“L’apparenza delle cose” di Elizabeth Brundage

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Recensione di goodreads

Premessa: ho sbagliato istinto, non è il libro per me. La recensione su “Il Libraio” mi aveva colpita e non so come sia, ma a sto giro ho toppato. Non è che sia un brutto libro, ma non era quello che mi aspettavo e quando le aspettative librarie vengono deluse è un po’ come quando ti sbagli a uscire con un uomo: un appuntamento che ti lascia l’amaro in bocca e ti fa dubitare di te. Beh, in questo caso i libri si rimpiazzano e si dimenticano molto più velocemente di un’appuntamento amoroso.

Perché non fa per me questo libro? Perché dalla recensione mi aspettavo qualcosa di più horror, una cosa in cui la casa davvero avesse il predominio sulle persone vive e che agisse in qualche modo. King ne parlava bene (anche se diciamocelo, tutti noi non crediamo davvero che i commenti entusiasti degli autori su un libro di un collega siano davvero quello che pensano: quello che pensano, in bene e in male, lo argomentano meglio e magari in una discussione più stimolante della frasina buona per farci prendere il libro. Sì, sono molto disillusa da tante cose). E questo doveva mettermi sull’avviso, perché il Re (gli riconosco il titolo) ha il potere di farmi detestare i suoi libri e farmene amare altri e questo libro rientra nei suoi detestabili: verboso e narrativo.

Non c’è niente di male nella narrativa, anzi, ma non fa per me. I libri per me devono avere uno “scopo”: un omicidio da risolvere, un mostro da sconfiggere, un pianeta da scoprire. Sì, amo più i libri di genere, quelli che hanno qualcosa da raccontare di preciso e non solo la Vita in senso ampio, quel lento e inesorabile fluire di giorni dopo giorni sperando che qualcosa accada e quando accade, semplicemente accade. Alla gente piace e io ne sono contenta, a me annoia (tranne rarissimi casi).

Qui succede qualcosa a inizio libro e ci si impiegano circa 300 pagine per arrivare a spiegare perché si arriva a quello (è un omicidio, dai, non è spoiler), ma poi ce ne vogliono altre 200 per dire che per quanto si sappia chi è stato e il lettore sappia benissimo anche perché nessuno può farci nulla e quindi ciccia. Ciccia??? No, vogliamo dire che quello che poteva risolversi almeno in un thriller è rimasto lì, incompiuto, con le vite di tutti che malgrado tutto vanno avanti come se niente fosse e che, soprattutto, nessuno paga? No. Non mi va bene. Ci sono poliziotti che non indagano veramente, persone che se ne lavano le mani, gente che potrebbe parlare e se ne sta zitta tranne poi piagnucolare sulla povera morta. Ok, è un libro horror.

Capisco perché a King possa essere piaciuto, perché alla fine qui c’è solo la vita normale, quella delle persone che si rovinano la vita vicendevolmente, perché troppo deboli per fare un passo fuori dagli schemi; perché vivono nell’umiliazione e quindi pensano che tutti debbano vivere così; perché schiavi di perbenismi manipolati e contorti che rovinano anche la migliore ideologia o religione; perché persone becere; perché paurose; o perché psicopatiche. Leggere questo libro è come vedere la gente che hai vicino farsi mangiare dalla vita, incapace di mettere dei paletti e di scegliere le conseguenze meno dolorose; questo libro fa male. Fa male perché non ha una risoluzione, un riscatto, una punizione. Fa male ed è horror contemporaneo, dove i mostri non esistono, ma esistono solo omuncoli e donnicciole vittime delle loro pochezze. Mi chiederete se non esistono momenti propositivi o di speranza. Ci sono, ma sono talmente lasciati di contorno che non danno alcun sollievo. Sarà stato questo lo scopo della scrittrice e c’è riuscita benissimo, creando il personaggio negativo come un topos classico di perversione ed egoismo; creando la vittima sacrificale immobile e tanto vittima (sì, lo so è una ripetizione, ma è davvero una cosa sconvolgente); e attorno comprimari che sarebbero anche utili se la vittima non decidesse di non parlare. Più ci rifletto e questo libro non è solo narrativa, ma è un bel manuale psicologico da regalare a tutte quelle persone che, per un motivo e per l’altro, pensano che l’unico modo di affrontare la vita sia farsi mangiare: stare zitti e subire, quando basterebbe aprire o chiudere una porta, a seconda delle situazioni. Andarsene non è un male, lasciare le persone nemmeno. Non esiste una legge che ci obblighi a stare con qualcuno pena il carcere, ma siamo troppo ingabbiati dalla condanna morale della società da subire qualsiasi cosa, anche quando ci rendiamo conto che non è umanamente possibile. D’altra parte chi invece vive lontano dalle gabbie, ma è troppo occupato a godersi la propria libertà da non capire che non siamo tutti uguali e che non possiamo fare i cloni di noi stessi per rendere gli altri liberi: ognuno può essere libero secondo la propria indole.

Cathrine e Justine sono i due personaggi femminili attorno a cui gira una sorta di speranza di rivalsa, ma sono trottole che non si toccano. Willis è una trottola autodistruttiva. Fanny è una trottolina felice, nei suoi pochi anni di vita amata da due genitori che, come la buona creanza vuole, a lei danno tutto l’amore che hanno. Mary una lenta trottola abitudinaria. E questi sono solo alcuni personaggi attorno cui la vicenda si articola, mentre George Clare agisce a suo modo, fregandosene di tutto e tutti.

Voto: 6. Non posso dire che sia un brutto libro, ma la vera pecca è che per 200 pagine quello che a me ha preso è stata la noia, la speranza che finalmente ci fosse la svolta emozionante, quella discesa impellente in cui succede per forza qualcosa che ti possa tenere incollata alle pagine. Troppe parole, troppe digressioni sulle vite dei personaggi marginali, troppe cose inutili e meno sostanza. Un buon fumo per un arrosto troppo piccolo per la mia fame.

Scheda tecnica

titolo originale: All Things Cease To Appear

traduttore: Costanza Prinetti

anno di pubblicazione: 2016

edizione: Bollati Boringhieri

finito di stampare: gennaio 2017 stampato in Italia da Grafica Veneta S.p.A. di Trebaseleghe (PD)

copertina: illustrazione © Sandra Cunningham/ Trevillion Images

pagine: 516

prezzo: €18,50