“Moby Dick” di Herman Melville

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Questa volta il link è a wikipedia

Non ho proprio intenzione di scrivere una normale recensione su questo libro, ma piuttosto mi viene da riflettere su un qualcosa a mio parere più grande, che spesso coinvolge i classici in quanto portatori di messaggi universali al di là del tempo: può “La balena bianca” affascinare i ragazzi nel tempo del problema ecologico?

Quando ero ragazzina la prima volta che lessi “Moby Dick”, lessi la versione ridotta per ragazzi. Era estate, ero al piattume del mare di Pesaro (quello per la precisione con gli scogli che salvano la spiaggia, ma che ti danno la sensazione che potevi arrivare a piedi fino in Jugoslavia, allora esistente, con l’acqua al petto), inizia a disprezzare di andare al mare e non fare nulla, di essere costretta a nuotare con le mani che toccavano la spiaggia, insomma iniziò lì quella mia “schizzofrenia” per cui detesto il mare, ma adoro leggere libri di avventure marinare. Perché sdraiata come una sardina sul lettino, col librone fra le mani, io immaginavo baleniere oltre gli scogli, sbuffi bianchi e sì cacce furiose che coinvolgevano bestie e uomini. Allora non c’era una coscienza ecologista e se anche l’avessi avuta ero troppo ininfluente nell’economia famigliare per poter dire la mia. In più a quel tempo mangiavo anche mal volentieri pesce. Eppure salire su una baleniera mi sembrava la cosa più figa che ci potesse essere a quel tempo!

E oggi? Come possono prenderlo questo libri i ragazzini che giustamente sono informati sulla condizione mondiale della fauna marittima, sugli assurdi “esperimenti” giapponesi su balene (anche incinta) facendone una vera e propria strage? Cosa racconta se non orrore puro ai ragazzini? Me lo sono chiesta, perché alla fine è difficile immedesimarsi in Achab nella sua folle e monotematica caccia al suo mostro bianco; ma magari Ismaele o Queequeg coi suoi tatuaggi o Stub e Starbuck possono attrarre i lettori e far loro immaginare di salire su una nave e poi su una lancia, impugnare una fiocina e via! No, di certo. Diventa difficile. Forse non lo facevamo nemmeno noi da ragazzini, perché troppo distanti da noi per caratteristiche: Ismaele il narratore, così colto, attento a ogni aspetto della biologia della balena da lasciarci interdetto, troppo capace di cogliere le sfumature bibliche dove noi avevamo letto solo delirio; Queequeg tatuato, pagano, silenzioso gigante dai modi di fare ieratici e posati, distanti dalla nostra rilettura occidentale; Starbuck spaccone, irritante, esagerato, ma che alla fine mantiene la lucidità di voler convincere il capitano a desistere per salvare la vita a tutti; e sopra tutti Achab, il capitano, oscuro, silenzioso, pazzo nella sua caccia alla balena da fregarsene e condannare le vite altrui alla dannazione pur di pagare la vendetta che, pensa, gli spetti. Lontani questi personaggi da ragazzi anni 10-14 in un’epoca dove il mondo sembrava ancora distante e meraviglioso, così silenzioso senza internet (eggià ero piccola e non c’era internet…mi sento meravigliosamente vecchia!), eppure quel poco di vicinanza faceva pensare che si poteva andare per mare.

E adesso? Me lo sono chiesta ogni volta che l’autore si fermava a raccontare come si caccia, si soffermava alla fatica della caccia, al pericolo dovendo andare a una specie di corpo a corpo con l’animale, il quale placido si faceva bellamente i fatti suoi nel mare. Me lo sono chiesta lungo i paragrafi lenti e dettagliatissimi su come, credevano, fossero le balene, i leviatani, i capodogli; su dove si estraeva cosa e a cosa servisse; la fisiologia e come si comportavano fra di loro. Lunghi, estenuanti, interrompevano esageratamente l’avventura, quasi “rovinandola”; ma il libro è anche questo: una sorta di libro di testo in cui il lettore comprendeva cose che non avrebbe mai potuto vedere (anche “Ventimila leghe sotto i mari” di Verne era strutturato così, ossia come un libro di divulgazione scientifica). Me li sono immaginati i ragazzini di adesso con smartphone sotto mano pronti a smentire le false idee scientifiche. Allora, pur sapendolo, non ci sarebbe forse fregato nulla di correggere Melville, ora sono più informati e forse meno “succubi” (male! molto male!) della fantasia.

Melville parla di un “libro malvagio” ossia dove il protagonista è il male. Ma cosa è il male per noi e per loro allora? Forse l’autore voleva concentrarsi sul male che mangia gli esseri umani nel profondo, quando è la vendetta a macerarli come un cancro, quando è il dolore a far dimenticare le cose positive che si sono lasciate a terra (Achab ha moglie e figlio piccolo ad aspettarlo, ma non gli interessa). Achab è macerato dalla sua vendetta, con quel moncone di gamba a ricordargli al cattiveria di una bestia nei suoi confronti: è personale, provocatorio, forte. La balena bianca è l’incarnazione del Male.

Eppure leggendolo oggi Moby Dick, l’unico cetaceo che ha dignità di nome, intelligenza e strategia bellica, non sembra più come il male del mare, come l’essere che scientificamente va a caccia di baleniere per vendetta, ma pare quasi un mistico eroe vendicativo. Verso la fine del romanzo Melville, ingenuamente, fa dire a Ismaele che questi favolosi animali marini non si estingueranno mai, che fondamentalmente saranno sempre i signori incontrastrati dei mari. Purtroppo sbagliò previsione e, a sentire le ultime statistiche, le balene stanno diminuendo a vista d’occhio, divenendo oramai specie protetta. Quindi è non solo Achab con la sua follia a rappresentare il male, ma lo sono anche tutti i balenieri. Come a questo punto non tifare per le balene che con la loro mole distruggono navi e barche per aver salva la propria vita? Come non pensare a Moby Dick come l’incarnazione luminosa di tutte le balene uccise e, con mentalità umana, l’angelo vendicatore di tutte loro? Questo voleva Melville? Questo si ribalta nella lettura moderna o io mi sono fatta troppe pare mentali?

É stato naturale chiedermi come possono vedere le nuove generazioni questo romanzo, questo pilastro della letteratura, questo libro che ti spinge a farti domande sulle conseguenze delle nostre azioni, ma anche di quelle altrui; su cosa sia Bene e Male; libro che ti fa (faceva?) venir voglia di imbarcarti su un vascello; che sa di avventura. Dobbiamo inculcare la nostra visione della sua decodifica o dobbiamo lasciare che loro ci raccontino un nuovo modo di vederlo, scendendo dalla baleniera e tifando per la balena?

Ed io? Io risalirei su una baleniera e sì andrei per mare, non so più se proprio a caccia di balene oppure come ora su navi studio, ma rileggere questo libro a distanza di 30 (? più o meno) anni mi ha dato le stesse fortissime emozioni, con la consapevolezza che Achab è un gran personaggio (forse il migliore, tratteggiato con pochissimi dettagli), Ismaele è noioso, Queequeg è un portento (forse perché grazie agli studi fatti, ora come ora sembra meno esotico e sopra le righe, ma molto concreto e spiccio) e tutti gli altri necessari. Ho avuto l’istinto di saltare i lunghi pezzi di descrizioni naturalistiche, a volte discutibili, ma un certo punto ho capito che per capire la follia di Achab bisognava capire quanto ritenessero quegli animali favolosi, enigmatici, superiori a qualsiasi altra bestia sia per dimensione che per quantità di risorse prodotte, in una sorta di venerazione e alterigia umana di sopraffazione di tutto e tutti.

Voto: 7 e mezzo. Questa edizioni ha un difetto: la traduzione. Non capisco se la scrittura di Melville fosse così ostica e farraginosa o la traduttrice ha voluto in qualche modo mettere del suo cercando “inciampi” linguistici: senza voler snaturare nulla, ma un libro secondo me fila quando leggendolo a voce alta la lingua non inciampa sul palato. E qui è successo a tal punto che ho smesso di provarci. On line ho trovato molte critiche da vari lettori su alcune traduzioni proprio per questa arcaicità del linguaggio che pare forzata. Voi cosa avete riscontrato e come lo avete trovato sotto questo punto?

La scelta del disegnatore è sicuramente di pregio vista la popolarità, ma devo ammettere che non è propriamente il mio stile e quindi in alcune tavole ho apprezzato meno la visione grafica. In ogni modo la Bur_Rizzoli ha fatto uscire un’opera di pregio, anche se ha scelto di pubblicare un mattonazzo poco portabile in giro e anche in mano. La serie “classici-deluxe” a prezzi contenuti è una scelta editoriale di pregio che avvicina il lettore, ma anche l’appassionato di belle opere. In più, lo dico con la mano sul cuore, far leggere certi classici ai ragazzi e scegliere opere con corredo grafico fa solo bene all’accrescimento culturale degli stessi.

Consigliato: a tutti. Davvero. Scendete dalle vostre sedie e andate per mare. Decidete di segnare con un taccuino la fisiologia e non solo di ogni animale che vedete; iniziate a dondolare come le onde che passano sotto la chiglia e lasciatevi andare. Sì ci saranno pezzi noiosi, come la bonaccia, terribili, sonnolenti, di quelli che vi faranno pensare di lanciare il libro, ma aggrappatevi alla Pequod e fidatevi. Alla fine i tre giorni di caccia ve li sarete meritati tutti.

Scheda tecnica

con un saggio di Harold Bloom

Titolo originale “Moby Dick or the Whale”

traduttrice Pina Sergi

anno di pubblicazione 1851

casa editrice Bur_Rizzoli  serie classici deluxe

stampato febbraio 2015 presso Errestampa – 24050 Orio al Serio (BG). Printed in Italy

illustrazioni di Rockwell Kent   http://www.artnet.com/artists/rockwell-kent/

copertina illustrazione di Rockwell Kent

immagine dell’ autore © Bridgeman Images

art director Francesca Leoneschi

progetto grafico Emilio Ignozza / theWorldofDOT

pagine 704

prezzo €18,00

 

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