guybrush è pixxelloso.

che passa in secondo piano, se non fosse che a questo giro Henry Turner è vestito quasi uguale a Guybrush Threepwood. A ‘sto giro chi nega che la saga è tratta dal celeberrimo gioco della Lucas Art (sempre sia benedetta) si merita un giro di chiglia.

La trama è il vero fallimento di questa saga. Ci sono sempre gli stessi passaggi: la coppia innamorata, il cattivone di mezzo, una maledizione, la Perla Nera, Jack Sparrow nei casini, lo scontro navale finale, tante botte di fortuna, tutto a posto, ciao alla prossima. Va bene una volta, due ok la si regge, ma al quinto capitolo è noia pura.

Si sprecano almeno due personaggi: Salazar e Sparrow. Il primo perché è un cattivo che viene spiegato e bruciato in cinque minuti col classico spiegone al momento in cui ci si sta addormentando sulla poltrona. Il secondo perché non avrebbe bisogno del tridente per risolvere i suoi problemi, ma un buon terapista. Oltre all’alcolismo, seriamente quali e quanti problemi ha questo personaggio per essere assolutamente incapace di usare in modo produttivo le sue capacità e i suoi saperi? Si salva sempre senza fare nulla, la quantità di fortuna e di gag alla Benny Hill si sprecano; ha a che fare con le più grandi magie e o non si ricorda mai come si gestiscono, credo a causa dell’etanolo nel cervello, o cosa siano o perché ci sono o che non si dovrebbero stuzzicare. E’ un giullare stanco che va avanti per fortuna e per una sceneggiatura favorevole, ma non aggiunge nulla di nuovo a se stesso o alla storia: è chiuso nella sua fantomatica ruota da criceto e continua a girare intorno senza fine come una vera maledizione. Ma perché? Non dico di renderlo serio, ma averlo trasformato in una macchietta triste non gli ha giovato.

Gli effetti speciali passano dall’ottima resa all’inutile esagerazione, ma almeno son sempre a buoni livelli spettacolari, se togliamo la scena di Sparrow giovane…brrr…rabbrividiamo (cit.).

Quindi dopo due ore e passa mi chiedo che senso abbia questa che risulta essere una stanca operazione commerciale che non porta niente a nessuno. Oddio, la gente continuerà ad andare al cinema, tanto va a vedere i cinepanettoni che sono idientici a se stessi dagli anni ’90 ad ora, e alle case di distribuzione e ai registi importerà poco il perché o il percome, basta che paghino. Questo però non è incoraggiante per nessuno, tanto meno per i veri appassionati di cinema o per quelli che cercano uno svago appena più elevato del cervello piatto che ride a comando.

Le storie di pirati sono una delle cose più avventurose che ci portiamo dietro dai secoli. Rovinarle in questo modo è un po’ desolante.

Scheda tecnica stringata

Regia 5; Scenografia 7 e mezzo; Sceneggiatura 4; Costumi 7; Effetti Speciali 7 ; Musica 6 (musica sul tema classico, senza discostarsi di più.); Fotografia 7; Cast 7 (sprecatissimo, ma non si può non rilevare la caratura dei singoli).

Voto: 6. La sufficienza se la porta a casa, ma per la tecnica e non per il cuore.

Il sito mymovies.it dedica un’intera pagina alle diverse critiche e il primo commento è azzeccatissimo. Vi metto il link per leggere tutto.

“Mari stregati” di Tim Powers

Da #unestatedapirati a #unavitadapirati è il motto che mi sono presa questa estate e che ho bellamente intenzione di portarmelo avanti finché non mi sarò stufata dei pirati, sempre che sia possibile la cosa.

Questo libro l’ho scoperto giroclando per il web e non ricordo più in quale blog l’ho visto consigliato (me ne scuso tantissimo, avrei dovuto segnarmelo. Sorry) e mi aveva colpito perché diceva, più o meno testualmente, che da questo libro era stato tratto il videogioco di “Monkey Island“. Per chi non lo conoscesse…che brutta infanzia che avete avuto! Mi spiace, davvero tanto, ma credetemi che potete recuperare anche se, non so, forse è come mettere una toppa piccola sui pantaloni rotti da buttare. Comunque sia il tratto principale del gioco era che vi erano i pirati, i non morti pirati, una storia d’amore, assurdità varie, una scimmia a tre teste, i cannibali vegetariani e il loro dio vulcano intollerante al lattosio, Le Chuck, Guybrush Threepwood, Eilane Governatrice, i pirati, il voodoo, Marley. E molto altro ancora. Ah! sì! El Pollo Diablo!

Che ci abbiate giocato o meno vi sarete resi conto che non era il gioco più serio del mondo e che non era nemmeno il più storico e preciso sulla pirateria che sia mai stato fatto, ma era surreale, divertente e leggero in salsa piratesca. Quindi avendo letto quello mi aspettavo un libro sul pezzo, oltre al fatto che veniva citata anche la serie dei “Pirati dei Caraibi” che tanto seria non è manco quella.

Il libro invece lo è. A suo modo. La storia si basa sul figlio di un burattinaio, coinvolto suo malgrado con pirati e voodoo, rinunciando alla sua vita per scoprire forzatamente che il mare è quello che sapeva fare e che il voodoo era quello che poteva comprendere. Il libro parla di una storia d’amore di base, ma non lo è, perché alla fine ogni buon eroe ha la sua bella di cui si innamora senza un senso (e a noi forse quel tipo di storie piacciono, mentre ci sono sbudellamenti vari a destra e a manca); parla anche di amori malati e frutto del proprio egoismo. Soprattutto parla di magia nera e di scontri sul mare, di abbordaggi e uccisioni, ma senza splatter; di cannoni e fontana della giovinezza; di ammutinamenti non riusciti e di Barbanera con le miccie nella barba appunto; parla della Marina e del Perdono, anche se un pirata fa un po’ fatica a stare nelle strette scarpe di un perdonato. E’ questo il bello di questo libro: è storico con la citazione di personaggi che sono entrati nella mitologia della pirateria, ma con quell’aspetto della magia rende tutto più denso, dando voce a quello che noi abbiamo sempre visto dei pirati, cioè il loro alone misterico, sovrannaturale e fuori dal comune.

Ci sono i loa e la Giamaica, Baron Samedì e i bocor, le navi fantasma, la magia femminile e quella maschile, le piante senzienti e le bussole che possono essere ottimi talismani.

Il libro è ben scritto, con un ottima dose di descrizione di momenti di guerra (anche con tecnicismi che io ho faticato a comprendere nella loro dinamica) e dialoghi; i personaggi sono ben descritti e se su tutti troneggia il non morto Barbanera, Jash Shandy è il nostro eroe in cui non possiamo non identificarci con quel misto di ingenuità e comprensione e anche una sana dose di fortuna.

Perché leggerlo? Perché è davvero un libro di pirati, quei pirati che tutti noi cerchiamo fin da quando siamo piccoli e ci fanno avvicinare alle storie di mare, dove sappiamo benissimo (e lo sapevano i nostri avi quindi chi siamo noi per andar contro di loro) vivono i peggiori mostri marini e se non ci sono è perché potenti stregoni li tengono lontani e addormentati. Andar per mare con questo libro è davvero un piacere e non solo, visto che la parte storica o tecnica è talmente resa bene (o venduta bene? Chi lo sa, io non andare per mare) da far rendere tutto credibile.

Voto: 7 e mezzo. Perché la vorrete anche voi una testa mozza e rimpicciolita da tenere in una scatola. Fidatevi.

Scheda tecnica

Titolo originale: “On Stranger Tides”

Anno di pubblicazione: 1988

Traduttore: Graziana Cazzola

casa editrice: Fanucci Editore

finito di stampare nell’aprile 2011 presso Puntoweb – via Variante di Cancelleria snc – Ariccia (RM). Printend in Italy

Progetto Grafico: Grafica Effe

Copertina: foto di Jhonny Deep, “Pirati dei Caraibi”,©Photo12/Olycom *

Pagine 391

Prezzo €16,00

 

*Piccola postilla sulla copertina: detesto i libri con la copertina tratta dal film che è stato tratto o ispirato. Lo detesto fortemente. Primo perché così lega idealmente libri e film che magari non hanno niente a che fare fra loro; secondo perché tendenzialmente non sono belle, anche se ben fatte, perché sempre troppo limitate per rendere la complessità della trama; terzo perché fuorviano il lettore (qui quante ragazzine saranno impazzite davanti al faccio ammiccante di Deep per poi trovarsi un libro dove non c’è Jack Sparrow?); quarto perché la sana tradizione degli illustratori di copertina deve essere incentivata anche se costosa per gli editori perché se no si perde la mano e l’estro di chissà quanti illustratori.

 

Andar per mare…

Luogo: Il Libraccio

Quando: stamattina

Attori: io e la commessa.

Due atti.

Prologo

Entro di corsa in libreria, perché ho i minuti contati, ma ho bisogno di prendere un libro. Sapete quando pur sapendo che ne hai tanti di libri da leggere, hai bisogno della coccola, di una nuova coccola proprio quel giorno. Alcuni comprano scarpe, altri vestiti, altri ancora cioccolata e molti comprano libri. Io sono una di quelle persone, anche se ho anche altre cose che mi coccolano. Ultimamente poi faccio fatica a comprare libri, per il semplice motivo che trovo sempre una scusante per non comprarlo (ce l’ha la mia amica, lo prendo in biblioteca, non mi convince, bello ma non ora). Ma torniamo a noi.

Oggi avevo voglia di prendermi un libro a cui giro attorno da quando è uscito: “La vera storia del pirata Long John Silver” di Björn LARSSON dell’Iperborea. Perché? Perché amo le storie di pirati, perché la mia infanzia è costellata di storie di mare. Chi mi conosce sa che disdegno il mare e che mi fareste un torto a portarmici, ma la mia testa e la mia fantasia adorano andar per mare. Per spiegare il fenomeno divergente forse ci vorrebbe un dottore bravo e molto. Comunque sia mi avvicino alla cassa e disturbo la ragazza che sta mettendo a posto i dvd (non amo chiamarla commessa perché al Libraccio non ti vendono solo, ma ne sanno e quello che non conoscono lo cercano. Insomma è un po’ riduttivo chiamarli commessi…).

Atto I

“Scusa, avete questo libro?” e gli mostro il cellulare con l’immagine del libro.

“No, però aspetta che guardo.” e smacchina sul pc.

Faccio la foto da cucciolo abbandonato.

“Te lo posso ordinare.”

“Ecco, non so…io lo volevo ora. Sai quando hai quella sensazione che hai bisogno di quel libro proprio ora.”

Lei sorride. Non so per compassione o per comprensione vera.

Io mi sento scema. Molto scema, ma non posso farci nulla.

“Quindi che faccio lo prenoto?”

“Beh, a questo punto ci penso. Sì, lo so suona strano vero?”

Lei sorride.

Giro per la libreria in cerca di altro.

Atto II

Torno alla cassa con il mio libro da pagare e la commessa di prima sorride e mi guarda e dice:

“L’hai trovato il tuo metadone allora?”

La guardo perplessa e poi sorrido: “Sì, oggi avevo voglia di andar per mare…”

20161028_180110_wm
“Lord Jim” di Conrad