“Minority Report” P.Dick vs S.Spielberg

Con questo post incomincia l’intento di paragonare due sistemi di comunicazione che spesso interagiscono: libro e film. Molto spesso la cinematografia ha preso spunto dai libri non solo in caso di crisi di idee, ma proprio come omaggio e voglia di rendere vivo quello a cui ci si era appassionati. Ovvio che non è pensabile fare una copia pedissequa del romanzo, ma credo che sia fondamentale rispettarne il senso, il valore, l’idea, perché ognuno di noi mette del proprio quando legge (la propria fantasia e le proprie esperienze), pensate quando sono tante teste a collaborare!

Io di partito preso sono dalla parte di colui che ha avuto l’idea che ha scatenato un prodotto. Punto. L’idea è sua, come l’ha concepito è farina del suo sacco e punto. Tutti gli altri sono o dei copiatori o dei mistificatori.

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Premetto che adoro Dick, non tanto, o non solo per la capacità di rendere credibili i suoi mondi futuristici, ma perché spesso l’analisi che fa sull’umanità è disperante, fuoriviante dagli schemi: ci mette sempre in contrasto con il nostro perbenismo e i nostri tranquilli canoni di vita per metterci di fronte alla moralità, anzi alla Moralità con la maiuscola. Parla di amore, rispetto, politica, giustizia, sistema mondiale. Parla dell’uomo e della sua disperazione. Leggo sempre i suoi romanzi con fatica per le prime pagine, poi di volata e mi accorgo di leggere le ultime parti sempre in apnea. Poi rimango stordita e devo scuotermi, perché la riflessione può essere lunga  e dolorosa a volte. Dick è un provocatore, ma non un dissacratore del lettore (non lo vuole mai umiliare. Una cosa conscia? Mah…non glielo si può chiedere).

In questo racconto c’è tutta la riflessione sulla Giustizia e come amministrarla.

Creare un sistema perfetto di prevenzione è ciò che accade nel nostro racconto nel futuro, ma mentre tutto sembra filare liscio, un bug di sistema crea il dubbio in chi lo amministra e deve rivedere tutto. Coinvolto in prima persona il capo della polizia Anderton deve capire cosa sta succedendo, se c’è un complotto ai suoi danni o all’intero sistema e deve entrare nelle viscere del sistema Precrimine.

Mentre nel romanzo tutto si svolge seguendo Anderton e le sue paranoie, in pochi spazi più o meno ristretti e con pochi personaggi, nel film il personaggio diventa il solito figone so tutto Cruise che gioca con mille tecnologie, incontra mille persone (ma non quelle che ci sono nel romanzo) e scopre di essere una pedina e che tutta la sua vita è stata manipolata. Per tutta la visione del film il protagonista mi è stato fastidioso forse per quell’atteggiamento troppo saccente ed esagerato di Cruise che invece stona con il personaggio del romanzo che io ho immaginato più in là nell’età e meno palestrato.

I rapporti fra i personaggi sono tutti sballati, vengono inserite cose che non c’entrano nella vicenda, cose che manipolano la storia. Posso capire che da un racconto (perché tale è) tirare fuori un film di più di 2 ore, implichi fare delle scelte e magari ampliare certe situazioni. Lo comprendo e anzi in certe situazioni è anche corretto: qui è funzionale incrementare la vicenda per far capire come funziona la Precrimine. Però tutta la bazza sui precong è totalmente inventata e soprattutto mistifica tutto il valore che ne ha dato Dick. In più vorrei capire chi ha iniziato con questa visione dei precong (che nel racconto sono messi anche fisicamente diversamente) distesi in una vasca, pelati e biancastri: Battlestar Galattica (dovrei vedere la prima versione del telefilm) o Minority Report, senza contare che credo di averne visto un’altra visione uguale da un’altra parte. Che noia creativa!

Poi c’è veramente troppa tecnologia e questa esagerazione provoca scelte stilistiche e narrative che esulano dalla vicenda originale, rendendola surreale e tristemente comica. Perché? Okkei, a me viene da dire che quel pallone gonfiato di Cruise, invasato come è di tante teorie che non condivido, non solo voglia togliersi di dosso l’immaginario di “Top Gun” (ma che se continua così, sarà sempre più forte la nostalgia per quel film e quelli vicini), ma anche dimostrare quanto sia fico mentre domina la robotica e compagnia danzante. Qualcuno lo faccia scendere dal piedistallo dove si è messo! E’ noioso!

In questo film non riconosco la mano di Spielberg, anche se ammetto che è da un po’ che non lo riconosco. Non c’è il giusto pathos, l’attenzione ai dettagli, la voglia di divertire ma anche di emozionare. E’ un mero compitino con una fotografia dai toni grigio azzurri (come se facendo così si potesse davvero ricreare l’atmosfera del racconto. Ah no! Fa solo figo e prima o poi “dimenticherete Blade Runner”, il quale però rimane nell’immaginario per i suoi colori contrastanti), da una musica abbastanza anonima e da una scenografia scarna e lineare.

Alla fine il confronto è impietoso, anche se il racconto di Dick non è di quelli che più mi ha preso, ma il film è troppo “Mission Impossible” e molto poco stimolante per la meditazione sul problema, e la cosa non mi è piaciuta.

Voto libro: 6 e 1/2

Voto film: 5

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