“Rapporto di minoranza e altri racconti” di P.K. Dick

Una raccolta di 5 racconti a cui la cinematografia in un certo senso ha tratto alcune sue opere. Dico questo perché bisogna ammettere che rendere Dick sul grande schermo non è facile vista la complessità degli argomenti trattati e di tutti i sotto testi presenti anche in un semplice racconto.

Non sopporto le copertine con pezzi di film tratti. Sono fuorvianti.

Dal racconto “Rapporto di minoranza” è stato tratto il film “Minority report” di Spielberg (2002), che ho precedentemente criticato; da “Impostore” il film “Impostor” di G. Fleder (2002); da “Modello due”, “Screamers- Urla dallo spazio” di C. Duguay (1995); da “Ricordiamo per voi”, il film “Atto di forza” di P. Verhoeven (1990) e un altro remake di Len Wiseman (2012); mentre “La formica elettrica” è stato aggiunto per riferimenti al film “Blade Runner” di R. Scott (1982). Alla fine la riproduzione di un’intervista a Dick attorno al film “Blade Runner” tratto da un suo romanzo “Ma gli androidi sognano pecore elettriche?”: un momento molto interessante visto che alla fine è lo stesso autore che blocca ogni possibile polemica fra le due arti (narrativa e cinematografia) sottolineando come le due opere si integrino perfettamente dando una visione diversa e amplia partendo dall’uno o dall’altro. L’entusiasmo dell’autore per il film, il quale divenne una vera icona, ci fa capire come nella sua mente fosse chiaro il servizio che i due autori (lui e Scott) facevano al genere fantascienza.

Come al solito io con Dick ho un rapporto stranissimo.

Avrei voluto trattare questo libro in un modo diverso dal solito, proprio per la sua impostazione, ma la videoteca comunale non mi ha supportato e quindi devo trovare gli altri film in futuro (sperando di ricordarmi i racconti). Quindi la lettura è dovuta scivolare come al solito, facendo solo una piccola pausa fra l’uno e l’altro racconto. Questo perché Dick mi sconvolge sempre. La sua critica della società, la sua visione allucinata e dissacrante del consumismo, la sua paura della guerra distruttiva e apocalittica (sempre presente in tanti libri), sono temi non trattati superficialmente, ma vissuti. Leggerlo per me è un momento di astrazione dal quotidiano e sinceramente mi trovo a finirlo in apnea (e non è un modo di dire).

In questi racconti vi è un comune filo che è la paranoia e il non sapere chi si è.  Androidi che scoprono di esserlo a danno di se stessi, modelli replicanti che si confondono, tranelli che portano alla solitudine della ricerca della verità, bombe umane nascoste fino all’inevitabile: tutti alla fine si chiedono chi sono davvero e se coloro che li attornino siano davvero quelli che sono.

E’ una paranoia, un lungo e complicato discorso di ricerca della verità che mai si confronta con gli altri. E’ l’analisi portata all’estremo della formica elettrica, è la difesa estenuante dell’impostore. Tutto nasce, cresce e si risolve nella mente del protagonista, portando però gli effetti nella vita di tutti.

Sono arrivata alla conclusione di questo libro di racconti chiedendomi che valore abbia davvero l’individuo, corrotto dalle menzogne di chi lo attornia, strumento del potere altrui, vittima di se stesso; non importa se egli sia umano o androide (non replicante come messo in “Blade Runner”, questo lo sottolinea lo stesso Dick nella post fazione: per lui sono androidi), il risultato è lo stesso. Come al solito sono rimasta sconvolta, perché non c’è speranza in Dick, non c’è salvezza, c’è solo la disperazione della scoperta della verità.

Perché leggere questo libro? Bhe, basterebbe solo dire che è di Dick, ma amplio il discorso dicendo di lasciar perdere la visione di parallelo libro- film (anche perché non sono paragonabili, visto anche la pochezza del lavoro che c’è dietro a volte in certe sceneggiature, manipolate per rendere figo l’attore di turno), ma di soffermarsi sulla visione dell’uomo e cercare di capire dove stiamo andando. Perché Dick non è fantascienza “roba da ragazzini” (odioso pregiudizio da spocchiosi dell’intelligenzia italica che manco sa scrivere), ma è profeta della desertificazione dell’uomo, falsificato nel suo interno da forme extra umane (che sono aliene non per nascita di pianeta, ma lo sono moralmente), usato dal potere freddo e cinico.

Voto: 7 e mezzo

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“Minority Report” P.Dick vs S.Spielberg

Con questo post incomincia l’intento di paragonare due sistemi di comunicazione che spesso interagiscono: libro e film. Molto spesso la cinematografia ha preso spunto dai libri non solo in caso di crisi di idee, ma proprio come omaggio e voglia di rendere vivo quello a cui ci si era appassionati. Ovvio che non è pensabile fare una copia pedissequa del romanzo, ma credo che sia fondamentale rispettarne il senso, il valore, l’idea, perché ognuno di noi mette del proprio quando legge (la propria fantasia e le proprie esperienze), pensate quando sono tante teste a collaborare!

Io di partito preso sono dalla parte di colui che ha avuto l’idea che ha scatenato un prodotto. Punto. L’idea è sua, come l’ha concepito è farina del suo sacco e punto. Tutti gli altri sono o dei copiatori o dei mistificatori.

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Premetto che adoro Dick, non tanto, o non solo per la capacità di rendere credibili i suoi mondi futuristici, ma perché spesso l’analisi che fa sull’umanità è disperante, fuoriviante dagli schemi: ci mette sempre in contrasto con il nostro perbenismo e i nostri tranquilli canoni di vita per metterci di fronte alla moralità, anzi alla Moralità con la maiuscola. Parla di amore, rispetto, politica, giustizia, sistema mondiale. Parla dell’uomo e della sua disperazione. Leggo sempre i suoi romanzi con fatica per le prime pagine, poi di volata e mi accorgo di leggere le ultime parti sempre in apnea. Poi rimango stordita e devo scuotermi, perché la riflessione può essere lunga  e dolorosa a volte. Dick è un provocatore, ma non un dissacratore del lettore (non lo vuole mai umiliare. Una cosa conscia? Mah…non glielo si può chiedere).

In questo racconto c’è tutta la riflessione sulla Giustizia e come amministrarla.

Creare un sistema perfetto di prevenzione è ciò che accade nel nostro racconto nel futuro, ma mentre tutto sembra filare liscio, un bug di sistema crea il dubbio in chi lo amministra e deve rivedere tutto. Coinvolto in prima persona il capo della polizia Anderton deve capire cosa sta succedendo, se c’è un complotto ai suoi danni o all’intero sistema e deve entrare nelle viscere del sistema Precrimine.

Mentre nel romanzo tutto si svolge seguendo Anderton e le sue paranoie, in pochi spazi più o meno ristretti e con pochi personaggi, nel film il personaggio diventa il solito figone so tutto Cruise che gioca con mille tecnologie, incontra mille persone (ma non quelle che ci sono nel romanzo) e scopre di essere una pedina e che tutta la sua vita è stata manipolata. Per tutta la visione del film il protagonista mi è stato fastidioso forse per quell’atteggiamento troppo saccente ed esagerato di Cruise che invece stona con il personaggio del romanzo che io ho immaginato più in là nell’età e meno palestrato.

I rapporti fra i personaggi sono tutti sballati, vengono inserite cose che non c’entrano nella vicenda, cose che manipolano la storia. Posso capire che da un racconto (perché tale è) tirare fuori un film di più di 2 ore, implichi fare delle scelte e magari ampliare certe situazioni. Lo comprendo e anzi in certe situazioni è anche corretto: qui è funzionale incrementare la vicenda per far capire come funziona la Precrimine. Però tutta la bazza sui precong è totalmente inventata e soprattutto mistifica tutto il valore che ne ha dato Dick. In più vorrei capire chi ha iniziato con questa visione dei precong (che nel racconto sono messi anche fisicamente diversamente) distesi in una vasca, pelati e biancastri: Battlestar Galattica (dovrei vedere la prima versione del telefilm) o Minority Report, senza contare che credo di averne visto un’altra visione uguale da un’altra parte. Che noia creativa!

Poi c’è veramente troppa tecnologia e questa esagerazione provoca scelte stilistiche e narrative che esulano dalla vicenda originale, rendendola surreale e tristemente comica. Perché? Okkei, a me viene da dire che quel pallone gonfiato di Cruise, invasato come è di tante teorie che non condivido, non solo voglia togliersi di dosso l’immaginario di “Top Gun” (ma che se continua così, sarà sempre più forte la nostalgia per quel film e quelli vicini), ma anche dimostrare quanto sia fico mentre domina la robotica e compagnia danzante. Qualcuno lo faccia scendere dal piedistallo dove si è messo! E’ noioso!

In questo film non riconosco la mano di Spielberg, anche se ammetto che è da un po’ che non lo riconosco. Non c’è il giusto pathos, l’attenzione ai dettagli, la voglia di divertire ma anche di emozionare. E’ un mero compitino con una fotografia dai toni grigio azzurri (come se facendo così si potesse davvero ricreare l’atmosfera del racconto. Ah no! Fa solo figo e prima o poi “dimenticherete Blade Runner”, il quale però rimane nell’immaginario per i suoi colori contrastanti), da una musica abbastanza anonima e da una scenografia scarna e lineare.

Alla fine il confronto è impietoso, anche se il racconto di Dick non è di quelli che più mi ha preso, ma il film è troppo “Mission Impossible” e molto poco stimolante per la meditazione sul problema, e la cosa non mi è piaciuta.

Voto libro: 6 e 1/2

Voto film: 5