Buon compleanno Isaac Asimov!

http://it.wikipedia.org/wiki/Isaac_Asimov

Quest’ uomo, con quella faccia lì, con quello sguardo lì è il padre della fantascienza e della robotica. Punto. Basta, andiamo a casa a leggere i suoi libri.

Quest’uomo è un po’ un mistero per me, mi avvicino a lui con titubanza, perché colui che ha scritto le tre leggi fondamentali della robotica su cui si basano non solo milioni di film, fumetti e serie televisive (star trek tanto per dirne una), ma anche gli studi che in questo nostro povero mondo si stanno facendo per creare gli androidi, beh quest’uomo va trattato con reverenza.

Uno dei suoi libri che ho letto è stato “Dodici casi per i Vedovi Neri” una serie di racconti gialli con stampo investigativo. Diciamo che non mi sono piaciuti i racconti perché troppo freddi e logici, per niente empatici: gli investigatori prendevano tutto come una analisi scientifica, da analizzare con un microscopio. Si vede che non era il suo genere…

Ma quella è stata una digressione, perché precedentemente avevo letto “Io, Robot” trovandolo meraviglioso. Mi aveva colpito come nei racconti il rapporto uomo- androide fosse continuamente messo in gioco, sconvolto, provocatore di dubbi e mai di vere certezze. L’uomo che necessita della sua creazione, che si alterna a giocare il ruolo di dio creatore a pedina degli eventi, che si deve confrontare con tutti i dubbi che quella “nascita” crea; e dall’altra parte i freddi androidi che subiscono il sentimento di essere stati creati, di avere dei doveri nei confronti degli uomini (la legge della robotica), ma nello stesso tempo di essere fuori da certe leggi e morali che guidano e tormentano l’uomo.

Nella recensione a questo libro (scovata nella mia agenda) mi chiedevo perché non si leggesse e non si criticasse Asimov nelle scuole, nei licei. Troppo facile la risposta: egli non è controllabile e incasellato, quindi non si legge. Asimov parla e scrive come lo scienziato che è, senza mai dimenticare l’uomo, con quell’umanesimo tipico degli scienziati che hanno vissuto la metà del 1900 con tutte le sue spinte e i suoi paradossi e le sue parole; parla e scrive come gli scienziati del rinascimento dove l’uomo è centro del mondo, ma anche elemento di un cosmo più grande, dove il piccolo e il grande si compenetrano; parla e scrive di moralità senza moralismo, di leggi senza legislatori politici in mezzo ai piedi; parla e scrive al lettore perché si ponga domande.

Non so se questo suo aspetto sia stato preso in conto da tutti quegli ingegneri che ora si occupano di costruzione di esoscheletri per uso medicale oppure per la costruzione di androidi per aiutare invalidi e non solo per svagare bambini ricchi annoiati. Mi chiedo se si siano mai fermati a capire la fortezza delle leggi della robotica e le implicazioni che ci sono dietro. Mi chiedo se la lezione di questo immenso scrittore sia arrivata ai tecnici o continui ad affascinare e basta, ma rimanendo rinchiuso nella letteratura di genere.

Io rimango a osservarlo con tremore, ma come mi sta capitando da qualche anno esserne attratta per il valore che è nella letteratura della fantascienza. Mollo i gialli e mi incammino per le stelle, sicura che lo incontrerò presto ancora una volta, magari coi miti della fondazione…

Buon Compleanno Isaac Asimov!

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“Rapporto di minoranza e altri racconti” di P.K. Dick

Una raccolta di 5 racconti a cui la cinematografia in un certo senso ha tratto alcune sue opere. Dico questo perché bisogna ammettere che rendere Dick sul grande schermo non è facile vista la complessità degli argomenti trattati e di tutti i sotto testi presenti anche in un semplice racconto.

Non sopporto le copertine con pezzi di film tratti. Sono fuorvianti.

Dal racconto “Rapporto di minoranza” è stato tratto il film “Minority report” di Spielberg (2002), che ho precedentemente criticato; da “Impostore” il film “Impostor” di G. Fleder (2002); da “Modello due”, “Screamers- Urla dallo spazio” di C. Duguay (1995); da “Ricordiamo per voi”, il film “Atto di forza” di P. Verhoeven (1990) e un altro remake di Len Wiseman (2012); mentre “La formica elettrica” è stato aggiunto per riferimenti al film “Blade Runner” di R. Scott (1982). Alla fine la riproduzione di un’intervista a Dick attorno al film “Blade Runner” tratto da un suo romanzo “Ma gli androidi sognano pecore elettriche?”: un momento molto interessante visto che alla fine è lo stesso autore che blocca ogni possibile polemica fra le due arti (narrativa e cinematografia) sottolineando come le due opere si integrino perfettamente dando una visione diversa e amplia partendo dall’uno o dall’altro. L’entusiasmo dell’autore per il film, il quale divenne una vera icona, ci fa capire come nella sua mente fosse chiaro il servizio che i due autori (lui e Scott) facevano al genere fantascienza.

Come al solito io con Dick ho un rapporto stranissimo.

Avrei voluto trattare questo libro in un modo diverso dal solito, proprio per la sua impostazione, ma la videoteca comunale non mi ha supportato e quindi devo trovare gli altri film in futuro (sperando di ricordarmi i racconti). Quindi la lettura è dovuta scivolare come al solito, facendo solo una piccola pausa fra l’uno e l’altro racconto. Questo perché Dick mi sconvolge sempre. La sua critica della società, la sua visione allucinata e dissacrante del consumismo, la sua paura della guerra distruttiva e apocalittica (sempre presente in tanti libri), sono temi non trattati superficialmente, ma vissuti. Leggerlo per me è un momento di astrazione dal quotidiano e sinceramente mi trovo a finirlo in apnea (e non è un modo di dire).

In questi racconti vi è un comune filo che è la paranoia e il non sapere chi si è.  Androidi che scoprono di esserlo a danno di se stessi, modelli replicanti che si confondono, tranelli che portano alla solitudine della ricerca della verità, bombe umane nascoste fino all’inevitabile: tutti alla fine si chiedono chi sono davvero e se coloro che li attornino siano davvero quelli che sono.

E’ una paranoia, un lungo e complicato discorso di ricerca della verità che mai si confronta con gli altri. E’ l’analisi portata all’estremo della formica elettrica, è la difesa estenuante dell’impostore. Tutto nasce, cresce e si risolve nella mente del protagonista, portando però gli effetti nella vita di tutti.

Sono arrivata alla conclusione di questo libro di racconti chiedendomi che valore abbia davvero l’individuo, corrotto dalle menzogne di chi lo attornia, strumento del potere altrui, vittima di se stesso; non importa se egli sia umano o androide (non replicante come messo in “Blade Runner”, questo lo sottolinea lo stesso Dick nella post fazione: per lui sono androidi), il risultato è lo stesso. Come al solito sono rimasta sconvolta, perché non c’è speranza in Dick, non c’è salvezza, c’è solo la disperazione della scoperta della verità.

Perché leggere questo libro? Bhe, basterebbe solo dire che è di Dick, ma amplio il discorso dicendo di lasciar perdere la visione di parallelo libro- film (anche perché non sono paragonabili, visto anche la pochezza del lavoro che c’è dietro a volte in certe sceneggiature, manipolate per rendere figo l’attore di turno), ma di soffermarsi sulla visione dell’uomo e cercare di capire dove stiamo andando. Perché Dick non è fantascienza “roba da ragazzini” (odioso pregiudizio da spocchiosi dell’intelligenzia italica che manco sa scrivere), ma è profeta della desertificazione dell’uomo, falsificato nel suo interno da forme extra umane (che sono aliene non per nascita di pianeta, ma lo sono moralmente), usato dal potere freddo e cinico.

Voto: 7 e mezzo