“Il nostro comune amico” cap. XII

Mortimer Lightwood e Eugenio Wrayburn prendono una casa da scapoli per vivere insieme. La società inglese molto probabilmente vedeva queste convivenze maschili molto tranquillamente, visto che non ho sentore di scandalo per i racconti che Conan Doyle fece sui due coinquilini più famosi di Baker Street.

Poi Dickens, in puro stile british, si lascia andare a una lunga descrizione del tempo inglese alternando un ritmo di disperazione per un cielo color piombo e per le alluvioni, all’ironia delle carte portate dal vento impetuoso e sparse per ogni dove, al sentimento di affezione per quel clima così inclemente. Ci si addentra in quelle sensazioni fredde e inospitali che tanti racconti e film ci hanno inculcato non solo per il periodo storico (ricordiamo che l’inquinamento dovuto alle miniere di carbone e le fabbriche aveva reso Londra molto più grigia e inospitale di ora), ma anche per l’atmosfera.

Intanto i due amici speculano su come dovrebbe vivere su un faro da soli preferendo un isolamento e una monotonia cercata, piuttosto che una imposta dalla società e dalla noia di chi ci circonda.  I due uomini mi sembrano un po’ quei ragazzi della società bene in cui tutto fila liscio, ma che niente hanno davvero potuto ottenere per il loro sforzo, anzi altri hanno deciso per loro; eppure questa loro inattività li rende solo più forti per la posizione che ricoprono e non c’è in loro alcuna voglia di libertà e di scelta. Vivono, fanno, agiscono, ma tutto all’interno di un recinto ben definito da altri, che sia la famiglia in particolare come la società in generale. Giovani ricchi e annoiati?

“In fatto di capacità di annoiarmi” replicò quel degno giovane [cioè Eugenio Wrayburn], “ti assicuro che nessuno è più coerente di me.”

Eppure uno sprazzo di orgoglio nel giovane Eugenio si palesa quando riferisce all’amico che non vuole dare seguito al piano di matrimonio deciso dal padre. Evvai! Ma staremo a vedere…

E come uno spettro vero e proprio entra nella stanza uno strano personaggio strabico, grigio con un cappello di pelo che sembra un animale morto e cerca Mortimer per un giuramento e un “Alfredo David” (che Eugenio traduce in “affidavit”), ma senza presentarsi e tutti lo accolgono proprio come se fosse un’apparizione e non un uomo che si intrufola in una stanza perché la porta è aperta. E quest uomo che appare sembra essere il padrone di casa ed esige (cavoli, esige!) che gli altri si presentino e poi dopo lui spiegherà la sua presenza. Alla fine si presenta anche lui: Roger Riderhood, uomo di fiume. Egli è venuto ad accusare Gaffer (il cui nome vero sembra essere ora Jesse) Hexam dell’omicidio Harmon, ma le sue accuse sono basate solo sul fatto che lui pensa che sia così. Niente prove, anche se, spinto dalle insistenze dei due avvocati, egli dice di aver ricevuto la confessione di Gaffer.

Mamma mia che sensazione di squallore mi da quell’uomo! Pur di guadagnare dei soldi e di mandare alla forca un ex amico ed ex collega di lavoro potrebbe inventare le peggio cose! Ecco la sensazione che mi sta dando.

I due avvocati di fronte a questa palese confessione distorta (essi si rendono conto benissimo che la faccenda della ricompensa rende il racconto un po’ meno veritiero del possibile), decidono comunque di dargli corda e lo seguono fino alla zona del fiume. Arrivati al distretto locale della polizia consegnano all’ispettore la confessione di Roger e decidono sul da farsi.

Per quanto Gaffer non sia il meglio del meglio in questo romanzo, non credo che si meriti questa situazione pesante che sta per cascargli addosso. Vien proprio da dire che “dagli amici mi guardi Iddio che dai nemici mi guardo io”, anche se anche sui secondi sarebbe meglio che Dio ci buttasse un occhio, non si sa mai.

Il capitolo finisce con l’accenno di una partita di calce proveniente da Northfleet. Ma perché il discorso deve sempre cambiare così repentinamente, senza né capo né coda?

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