“Anatomia di un soldato” di Harry Parker

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Presentazione dal sito della casa editrice SUR

Ci sono libri che in un qualche modo ti rimangono dentro anche se non ti segnano. Questo è uno di quelli; uno di quelli che pur avendolo letto tempo fa, la recensione fluisce bene anche adesso. Succede quando leggi la cosa giusta al momento in cui la capisci, che ti riguardi personalmente o che riguardi chi ami o odi o che tocchi qualcuno che conosci. Ho avuto la fortuna di conoscere due giovani soldati dell’esercito italiano, di avere a che fare con loro ben al di fuori del loro ruolo e lavoro, gente che è andata in missione giovanissima. Ho ascoltato quello che volevano condividere attraverso le loro parole dirette, ma anche dai commenti vari, a volte anche solo per i gesti e per il modo di porsi. Vorrei dire, con fare saccente, che se non conosci un soldato non puoi capire la vita militare, ma non è così: come tutte le cose nella vita o le intuisci o non le vedrai mai. Allora perché questo libro mi è in un certo qual modo “rimasto dentro”? Perché, in dose molto minore e meno doloroso, ha fatto come la visione di “Fury”: mi ha fatto capire meglio certe cose, certi detti-non detti, certi atteggiamenti. Se non conosci un militare, potrai sempre capire la vita militare o capire questo libro, ma ti mancherà sempre un tassello, magari minuscolo, per capir ancor meglio.

Di cosa parla questo libro? Difficile chiamarlo romanzo o biografia, è come un lente e inesorabile concatenarsi di oggetti che parlano e “agiscono” attorno a un attentato in Afghanistan le cui conseguenze sono pesanti per un soldato: perdita delle arti, una serie quasi infinita di operazioni chirurgiche e non solo per salvargli il salvabile e il suo ritorno alla “normalità” (che poi chissà mai cosa è questa normalità che tutti tirano per la giacchetta). Non parla lui, non parlano i suoi cari, ma parla il fertilizzante comprato innocentemente da un ragazzo che crede nel futuro del suo paese e finito in mani di chi invece ha altri scopi; parla la canula infilata nel suo corpo; parla la sua sedia a rotelle; parlano i suoi scarponi (che bello quel pezzo, insieme a quello dello zaino). Parlano le cose. Cose che noi tutti vediamo, usiamo, abusiamo, ma che alla fine non sono che mezzi con cui noi viviamo o muoriamo. E allora le cose diventano parte di noi e non solo come gli aghi delle flebo entrano davvero in noi per salvarci la vita, ma perché senza un paio di scarpe buone potremmo non riuscire a fare quel percorso nel tempo utile per fare altro: le cose sono concatenazioni del nostro essere, del nostro agire e del nostro volere, paradossalmente sono noi come le nostre gambe.

Di certo sarebbe stato più emotivamente drammatico se le vicende del capitano Tom Barnes venissero raccontate in prima persona, spurgano tutta la sua impotenza di fronte al fatto che, quanti sforzi facesse, lui era uno straniero invasore armato occidentale su una patria non sua; di fronte alla mina che salta; di fronte alla reazione dei suoi commilitoni, dei suoi compagni d’adolescenza, della ragazza conosciuta al ballo, della sua famiglia. Cerchiamo sempre il morboso che ci sconvolga, ma qui c’è tutto quello che serve e non un qualcosa di più, perché non si da in pasto lo sconvolgimento di chi sa che la sua vita è appesa a un filo che da un momento all’altro potrebbe spezzarsi solo violentemente e invece poi viene riannodato in qualche modo. Noi ci beiamo di invocare le Parche, le Moire, le Norne e chi per loro che cardano, filano e tagliano la vita di ogni singolo uomo, ma non è così: non c’è niente di morboso, di aulico, di sublime, c’è solo quell’attimo che divide ognuno di noi dal prima e dal dopo e si può solo decidere come andare avanti.

Questo libro non da insegnamenti, non da moniti, non si schiera politicamente da una parte o dall’altra; questo libro da solo una storia che è come quella, purtroppo, di mille altri soldati tornati a casa a pezzi (fisici e/o mentali). Perché va letto allora? Perché la guerra non è bianca o nera, non è qualcosa che si può evitare, non esistono i buoni e i cattivi come nei film; la guerra è un insieme di scelte personali e superiori. Va letto perché leggendolo si capisce come siamo tutti uniti, volenti o nolenti, come le cose ci uniscono alla stregua delle persone e quello che fa davvero la differenza è la scelta che operiamo.

Il padre di Faridun sceglie di collaborare con gli occidentali per il bene del suo villaggio e se ne pentirà a suo modo. Latif sceglie di seguire chi il suo paese lo vuole liberare con le azioni violente. Tom Barnes sceglie di riprendersi la sua vita, malgrado tutto quello che ha vissuto e che non ha potuto fare. Perché? Perché non si può fare altrimenti una volta che si decide di scegliere e andare avanti con le conseguenze.

Detta così questo libro dovrebbe essere una palla, invece è potente, schietto, chiaro e va letto per questa mancanza di retorica di alcun tipo.

Voto: 7. Per chi cerca un libro senza retorica sulla guerra, ma che parli di chi la guerra la vive.

Scheda tecnica

Titolo originale: “Anatomy of a Soldier”

Anno di pubblicazione: 2016

Traduttore: Martina Testa

casa editrice: Big – Sur

Finito di stampare nell’ottobre del 2016 c/o Grafica Veneta spa, Trebaseleghe (PD), carta dotata certificata FSC

Progetto Grafico: FALCINELLI & CO

copertina: Stefano Vittori

Foto autore ©Gemma Day

pagine 349

prezzo € 17,50

 

 

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