“Tutti i racconti” di Montague Rhodes James

Un altro gioiellino trovato a “casa” Libraccio, ovvero come riuscire a scovare case editrici piccole (e forse scomparse) quando la grande distribuzione se ne frega altamente. In questo caso parliamo della casa editrice Theoria che chiuse i battenti nel 1995 e che ora si trova a “rinascere” attraverso la distribuzione della catena di libri usati e non.

tutti i racconti bis
M.R.James

Il libro mi ha colpito più per il genere e l’autore che la struttura, ovvero non amo i libri di raccolta di racconti perché tendo a confondere i racconti se li leggo uno dietro l’altro. Così nel tempo ho imparato che mi devo gestire in modo diverso: un racconto al giorno e non di più per cercare di focalizzare la mia attenzione su ogni singola vicenda. Questo vuol dire che la lettura del testo si protrae per molto tempo (per farmi un’idea: il libro sui racconti dedicati a Padre Brown me lo sto portando dietro da 3 anni e tutto perché non solo ci sono tanti racconti, ma perché essendo in ebook è il “libro da borsa”, quindi lo leggo quando sono in giro in autobus o quando sto aspettando gente fuori casa). In questo caso ci ho impiegato due mesi e passa, cercando di farne una lettura serale della buona notte. Sì, lo so, sono racconti del terrore. Sì, lo so, poi si fanno gli incubi. Sì, lo so, le persone normali leggerebbero altro. Ma io non sono come gli altri. O meglio, so benissimo che non sono l’unica a farlo, anche se è illogico, ma questo tipo di racconti o di romanzi si cibano della sensazione di straniazione che la notte consegna, quando tutto è ovattato, i rumori minimi sono amplificati e soprattutto quando, spenti tutti i rumori esterni, l’immaginazione riempe i vuoti della realtà.

I racconti sono un classico o meglio sono come classicamente ce li si aspetta: brevi, intensi, esperienze paranormali che portano conseguenze, personaggi maschili soprattutto e molto spesso scettici, boschi o castelli teatri di tragedie. Insomma tutto il campionario dell’orrore di fine secolo sono presenti. E io me la sono proprio goduta. Abbandonati i vari mostri o le situazioni splatter tanto care alla contemporaneità , leggere racconti che sembrano non dire nulla, ma che ti lasciano quel non so che (che di solito si esplicita con un infantile desiderio di dormire con la luce accesa…), senza davvero dover dire che ti sei spaventato (tranne una volta che, mentre mi lavavo i denti e leggevo con intensità, ho avuto un mezzo infarto a leggere come il protagonista entra in contatto con il fantasma). Insomma siamo tutti grandi per aver paura di una tenda che si muove o una ciocca di capelli lasciata in ricordo di un non si sa cosa, oppure nel pensare di attraversare un bosco verso il crepuscolo da solo mentre tutto attorno a te si muovono le foglie…

Ecco quello che c’è da aspettarsi. Pura e semplice suggestione, con alcuni racconti veramente magnetici e spaventevoli, mentre altri sembrano un po’ raffazzonati o comunque non ragionati al meglio.

Vera pecca del libro? La scomparsa della figura del correttore di bozze nella oramai scomparsa casa editrice. Ovvero: come leggere e trovare un sacco di errori di battitura. A bocce ferme e con un minimo di sarcasmo posso dire che se dovessi giudicare la casa editrice da questo sol libro, il giudizio sarebbe positivo per la scelta della pubblicazione, ma negativo per la parte tecnica. Perché? Perché non vogliamo più usare un buon correttore di bozze? Mah…forse mi si dirà che io scrivo un blog e nemmeno troppo correttamente e non dovrei star qui a pontificare sul lavoro altrui…ma anche no! Una casa editrice necessita di almeno un paio di correttori di bozza per ogni libro, sai mai che il primo per stanchezza si lasciasse sfuggire qualcosa! Peccato, davvero, lo dico sinceramente, ma a volte mi è venuto il nervoso a leggere. A questo punto non mi pronuncio sull’attenzione alla traduzione, ma spero che almeno lì non solo siano stati attenti (alla lettura non ho avuto problemi e di solito è per me un segno di un corretto lavoro), ma anche fedeli all’originale.

Voto: 6 e mezzo. Buona lettura serale della buona notte, buon rientro nel classico del terrore, buone suggestioni.

Scheda tecnica

Traduttori: Donata Marciano. Benedetta Bini, Ottavio Fatica,

a cura di Malcom Skey

casa editrice: Theoria, I Ritmi

finito di stampare dicembre 1996 per contro della casa editrice Theoria presso CONTI TIPOCOLOR su carta PALATINA delle cartiere Miliani di Fabriano

progetto grafico: Susanna Gulinucci

pagine 504

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“Il nostro comune amico” di C. Dickens. Conclusioni.

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Tutto è partito un anno e mezzo fa attraverso fb, riunendo un po’ di lettori folli, creando un evento che è rimasto in piedi per tutto questo tempo. Per chi volesse leggersi i commenti questo è il link. All’inizio eravamo in un buon numero, poi ci siamo perse per strade e siamo rimaste in 4. Spiace che sia successo, ma le perdite per strada sono state fisiologiche e alcune anche no, ma non importa; in realtà mi spiace solo per non avere più commenti e più punti di vista diversi. Le 4 sopravvissute sono state concordi in ogni commento di capitolo, quindi niente discussione.

Arriviamo però alle mie conclusioni (che per certi versi sono la somma anche delle chiacchierate di questo tempo). Come avete potuto notare non sono stata brava nel seguire la distribuzione temporale dei capitoli e mi sono persa per strada, dovendo recuperare tutto negli ultimi due mesi (non volevo sforare). Quindi posso dire che la lettura in questo modo, a “fascicoli”, per me è stato un vero fallimento: troppo altalenante, troppo distratta, troppo abituata alla consequenzialità della mia lettura naturale. Di certo sarebbe stato più facile se fossimo stati costrette fisicamente ad aspettare le puntate, a scartabellare in edicola o fra i giornali per trovare il “nostro” fascicolo. Questo aspetto della lettura si è totalmente perso, preferendo anche qua la velocità all’attesa. Fagocitiamo anche la lettura, non avendo più la pazienza di aspettare. Ci abbiamo perso anche qui secondo me. Oddio, non che non mi piaccia leggere un libro intero, per i fatti miei, con i miei ritmi, ma non so, rimpiango quel senso di “ricchezza” dell’attesa.

Un altro motivo per cui mi sono persa è il libro stesso e più che la trama, oserei dire che è la scrittura vera e propria. Non sono una fan di Dickens. Egli è un altro di quegli scrittori più sentiti che conosciuti, più nominati che scartabellati, insomma è uno dei tanti classici che per me, essendo tali, sono ininfluenti. Eppure qualcosa di lui ho letto, soprattutto “Canto di Natale” che amo in ogni sua forma proprio per la completezza della trama, ma che ho riscoperto in originale con una scrittura veloce, illuminante e stimolante (se penso che l’ho letto in due ore senza riuscirmi a staccare dal testo). Qui, invece, è tutto stantio e ripetitivo e moscio. Sì, l’aggettivo giusto è “moscio”.

I personaggi sono salomonicamente divisi in due: buoni, perfetti e vessati da una parte; cattivi, prepotenti e violenti dall’altra. Nessun personaggio è davvero a tutto tondo, nessuno subisce una vera introspezione psicologica, qualcuno la accenna, ma poi viene da subito sopita. Molti personaggi negativi sono ripetitivi fra loro e in loro stessi, creando una sensazione di noia e ripetizione che raramente si trova; quando poi subiscono la giustizia divina si gioisce ovviamente, ma solo perché ce se li toglie dai piedi e dalla lettura. I personaggi positivi sono invece monolitici in tutto e quindi noiosi come chissà; senza poi dimenticare che subiscono cose che uno si chiede se di secondo nome fanno “Giobbe”. Si dirà che Bella subisce un cambiamento: dai si vedeva che era leggerina, ma buona (vedere tutti i pezzi in cui lei si trova col padre); si potrà dire che i Boffin cambiano, ma poi si scopre che è per finta; Venus “tradisce” il traditore, ma sin da subito non è un cattivo, ma una vittima degli eventi; i due avvocati sono solo due giovani ricchi in cerca della loro vera via nella vita e quindi niente di che. E via di seguito.

Chi ha seguito i miei posti (e ho visto anche le condivisioni. Grazie, ma sono curiosa di sapere perché) sa che molto spesso ho usato il sarcasmo e il colloquio con l’autore. Sono stati gli strumenti adatti per sopperire la voglia di lanciare il libro fuori dalla finestra. Tutto nel libro dimostra che Dickens era in bolletta (vabbè, lo abbiamo dedotto noi) e che abbia allungato il brodo per poter pagare meglio luce, gas e tasi (sì, anche quella se no non si spiegano certe cose); il libro dimostra la mancanza di originalità di trama e personaggi; dimostra la stanchezza nello svolgimento, senza pathos, senza voglia. Nel finale un po’ si riprende, la resa dei conti da un po’ di brio, ma poi tutto si tronca senza un motivo, come se fosse finita carta o inchiostro.

In questo anno e mezzo , mentre cercavo le immagini per i post (e ne ho trovate anche di belle e ne sono stata felice), ho letto varie recensioni su altri blog e tutti o quasi erano entusiastiche. Cosa è successo? Come mai? Non esiste un “chi ha ragione” in letture, esiste solo il proprio gusto, ma questa totale, netta, fortissima differenza mi fa sorgere un dubbio o più di uno.

1. La lettura spezzettata non aiuta alla comprensione del testo totale.

2. Sono cinica e certe sdilinquite storie non fanno per me.

3. Altri hanno letto un altro libro, quindi hanno barato.

4. Dickens li ha pagati attraverso una medium e mi chiedo perché a me niente.

5. Dickens non fa per me.

6. Sono cinica e mi serve l’azione (ho già detto che sono cinica?)

7. Da una storia lunga 800 pagine mi aspettavo molto di più.

8. Certa gente dovrebbe leggere anche altro per poter fare paragoni più credibili.

9. Il romanticismo non fa per me, né come sentimento né come genere letterario (ma poi questo ci rientra nel genere?)

10. Non vale vedere il telefilm (pensa te, hanno anche fatto un telefilm!) e valutare il libro.

11. Le immagini delle illustrazioni non valgono per alzare il voto!

Così finisce questa avventura, con un giudizio pesantemente negativo in ogni sua parte, con un classico bocciato senza riparazione, con un libro nascosto in libreria (mi vergognerei anche a regalarlo). Finisce e mi sento liberata da un peso e mentre dicembre si avvicina e anche la rilettura di “Canto di Natale”, mentre altre collettive si stanno preparando, io penso che non dovrò più avere a che fare con Giovanni, Bella, i Boffin, il maestro pazzo, Carletto ingrato, i Lemmle rovinati e i loro degni compari, Pauta e Uccellino e tanti altri.

Voto: 3 

 

“Indovina chi viene a cena” di Stanley Kramer

Ci sono film che conosci a memoria, ma che ami rivedere allo sfinimento.

Ci sono film che fanno parte della storia del cinema, ma anche della società.

Ci sono film che si danno anche per scontati e alla fine ti parlano, parlano proprio a te in un momento particolare della tua vita, anche se non te lo aspetti.

Tutto ciò mi è capitato con “Indovina chi viene a cena” di Stanley Kramer.

http://www.mymovies.it/dizionario/recensione.asp?id=11961

Non ricordo nemmeno quando fu la prima volta che lo vidi e per tanto tempo l’ho solo preso per una normale commedia degli equivoci, della normalità; poi l’ho visto come il film denuncia sulla società americana; poi l’ho visto come una prova d’attore di tre grandissimi attori in momenti diversi della loro carriera. Poi giovedì pomeriggio me lo sono trovato fra capo e collo e non ho avuto il coraggio di cambiare canale. Volevo godermi un grande Spencer Tracy o una meravigliosa Katharine Hepburn, volevo godermi gli abiti eleganti e ben tagliati di lei, il modo di fare burbero di lui, cercare di scoprire come due grandi attori potessero recitare insieme e nel frattempo nascondere e far trasparire la loro storia d’amore, ma sono stata travolta dal rapporto famigliare che lega tutti i personaggi.

Sono stata divisa da questa figlia che guarda un uomo senza controllare il colore della pelle, ma facendosi travolgere dall’istinto, da un uomo che palesa con dolore il dramma che ha vissuto e vuole farsi travolgere dall’amore senza guardare il colore della pelle della donna che ama; divisa da un padre che monolitico in tutte le sue scelte deve scendere a compromessi, ma anzi no, deve accettare che le sue parole diventino atti concreti, perché alla fine le parole non valgono nulla senza i fatti; divisa da una madre che per amore si strapperebbe il cuore che è l’unico organo che vale la pena di tutelare; divisa da una governante vittima lei stessa dei pregiudizi e dalla paura nata dall’amore per una figlioccia.

Questa volta vedere il film mi ha lacerato, perché è troppo facile schierarsi dalla parte della madre (K.H) che parla, come la madre di lui, di sentimenti, di passione, come se la vita si potesse davvero vivere solo di quello; è troppo facile parteggiare per i due innamorati; troppo facile scontrarsi con il padre di lui che rivendica il fatto di aver fatto chilometri con la bisaccia sulle spalle per farlo studiare e che quindi pretendere che questo abbia un peso nella sua vita. Bisogna scontrarsi con il personaggio di Matt Drayton. Tocca farlo nella vita. Me ne sono resa conto. Perché arriva un momento in cui le nostre parole che servono a pontificare, a muovere masse e opinioni, che ci fanno votare un partito oppure l’altro, si scontrano con la realtà e devono diventare fatti. Il personaggio, spinto da amici e parenti, pungolati dalle parole altrui, deve fare il salto e superare l’ipocrisia che rende tutti noi parolai, ma ignavi (non offendetevi, su, a volte lo siamo un po’ tutti, non volendolo anche), deve diventare Uomo e superare il proprio limite. La coerenza è il pregio più difficile da mantenere, il più facile da attaccare.

Alla fine questo film ha parlato a me, nel mio momento della vita, per quanto mi abbia sempre allietato e fatto pensare nel tempo passato. E questo perché? Perché è la differenza fra un classico e un libro/film ben fatto ma passeggero. Il classico parla sempre al lettore, al di là del tempo e dello spazio. Il classico per quante volte lo hai letto dirà sempre una cosa nuova, passerà sempre un messaggio chiaro, illuminante per quel momento particolare della tua vita. Il classico avrà sempre un rapporto particolare con ognuno di noi, presi singolarmente e come umanità. Passa il tempo, rimane giovane, anche se gli abiti e le parole sembra diventare di pietra. Il classico è qualcosa che non dobbiamo mai dimenticare e sotterrare, ma al massimo mettere alla prova e vedere se e cosa ci sta dicendo.

È molto interessante, è molto interessante davvero e divertente, oltretutto vedere un vecchio liberale incallito venire a faccia a faccia con i suoi principi.” Monsignor Mike Ryan