“Il nascondiglio” di Pupi Avati

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https://www.librimondadori.it/autore/pupi-avati/

Quanti di voi conoscevano l’Avati scrittore? Quanti di voi conoscono Pupi Avati? Sembrano due domande facili, da rispondere con un sì o con un no, ma in realtà danno l’idea di quanto questo autore sia davvero più complesso di quanto il suo santino faccia intuire. Perché parlo di santino? Perché come ogni personaggio di un certo spessore in Italia si dà per scontato di sapere chi sia e soprattutto è sempre grandissimo e sempre al massimo. Io non conoscevo la sua versione di scrittore e anche come regista non posso dirmi una sua esperta. Eppure Avati ha uno stile inconfondibile, una sorta di marca di dna, una sorta di inprinting di terra. Avati è un emiliano e chi ha mai vissuto in Emilia lo può riconoscere. Parlo di parte, perché io sono emiliana per buona parte della mia genetica e credo che farei molta fatica a staccarmi da queste zone. Queste sono zone che se ci nasci, ti rimangono dentro come l’umidità e le zanzare, ma anche come il cibo e le case colorate, le storie del Grande Fiume e quelle della seconda guerra mondiale; è una terra di ricchezza, fertile e obesa di sapori e colori (anche se non sembra, ma anche la nebbia è colore), ma anche di sangue sparso. Faccio fatica a raccontarvi questa mia terra senza sentire nelle orecchi le tiritere del “c’avete solo la nebbia” con coro da stadio da chi qui non c’è mai stato e non ha capito come sia una terra magica e pericolosa nello stesso tempo. Tutto questo miscuglio di porte aperte con la chiave sopra, di resdore che tirano la pasta (ma anche certi ceffoni che ti rigirano) di uomini pronti ad andare dai campi al lavoro, dalle biciclette e i tabarri, tutto ciò è insito in una certa epica di Avati. Certo stiamo parlando di un’Emilia che non esiste più, soppiantata dal progresso, ma nello stesso tempo rimane dentro nel momento in cui ti fermi a mangiare torta fritta (no, lo gnocco è a Reggio Emilia e non è la stessa cosa, come la tigella e poi fino alla piadina in Romagna. Possibile che non vediate quanto sono diversi?) e salumi e lambrusco nella tazza, fino a trovare la propria confort zone in un piatto di tortellini in brodo (tutto il resto è eresia) e via andare…adesso mi è venuta fame…

Torniamo al libro. Tutto questo lungo escursus emiliano serve a far capire come questo sottofondo sia ben presente da “La casa dalle finestre che ridono” a questo “Il nascondiglio”, con nebbie, silenzi, cibo, case abbandonate, donne forti e donne misteriose. Questo è un libro di donne. Donna è la protagonista, donne lo sono i fantasmi, donna è l’avvocato che cerca di aiutarla finalmente, mentre gli uomini rimangono come comprimari o colpevoli, ma sempre secondari, impacciati, tentati di imporsi con vecchi metodi collaudati del potere  e della corruzione. E da quel che ricordo non è la prima volta che Avati propone personaggi femminili molto più importanti e di spessore di quelli maschili: possiamo parlare di un femminismo del regista? E se sì, di che tipo?

Il libro parla di una donna dimessa da un ospedale psichiatrico a seguito della morte per suicidio del marito. Ella è rimasta dentro per anni, cercando di curare il suo continuo sentire le voci, ma alla fine viene dichiarata guarita; va a vivere in una cittadina dell’Iowa in una vecchia casa soprannominata “Snakes Hall”, rimasta chiusa dopo un efferato omicidio di due donne e la scomparsa di altre due donne (in ogni coppia c’era anche una suora). Ovviamente nessuno le dice nulla prima. Ovviamente la casa è un bellissimo rudere da rimettere a posto, ma che sembra che con quattro mani di vernice torni tutto a posto in un attimo. Ovviamente nessuno ha fatto una serie indagine e tanto meno un controllo della casa. Ovviamente niente è come sembra e quando lei invece di sentirsi ancora pazza, decide di indagare, ovviamente nessuno l’aiuta ma anzi. Quell’ “ovviamente” che ho più spesso ripetuto non vuol essere un avverbio di noia o di già visto, ma in effetti la scansione degli eventi e delle situazioni e dei personaggi che si avvicendano sono alquanto già visti e rivisti e prevedibili, ma questo non toglie la bravura, o forse la scaltrezza, dell’autore di scrivere un racconto biografico surreale, di una certa bassa (come quella americana assomiglia a quella bolognese!), di sapori e suoni che non possono essere che italiani, che incuriosisce e si fa ben leggere.

Questo libro non è un capolavoro, ma il suo stile secco stringato, cinematografico (e molte altre recensioni lo hanno notato ma con connotazione negativa), fanno di questo nostro qualcosa che val la pena di leggere. Avati non si perde in chiacchiere, non fa giri di parole, descrive in modo secco e conciso quello che vuole che il lettore veda; quello che non descrive forse non è così importante e tanto vale che faccia da sè il lettore. A mio parere non è un difetto, ma mi da l’idea di una chiarezza di visione della situazione, una padronanza del mezzo si direbbe, la capacità di non far distrarre. Per buona parte della storia il lettore sa più della protagonista e come al solito non può intervenire, poi si chiede perché e cerca di indagare per arrivare in fine alla risoluzione del caso. Non voglio aggiungere di più perché spiegare cosa succede significa togliere la suspance che c’è che in realtà non è molta. Il vero orrore qui non è il mostrone o il paranormale, ma è quello che va oltre il normale, quella sensazione di mistero, di manipolazione delle persone, di sopravvivenza oltre al vivere. E’ qualcosa di strano che diventa difficile dirvi senza svelarvi il finale.

Ultima annotazione. Ho parlato di biografia in questa recensione e non ho sbagliato o meglio non sono stata del tutto corretta. In fondo al libro Avanti svela un carteggio fra lui e una signora riguardante una oscura faccenda accaduta tanti anni prima: da questo carteggio egli avrebbe tratto, liberamente, questo libro e poi il film omonimo. Mah…su questo aspetto, come ho detto altra volta, rimango molto perplessa e non so se sia una sensazione a pelle (spesso ci azzecco) o mia scarsa fiducia nel genere umano scrivente.

Voto: 6 e mezzo. Si legge in pochissimo e bene, ma non aspettatevi di essere terrorizzati da non poter stare da soli, ma aspettatevi di girare per la bassa (qualunque) e di sperare di non sentire certe voci o esere toccati da certe mani.

A chi lo consiglio: a chi ama la bassa italiana che poi non è altro che bassa in buona parte del mondo occidentale, con le sue specifiche, ma molto simile a se stessa; a chi cerca un “mondo piccolo” che non rassicura.

Scheda tecnica

anno di pubblicazione: 2007

editore: Oscar Mondadori, piccola biblioteca

stampato presso Mondadori Printing S.p.A. a Milano nello stabilimento NSM a Cles (TV). Printed in Italy

pagine 124

prezzo € 8,40

copertina: foto© W. Eugene Smith/ Time & Life Pictures / Getty Images / Laura Ronchi

in quartina: foto© Nicolas Guerin / Corbis

progetto grafico: Giacomo Callo

graphic designer: Wanda Lavizzari

 

 

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“I diari bollenti di Mary Astor” di Edward Sorel

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link del sito Adelphi

Questo è uno strano libro che trascende un po’ le lusinghe del testo, per svelarsi in altra veste. “Cioè?” vi starete chiedendo e mo’ ve lo spiego.

Il libro potrebbe apparire come un torbido resoconto di questa Mary Astor fra festini e filmini e chissà cosa d’altro, un 50 sfumature di Hollywood in salsa bianco e nero quasi muto. E invece no! O meglio non sono così bollenti questi diari. O meglio noi non leggeremo mai quei bollenti diari in questo splendido libro edito Adelphi. Noi leggeremo quella che per me è parsa una vera dichiarazione d’amore di un uomo d’arte a una donna d’arte dove le due arti si intersecano, si toccano, ma son ben distinte.

Da una parte l’autore Edward Sorel, illustratore, caricaturista statunitenste dal tratto graffiante ma dolce nello stesso momento, capace di evocare con maestria il sentimento di glamour da divinità del cinema tipico degli anni d’oro di Hollywood. In questo link trovate il suo sito e secondo me ne vale la pena passare un po’ di tempo a guardare la sua capacità di cogliere i dettagli e i modi di fare di grandi personaggi conosciuti.

Dall’altra Mary Astor, attrice in auge dagli anni ’20 ai ’40 con alti bassi, vincendo anche un Oscar nel ’46 come attrice non protagonista per “La grande menzogna” a fianco di Bette Davis. Cosa che però la portò al grande pubblico fu la causa giudiziaria intentata in sede di divorzio dal marito per ottenere la custodia della figlia (e degli alimenti sostanziosi) accusandola di essere una madre dissoluta proprio dopo aver letto questi “bollenti diari” che avrebbero fatto crollare l’aurea di perbenismo che aleggiava sul mondo del cinema.

Cosa unisce due personaggi di epoche e vite diverse? Un vero e proprio innamoramento giovanile e non solo che guida il nostro Sorel verso Astor cercando di capire esattamente qualcosa di più su di lei. Così ripercorre nel libro non solo la sua vita famigliare e professionale, un po’ come un contro altare di quello turbolento dell’attrice iniziato con la relazione molto precoce con John Barrymore e finito con 4 mariti (se non ricordo male) e flirt a non finire; ma racconta come questa sua ricerca di dare dignità a una donna che, riuscendo a sfruttare a suo favore (per una volta, visto che di solito veniva sfruttata da chi doveva volerle bene) riesce a ribaltare la condanna di femme fatale in una donna vittima. Il caso giudiziario, lo svolgimento dello stesso visto nei giornali, l’alternarsi al banco dei testimoni di nomi e volti conosciuti è solo un pezzo marginale di questa narrazione biografica a due timbri. Sorel mai una volta mette in dubbio che la sua “amata”, il suo idolo adolescenziale, possa avere il difetto di incoerenza amorosa o di non essere una buona madre, ma è sempre vista come una bambina sfruttata dai genitori che la detestano (l’autore infila un paio di volte questa accusa senza mai davvero motivarla), dagli amanti di turno, dal marito scroccone. E non possiamo chiedere altro da un libro del genere.

Il suo bello è proprio questo uscire un po’ fuori dagli schemi, dal sensazionalismo pruriginoso, dalla ricerca di voler davvero mettere in piazza i panni sporchi altrui; è il racconto di uno spezzone di vita di una persona che ha toccato con una mano quello che allora era il sogno di tantissime ragazzine e anche meno ragazzine: il cinema. La Hollywood fra le due guerre mondiali è, e rimane, una sorta di Eden artistico, una fucina di idee e una macchina da soldi; dietro, nelle pieghe dei letti sfatti e delle feste all’alba, mostrava invece il suo lato più oscuro e violento. Quegli anni furono, per chi è appassionato di cronaca nera e scandalistica, un vero turbine di alti e bassi oscuri e paccaminosi dove i giornali sguazzavano fra una recensione e una stellina morta in situazioni oscure. I “diari bollenti” dovrebbero in un certo senso svelare questo passaggio di mano da un’amante all’altra, da un set all’altro e rivelare i voti che sembra che Mary desse a tutti i suoi di amanti, ma Sorel lascia intendere, mette veli sopra i peccati e accenna solo, tranne quando deve condannare o infierire sugli uomini (di solito) negativi.

A chi è consigliato? A chi ama gli anni d’oro di Hollywood, ma non a chi cerca del torbido. A chi volesse integrare altre biografie di altri personaggi famosi, come Gershwin, George S. Kaufman (una delle storie più importanti per la Astor, ma che non portò a nulla in realtà) o Ruth Chatterton tanto per dirne alcuni, ma senza pensare di scovarne chissà quali dettagli. E’ un bell’intervallo leggero sul panorama, un modo per conoscere anche un illustratore contemporaneo (che nel libro ci regala molte sue tavole in supporto) che non so quanto sia di ampia risonanza.

Voto: 6 e mezzo. Per quanto scorra come narrazione con la facilità di un libro ben scritto e per quanto lo stile sia gradevole e ben costruito, non è che, come al solito, il voto è appena sufficiente perché non era quello che mi aspettavo. Il voto è sopra la sufficienza, perché per quanto capisca l’intendimento con cui è stato scritto, non toglie e non aggiunge niente alle conoscenze che avevo del periodo e dell’ambiente. Molto probabilmente vince sulla trama la costruzione del prodotto dalla carta un po’ più spessa del solito, dalle tante e bellissime illustrazioni a una copertina strepitosa (finalmente!): un prodotto che graficamente è veramente una chicca che forse val la pena di possedere (però a un prezzo un filino più accessibile, anche se non è carissimo).

Piccola parentesi. La cura grafica è veramente sopra gli standard dei libri normali di qualsiasi genere. Sappiamo tutti che l’Adelphi cura i suoi libri, ha collane ben distinguibili e, tranne qualche piccolo svarione (tipo l’insulsa copertina de “Lo Hobbit” nuova edizione), ha veramente attenzione a ogni piccolo o grande particolare, regalando ai lettori un prodotto di qualità che si differenzia bene nel mercato editoria di largo consumo. Per nostra fortuna non dovremmo vedere faccioni tutti uguali ammiccare dalle copertine di libri sgargianti e dai titoli che dire scolastici è un complimento. Adelphi sa come fare il suo mestiere. Qui si è superato, lavorando su più piani, mantenendo un prezzo di fascia media con qualità alta. Perché allora non consigliarlo all’acquisto proprio per il buon rapporto qualità-prezzo? Perché a me personalmente a quel prezzo preferirei prendermi un libro sulle tavole di Sorel e basta, senza la storia della Astor. Credo che si tratti di “per chi o cosa sei disposta a spendere i tuoi miseri e sudatissimi soldi” e ognuno ha le sue preferenze. Comunque un plauso e un inchino alla casa editrice.

Scheda tecnica

titolo originale : “Mary Astor’s Purple Diary. The great american sex scandal of 1936”

anno di pubblicazione: 2016

traduttore: Matteo Codignola

casa editrice: Adelphi Edizione

stampato nell’ottobre del 2017 presso L.E.G.O. S.P.A stabilimento di Levis

Disegni di Edward Sorel

pagine 167

prezzo € 20,00