“I guardiani della galassia vol.2” di James Gunn

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recensione di mymovies.it

Quando era uscito il primo capitolo di questo film ero rimasta sconvolta di come mi avesse preso, divertito, coinvolta e fatta ballare sulla seggiolina del cinema e nello stesso tempo era tratto dall’ennesimo fumetto che non conoscevo. Ma io dove ho vissuto tutto questo tempo? (Dovrei farmela tatuare questa frase, perché ho un sacco di cose da conoscere). Aspettare questo secondo volume non è stato ansiogeno, ma la preoccupazione che fosse una ciofeca c’era. Poi sono usciti i trailers, ma di quelli non bisogna fidarsi troppo soprattutto per film così spettacolari (non è raro pensare che montino le scene migliori solo per accalappiare la gente, la stessa che poi esce dal cinema chiedendosi cosa sia andato a vedere). Poi indiscrezioni e lì un po’ si trema. Insomma sperare che fosse all’altezza delle aspettative. Comunque tagliamo il preambolo che poi diventa una lagna: sono andata a vederlo il giorno dell’uscita in Italia, il 25 aprile.

E………. (sì non bastano i puntini!) porcalamiserialadraimpestata è bello!!!!

I protagonisti sono gli stessi, ci sono dei cattivi in più, c’è un super cattivo che spiega qualcosa in più del nostro Starlord, ma alla fine loro sono loro.

-attenzione la lettura successiva potrebbe contenere spoiler, anche grossi. Non lo faccio apposta, ma parlare di questo film non è semplice senza rivelare più del dovuto per una normale recensione.-

Sì, sono loro, qualche tempo dopo e qualche casino in più. Sembra che i loro rapporti siano un po’ congelati, come se il tempo avesse deciso di sistemare i particolare, lasciando stare i “non detti fra di loro“. Groot non è cresciuto di tanto, ma è una piantina con gli occhi grandi e la capacità di comprensione apparente di un cactus sasso; Drax rimane surreale, spaccone e “stronzo” (nel senso che ti dice la verità in faccia senza filtri e fregandosene se te la vuoi sentir dire) come sempre; Rocket vorremmo che si fosse calmato, ma è solo più infeltrito senza la versione grande di Groot (che serviva a tenerlo buono, dandogli modo di fare le peggio cose; invece ora i ruoli si sono invertiti e non è che piaccia molto al nostro “procione”, anzi proprio per niente); Gamora è quella solida, ma troppo controllata, insicura per lasciarsi davvero andare e scendere al livello assurdo dei suoi compagni di viaggio.

I piani di visione di questo film sono almeno due chiari: Rocket che ruba delle batterie supermegastrafighe e costosissime a un pianeta e popolazione ipermega fighetti (manco gli elfi de “Lo Hobbit” sono così statici e soprattutto non hanno un’enorme sala videogiochi con cui scorrazzare per l’universo davvero, fondendo realtà virtuale e realtà reale), con annessi e connessi di fughe e contro fughe; Starlord incontra suo padre Ego. Già solo così basterebbe un solo film, ma questo è solo un modo per raccontare un altro tipo di storia, una storia che non ti aspetteresti mai da un film tratto da un fumetto: qui si parla di famiglia e di padri. Ebbene sì, il tema, il sotto tema chiamiamolo così, è proprio questo ed è anche trattato con i contro fiocchi. Starlord ha un padre genetico alieno che se ne è ben sbattuto di lui e della madre (e della morte di lei che però a quanto pare è ben più dolorosa di quanto lo fosse già all’inizio del primo film, a tal punto da contendere lo scettro dell’inizio più drammatico e doloroso con il film “Up”) e un non-padre che lo ha rapito proprio alla dipartita dell’unico genitore amorevole: Ego contro Yondu. Una bella gara che con facilità dovrebbe vincere il primo, con quel suo sguardo tranquillo, l’aspetto accogliente, il capello a posto (stiamo parlando di Kurt Russell!) e il suo bel pianeta ipercolorato, mentre il secondo è un ladro, un truffatore, un ladro di bambini per giunta! In realtà a ben guardare le cose non solo sono più complesse, ma proprio per tale motivo sono anche più semplici: il padre dio con quel suo nome fa capire bene quello che è davvero e cosa si aspetti dal figlio, cosa che solo Crono era riuscito a fare mangiandosi figli uno dopo l’altro per non dover soccombere alla profezia; mentre l’altro rimane al fianco di quel ragazzino smilzo, utile per infilarsi nei posti stretti per rubare, diventato oramai un uomo ed è lì, con tutti i suoi difetti, senza maschere, senza filtri, senza voler comprare nessun affetto, anzi portandosi dietro i suoi difetti. Yondu si rivela essere un personaggio ben più complesso di quello che aveva dato a credere nel primo film, di quelli a cui non daresti 3 soldi come credito di sentimenti ed invece rileggi tutte le azioni sotto quella luce: sì, lo aveva rapito ma per volere di Ego e sì, lo aveva rapito anche da Ego una volta capito cosa quell’essere faceva coi propri figli. E non era una bella cosa.

Nel mentre Gamora, così solida, così donna tutta di un pezzo, così sicura di se stessa, persa quella faccia da aliena liberata dalle catene, si trova ad affrontare due sentimenti che non sono robina: quel non detto con Starlord e sua sorella Nebula che la vuole morta. Anche loro sono una bella coppia di famigliari eh!, ma anche loro subiscono gli effetti di un distorto ruolo paterno che invece di essere colui che istruisce e spinge a superare i limiti, è colui che mette i figli uno contro l’altro per poi dominare l’unico rimasto. Un altro padre distruttore di sentimenti, fiero di esserlo, senza capire quanto patetico risulti essere, ma alla fine nemmeno gli interessa essere padre: per figure come Ego e Thanos (e i nomi non sono a caso) non si può nemmeno parlare di padri e nemmeno di veri e propri genitori, ma forse di addestratori di uomini e donne (il secondo) e parassiti di capacità (il primo); siamo noi a dare loro un ruolo che non potranno mai ricoprire. Ecco quindi che le due sorelle, costrette a combattersi da sempre con esiti disastrosi evidenti su una, dovranno fare i conti fra di loro e farli davvero, arrivando a doversi scontrare l’ultima volta non più con le armi ma con i propri sentimenti per capire che in fondo possono davvero ricominciare e rinunciare al passato doloroso.

Gamora e Starlord. Beh…loro sono il loro stesso non detto fra di loro. E devono decidere, come dice Drax se essere entrambi gente che balla o che non balla, perché così non vanno da nessuna parte insieme e si vede lontano un miglio stellare che non possono non stare insieme (sì, siamo delle romanticone, ma cacchio!!!).

Sì, questo film parla di tante cose, inseguimenti, sparatorie, mostroni, alieni vari, pianeti strani, compagni di viaggio e compagnie di spacconi stellari, ma parla di famiglia. Profondamente. E se la cosa non l’avete capita, mi spiace, ma forse vivete quella fase in cui date tutto per scontato perché tizio caio e sempronio vi siedono a fianco da una vita e non vi fate mai una cacchio di domanda del perché. Mi spiace ma se avete trovato noioso questo film vuol dire che non solo questo film non fa per voi, ma che qualcosa di scontato ottenebra ogni vostro sentimento e, fatevelo dire, i noiosi siete voi.

Leggetevi anche questo bel post che ho trovato giusto giusto oggi prima di scrivere questa recensione: è una analisi in stile freudiano, con tanto di rapporti e fasi delle persone, ma è ben scritto e ovviamente mette tanta carne al fuoco (soprattutto per quelle donne che vorrebbero essere Gamora o che lo sono ma non riescono a trovare il proprio Starlord).

VOTO: 8

Scheda tecnica veloce:

Regia 8; sceneggiatura 7/8; scenografia 7; fotografia 7 e mezzo; costumi 7; effetti speciali 8; musica 9; cast 8. Come al solito la musica ti fa ballare sui seggiolini e a questo giro è anche più appropriata del primo (senza balletti brutti alla fine del film per incastrare il cattivone di turno. Non glielo perdonerò mai al primo film, si sappia!). E il cast ha un sacco di cameo meravigliosi che denotano che gli attori bravi oramai si divertono come scemi a uscire dalla loro comfort zone e gli spettatori approvano.

“La dama del sudario” di Bram Stoker

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recensione di goodreads

Ho finalmente finito il libro della lettura di Halloween. No, fermi non è successo nulla, ma come ho potuto dire altrove mi sono incartata con i libri presi in biblioteca e quindi le tempistiche sono andate tutte in tilt. Per la lettura di Halloween mi è rimasto anche un altro libro che ora comincerò. Diventa difficile scegliere un libro che sia a livello dei grandi classici di genere, senza cadere nello splatter o in altri generi; diventa difficile trovare atmosfera e sensazioni ed emozioni, legate a mostri di forma varia, cattivi e buoni. Sì, diventa sempre più difficile, anche se devo dire che ce ne sono tanti da leggere (se non fosse che tanti ne ho anche già letti). A questo giro mi sono affidata al “popolo di fb” (bhe in realtà ai miei contatti sul mio profilo privato, quelli con cui si chiacchiera tranquillamente di tutto e che so che sono buoni lettori) e la scelta è ricaduta su Stoker e Hodgson. Parliamo di Stoker.

Parte bene il racconto, con tutti gli elementi che ci aspettiamo, forse un po’ forzati nella memoria dal grande “Dracula” che non si può non leggere almeno una volta nella vita. Abbiamo il viaggio in nave e una misteriosa bara; abbiamo un’eredità misteriosa e forse “ingiusta” (in ottica di famiglia, mica per altro); abbiamo un giovane avventuroso con tanto di zia buona alle spalle; e infine abbiamo un paese sperduto per i monti in una zona indefinita dell’Europa. Tutto come è per Dracula, se non fosse che il nostro zannuto protagonista si muoveva dalla Transilvania per andare a Londra, mentre qui si fa il tragitto inverso. Buona parte del libro mantiene l’atmosfera di ansia, paura e paranormale con il nostro giovane eroe pronto a diventare uno del paese delle Montagne Azzurre, a farsi carico di tutti i loro problemi, ma affascinato da una strana fanciulla vestita solo di un sudario bianco che lo viene a trovare solo di notte. Zan zan! (musichetta di sottofondo).

Buona parte del libro alla fine gira attorno a Rupert che narra nel suo diario questa sua infatuazione, questo suo non capire chi ha di fronte, l’accettazione anche della sua natura vampiresca e la sua romantica intenzione di liberarla dall’inferno. Il lettore si incammina sulle orme, lungo le scalinate di cripte fatiscenti, attorno a camini dei castelli cercando di mettere in allarme tutti, quando alla fine…

****ATTENZIONE SPOILER****

…alla fine tutto si risolve in una romantica bolla di sapone. Niente vampiri, niente discese negli inferi, ma solo una avventura buona per i lettori dell’epoca che cercavano il mito del combattente eroe, capace di guidare aerei e scalare montagne per difendere l’amata rapita dal Turco (e qui ci sono tutti i pregiudizi dell’epoca riguardo all’impero ottomano. Pregiudizi…vabbè sì, alcuni, ma altri erano il frutto di rapporti diplomatici interrotti con atti di guerra e azioni di conquista da parte dei turchi di terreni limitrofi all’impero. Non che l’impero britannico non facesse lo stesso, ma alla fine uno scrive per i suoi, mica per il nemico), donna di altrettanto valore e coraggio, degna di essergli moglie; con tanto di alleati e sottoposti geniali e coi contatti giusti.

Il libro si è rivelato un bel romanzo d’avventura di fine ottocento-inizio novecento, con gli elementi di esotismo, di ingegno, di capacità militare che tanto infiammavano gli uomini e le donne prima della guerra mondiale (che nessuno avrebbe immaginato, ma di cui si sentivano i sentori lontano un miglio molto probabilmente). Non posso dire che non sia stata una bella lettura, ma non era quello che mi aspettavo.

Stoker scrive ancora una volta in forma di diario e scrive bene (e viene tradotto bene, anche se ogni tanto qualche errore di battitura non corretto da un correttore di bozze c’è), con quel suo parlare lineare pieno di subordinate e correlate che son sempre un casino da leggere se perdi il filo. Mi piace la scrittura di Stoker non fraintendetemi e a questo giro mi sono anche divertita a leggere a voce alta il libro (si presta, sappiatelo), ma è un attimo dimenticarsi il soggetto della principale. La vicenda è ben scritta e anche le parti più oscure sono ben sciolte senza troppe forzature, anche se il prologo mi rimane a posteriori totalmente oscuro e lontano dal resto…

Quindi se volete un libro avventuroso e gotico nello stesso tempo, questo è quello che fa per voi; se invece cercate un horror gotico non è questo il libro che state cercando.

Voto: 6 e mezzo. Alla fine, anche se è stato piacevole non era quello che cercavo e rimanendo in quell’ottica si sono sprecate occasioni e buttato in mare troppi ami per non pescare alcun pesce morto. Se lo avessi letto come libro d’avventura sarebbe cambiato qualcosa? Boh, alla fine in quell’ottica ci sarebbero stati troppi elementi non consoni. Stoker cosa volevi scrivere? E soprattutto per chi?

Scheda tecnica:

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Ma perché i libri hanno smesso di mettere schede tecniche come questa? Sarebbe un bel riconoscimento per il team di lavoro editoriale.

titolo originale The lady of the Shroud

traduttore: Gabriele Ruggero

anno di pubblicazione:

edizione: Basaia, i libri del Graal

introduzione di Riccardo Reim

finito di stampare: novembre 1985 presso la I.T.L. di Palestrina

progetto grafico e impaginazione: Valtenio Tacchi

copertina: Tarocco di Aleister Crowley

in quarta di copertina: Bram Stoker in un disegno del 1885

pagine 175

prezzo: £ 18.000

“I tre moschettieri” di Paul W.S. Anderson

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recensione dal sito di mymovies.it

“I tre moschettieri” sono un grande classico, ripreso più e più volte in vari modi e con soluzioni diverse e più o meno interessanti. Questa versione è sicuramente quella più smargiassa, che strizza l’occhio allo steampunk e che se ne frega della storicità e credibilità, per strappare un sorriso e una chiara serata di divertimento. La visione di questa versione della storia è assolutamente sconsigliata ai puristi e agli amanti della vicenda a tal punto da saperne a memoria le battute.

Partiamo dal cast (voto 7) di notevole spessore, con nomi più o meno conosciuti, ma sicuramente quasi tutti riconoscibili. Passiamo da un ormai noto e famosissimo Christoph Waltz che interpreta il cardinale Richelieu, al caratterista (tocca dirlo visto che appare sempre come personaggio da spalla) Ray Stevenson come Porthos, ai conosciutissimi Milla Jovovich come Milady e Orlando Bloom in un improbabile e sopra le righe Buckingham. E poi tanti altri. Insomma un cast valido che non ha sicuramente scelto questo film per ambire a qualche ruolo, ma forse ha voluto prendersi una pausa, divertirsi un po’ e fare magari cose che possono aver sognato di fare quando vedevano la versione del 1973. Insomma, per dirla in parole povere: gran cast baraccone e sopra le righe che trasmette divertimento.

Gli effetti speciali ( voto 8 ) rendono questo film valido da guardare. Perché diciamocelo ancor più seriamente. la trama è quella, anche se la resa non è stata troppo fedele (sceneggiatura  voto 5/6 ), non ci sono cose particolari da evidenziare; i costumi ( voto 7 ) sono una versione glamour o steampunk, dipende dai casi, di quelli storici. Insomma niente di nuovo sotto il telone cinematografico se non fosse per gli zeppeling o navi volanti, per i combattimenti schermistici al limite della fisica, dei labirinti alla “Mission Impossible” e cose del genere. In quel momento c’è l’esaltazione del pubblico che volutamente ha lascito il cervello sul comodino e si è preso un momento di pausa. E’ nella scenografia ( voto 8 ) volutamente esagerata, che strizza l’occhio ai fumetti e usa l’arma del verosimile storico (ne vogliamo parlare della mappa alla risiko dell’Europa che ha il cardinale sul pavimento del suo immenso studio? Semplicemente meravigliosa!).

Un film sopra le righe con una regia ( voto 6/7 ) che guida tutto senza aggiungere niente di particolare, che lascia andare la macchina del racconto senza mettere niente di troppo o di troppo poco; una fotografia ( voto 7/8 ) che fa la sua porca figura, ma senza prendere il sopravvento; la musica ( voto 7 e mezzo ) aiuta a supportare tutto.

Insomma un film da vedere con la compagnia giusta, che abbia voglia di divertimento senza troppe pretese di sottotesti. Ultima cosa: ho visto il film su netflix quindi in 2D e si guarda molto volentieri lo stesso; non vedo la necessità imperante di un 3D anche se capisco che la battaglia aerea sarebbe stata ancor più grandiosa. Guardatelo tranquillamente anche in 2D.

“Immortals” di Tarsem Singh

Prendete la mitologia greca, prendete Versace e mischiatelo e…stop! C’è già! O è la pubblicità di Versace (e con un pizzico di Dolce & Gabbana) o è questo film. Punto, recensione finita, il consiglio è di guardare un altro film e non perdere tempo con questo. Va bene, mi applico un po’, ma il giudizio delle prime righe non cambia.

Come è sempre stata mia tradizione quando si fanno le pause tecniche da gioco da tavolo o cose simili, il gruppo di amici ha l’ “obbligo” (più o meno imposto dalla maggioranza) di vedersi un film possibilmente di serie Z, se è B va bene, ma evitare quelli belli possibilmente. Perché questa forma di masochismo cinematografico? Perché quando si è in totale relax, il cervello settato sulla modalità “stupidera + lancio dei dadi” è un peccato sprecare un bel film, anche perché si tende a chiacchierare, ridere e commentare sonoramente, mentre si passano patatine e mangiare vario ed eventuale (e non dietetico). Netflix ci aiuta molto in questa scelta oculata e ponderata (nel caso non ci fossero film giusti, ci sono sempre i documentari complottari da vedere).

Premetto un po’ di cose:

  1. amo la mitologia greca, anche se in generale le mitologie e le teologie mi interessano per svariati motivi. Da bambina leggevo i miti greci al posto delle favole. Conosco oserei dire quasi a memoria tutte le storie. In più avendo fatto il greco a suo tempo il mio studio dell’argomento è diventato anche più tecnico grazie alla severità e bravura della mia professoressa del liceo.
  2. ho guardato e adorato “I cavalieri dello zodiaco”. Cosa cacchio c’entrano con la mitologia greca mi chiederete, beh…appunto! Quello che voglio dire è che per quanto ami la storia, sia rigorosa in certe cose, posso benissimo concedere strappi alla regola che siano minimamente credibili o comunque che abbiano un senso logico interno alla vicenda. Ok, sì, lo so Pegasus rompeva le scatole e Phoenix sistemava tutto e Lady Isabel si andava a mettere nei guai apposta. Lasciamo perdere.
  3. mi incuriosiscono le versioni un po’ estrose dei classici, purché abbia senso, purché ci veda un senso. Tipo “300” che non è un film storico, che non ha niente di storico, che è fumettistico, ma se si è studiato quel momento e la mentalità greca dell’epoca, è un film metafora dell’evento.

Fine premessa, doverosa, perché capiste il perché del mio giudizio.

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recensione di mymovie.it

Partiamo dalla storia (sceneggiatura: 5). Prima di tutto non è una storia conosciuta, ma un qualcosa che forse, perché no?, poteva essere accaduta ma non è stata tramandata. C’è un eroe, tenuto d’occhio in incognito da Zeus (sempre lui in mezzo alle scatole!) fin da quando era bambino; una situazione di guerra e tradimento; un cattivo che minaccia la vita e la libertà di una regione; una profetessa e i suoi sacerdoti più o meno sicuri nel loro tempio; un oggetto mitico. La trama la capite benissimo anche voi: il cattivone vuole l’oggetto che è conosciuto dalla profetessa, quindi mette sotto assedio una regione che caso vuole sia quella del nostro eroe; l’eroe e la profetessa si innamorano e bam! Vabbè, avete capito, “niente di nuovo sotto al sole”.

Allora il punto forte dovrà essere la resa, visto che la trama è un po’ trita e ritrita. Passano gli effetti speciali (7), buona la fotografia (8), la musica non me la ricordo (come al solito, ma che ho? Non può essere sempre colpa mia che non ricordo la musica di un sacco di film) e la direzione (7) è ben fatta, visto che poi, inspiegabilmente, si è trovato a gestire un cast (6/7) con alcuni pezzi buoni (i quali, mi chiedo, con che follia abbiano accettato la cosa). Tutto ciò però non basta o almeno a me non basta, perché un libro si potrà comprare dalla copertina, ma se poi ha le pagine bianche non è altro che un soprammobile.

Scade terribilmente nella scenografia e nei costumi: insufficienti gravi. Allora, chiariamoci bene e tenete a mente il punto 3: un classico, o una storia ambientata in un momento mitico della nostra storia, può essere stravolto nella sua estetica, ambientato in altro momento della storia, rigirato come un calzino, ma in ogni momento questa modifica del testo originario deve avere un senso ed essere da supporto alla vicenda, mentre se prende il sopravvento e diventa pura estetica sterile tutto perde di significato. Non è un caso che a tutti noi che lo guardavamo ci sia venuto in mente uno spot di Versace (visto che se non ricordiamo male aveva ambientato proprio i suoi spot in un’ipotetica Grecia mitica), non a caso che anche mymovie lo avvia sottolineato, perché è così: i costumi non raccontano, non sottolineano, non guidano, non stanno a servizio della storia, ma diventano un momento a sè stante, estetico e basta, incomprensibile e fuori luogo. Parliamo del corpetto di Atena e del suo velo nero da vedova sulla corona puntuta (ma Atena non era la dea della guerra? mah), del martello di Poseidone (comprato in un negozio di giocattoli. E il tridente che fine ha fatto? mah2), dell’ “elmo” a corna di montone/occhi di mosca di Ares (mah3) e della cresta dorata di Apollo (abbiam fatto fatica ad accettare la cosa, forse più della mosca di Ares. mah4). Finiti gli dei, visto che Zeus vecchio ha un mantello di corde intrecciato e Zeus giovane è col gonnellino e bon. L’elmo di chela di Zoiberg del cattivo ne vogliamo parlare? Ma anche no, dai, se no tocca chiedere con che coraggio  Mickey Rourke lo abbia voluto portare… Le profetesse sono molto orientaleggianti e possono andare anche se il bustino non si può guardare, ma se lo porta Atena sarà di moda che vi devo dire. Le guardie e i cattivi hanno le maschere fatisch in faccia (forse per non ridere o piangere, dipende se c’era uno specchio alla portata oppure no). Ometto la descrizione delle armature, ma tutti noi abbiamo deciso che gli scudi cromati degli “opliti” sono una sciccheria, ma mai come il mantello blu sbriluccicoso del re. Gli scudi li vogliamo anche noi, il mantello no perché nemmeno a Iperione è piaciuto.

Punto a parte sono le scimmie titane o i titani scimmia, ancora non abbiamo capito come denominarli. Le tratterò a parte perché sono un’offesa a tutto quello che ci è più sacro nella mitologia e nella Storia. Prima di tutto perché sono rinchiuse da non si sa quanto tempo in una specie di mini calcio balilla dorato e sono agganciati fra loro per la bocca e non sappiamo perché; secondo perché quando vengono liberati/e si muovono come scimmie impazzite. Perché? Posso sorvolare su abiti esageratamente fuori luogo (la costumista era colei che ha anche curato “Dracula di Bram Stoker”, Eiko Ishioka, quindi possiamo capire il gusto e l’estetica) in quanto scelta stilistica che può piacere o meno; posso sorvolare sul fatto che la storia è di una banalità estrema, con buchi di trama e dialoghi inascoltabili; ma le scimmie titane gridano vendetta! I titani hanno scatenato una guerra (che alla fine del film si vede come se fosse un vibrante formicaio bicolor: oro da una parte e nero rosso dall’altra. O almeno così mi ricordo), sono stati imprigionati, si dice “titano” di qualcuno grande e grosso, il Titanic si chiamava così in loro onore (e non gli è andata bene per quello mi sa)! Non erano piccoli, neri (catramati poi), che si muovono a scatti come se fossero tarantolati…

Ora, ogni film ha un suo senso e se il senso di questo era fare un lungometraggio sulla moda hanno sbagliato tempo, luogo, storia. E non ha nemmeno senso paragonarlo ai peplum, nemmeno quelli in cui Maciste incontrava Godzilla. Questo film è una fuffa bella e buona che non accontenta sicuramente chi accetta un film in costume, anche non storico, ma che faccia passare due ore raccontando qualcosa.

Voto: non guardatelo. Fate altro.

“Le avventure di Peter Pan” di J.M. Barrie

rapsodia in verde
rapsodia in verde

Chi di voi/noi non ha visto da bambino/a la versione disneyana di questo racconto e non ha sognato di andare nell’isola che non c’è? Chi non ha sentito almeno una volta nella vita la versione cantata di Bennato (sì, qui lo so ho svelato un po’ di che epoca sono)? Chi non ha pensato almeno una volta ai pirati, mimando con le mani l’uncino di un famoso cattivo? Beh credo che ognuno di noi ha fatto questo e altro e si è sentito un eroe vero e proprio, come ho fatto io per lungo tempo.

Poi leggo il romanzo e qualcosa non quadra. Da sempre so che la Disney ha operato non tanto un rimaneggiamento del testo delle fiabe, ma una vera e propria riscrittura rendendo più appetibile ai piccoli storie ed emozioni, a fine benefico e positivo, creando così un falso mito (in senso di mitologia infantile) in tante generazioni; quindi era doveroso andare un po’ alla fonte delle cose e leggere gli originali (deformazione professionale oserei dire).

Mi armo di pazienza e inizio a immaginarmi di leggerlo a un piccolino, a voce alta (leggere a voce alta anche da soli è un buon esercizio di respirazione, attenzione, recitazione e concentrazione. Ve lo consiglio. E’ fondamentale, fidatevi), con quel senso che da sempre ritengo fondamentale di condivisione di saperi da una generazione all’altra. Eppure qualcosa non mi quadra…Peter è un bambino “caduto” come tanti altri, probabilmente dalla cesta o dal passeggino, senza che nessuno se ne sia accorto (ovviamente è la versione dal punto di vista di lui anche se non è biografico. Forse leggendo la versione della madre scopriremmo un destino ben più doloroso e purtroppo comune fino a 100 anni fa: la morte in culla), salvato dagli uccellini perché alla fine bambini e uccellini sono come una stessa stirpe. Il primo capitolo sembra un inno all’abbandonare le madri in quanto responsabili di far perdere l’uso delle ali ai propri piccoli: terribile!

Poi la storia procede come la conosciamo con Campanellino (fata dispettosa, femmina in tutto quello che è negativo, mai davvero fondamentale, gelosa e possessiva. Sì, alla fine davvero una fata!), Wendy, John, Michael, i bambini sperduti, Uncino, Spugna, la sua ciurma di pirati e il coccodrillo. Tutto è come te lo aspetti, non ci sono altri personaggi, ma è la loro descrizione, il loro agire che mi ha basita e un po’ terrorizzata.

Prima fra tutte Wendy: da subito ha un imprinting socio culturale fortissimo di “madre” e come tale si comporta in ogni suo momento con tutti, indifferentemente dal ruolo, persona o carattere. Lei gestisce, amministra, si strugge, controlla e si ritiene madre asessuata di quei piccoli, con un rapporto ambivalente e sul filo del morboso con Peter “padre” e “figlio” nello stesso momento. Al di là della differenza di caratteri fra me e Wendy e che sicuramente da bambina non l’avrei sopportata mezzo secondo, questo aspetto disturbante di “adolescenza precoce” (non parlerei di sesso, perché davvero significherebbe stravolgere tutto e anche malamente) mi ha infastidito rendendo il personaggio fuori luogo, odioso e purtroppo focale per il proseguimento della vicenda: Peter necessita di una madre per sè, per i bimbi sperduti, per la sua isola, per tutti, come un bisogno ossessivo.

Poi c’è Peter Pan che non ha nulla dello scanzonato ragazzino felice e divertente, ma invece mostra tutti i suoi lati oscuri di menefreghista, amorale (alla fine non la conosce), tutto incentrato su di sè e sui suoi bisogni, anche quando aiuta gli altri. Tutto deve girare attorno a lui e ai suoi voleri e tutti devono girargli attorno come unico capo indiscusso e incontrastato. Alla fine è un antieroe in grado di attirare le simpatie di tutte, ma di non tenere per sè niente altro che il tempo presente e le sue avventure. A leggere questo romanzo si capisce veramente meglio il fenomeno psicologico maschile che prende il suo nome…

E in ultimo, tralasciando tutti gli altri, c’è Capitan Uncino che svetta per essere un vero cattivo. Pur cercando di sminuirne la grandezza di pirata senza scrupoli con momenti da macchietta, tutta la sua descrizione (da quella fisica a quella psicologica) ruotano attorno alla parola carisma. Mi spiace Peter, ma per quanto tu sia il vincitore della storia, quello vero è questo pirata oscuro e da un passato (forse umano, ma non si capisce bene sta cosa) di grand uomo, vittima dei tuoi scherzi e dell’angoscia del coccodrillo, orgoglioso, attento alle buone maniere…insomma è davvero il pirata che ti aspetti dalla letteratura britannica.

Che altro dire? Che non sarei mai davvero in grado di leggerlo io a un bimbo perché non ne ho compreso il vero valore educativo, anzi per certi versi mi ha ricordato un po’ “Il signore delle mosche” di Golding, anzi un antefatto dove i bambini rifuggono qualsiasi regola sociale, se non quella di un leader capo indiscusso, e dove non c’è una vera libertà di azione e di autonomia. Forse alla fine quando i bambini sperduti faranno una determinata scelta di vita, c’è una visione pedagogica e moralizzante tipica del periodo in cui fu scritta, ma quella è l’unica azione personale (anche se di gruppo) che sbalordisce, se no tutti risultano succubi di Peter. Anche l’amore famigliare della famiglia di Wendy & co è molto macchiettistica e stucchevole e sinceramente non ho compreso nemmeno questo modo di descriverla (si salva Nana solo perché è tenera).

Voto: 6/7 Perché è ben scritto, ma mi ha terrorizzato. Tanto ci sarebbe da dire ancora di più, ma ne verrebbe fuori una tesi e questo non è il luogo.

Scheda tecnica

anno di pubblicazione: 1904

titolo originale: “Peter Pan in Kensington Garden”; “Peter and Wendy”

traduzione di Paolo Falcone

premessa di Diego de Silva

casa editrice Newton&Compton  collana “I MiniMammut” n*85

finito di stampare marzo 2015 presso Puntoweb s.r.l., Ariccia (Roma)

copertina: illustrazione di © Mikel Casal

progetto grafico: Sebastiano Barcaroli

realizzazione: Alessandra Sabatini

pagine 224

“Mangiatori di morte” di M.Crichton

locandina del film

Per quasi tutti i rievocatori il film “Il 13° guerriero” di John McTiernan è un must, a volte da sapere a memoria in tutti o alcuni suoi passi. Questo film racconta la storia di un arabo capitato come ambasciatore fra i normanni, il quale viene coinvolto in una vera missione guerriera, attraverso la quale conoscerà il popolo in quasi tutti i suoi aspetti. Gli spettatori si innamoreranno dei personaggi, ma soprattutto della sceneggiatura, dei dialoghi e di tanti piccoli dettagli che rendono questo film credibile, anche se non filologicamente corretto.

Avvertenza: la recensione contiene spoiler. Leggete a vostro rischio e pericolo.

http://www.amazon.it/Mangiatori-morte-Michael-Crichton/dp/8811677416

Il film trae spunto dal romanzo di Crichton. Alt! Non un romanzo storico come ce lo aspettiamo, ma la trasposizione letteraria (anche se è un falso storico) del racconto dell’arabo Ahamad ibn Fadlan, scrittore e ambasciatore arabo per conto del califfo abbaside di Baghdad anche presso i popoli scandinavi. Basandosi sul racconto rimastoci, la vicenda narra un singolo e particolarissimo episodio dove storia e leggenda si mischiano lasciando spazio a mille fantasiose immagini. I vichinghi (o nordmen, da qui normanni termine usato maggiormente da quando si stabilizzarono in Francia del nord e poi nel sud Italia) sono uomini rudi e dalle usanze rozze, abituati a essere combattenti sempre e comunque, violenti quando serve (o anche no), e giusti; guidati dalle loro superstizioni, ma solidi nelle loro convinzioni religiose. Questo arabo preciso, figlio della sua terra assolata e civile, si trova come un pesce fuor d’acqua a guardare usi e costumi totalmente differenti, lontani dalla sua visione della vita, ma soprattutto si troverà a dover combattere, a essere appunto il “tredicesimo guerriero”, colui che non è settentrionale.

Le differenze fra film e libro sono in realtà minime, anche se il libro si sofferma maggiormente sui rituali funebri e sulla promiscuità accettata, come un valido contorno della guerra e della vita. La schiava che muore sorridendo sulla nave funebre del proprio signore, dopo che è stata posseduta dai soldati dello stesso, è pari alla battuta di spirito prima dello scontro. I wendol e la bruma, le paure del mare, i mostri, tutte cose che passano la realtà e diventano parte di un mondo che è difficile da comprendere appieno se non chiamando in campo “angeli della morte” o divinità.

Crichton crea il suo romanzo come un vero testo storico, con tanto di note accurate e appendice, ma quando lo si legge, per chi è appassionato di storia, qualcosa inizia a non quadrare. Non è il fatto che è il punto di vista di un arabo che guarda popoli diametralmente opposti da lui e quindi vittima del proprio pregiudizio, ma è che la descrizione pare falsata da un volere presentarli come dominati dagli istinti e mai dalla logica, dalla superstizione e mai dalla strategia, dai rapporti di clan e dall’opportunità.

L’attore Vladimir Kulich

Fra tutti i personaggi spicca il capo Buliwif: guerriero, condottiero, re mancato, eroe dal destino segnato. Parla poco, osserva tutto e tutti e con cipiglio affronta e si confronta con lo straniero, denotando una curiosità e intelligenza superiore a quella del resto della sua compagnia d’arme. La sua fine ben più lunga e descritta, non troppo dissimile nel film, è il momento ultimo del racconto, la conclusione logica di uno scontro di civiltà, la fine di chi come gli eroi della Storia e della mitologia accetta il proprio destino senza fiatare. Sì, lo ammetto, qui come nel film ho pianto leggendo la sua morte.

Di fronte a lui ci sono i wendol: mostri o retaggio del passato dell’uomo? Nell’appendice si fa riferimento agli uomini di neanderthal, come se una misteriosa tribù si fosse conservata intonsa, senza mai avere contatti e rapporti sociali ed economici col resto del mondo, mantenendo strutture sociali, forme religiose e modi di combattere di millenni prima. Il film invece li tratta più come i Berserki: uomini orso, semi umani, violenti e quasi invincibili. Di certo la prima versione (quella originale) dovrebbe essere la più corretta perché ipotesi voluta dall’autore, la seconda risulta più credibile leggendo la mitologia norrena.

Herger e ibn Fadlan

Ibn Fadlan risulta più un narratore semi distaccato nel libro che nel film, quasi fosse uno storico o un antropologo (figura più moderna, ma è per darvi l’idea del modo di fare) catapultato in una situazione fuori dal comune, che un attore vero e proprio di un dramma. Il rapporto coi vichinghi risulta sempre un po’ distaccato, rimarcando sempre la distanza fra questi due mondi e se non fosse per la curiosità di Buliwif e la traduzione di Herger non ci sarebbe modo di avere interazione. Ovviamente alla fine del libro la sua vita viene sconvolta e perderà il distacco, ma sarà sempre e comunque un arabo in mezzo ai normanni.

Se si legge il libro come un testo storico si verrà portati fuori strada, ma se lo si legge come un falso storico che racconta una leggenda allora vi farete trasportare in un mondo lontano, freddo e avvolto dalla bruma. Ricordatevi sempre di farvi riconoscere per tempo e con pazienza.

Voto: 7

Scheda tecnica

anno di pubblicazione: 1976

titolo originale: Eaters of the Dead

traduzione di Ettore Capriolo

casa editrice Garzanti, elefanti bestseller

finito di stampare maggio 2010 da Grafica Veneta s.p.a, Trebaseleghe (PD)

copertina: Ted Spiegel / Getty Images

progetto grafico: ushadesign

pagine 173

” X-Men – Giorni di un futuro passato” di Bryan Singer

La saga di X-Men come tutte quelle dei fumetti è lunga e complicata e soprattutto intricata. Negli albi è normale vedere personaggi cambiare, passare da uno schieramento all’altro, a volte subire veri e propri stravolgimenti: normale per albi che escono a scadenza prefissata, che devono vendere ogni volta, che devono sfamare sceneggiatori e disegnatori; normale per chi ha anni sul groppone e deve andare sempre avanti per non chiudere e sparire. L’universo Marvel o DC cambia, muta, stravolge, uccide e fa risorgere, seppellisce definitivamente, senza mai guardarsi alle spalle.

Questo oramai accade anche nei film dove mantenere il filo logico dei fumetti non è scelta facile quando vuoi far andare la bilancia a pari fra incassi e storie. Il problema molto spesso sorge dalle logiche di budget, dal meschino tentativo di portare nelle sale anche coloro che niente hanno a che fare con quello che vedranno (vi ricordate una certa oscena storia d’amore fra nano ed elfa in qualche film appena passato?), dal tentativo a volte di buttare nel cassetto anni di onorata carriera e buttar su carrozzoni inenarrabili. Difficile vedere sul grande schermo un supereroe che non sia stato “manipolato” e “pasticciato” in modo da renderlo quasi irriconoscibile. I reboot sono la panacea per ogni scelta discutibile di film sbagliato: questi possono giustificare ogni stravolgimento, ogni riscrittura, lasciando a bocca aperta appassionati e non.

http://www.mymovies.it/film/2014/xmendaysoffuturepast/

Questo film rientra nel filone e come “innovativa” scelta narrativa si usa il “ritorno al passato”. Per impedire la scomparsa su questa terra di ogni mutante, a seguito di una vera e propria guerra scatenata dagli umani un filino preoccupati di tutto ciò che è diverso, chi si rimanda nel passato (ma solo la sua mente, mentre il corpo rimane ben fisso nel suo periodo)? Logan Wolverine, quello meno mentale fra tutti, quello più fisico. Mi devo essere persa la vera ragione (che deve essere diversa da quella di regalare a noi giovani figliole un meraviglioso nudo, come oramai marchio di fabbrica quando a interpretarlo è H.Jackman) perché la spiegazione data mi è parsa fallata da subito. Rientrato nel suo corpo negli anni ’70 (alla fine della guerra del Vietnam, con Nixon come presidente, con i pantaloni a zampa d’elefante, cose così insomma che non abbiamo mai visto…no, no…), con problemi di stabilizzazione di contatto e con artigli farlocchi in osso, suo dovere è ritrovare Xavier e vedere come cambiare il futuro. Wolverine sarà, proprio perché è stato il prescelto, a ricordare tutto sia prima che durante, ma anche dopo (sempre che le cose vadano a buon fine).

Regia: 6 e mezzo Senza infamia e senza lode, fa il suo compito e gestisce bene tutti gli elementi, ma devo dire che il film non è di quelli che si ricordano del tutto.

Sceneggiatura: 7 Il voto alto è dovuto ai dialoghi che, stranamente, sono meno stereotipati di quanto ci si possa immaginare. Tutto il film alla fine gira attorno alle conseguenze delle nostre azioni e del fatto che sì, a volte, possiamo rimediare ai nostri errori. Quello che siamo è determinato da quello che facciamo, ma questo vuol dire anche che le nostre azioni ricadono sugli altri e non sempre questo è un bene. Con un taglio così moraleggiante, il film ruota attorno al personaggio di Mistica, colei che sembra davvero così lontana dal discernere razionalmente preferendo il puro istinto e anche la propria rabbia.

Scenografia e costumi: 6 Ovviamente film fumettosi come questo prevedono credibilità, normalità e rigore scenico del periodo. Sembra paradossale, ma proprio perché già i personaggi sono sopra le righe è fondamentale che tutto il resto sia il più normale possibile: i personaggi agiranno tentando di mascherarsi (ricordiamo tutti la cabina di Superman vero?) oppure useranno tutto quello che li circonda per ergersi sopra alla banale normalità. Citando Mymovies “Settanta così fortemente caratterizzati da sembrare una parodia di American Hustle” si riesce a comprendere quale sia il vero stile del film.

Fotografia: 7 Ben girato e con quella sensazione di incredibile nel credibile, anche in una sapiente mescolanza di realismo e “riprese originali anni ’70”.

Effetti speciali: 7 Beh, Magneto quando si muove ha il suo perché. Questo vuol dire in soldoni che gli effetti speciali sono ben fatti, anche se scadono un po’ troppo nel fumettone serie B nella parte futuristica del film (peccato veramente, perché sembrano un po’ dozzinali per quanto le sentinelle siano fichissime).

Cast: menzione d’onore per questo film che annovera fra i futuri Magneto e Xavier niente popo’ di meno che i grandi Ian McKellen e Patrick Stewart, ma che fa sospirare noi fanciulline con Hugh Jackman e Michael Fassbender. Anche l’occhio vuole la sua parte e non si può sempre accontentare i ragazzi 😉

Voto 6 e mezzo. Il film è un buon inizio per un’altra serie, ma io non amo questi ritorni nel passato per sistemare le ciofeche fatte da altri; molto meglio andare avanti dimenticando certe scelte e “ravanare” per bene nel cartaceo per trovare la strada giusta: il mondo x-men è talmente vasto e complesso che ridurlo a certi filmini non è stimolante per nessuno.

“Pacific Rim” di Guillermo Del Toro

Ieri sera, un venerdì sera come tanti altri, per una casualità del destino riesco a prendere in tempo l’orario di inizio film, di un film che mi interessa e me lo guardo.

http://www.mymovies.it/film/2013/pacificrim/

Lo aspettavo da tempo, ha tutto quello che mi interessa in un film distensivo (bhe…è il genere che preferisco guardare, visto che di seghe mentali e drammi ce ne sono già troppe nella vita vera): robottoni, effetti speciali, mostroni e…basta! Serve altro? Un tempo, nella vecchia compagnia, questo era il genere “demoni alieni che sparano” (che poi abbiamo visto incarnarsi in “Fantasmi su Marte”) dove c’era tutto il trash nerd per eccellenza, senza bisogno del cervello. Purtroppo per una serie di casi della vita quando uscì al cinema non riuscii ad andarci e devo dire che è un vero peccato perché questo è un film da grande schermo. E’ pieno di effetti speciali, di colori sovradosati, di chiari scuro imperanti: fotografia ed effetti sono le colonne della vicenda.

Perché puntare sugli aspetti tecnici? A mio parere perché la trama è ininfluente. Sappiamo che a un certo punto dei terribili dinosauri alieni enormi sbucano da non si sa dove e iniziano a massacrare gli umani; poi gli umani iniziano a costruire dei giganteschi robottoni (e non si sa come gli è venuta questa idea) e poi si picchiano. Punto. Questo è il succo della trama. Ok, ci sarebbe anche una mini storia d’amore; c’è il rapporto padre-figlio da sviscerare; c’è la simbiosi dei due piloti dei robottoni; la capacità di tenere a bada i ricordi; e poi il mercato nero degli organi di kaiju e la carne da macello umana. Tutte queste cose sono più o meno accidentali, ma soprattutto ignorate nell’approfondimento e in fin dei conti va benissimo così: questo non è un film impegnato, questo è un film svacco!

Regia: 6 e mezzo. Difficile non far girare bene un film del genere, ma qualcuno poteva anche farlo, non Del Toro. Quello che ha in mano lo sa mischiare bene e lo fa scorrere come si deve. Un compitino ben fatto tocca dirlo, senza però troppo impegno.

Sceneggiatura: 6 e mezzo. Voto basso perché le potenzialità per raccontare una vera storia del futuro c’erano, ma la scelta è stata quella di condensare tutto in un episodio e non in una serie televisiva. Comprensibile, ma lascia un po’ con l’amaro in bocca, perché troppe cose sono scontate e troppe lasciate correre.

Scenografia e costumi: 8 Rendere la Terra in un futuro prossimo lontano è sempre un rischio: rischio di esagerare, di rendere tutto poco credibile, troppo innaturale. Invece qui va tutto liscio. Ovvio è un mondo un po’ diverso da quello che noi conosciamo, ma poi non più di tanto, è solo un po’ meno incasinato anche se c’è la paura.

Fotografia: 8 e mezzo Buona parte di questo film si basa su questa caratteristica. Il voto non è eccelso solo per il fatto che guardarlo su un televisore di 20 pollici è debilitante per lo spirito nerd e quindi tanti dettagli sono spariti, si sono minimizzati, cancellati. Il voto è falsato, sento che poteva essere più alto.

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Effetti speciali: 10 Qui il voto è altissimo perché, porcaciccia!, c’è tutto quello che ci deve essere, come ci deve essere, quando ci deve essere. Punto. Robottoni: fichissimi! Kaiju: splendidi e la mano di Del Toro si vede tutta (e io la adoro. Da “Il labirinto del Fauno” a “Hellboy” a questo ci sono tutti i suoi classici mostri, le sue maschere dell’orrore umano. Come non si può adorarlo?). Dovete vederlo per capire l’emozione che si può provare quando si caricano i pugni dei nostri eroi di latta da scaricarsi come mitra contro i dinosauri alieni!

Voto: 7 Un voto di media non matematica alla fine, per mediare la scarsità della sceneggiatura in paragone con gli effetti. Un film da riguardare solo per cogliere meglio alcune sfumature.

“L’oceano in fondo al sentiero” di Neil Gaiman

https://www.goodreads.com/book/show/18622177-l-oceano-in-fondo-al-sentiero

Di Gaiman ho avuto a che fare più volte, ma sempre in collaborazioni o in trasposizioni cinematografiche, quindi mi sembrava giunto il tempo di leggere qualcosa di suo. Sicuramente non sono partita dal più famoso, dal più osannato o dal più non so cosa, ma solo da quello che qualche mese fa leggevano in collettiva su Goodreads. Senza leggere i commenti, senza badare più di tanto alle recensioni altrui, l’ho prenotato in biblioteca e in queste vacanze natalizie me lo sono bevuta.

Perché questo libro ti prende quando inizi la lettura. Potremmo disquisire se ci sono i topoi di Gaiman; se è una lettura per bambini o per ragazzi o per adulti rimasti ragazzi; potremmo lamentarci del fatto che forse è troppo semplice, poco curato; ma io non conosco niente di pregresso su di lui. So però che è scritto benissimo, con quella leggerezza tipica di chi vuole “solo” raccontare una storia e non dare sfoggio delle proprie capacità o titoli. Se è un romanzo per ragazzi allora il linguaggio è appropriato perché essi possano entrare a piè pari nella vicenda, non facendosi distrarre da altro; se è per adulti rimasti giovani, beh per una volta non devono pensare troppo e lasciare che vinca la fantasia.

La vicenda è un classico, forse, della narrativa dell’infanzia: un ragazzo di campagna conosce per determinati motivi ( qui la morte di colui che aveva affittato una camera) una vicina di casa particolare e deve affrontare una serie di magici e pericolosi incontri. Un romanzo di formazione potremmo dire dove, analizzando il tutto in chiave psicanalitica, il bambino deve affrontare la crescita e diventare un ragazzo attraverso i problemi. Oppure potremmo valutarlo come se fosse una visione femminista e matriarcale della salvezza del mondo dove le donne Hempstock rimangono e risolvono, mentre i maschi Hempstock sentono il richiamo del mondo. Oppure vedere tutto antropologicamente e rivedere nelle tre donne di età diverse le divinità femminili celtiche o vichinghe o di altre culture. Insomma gli elementi ci sono tutti per poter sviscerare e analizzare la storia, ma alla fine io dopo essere rimasta imprigionata nello stagno che forse è un oceano, ho sentito quel sentimento di leggerezza che è tipico delle letture complesse ma non cervellotiche, delle storie fatte per viaggiare con la mente, dei racconti di avventura.

Cercavo proprio un racconto del genere e Gaiman mi ha conquistata per la freschezza; per il momento di paura legittimo; per lo strizzar d’occhio alla voglia di avventure; per la scrittura (soprattutto, ma da valutare anche con altri traduttori per capire quanto è stato aggiunto. Ovvio che il passo successivo sarà l’originale); per l’inventiva ma senza inventare troppo; per far vedere che dietro all’angolo di questo mondo ce ne è un altro ben più articolato e complicato, con regole e mostri. Benvenuto nel mio personale olimpo degli scrittori da avere.

Voto: 8

Scheda:

Casa editrice: Mondadori Strade Blu

anno di pubblicazione 2013

finito di stampare settembre 2013

titolo originale: The Ocean at the End of the Lane

traduttore: Carlo Prosperi

copertina: illustrazione di Emiliano Ponzi

“Pomi d’ottone e manici di scopa” di Mary Norton

I ragazzi della mia generazione, anche quelli più buzzurri e gradassi, se gli nomini questo titolo in modo quasi inconscio inizieranno a pronunciare alcune formule magiche…è inevitabile, lo abbiamo visto tutti il film della Disney, abbiamo tutti sperato di rianimare le armature (soprattutto coloro che sarebbero diventati rievocatori in futuro. Deve essere qualcosa di inconscio che ti forma la vita, come farsi l’elmo con la scatola del pandoro). Il film lo si sa a memoria, ma il libro? Mai letto. Così casualmente mi passa sulla bacheca di fb l’immagine della nuova stampa della Salani e vuoi che non coinvolga La libreria pericolante? Apriamo una mini collettiva e appena prima del fine settimana dei morti ci dilettiamo alla lettura. E per una volta tanto non sono l’ultima del gruppo a finirlo, anzi!

l’edizione che ho trovato in biblioteca.

Il libro si legge meravigliosamente bene, grazie a una scrittura scorrevole, avvincente e giustamente semplice per dei bambini. Infatti quando ti metti nell’ottica delle idee che sei tu fuori tempo massimo per leggerlo e ti lasci andare alla storia, ti rendi conto che questo è proprio un libro ben scritto. Il problema di quando si leggono libri non adatti alla tue età è di non comprenderne le potenzialità. Se un adulto legge un libro per ragazzi o bambini o lo fa perché ha un figlio o una classe a cui leggere il libro o a cui consigliarlo, oppure come me ha solo una curiosità e riempie un vuoto non coperto all’età giusta; a questo punto sorge il problema della comprensione. Già…Eppure ho capito che esistono libri ben scritti, fatti per divertire i ragazzi, per costringerli a credere alla magia pura come veicolo di avventure e non come scappatoia dal mondo. Questi libri, scritti in un epoca diversa, erano scritti con uno scopo diverso che fare soldi e magari firmare autografi. Chi ha parlato con me sa che la saga di Harry Potter non mi è sconosciuta e che la reputo una ottima lettura per bambini, ma ne vedo anche molti limiti dovuti non tanto alle incapacità della scrittrice, ma piuttosto a un modo di fare cultura per bambini in questi ultimi tempi: molto pop, poca pedagogia. La pedagogia non è né bene né male, ma è solo il modo in cui si possa educare, far crescere gli adulti di domani, ma in particolar modo non vede i piccoli come un mero strumento di consumo.

Mary Norton scrive un’avventura vera e propria dove tre fratelli devono imparare a rispettare i patti, imparare a rapportarsi con gli sconosciuti e soprattutto sopravvivere in condizioni non normali. E’ il racconto di un’estate magnifica fra l’infanzia e l’adolescenza, di un’avventura dilatata nel tempo (e non è un modo di dire) e nello spazio, ma è anche il tempo in cui si debbono lasciare andare le persone per il loro destino. E’ quello che avremmo tutti voluti vivere con un pomo d’ottone da far ruotare sulla sponda del letto della nonna/zia o parente vario. Qui non ci sono nemici non la “n” maiuscola, né predestinati a salvare il mondo, non ci sono cattivi o meschini parenti ad angariarti, c’è solo la difficoltà della vita normale che si vuole fuggire (perché si parla sempre e solo della madre dei tre ragazzi e non del padre? Madre amorevole, ma lavoratrice a tempo pieno). Un libro in cui il piccolo lettore può benissimo immedesimarsi senza per forza rimpiangere di essere nati così. Insomma una storia “normale” se non fosse per la magia…Già la magia. Ecco, anche questa alla portata di tutti, basta studiare (che Ermione sia la discendente di Miss Price?), applicarsi e non esagerare. Miss Price è un bel personaggio: composto, a ruolo, mai sopra le righe, ma con quel pizzico minimo di stravaganza seria che la rende non tanto la strega che tutti ci aspettiamo, piuttosto una studiosa di magia.

Non c’è momento che non abbia goduto in questo libro anche se dopo le prime pagine ho dovuto subito cancellare tutti i ricordi del film. Ve lo dico subito: il film non c’entra nulla con questo libro. Se non per il titolo. E come mai? Boh, ve lo dico sinceramente. Eppure il film mantiene tutto lo spirito leggero e istruttivo del libro, mantiene il numero dei protagonisti (5) senza aggiunta di altri, ma poi finisce qua. Stranamente però non mi viene a pensare che l’uno abbia tradito l’altro e quindi non scaglio nessun anatema sul film. Perché alla fine se mantieni lo scopo del racconto, se fai una cosa nuova ma nella scia, possiamo discuterne le motivazioni, ma non possiamo lamentarci del tradimento. Se “Lo Hobbit” di Jackson è un palese tradimento all’originale di Tolkien rendendo epica una storia per bambini, “Pomi d’ottone…” della Disney rimane un prodotto per bambini in tutte le sue parti.

Consiglio proprio la lettura di questo libro, sia che abbiate dei figli o dei bambini a cui leggerlo, sia che abbiate voglia di tornare bambini senza volere altro che avventure possibili, ma solo se sapete ancora farvi prendere dalla magia.

Voto: 8

Scheda

Titolo originale: Bedknob and Broomstick

Traduttore: Quirino Maffi

anno di pubblicazione: 1957

casa editrice: Arnoldo Mondadori

pubblicato nel settembre del 1989 presso Milanostampa S.p.A., Farigliano (Cuneo)

Illustrazioni: Renata Meregaglia