“Il nostro comune amico” Libro 2, cap. XII

Ci spostiamo nei quartieri dei cantieri navali a seguire le vicende di Rogue Riderhood (ma è quello che ha ingiustamente accusato il padre di Lisetta dell’omicidio del giovano Harmon?), il quale non può nascondere la sua fama di delatore e in tanti lo schifano. Dickens ci sottolinea che se non fosse per la presenza della figlia Piacente (ma che razza di nome è? Ma mio caro traduttore, non potevi scegliere qualcosa di meno assurdo?), il nostro falsone sarebbe già sotto terra… Dickens allora fa il furbo con il nome della povera ragazza, come se non fosse colpa sua (a questo punto mi viene da pensare che anche in inglese sia un nome veramente assurdo). Questo modo di fare degli autori mi è un po’ insopportabile: in fin dei conti essi sono le divinità dei loro libri e dei loro personaggi e fare dell’ironia su situazioni e nomi che loro hanno creato è veramente fuori luogo.  Come discusso anche nella pagina fb di questa lettura collettiva, mi chiedo cosa passasse per la testa a Dickens e se davvero gli piacesse la storia o gli servisse solo per pagare le bollette (io propendo per questa seconda ipotesi).

La giovane Piacente ci viene descritta nel migliore dei modi, ma ha la sfortuna di avere un padre delatore e una madre morta ubriaca, i quali non solo le hanno lasciato un nome assurdo, ma anche un banco di prestiti (io suppongo che sia un po’ un’usuraia…dai aspettiamoci questo aspetto dalla giovane vittima del suo creatore), o meglio il banco lo ha ereditato dalla madre, visto che sembra che solo lei avesse un mestiere riconosciuto. Anche la descrizione fisica (strabica e di indole nervosa) rincara la dose…ma perché?

Anche il carattere della ragazza dimostra un cinismo e una durezza che siamo sicuri, noi lettori, sia frutto della vita che l’ha cresciuta, dove i valori morali sono distorti da opportunismo e bassezze e dove niente di positivo può arrivare a rallegrare la giornata e la vita. Noto con piacere che per ora è un altro bel capitolo emozionante…speriamo che migliori…

E in questo suo mondo di cinismo, durezze (bello il padre che la picchiava…proprio bravo Rogue, questo aspetto gioca a tuo favore, sì sì), ma popolato di marinai e di mare, ella vive la sua vita mischiandosi con il resto degli abitanti del quartiere, finché un giorno appare un uomo sull’uscio della bottega alla ricerca del padre di lei.

Il dialogo fra i due è ricco di misteri, perché l’uomo appare come un marinaio ma ha le mani lisce (e questo incuriosisce la ragazza), dice di conoscere la bottega, di esserci già stato ma di non aver usufruito né della pensione (copertura del negozio) né del deposito, ma di conoscere Rouge ed è necessario che gli parli. L’uomo ha tutti i caratteri per essere un bel personaggio misterioso, ma sono convinta che riusciremo a rovinarlo…La discussione da un primo approccio conoscitivo di entrambi, sul padre di lei dove si trovi, si sposta sulla vita dei marinai e se da quelle parti subiscano furti e delitti. Cosa sta cercando l’ex marinaio? O chi sta cercando?

Rientra il padre con vero fare paterno (le butta in faccia il cappello bagnato, manco fosse un appendiabiti…) e “gentilmente” si rivolge allo straniero. Altrettanto gentile è il dialogo fra i due e nemmeno il vino che Rogue ha preteso buono riesce a cambiare i modi di questo delatore senza scrupoli, mentre l’uomo misterioso misura parole e gesti; solo alla vista del coltello del marinaio, Rogue si lascia andare. Il coltello si scopre essere appartenuto a Giorgio Radfoot, ucciso malamente tempo prima…così come la giacca che l’uomo indossa. Rogue diventa sospettoso, ma alla fine il vino è la sua vera preoccupazione e non esita a provocare lo straniero senza capire se possa essere pericoloso o meno, ma le accuse che egli gli contesta servono alla fine a innervosirlo.

L’uomo misterioso rivela a Rogue di sapere cosa sia successo riguardo al delitto Harmon, ma rifiuta categoricamente non solo di dire cosa sa e cosa ha fatto in base alle sue conoscenze, ma anche di rivelare come faccia ad avere oggetti di Giorgio Radfoot. Tutto ciò manda davvero in bestia il truffaldino, ma la paura della calma e delle accuse dello straniero lo mettono subito a “giudizio”, mostrandosi anche fin troppo ossequioso. L’uomo così viene a sapere quali sono state le azioni di Rogue riguardo le accuse  e la morte di Gaffer e della situazione dei figli del morto.

E così come è entrato in scena, così l’uomo se ne va, non prima di aver minacciato di tornare e di dare a Rogue la parte che gli spetta dalla ricompensa dello svelamento della morte di Gaffer.

Darsena di Genova primo novecento. Foto tratta da questo blog http://hotel-vittoria-genova.blogspot.it/2012_02_19_archive.html

“Il Natale di Poirot” di Agatha Christie

Letto per tempo e finito la vigilia di Natale aspettando l’arrivo dei parenti. Mai sono riuscita a fare una cosa così combinata!

La storia la conoscevo per averla vista mille volte nella versione del film per tv, ma mai avevo letto il libro.  Ammetto che mi mancano molti libri di Agatha Christie anche se ho incominciato a leggerla da ragazzina. La mia normale propensione a centellinare gli autori nel tempo mi porta a trovarli sempre nella mia strada e a doverli leggere come dilatando il tempo: la trovo una ricchezza piuttosto che una lentezza.

Complice la lettura collettiva Cf natalizia (a dicembre non un singolo autore, ma un tema: delitto a Natale) ho trovato doveroso tornare al classico e rilassarmi. La lettura dei classici del giallo mi consente di spegnere il cervello e le eventuali ansie e di godermi l’investigazione pura e semplice.

per la trama: http://it.wikipedia.org/wiki/Il_Natale_di_Poirot

Sapere già come andava a finire mi ha aiutato a capire meglio la scrittura dell’autrice e come rendesse i personaggi in un racconto che si basa tutto sulle apparenze e sulla riconoscenza (in ogni senso). La Christie rivela un senso dell’ironia e dell’autoironia (legata alla sua terra e ai suoi connazionali e non su di lei) che le vale un vero plauso: mentre in altri racconti rimane presente lo stiletto contro l’ipocrisia della sua generazione, qui ci va giù pesante e non salva nessuno. Di certo ambientare un romanzo così violento e vendicativo proprio nei giorni del Natale impone che ci sia un contrasto intenso e lampante. Qui ogni personaggio è l’antitesi dell’altro: dalla misteriosa Pilar, all’esotico Farr; dai fratelli Lee, al loro dispotico e prepotente padre; dalle diverse cognate. E in mezzo a tutti c’è Poirot: serafico, fintamente tonto, gigione, elegante, educato, ma mai disattento e pronto a colpire e rimettere tutti i pezzi a posto quando meno se lo aspettano. E ogni cosa si sovrappone e si incastra all’altra con attenzione e cura e mai forzando il pezzo, conducendo per mano il lettore alla soluzione, mai davvero depistandolo.

Una delle accuse che si fa all’autrice è di nascondere sempre il pezzo centrale del puzzle investigativo e quindi di tenere il lettore lontano dalla soluzione, ma qui non accade, anche se non ci fa rimanere al fianco di Poirot ogni millesimo di secondo, ma lascia cadere gli indizi qua e là, con nonchalance come se la cosa alla fine non la riguardasse.

Poirot poi è qui in splendida forma, anche se è già nella sua fase lenta e attenta della vita e quindi sembra prendere tutto con calma serafica. Stupisce la sua attenzione alle donne di casa, non tanto perché utili alla risoluzione del problema, ma proprio come estimatore del genere femminile. Si sa che Poirot è un estimatore della bellezza e per quanto la sua “madre” lo abbia reso un impenitente scapolo ella sottolinea sempre come egli sia un vero osservatore della moda, della diversità dei caratteri e degli aspetti, eppure a me sembra sempre tutte queste osservazioni siano come degli indicatori e dei selettori per suddividere le persone e non come commenti personali. Qui invece appare l’uomo Poirot senza mai essere fuori dalle righe, anzi dovendosi rapportare con quattro donne dalle diverse caratteristiche.

Agatha Christie
Agatha Christie (Photo credit: Wikipedia)

Libro ben scritto, narrazione scorrevole e sempre molto precisa, ottimo romanzo giallo dove investigazione, mistero e paranormale (delitto che si compie nella stanza chiusa: pletora di opinioni e superstizioni a più non posso) si intersecano benissimo e con leggerezza sottile da ferire e dissanguare.

Tanto tempo era passato dall’ultimo suo romanzo, ma mi ha solo fatto venire voglia di leggerla e rileggerla.

Il telefilm è relativamente fedele al romanzo e pur tagliuzzando qua e là, aggiungendo e togliendo personaggi, non ha stravolto più di tanto il senso e l’assassino è quello, con quella motivazione e via di seguito. Ho visto telefilm più rimaneggiati…

voto: 7 e mezzo.