Idiosincrasia #1 : i classici

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Credo che ogni lettore abbia le sue manie, io ho le mie idiosincrasie. Ci provo a combatterle o a spiegarmele o altro, ma alla fine rimango ferma sui miei punti fermi. Cocciutaggine (molti me la imputano col ditino alzato anche per altre cose. Chissene)? Coerenza? Sensazioni a pelle che non puoi eliminare? Boh, tant’è che è così. Capiterà di parlarne qua sul blog perché alla fine ho notato che (e so che non importa a nessuno ma io ne parlo lo stesso) fa bene parlare e chiarire il proprio pensiero pubblicamente anche per cose che, alla fine, sono personali e tali rimangono. Non leggo classici? Problema mia che vivo benissimo e che al mondo intero interessa poco perché alla fine va avanti lo stesso.

Scusate lo sfogo, ora spiego.

Ho preso la palla al balzo per fare terapia su questa mia idiosincrasia grazie alla decisione di unirmi alla lettura collettiva del gruppo “Scratchreaders” che ho trovato su fb. Seguivo la sua creatrice “Scratchbook di Maria Di Biase” su instagram e su fb con tanto di blog annesso, ma il gruppo l’ho scoperto negli ultimi mesi ed è un piacevole luogo di chiacchierate sui libri senza boria o imposizioni (cose che invece trovi in altri gruppi purtroppo). Tornando a noi la lettura verte su “Perché leggere i classici” di Italo Calvino: non un libro di narrativa, ma un saggio in cui nel primo capitolo lo scrittore segna i suoi punti su cosa sia un classico. Speravo che un autore che amo mi aiutasse a uscire dal mio “no” e invece manco lui c’è riuscito.

Quindi ecco i miei punti sul perché per me esistono i libri, le storie e chi le scrive (idiosicrasia #x: non amo gli scrittori come genere di star mediatica; amo chi scrive).

  1. Detestare la mentalità del gregge. La mia non è una famiglia anticonformista, anzi per certi versi sono cresciuta in una normale famiglia borghese con genitori insegnanti di diverso ordine e grado, con le vacanza dai nonni (unico momento in cui li vedevo) e con una routine ben ferma. Ma la risposta a tante mie interperie è sempre stata “ma se lo fanno tutti lo fai anche te? Se tutti si buttano nel pozzo, lo fai anche te?”. Era quel “tutti” ripetuto con l’accezione negativa che mi è rimasto in mente e quindi diffido quando una cosa piace a tutti: qualcosa sotto di sbagliato ci deve essere.
  2. A casa mia c’erano i classici greci e romani, ma la narrativa era un po’ assente e quindi di tomoni fondamentali non ce ne sono mai stati e quando toccava leggerne qualcuno per la scuola si guardava il prestito, la biblioteca e se si voleva si comprava. ALT! A casa mia comprare un libro è sempre stato la normalità: siamo forti lettori, abbiamo libri ovunque e non amiamo separarcene, ma ognuno ha il suo genere e io ho assorbito con piacere tutto, saccheggiando e prendendo in prestito libri da chiunque pur di leggere.
  3. Far cadere dall’alto il valore del libro. Cosa che detesto per quello o per altro. Insomma una cosa va motivata sempre con consapevolezza, non c’entra nulla se x +1 critico dice che è bello perché è bello (e poi paroloni incormprensibili, buoni per far vedere che “sono studiati”). Di solito è il metodo scolastico che fa cadere le cose dall’alto perché, purtroppo, certi professori non hanno fatto loro quello che hanno studiato e quindi fondamentalmente hanno imparato la lezioncina e la ripetono a papera. Per non parlare delle schede libro che sono “fondamentali” per la comprensione (?) del testo. Quanta amarezza…
  4. Deve per forza piacere e quindi la critica è zero. Se dici che il classico xyz non ti piace e ne dai le motivazioni, quelli poco atti a pensare con la propria testa (perché il problema è quello scusate) si sentono colpiti da questo atto di lesa maestà e quindi provano in ogni modo a sminuirti. Dire che non piace un libro o una storia a mio parere vuol dire che quella storia non comunica con me (e in questo Calvino lo sottolinea nei punti fondamentali per l’importanza di un classico) o con la mia vita o con le mie esperienze: è una non comunicazione e come tale non passa da un mezzo all’altro. Criticare è fondamentale perché, a mio parere, oltre a stimolare le celluline grige, permette anche di metterci in gioco, di ribaltare le nostre convinzioni, di magari spostare un po’ le nostre idee.
  5. Leggerli in età non adatta. #1 di Calvino. Non ci sarebbe da aggiungere molto altro: se certe esperienze non le abbiamo ancora provate, come possiamo comprendere i palpiti o i discorsi dei protagonisti? Mi direte che se questo deve essere il parametro allora molti libri non andrebbero letti. Sbagliato! I libri, anche quelli che sembrano più avulsi dalla nostra vita, hanno con noi il fondamento che sono emozioni e sentimenti: paura, amore, dolore, gioia, disperazione, amicizia, delusione, follia sono cose che alla fine sono comuni a storie piratesche, fantasy, gialli, narrativa. Non è fondamentale aver vissuto esperienze fattive (come perdersi in un bosco o andare per mare), ma è fondamentale aver provato nella propria vita quella reazione emotiva a quel che ci è successo. Es. Ho letto “Le città invisibili” di Calvino pochi anni fa e l’ho adorato, perché alla fine ho trovato le mie esperienze, i miei ricordi, i libri che ho letto e studiato; se lo avessi letto alle superiori ne avrei compreso un decimo, perché la mia vita era ancora in embrione e le mie esperienze limitate. Ringrazio il cielo di aver aspettato e di averlo amato. Mentre Moby Dick l’ho adorato da bambina perché sentivo lo spasimo dell’avventura dentro di me, ma di certo ho capito un decimo di quello che Melville intendesse (infatti lo sto rileggendo ora).
  6. Togliere dal classico il suo fondamento storico. Molto comune è l’approccio di togliere la storicità di un romanzo per renderlo immortale, come se quella storia non fosse davvero stata scritta per i suoi contemporanei. Calvino prende in esame l’Odissea e in quel capitolo io ho litigato con lui per la prima volta, penso. L’Odissea è un lavoro di collage di autori vari in epoche varie, quindi non è un’opera unitaria e storicamente inquadrabile, ma grazie ai lavori di filologia si riesce a capire quali sono i pezzi antecedenti e quali quelli posteriori. Detto questo, comprendendo questo fatto, si riesce a capire cosa fosse la vera comunicazione per allora. Io l’Odissea l’ho studiata alle superiori con la professoressa di greco e abbiamo tradotto il pezzo di Ulisse e Polifemo. Lei mi fece adorare quello che ora faccio (la rievocazione e ricostruzione) senza saperlo; lei mi fece entrare nelle pieghe del testo per trovare gli uomini e le donne greche; lei ha tolto la patina della favoletta per restituire la Storia; lei mi ha ridato l’Odissea e i miti greci per l’importanza storica e antropologica che ha. Quando leggo certi testi, ci vedo i gesti, gli oggetti, i cibi cotti in una certa maniera, le vesti che non possono che essere quelle (niente peplum cinematografici), perché quei testi sono Storia e per quanto raccontino storie amati da tutti, essi prima di tutto comunicarono qualcosa di chiaro ai nostri avi greci: religione, riti, paure, simposio e guerra. Quando a un classico si toglie il suo contesto storico e lo si vuole rendere immortale, lo si depaupera di una buona parte del suo essere. Ridare la storicità non significa incatenarlo e metterlo nel dimenticatoio, ma serve a capire (se lo si volesse) che certi valori, principi e sentimenti seguono tutta la linea temporale dell’umanità e che le risposte cambiano o possono o devono cambiare: ancorare significa mettere un pilastro nella Storia.
  7. I classici accettati sono solo narrativa. Nota polemica #1. Questo è il discorso solito che mi vede combattere contro lo snobbismo di genere. “Madame Bovary” non è superiore per costruzione ed emotività a un “L’isola del Dottor Moreau” o a “Uno studio in rosso” o al ciclo di “Dune”, cambia solo l’espediente narrativo. Nelle scuole e nelle librerie “bene” certi generi vengono sminuiti parlando di narrativa per ragazzi solo perché non li hanno mai davvero affrontati e capiti. Ancora una volta la pochezza del panorama critico italiano mi fa venire i brividi e rifuggere i dogmatismi
  8. Categorizzazione per sesso. Nota polemica #2. Spesso si leggono romanzi scritti da autori uomini e quindi, non si sa perché, va bene che li leggano tutti, mentre se scritti da donne è letteratura femminile. Come se una Jane Austen fosse meno di un Oscar Wilde nella critica della società…
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Pochi libri mi obbligano a prendere appunti ai pensieri che mi vengono alla mente.

Non so, forse se ci penso ancora trovo altre motivazione per cui non ho reverenza per un classico, per cui non mi interessa leggerlo prima di altri, per cui non ritengo che se non lo hai letto non sei un vero lettore e non sai cosa ti perdi. Il mondo è pieno di storie, di racconti, di comunicazione che non vale la pena perdere tempo con le guerre letterarie e gli schematismi dogmatici. Dobbiamo uscire dalle gabbie mentali e far uscire da quelle gabbie libri che possono ancora parlare ai lettori senza aver bisogno del bollino di “classici”. Ne capisco la motivazione dell’uso del bollino e alla fine lo uso anche io per comprenderci meglio, ma poi…chissene! Leggete e criticate e se non vi piace ditelo con motivazioni e sorrisi e se qualcuno vi criticherà chiedetegli davvero perché una cosa gli piace e se non troverà 3 buoni motivi (come ci disse la psicologa suora alle medie per darci la forza delle nostre idee e di quelle dei nostri genitori nel farci fare le cose. Che gran donna e gran insegnamento di convinzione!) vorrà dire che lui/lei dovrà riconsiderare il suo piacere e viverlo dentro, se no sarà sterile scorrimento di parole su un foglio e inutile abbeverarsi a una fonte già troppo affollata di gente.

 

POSTILLA:

Devo ringraziare sempre le persone che fanno parte del mio gruppo “Letture Folli e Sgangherate” per avermi costretto a leggere certi libri in questi ultimi anni, con la piena consapevolezza che ogni giudizio era accettato e che a noi Dickens non piace e ne andiamo fiere (tranne “Canto di Natale” che è stupendo, ma forse non l’ha scritto lui…). Affrontare con loro da grande libri che ho schifato (anche in modo snobbistico di rivalsa il mio) quando tentavano di farmeli leggere a scuola, mi ha permesso di vederli sotto altra ottica, di mettermi in gioco e di trovarmi in compagnia di gente senza pregiudi letterari di genere. E’ bello mettersi in gioco. Come ora con “Il Conte di Montecristo” che sto adorando e che per una vita ho pensato che fosse un drammone assurdo e pesantissimo, solo perché il sentore era quello: invece è pura avventura!

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“Le città invisibili” di Italo Calvino

Riprendere Calvino dopo tanto tempo, nel tempo della mia “maturità” (vabbè, dovrebbe esserlo anagraficamente, ma non si sa mai), leggendo dei suoi testi più complessi di quelli letti e amati in adolescenza, è stato istintivo, più che doveroso. Non credo nella scadenza temporale di un libro, un “devi leggerlo a questa o quella età”, credo piuttosto che un libro ti arrivi quando hai la possibilità di comprenderlo e di incuriosirti a tal punto da doverlo rileggere in vari momenti della tua esistenza, per coglierne ogni volta un significato e una sfumatura diversa. Questo mi è accaduto con questo libro.

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Volutamente non ho letto le altre recensioni e per fortuna nel libro che ho scelto lo scritto di Pasolini è posizionato in postfazione. Perché dico questo? Perché questo libro può essere letto, sviscerato, analizzato, composto e ricomposto in mille maniere; si possono trovare significati in ogni virgola, in ogni città descritta, in ogni sfumatura; si possono rileggere le parole sotto l’ombrello di un’ideologia piuttosto che un’altra; cercare dati biografici dell’autore o delle persone a lui care. Insomma questo strano libro di racconti concatenati potrebbe essere tutto e niente e andrebbe bene lo stesso.

Questo è il primo libro che mi ha vista costretta a scrivere commenti sotto molte descrizioni di città. Di solito non lo faccio, perché i pensieri di solito mi rimangono impressi nella testa come i ricordi della memoria e non è raro che ritornino in me quando vado a rileggere il testo; questa volta è stato come se fosse un’esigenza, un qualcosa che dovevo fermare lì in quel punto preciso. Tutto questo è venuto naturale perché mi sono resa conto di aver letto questo libro come se parlasse a me, alla mia vita, alla mia esperienza.

Mi spiego meglio perché se no mi prendete per pazza.

Questo libro è frutto sicuramente di un genio della letteratura, di una mente che ha vissuto, conosciuto, amato varie cose, come se fosse il frutto delle sue esperienze, dei suoi pensieri e come tale sembra riproporsi al lettore.

A ogni pagina girata, a ogni città incontrata mi si sono riproposte alla mente cose che ho visto, studiato, amato; ogni pagina letta, ogni discorso fra il Kublai e Marco Polo hanno riportato alla mente i miei studi e le mie passioni; ogni sentore che veniva discorso portava ai sensi gusti e profumi che ho incontrato nella mia vita. Ogni pagina è diventata col passare della lettura un’esperienza di rimembranza, un rimmaginare cose che pensavo sopite; un’esperienza non solo da accettare “passivamente” come flusso di immagini, ma anche da metabolizzare.

Se avessi letto questo libro quando “si deve leggere” (che poi manco so a che età si riferisca, devo ammetterlo), non lo avrei capito, mi sarei annoiata, lo avrei preso come un’opera letteraria cervellottica e per gente che non aveva niente da fare che contare quante virgole ci sono in una pagina. In adolescenza non avevo la cultura e l’esperienza di oggi e quindi la mia fantasia non si sarebbe mischiata con i ricordi e non sarebbe stata in grado di dare un volto alle architravi, ai cittadini, forse allo stesso Marco Polo.

Mi sono immersa nell’impero immaginario di Kublai con la tranquillità e la giustezza di chi sa dove i propri piedi stanno andando. Mi sono soffermata sulle parole perché ho capito che in me suscitavano qualcosa, anche solo alzare gli occhi al cielo e ritrovare quello che stavo leggendo. Ho pianto (non mi era mai capitato per un libro) incapace di progredire per paura che altre città suscitassero lo stesso effetto. Ho riso e ho cercato altre città per poterlo rifare ancora. Ho interagito col Kublai perché lui era troppo pigro per andare per il suo impero. Ho invidiato Marco Polo per essere stato ovunque. Ma anche io ero stata ovunque! E altre città mi aspettano ora nel mio futuro.

Questo libro non è un insieme di racconti legati da un unico filo narrativo; non è un gioco da intellettuali annoiati; non è un corpo da sezionare da parte di critici senza arte; è Vita, la vita di ognuno di noi che trova nelle città se stesso e il suo mondo.

Sicuramente uno dei più bei libri che io abbia mai letto in questi anni e che mi sono ripromessa di rileggerlo (sperando di ricordarmelo e riuscirci) fra 10 anni per scoprire quante cose ho appreso nella mia vita di quelle città che sono descritte.

Voto: 10. E non c’è altro da aggiungere.

immagine trovata su questo sito https://viadellebelledonne.wordpress.com/2007/07/16/valdrada-da-le-citta-invisibili-di-italo-calvino/ Proprio da corredo al suo post su “Le città invisibili”

Postilla:

Ho trovato oggi (02 marzo 2015) questo link di artisti che interpretano “Le città invisibili” di Calvino. Da vedere.

Buon Compleanno Italo Calvino!

http://it.wikipedia.org/wiki/Italo_Calvino

Oggi festeggiamo un altro mio mito letterario. Colui che mi ha fatto più sognare al mondo; colui che mi ha fatto capire perché amassi gli uomini in armatura; colui che ha cercato di dirmi che la vita va vissuta come si vuole e non come vogliono gli altri.

Calvino mi ha regalato “Il barone rampante” e “Il visconte dimezzato”, ma soprattutto “Il cavaliere inesistente”. Tre libri, letti nell’adolescenza, che mi sono rimasti dentro, come pietre miliari. C’è poco da dire se non che ogni sua parola me la sono immaginata, ogni emozione l’ho provata, ogni sentimento era anche il mio.

Calvino è tanto altro, ma a scuola non si studia. O meglio, spero che allora non si studiasse mentre ora sì. Il suo genio, la sua cultura, le sue provocazioni sono a base della nostra cultura italiana, ma come si sa, qualcuno lo ha relegato nella letteratura per bambini. Ma come si fa?

Quando si ha a che fare con lo studio delle fiabe, tocca per forza affrontarlo, ah ma le fiabe son cose per bambini… Invece le leggi sotto la sua guida, le intuisci attraverso i suoi racconti e ne capisci la profondità, l’importanza della comunicazione fra generazioni, il fiabesco che passa nella realtà e vuole permearla.

Siccome la scuola è l’anticamera della non lettura, Calvino l’ho letto in famiglia e ho letto quel poco che ho trovato, ma poi l’ho sempre trovato a inciampare sul mio cammino senza mai soffermarmi su di lui. Questa estate è stato un richiamo da sirena e complice mille giri il libreria, sono tornata a casa con “Le città invisibili” e ora sento che è giunto il momento di leggerlo. E leggerlo ancora.

Perché necessito del suo spirito, della sua libertà, della sua conoscenza.

Necessito di quel respiro che mi diede da ragazzina raccontandomi della vita attraverso il fantastico, prendendomi per mano per narrare quelle che a tutti i ciechi sono solo favolette.

Quella sua arguzia e cultura che ritrovi in ogni suo scritto, mi serve. E non c’entra nulla con i facili aforismi che girano per internet, non comprendendone la profondità.

Grazie per avermi regalato l’immaginario del mio uomo in armatura, che siamo tutti noi nelle nostre fortezze e paure.

Giancarlo Montelli (illustratore), “Il cavaliere inesistente”

Buon compleanno Calvino!