“Apocalisse Z. I giorni oscuri” di M. Loureiro

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Secondo capitolo della saga di Louriero, dove il nostro mondo all’improvviso viene contagiato da un tremendo virus, la maggior parte di noi si zombizza e solo pochi si salvano. Detta così è l’ennesimo libro sugli zombie, sulla fine del mondo e l’unica cosa differente è il punto di vista del “salvato”. Ebbene sì, la trama è sempre la stessa per x libri dello stesso genere.

Il primo volume l’ho letto quasi esattamente un anno fa, sempre con il cielo plumbeo e i riscaldamenti al massimo, al caldo sulla poltrona, mente nella storia tutto cadeva a pezzi. E devo dire che non mi ero appassionata tantissimo alla vicenda anche perché c’era l’enorme bug della mancanza totale di nerditudine nel protagonista: un avvocato, alquanto banale ed egoista, senza la benché minima capacità specifica di sopravvivenza , ma solo con l’istinto di rimanere in vita. Questo non aveva mai visto uno zombie, sprecava un sacco di tempo in elucubrazioni assurde e decideva di rischiare il tutto per tutto portandosi dietro il proprio gatto (che okkei l’amore per gli animali, okkei la paura della solitudine in un mondo devastato, ma un gatto? E poi il più ubbidiente gatto dell’intera storia del mondo e dell’umanità! Buono, arriva alla chiamata, mai approfittatore, sempre paffuto e coccoloso! Dai! Su! Non esiste! Elemento più sovrannaturale che i non morti) e alla fine, con più culo che anima, riusciva non solo a vivere, ma anche a trovare dei compagni di viaggio che anche loro fortunati come pochi. Perché allora leggere il secondo volume se il primo era la fiera delle ovvietà? Perché il primo finisce “tronco”! Ossia finisce interrompendo la vicenda a metà e lasciando il lettore con la curiosità di sapere come andrà a finire. Quindi era ovvio che leggessi questo (come dovrò leggere anche il terzo, visto che hanno utilizzato ancora lo stesso espediente).

Cosa posso dire di questo secondo episodio? Continua di certo la fiera dell’impossibile, dove i nostri protagonisti hanno fortuna a non finire, anche nelle difficoltà più immediate. Sono arrivati a Tenerife credendo di trovare un piccolo paradiso e invece si trovano nell’avamposto di una guerra civile spagnola (fra due isole, fra due governi, fra repubblicani e monarchici) e della dittatura “democratica”. Si trovano invischiati a loro malgrado in una storiaccia, perché alla fine un cattivo umano ci vuole e far vedere che l’essere umano rende sempre il peggio di sè è una costante che movimenta sempre tutto, peccato però che nella vicenda solo i nostri protagonisti (perché da uno più un gatto, sono diventati quattro più un gatto) sono umani e provano sentimenti sociali e affettivi. Perché? Questa desolazione che appare scontata (come la frase verso la fine che sottolinea che l’umanità non ha bisogno di una infezione per sterminarsi) aumenta il senso di desolazione e in me aumenta anche il senso di noia. Questi sono continuamente in volo, in avanscoperta non volendolo, in mezzo ai casini (c’è anche lo “zoo”), ma mai che sia venuto in mente a loro di trovarsi un pezzo di terra, costruire un fortino, riscoprire l’arte militare anche senza pallottole e ricominciare a vivere. No, niente. In questo libro c’è la desolazione dell’uomo moderno che non sa vivere senza tecnologia, senza la modernità.

Quindi alla fine due soli sono gli aspetti che mi sono piaciuti del libro: uno narrativo e uno morale.

Quello narrativo è la spiegazione scientifica e logica (per la storia ovvio) della nascita e diffusione del virus. Finalmente si ha una idea di credibilità nella situazione, di possibilità (ricordate la sars?) che tutto ciò accada: da quel senso di realismo che fa pensare al lettore che sarebbe meglio che iniziasse a imparare ad accendere un fuoco, a tirare con l’arco, a zappare e filare e tessere e tanto altro per la sopravvivenza.

Quello morale è il senso di disumanizzazione e incapacità di imparare non solo dagli errori, ma anche dal passato, cercando di ricostruire la vita invece di lasciarsi abbattere e dominare dai soliti egoismi di potere. E’ proprio la desolazione quella che prende il sopravvento, più che il senso di silenzio nelle città che spesso l’autore sottolinea per indicare l’assenza di vita umana. Bello l’episodio del Prado (non dico nulla).

Voto: 5/6 Buono l’impegno, ma da quel senso di già letto.