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“La famiglia Karnowski” di Israel J. Singer

Avrei dovuto partecipare con questo libro al mio primo incontro di lettori organizzato dal “Mansfield Park Book Club“, ma purtroppo la stagione rievocativa mi ha impedito di arrivare a compimento di questo libro e di poterlo discutere con elementi sufficienti. Come potreste notare sono arrivata in ritardo di un mese…

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Comunque sia, parliamo di questo romanzo che mi ha davvero sconvolto e commosso. Come detto per l’altro libro di Singer, “Yoshe Kalb”, sono rimasta stupita da quanto una “semplice storia di famiglia” potesse prendermi ed emozionarmi come questa. In fin dei conti però è chiaro perché tutto questo scombussolamento: la storia di una famiglia ebrea in Germania da prima della prima guerra mondiale alla fuga in America per le persecuzioni naziste non è una semplice storia. Di sicuro aver letto prima “Giustizia non vendetta” di Wiesenthal mi ha aperto gli occhi di fronte a un fenomeno molto difficile da comprendere sulla storia ebraica e dell’antisemitismo: l’incomprensione, la non accettazione, l’essere considerato un corpo estraneo in una società che è tutt’altro che estranea.

La storia raccontata per via maschile da nonno a padre a nipote, con un evolversi della comprensione dell’essere se stessi come elemento continuativo di una famiglia o di un popolo; dell’accettazione (appunto) di essere ebrei anche non volendo o non potendo dimostrarlo; la tranquillità di essere se stessi al di là di un’etichetta. Troppe cose, davvero troppe. Quando si inizia a leggere la storia del patriarca David come una rivalsa di fronte alla chiusura di certi ambienti chiusi ebraici, dove la libertà passa attraverso la Parola che si fa Filosofia, diventa fortezza e riconoscimento, ci si trova di fronte a un uomo che insegna che si deve essere “tedeschi fuori casa ed ebrei in casa”, non capendo che così facendo si crea una forte frattura nelle generazioni future. Quest’uomo monolitico, instancabilmente ligio al dovere sembra rappresentare la solidità del suo popolo e la caparbietà nel voler emergere, compie la sua parabola umana in modo inesorabile, ma senza mai perdere il suo essere: ammorbidisce i toni, lo sguardo di fronte alle vere problematiche della vita, diventando quel padre o nonno su cui affidarsi.

Georg è il frutto dell’insegnamento paterno di liberazione dai vecchi schemi religiosi: è il tedesco che pretende tutto, instancabile a cercare la libertà a voler godere quello che pensa che gli spetti, ma è anche colui che attraverso la guerra (la prima appunto) trova la sua ragione di operare (come medico) e nell’accettazione della comprensione del fare, capisce come eccellere. Da scapestrato ebbro di libertà, diventa quel solido uomo che il padre David si aspettava che diventasse. E proprio perché così solido, così tranquillo di sè, così “moderno”, trova naturale sposare una cristiana, mettere su famiglia e diventare uno dei più importanti ginecologi del suo tempo.

Jegor è il frutto malato di questa famiglia. Il giovane che non comprende le differenze, che non capisce cosa sia un ebreo (lui nella sua testa non lo è), che vive il conflitto del vivere fra due culture, che vuole essere tedesco anzi ariano: la mente corrotta da uno zio futuro nazista, il bimbo viziato da un amore debole (nessuno si impone, nessuno spiega, nessuno fa capire, nessuno è diretto chiaro maturo con Jegor in nessun momento, tranne lo zio e questo provocherà grandi problemi). La degenerazione sembra una cosa esterna a tutto questo modo di essere ebrei, ma diventa più comprensibile proprio leggendo le testimonianze di chi visse durante le due guerre e vide il mutamento interno alla Germania: quanti furono gli ebrei che aderirono al primo nazismo? Più di quello che si possa pensare. Jegor è quel frutto: il frutto di una società corrotta nel suo midollo per non capire i germi non solo del nazismo, ma della distruzione dell’essere umano sotto qualsiasi forma; è il frutto della debolezza in cui si lasciarono i giovani crescere, con la convinzione che privarli delle fatiche fosse un loro diritto. Eppure è una figura tragica, che smuove compassione (anche se a me prudono le mani), ma molto lontana dal concetto di eroe tragico antico. Colui che non ha redenzione, come una colpa che si insinua nella mente di chi pensa al popolo ebraico e lo guarda attraverso una lente d’ingrandimento.

Un libro che dovrebbe essere obbligatorio alle scuole, molto più che altri, per il semplice fatto che è un occhio lucido e chiaro sulla metamorfosi sociale degli ebrei in Europa, sulla nascita di fenomeni estremisti, sulla difficoltà di discernere e di separare. Singer non nasconde nulla, anche se non calca mai la mano nè sul vittimismo o sulla violenza: lascia al lettore consapevole di riempire i buchi di narrazione con le nozioni che sa; non da sconti a nessuno dei suoi personaggi, forse convinto che ognuno di essi abbia un messaggio chiaro da divulgare.

Una scrittura chiara, lineare, essenziale, per un messaggio che non merita fraintendimenti.

Voto: 8

Scheda tecnica:

anno di pubblicazione: 1943

titolo originale: Di mispohe Karnovski

traduzione di Martina Rinaldi e David Sacerdoti

casa editrice Newton&Compton

finito di stampare gennaio 2015 presso Puntoweb s.r.l., Ariccia (Roma)

copertina: illustrazione di © Mikel Casal

progetto grafico: Alessandra Sabatini

pagine 413

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“Il nostro comune amico” Libro 4, cap. IX-X

Uccellino si reca da Riah per riallacciare i rapporti, oramai conscia di chi è chi e di chi si merita cosa.

Nelle parole di Riah ci sono a un certo ponto alcuni spunti di riflessione che esulano dal libro stesso e che, a mio parere, parlano proprio per voce dell’autore ai lettori a lui contemporanei (anche se il problema di antisemitismo ritorna anche ora, ineguagliato).

Perché nei paesi cristiani gli ebrei non sono trattati come gli altri. La gente dice: “Questo greco è cattivo, ma ce ne sono dei buoni. Questo turco è birbante, ma ce ne sono dei buoni.”  Per gli ebrei non è così. La gente trova subito i cattivi che ci sono tra noi, in tutti i popoli i cattivi si trovano presto, ma la gente considera che i cattivi siano la regola generale e non vede i buoni. I più bassi sono presi per i più alti, e la gente dice: “Gli ebrei sono tutti eguali.” Se fossi stato cristiano, e avessi fatto quello che ho fatto qui senza lamentarmi, perché avevo gratitudine per il passato e oramai non avevo molto bisogno di denaro, avrei potuto continuare a farlo senza compromettere altro che me stesso. Ma essendo ebreo, non posso farlo senza compromettere gli ebrei di tutte le condizioni e di tutti i paesi. E’ un po’ duro per noi, ma è la verità

Intenso e drammatico sempre il personaggio di Riah e mi sorge sempre il dubbio che la sua figura voglia dire oltre a quello che è semplicemente un personaggio realistico per la descrizione di una società complessa come è quella londinese. Il dolore della sua condizione, dell’incapacità di continuare a vivere in quel modo fa da contraltare alla misericordia e alla dolcezza della sarta delle bambole, la quale proprio perché anche lei emarginata senza colpa ne capisce il peso.

Nel mentre i due parlano della condizione di Riah e del “povero” Fledgeby, arriva un messo di quest’ultimo che intima all’ebreo di andarsene subito e di mollare il lavoro visto che alla fine i termini del contratto sono finiti. Costui senza colpo ferire, senza rispondere in qualche modo, prende le sue carabattole in un sacco e chiude baracca. Spinta da affetto e rispetto a vedere quel vecchio solo in strada, Uccellino lo invita come ospite a casa sua.

Intervallo descrittivo dello squallore di certe zone di Londra piene di ubriachi e ubriache senza ritegno abbandonati per strada, in mezzo a sporcizia e marciume vario e delinquenza. Nel mezzo il “ragazzaccio” di Uccellino, oramai sempre più alcolista e incosciente e incapace di capire la portata delle sue azioni. Così la sua vita finisce, muore e lascia la figlia (perché alla fine scopriamo che il “ragazzaccio” altri non è che il padre di Giannina) addolorata e pensierosa per il funerale.

Lo stesso funerale si svolge in modo povero e dimesso, molto sobrio e quasi frettoloso. E subito si torna a casa al lavoro, fino a che nella casa bussa Lightwood recante un biglietto in cui si avvisa la imminente morte dell’amico Wrayburn e che egli vuol vedere Uccellino.

Tutti si dirigono a casa di Lisetta, ma il moribondo sembra non riprendere coscienza. Il mistero del perché è stata chiamata è presto svelato: ella vede la sua dipartita? Sembra di no.

Eugenio nei momenti di lucidità cerca di svelare l’arcano di chi lo ha attaccato, di fare in modo che Lisetta non venga messa in mezzo e svergognata in qualche modo; la sua preoccupazione è di morire prima di fare il tempo di sistemare ogni cosa. Ovviamente il dramma nel dramma e la distorsione di tutto nel mezzo. Il dramma è forte, ben descritto, lento nel suo corretto modo di svolgersi, per una volta tanto Dickens lascia che siano le emozioni a prevalere (vabbè è tutto molto melodrammatico, ma ci sta), per arrivare al fine di Eugenio: fare in modo che Lisetta lo sposi in punto di morte. E ma allora il suo è un chiodo fisso!

 

 

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“Il nostro comune amico” Libro 3, cap. VIII-IX

Mentre da una parte si stanno portando via i rifiuti da casa Harmon (e non capisco l’invettiva di Dickens contro i “signori del Comitato”), dall’altra parte Bettina Hidgen vaga, via da casa Boffin, alla ricerca di un posto dove vivere e morire lontano dall’Ospizio. Il personaggio si staglia con una statuaria moralità umana ma non dei supereroi o dei grandi personaggi, ma proprio delle persone oneste. Strano…cosa le succederà?

Il capitolo è pietoso,  nel concetto latino della pietas e non capisco per quale motivo. Più di una volta Dickens ha presentato personaggi normali, umanissimi, positivi e li ha tutti condannati ad essere vittime dell’arroganza altrui, dei voleri altrui, ma qui si dilunga in un lungo panegirico della vita, in vecchiaia, di questa signora piena di dignità e di coraggio che pur di non andare in ospizio decide di non fermarsi mai troppo in un posto, lavorando del suo, dignitosamente, non ascoltando le lusinghe suicide del Tamigi. Che questo sia uno dei punti di invettiva contro i suoi contemporanei? Contro quella Londra o Inghilterra bene, fatta di abitoni e crinoline e bombette, dove la carità diventa penosa (nel senso di pena, questa volta) come una gabbia di un carcere? Dove il bigottismo delle classi superiori valuta e pretende di instradare le vite delle classi inferiori? A chi parla davvero l’autore? Perché mentre la povera Bettina passa da un malore all’altro, da una situazione all’altra dove la sua fragilità umana si rivela tutta, l’autore continua con il suo sottofondo di critica alla società caritatevole che gira attorno. L’Ospizio come l’Orco, il luogo del non ritorno, la paura più grande…

E mentre la vita sembra fluire via dal corpo di Bettina, Lisetta le appare come un angelo protettore, intenta a risvegliarla dal torpore e ascoltare tutte le sue parole. Anche questo incontro pare un po’ scontato, con la oramai imminente beatificazione della giovane Hexam.

L’altro capitolo si apre con la funzione funebre per Bettina Hidgen (e via d’allegria!) e diciamocelo: ce lo aspettavamo dalla prima sua apparizione che ci avrebbe lasciato anche abbastanza presto. Il suo ruolo era quella di “consegnatrice” di figli per altri e poi bon, andare, via filare.

Sui presenti ai funerali tocca dire che i signori Boffin peccano per assenza e non se ne capisce il motivo, oppure temo che abbiano perso la loro semplicità e umiltà che tanto li ha resi diversi da tanti “aristocratici” personaggi. Mentre il giovane Pauta è l’unico ad esprimere sentimenti quasi filiali e di sicura riconoscenza verso la scomparsa.

E per la prima volta appare nel romanzo un vero scambio di battute riguardo la situazione ebraica. Lisetta è stata aiutata da una famiglia ebrea a compiere le ultime volontà di Bettina e la moglie del reverendo prova tutta la sua paura di fronte alla possibile ingerenza di costoro nella vita della ragazza. In realtà la frase incriminante è “ma se cercano di convertirvi?” Come è comprensibile per l’epoca (e in realtà lo è anche adesso) la scarsa conoscenza altrui, i pregiudizi e la scarsa sicurezza nella scelta religiosa fa nascere queste domande quando ci sono collaborazioni fra genti “diverse”. Un aspetto comprensibile per la società di allora che presenta il problema religioso come un problema di onestà e moralità. Ci vorranno secoli o forse non si arriverà mai a comprendere che queste due virtù esulano dalle preghiere che si possono fare.

Nel frattempo vi è un vero “incontro al vertice” al camposanto: Bella, Rokesmith e Lisetta. Quello che li unisce è solo lo scomparso Hexam e l’accusa che pendeva sulla sua testa di aver ucciso Giovanni Harmond. In realtà non si capisce nemmeno perché Dickens ha voluto rendere questo incontro così fondamentale se non fosse che una volta finito il funerale, accompagnata la ragazza verso casa, Bella e Rokesmith si trovano da soli per tornare a casa. Poi si scopre che i due ragazzi per conto chi della signora Boffin, chi per conto del signor Boffin devono indagare sull’accusa ai danni di Hexam e su come sia Lisetta, eppure i loro discorsi scivolano velocemente l’uno verso l’altro. Dai, su, lo sanno tutti che siete innamorati e che, salvo qualche cattiveria dell’autore, finirete al lieto fine! Perché girarci attorno con questo fare di tragenda stucchevole?

L’incontro solitario fra le due ragazze, Bella e Lisetta, sembra un classico dialogo della Londra bene ottocentesca, insomma tutta quella fiera di formalismi e belle parole che non palesano mai i veri sentimenti e che dicono il minimo sindacale. E in fondo ci sta anche bene oserei dire. Ma che anche Bella voglia avere Lisetta come amica è veramente stucchevole! Ma perchè tutta questa ripetitività? Diccelo Dickens per favore!

E poi partono le confidenze fra le due…stucchevole stucchevole stucchevole… scoprendo che ora Lisetta vive in incognito e nascosta, lavorando nella cartiera, per paura di innamorati, pseudo tali, fratelli egoisti e compagnia cantante. Però questo confronto smuove Bella nel profondo e le parole di Lisetta sul vero amore e sul fatto che bisogna rispettarlo e capirlo la pongono di fronte a tutte le sue scelte passate. Staremo a vedere cosa succede a questo punto.

dipinto di  Delphin Enjolras

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“Il nostro comune amico” Libro 3, cap. I

Abbiamo superato la metà! Evviva! Però ce ne rimane un’altra metà da leggere e il tempo scadrà solo a novembre…meno urrà…

Si apre il capitolo con la descrizione di Londra, come se fosse una persona reale preda della nebbia e del sonno, visitata da sensazioni senza speranze come i lumi a gas dei negozi; una londra come te la aspetti, come la cinematografia ce l’ha passata in tanti film derelitti che narrano la fine dell’ ‘800. E in questa nebbia fitta, giallastra appare come uno spettro il signor Riah che troneggia nella sua drammaticità fra le strade della città come un essere appunto sovrannaturale. Il personaggio sembra per ora riscuotere le simpatie dell’autore rendendolo un personaggio nobile, anche se condannato dalla società per la sua religione. E per quanto ogni suo gesto sia misurato, silenzioso e ponderato risulta infinitamente più potente quando lo si paragona al suo padrone, l’affascinante Fledgeby. Che poi cosa avrà di affascinante sto tizio io non lo so?

L’arroganza del giovane è in ogni suo gesto, in ogni sua parola e il suo pregiudizio antisemita risulta sgradevole in ogni momento: il continuare a insinuare senza conoscere, senza aver vissuto rasenta il razzismo più becero che tanti danni fece poi. Mi chiedo invece come sia stato accolto questo personaggio e se la società dei lettori parteggiasse o condividesse i pregiudizi oppure sentisse muoversi l’indignazione per maltrattare un uomo che niente fa che quello che gli è richiesto in onestà. Mi sorprende in questi casi Dickens perché non so se cerchi di mettere alla prova il proprio lettore contemporaneo oppure abbia la coscienza che qualcosa debba cambiare al di là della sua audience: è l’autore un provocatore o un comunicatore fra pari? Non so se lo capirò mai.

L’entrata in scena di Lemmle non aiuta a rendere la scena più gradevole o ad apprezzare i due “gentiluomini” in paragone del signor Riah, il quale viene mandato velocemente fuori di scena.

E qui un momento di gioia mi pervade quando si legge che la famiglia Podsnap decide di recedere ogni rapporto con il signor Lemmle. Che Giorgiana sia salva? Così? Senza patir dazio? Stiamo a vedere.

Di certo si capisce che fra i Lemmle e Fledgeby ogni equilibrio si è rotto, così i loro sodalizi a danno di altri. Vorrei dire “ben vi sta!”, ma credo che tutto ciò vada a danno non tanto l’uno dell’altro, ma di qualche altro protagonista della nostra vicenda.

Infatti, appena Lemmle se ne esce di scena e rientra Riah, l’affascinante coso chiede notizie della ragazza che ha visto nel tetto della casa dell’ebreo. Ci manca solo questo coso a rompere le scatole! Infatti veniamo a scoprire, attraverso l’interrogatorio del coso all’ebreo, che Lisetta vista la sua condizione compressa fra troppi pretendenti è andata via, nascosta proprio di Riah che ne ha preso a cura la situazione.

Di certo l’affascinante coso non si vuol far scappare la preda e chissà cosa macchinerà per ritrovarla…che palle Dickens!

 

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