6 mesi di fantadistochallenge

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tutte le foto e i commenti li trovate sulla mia pagina instagram

La fantadistochallenge è una lettura collettiva su instagram voluta dal profilo di Sonosololibri, ( se cliccate sul nome andati dritti dritti al suo bel blog), partita a settembre 2019 e si concluderà nell’agosto 2020. E’ una lettura collettiva tematica, dove ognuno può scegliere di leggere il libro che preferisce basta che si attenga al tema indicato.

 

 

 

Ecco i temi

settembre: un classico distopico con regime dittatoriale
ottobre: un distopico/fantascientifico che tratti di alieni o mutanti
novembre: un distopico/fantascientifico scritto fra il 1860 e il 1960
dicembre: un distopico scritto da una donna
gennaio: un post apocalittico
febbraio: un libro che tratti terrestri su un altro pianeta
marzo: un distopico/fantascientifico che tratti di robots/alieni
aprile: un distopico/fantascientifico ambientato nel nostro secolo
maggio: un distopico/fantascientifico scritto da un italiano/a
giugno: un ucronico
luglio: un distopico/fantascientifico con protagonisti bambini/adolescenti
agosto: un distopico/fantascientifico russo
Bonus: un distopico/fantascientifico che tratti di droghe

Ho preso l’occasione al volo per poter leggere una serie di libri il cui genere mi stava iniziando ad appassionare e anche poter conoscere una bookblogger con molta passione anche nerd.

Che cosa ho “imparato” da questi 6 mesi? Beh si impara sempre qualcosa ma alla fine leggere è “solo” leggere, anche se la fantascienza è un genere che obbliga a pensare quasi quanto un saggio sociologico: anticipa molti dei temi di medicina, scienza, sociobiologia, antropologia che il tempo ha dimostrato che l’uomo deve affrontare anche se ancora non abbiamo robot e non facciamo viaggi interstellari.

Settembre: “Qui non è possibile” di Sinclair Lewis.

La mia recensione sul mio blog la trovate qua.

Scritto nel 1935 e pubblicato in Italia in piena guerra, è un classico della distopia dittatoriale, ambientanto in America dove si assiste alla veloce scalata alla Casa Bianca del senatore Buzz Windrip e all’instaurazione di un regime dittatoriale e segregazionista e alla nascita, in contemporanea, di un sistema di resistenza e di patrioti. Un libro molto lento da leggere, ma molto interessante che in tanti hanno accostato alla scalata di Donald Trum alla presidenza americana. Credo che sia un po’ tirata per i capelli, anche se sicuramente sia il libro che la realtà sottolineano come dalla crisi della politica possa nascere una “non politica” dal pugno duro, convinta che con l’autoritarismo di risolvere i problemi e silenziare le differenze. Per fortuna la realtà ci sta dimostrando come, per ora, funzionino ancora gli anticorpi democratici che impediscono la veloce instaurazione di una dittatura. Altra cosa differente è che nel libro il presidente è un democratico e non un repubblicano come Trump. Vogliamo leggervi qualcosa? Senza scendere nella politologia da 4 blog che ognuno si sente in dover di spargere al web, credo che dovremmo comprendere che la nascita dei totalitarismi ha molti padri e madri e può evolversi in qualsiasi nido politico, soprattutto quando si è convinti al 100% della bontà delle proprie azioni e della totale negatività del nemico (non più avversario) politico: nel momento in cui non c’è più seria autocritica, ma solo una lotta lì nasce il totalitarismo di qualsiasi colore.

Proprio per quel motivo mi ha sorpreso che fosse stato scritto fra le due guerre, in un periodo molto delicato politicamente, e che in Italia fossero riusciti a pubblicarlo durante la II guerra mondiale. Mi piacerebbe trovare i dati di vendita e come venne accolto e con quali provocazioni letterarie e politiche. Alla fine in Europa stavano vivendo quello che era stato “profetizzato” (anche se le citazioni al nazismo sono chiare nel libro) qualche anno prima.

Ottobre: “Follia per sette clan” di P.K. Dick

Qui la mia recensione completa.

Cosa mi ha colpito? Sicuramente la modalità in cui vengono trattati e proposti i disturbi mentali umani e come alla fine Dick, forse in modo sornione, ci dica che nessuno di noi può scappare a una diagnosi e a una condanna dal mondo “normale”. In effetti dovremmo comprendere come essere “alieni” è qualcosa di molto terrestre, in quanto altro da me e come la malattia mentale possa alienare, ossia allontanare, un essere umano da tutto il resto dell’umanità condannandola a una lunga e recidiva condanna a un ergastolo sociale e medico a volte infinita e dolorosa.

Novembre: “Il giorno dei trifidi” di John Wyndham

La distopia è quel genere che pone il lettore di fronte all’inevitabile sconfitta del genere umano, in perenne lotta contro qualcosa o qualcuno in un mondo che sembra non aver più una ragion d’essere. Capisco che sia un po’ semplicistico, ma di per sè il genere non porta speranza anzi forse guardando nel vaso della Pandora letteraria anche quella è scappata. In questo romanzo, con elementi un po’ distaccati fra loro, mi sono trovata a seguire le vicende dei protagonisti con ineluttabile pigrizia, chiedendomi come fosse possibile ricostruire il mondo.

E qui devo aprire una parentesi e dire che come rievocatrice quando leggo un distopico rimango sembre un po’ arrabbiata, in quanto è vero che l’essere umano medio, oramai abituato ad aprire il portafoglio e comprare cose, non è più in grado di fare da solo qualcosa, ma al mondo esistono ed esisteranno artigiani in grado di plasmare la materia e farci saltar fuori un tavolo come una stoffa. Ragiono come rievocatrice, perché io nella mia imbranataggine sono riuscita a imparare i rudimenti della tessitura pur non essendo un’artigiana: il sapere è a nostra disposizione se vogliamo apprenderlo e non c’è nulla di misterico nell’usare le mani. Invece quello che detesto è che cade un meteorite? scoppia una guerra nucleare? e tutti imbravvisamente diventano inabili a tutto e manco un tea sanno farsi.

Dicembre: “Il mondo della foresta” di Ursula K. Le Guin

Un romanzo breve o un racconto lungo che mi ha colpito per quella che io ho visto una critica al colonialismo e alle sue brutture e ai tentativi di manipolazione e distruzione dell’altro. In un mondo dove l’equilibrio fra natura e popolazione vivente si basa sul rispetto e interscambio, l’entrata a gamba tesa degli umani in carenza di cibo e zone verdi da disboscare porta davvero lo stravolgimento totale costringendo gli indigeni a trasformare anche la propria natura pacifica per difendersi. Il colonialismo terrestre è stato uno dei momenti più distruttivi per le altre popolazioni umane, creando fenomeni distrorsivi quali lo schiavismo e la difesa per legge degli abusi; come la non salvaguardia degli ecosistemi sia una delle cause di sconvolgimenti e conflitti, ma nessuno vuole davvero affrontare la problematica.

Chi mi ha prestato questo libro mi ha messo la pulce nell’oreccho che questo romanzo possa essere stato usato come base per la scenggiatura di “Avatar”. Ne sapete qualcosa? In effetti gli elementi ci sono tutti, anche se i dettagli cambiano.

Gennaio: “La strada” di Cormac McCarthy

Aspettavo l’occasione per leggere questo libro da tanti osannato e temuto a tal punto che mi ero fatta un’altra idea e forse questo mi ha manipolato la lettura. Come sopra, per la distopia, il fatto che anche nel post apocalittico tutti abbiano perso qualsiasi conoscenza materiale mi manda in bestia e qui i due protagonisti, o meglio il padre è proprio uno sconfitto anche da sè stesso: incapace di costruire sapere e di condividerlo e passarlo al figlio, condanna entrambi alla morte certa, soprattutto mentalmente inerte. Il lungo cammino che fanno verso condizioni di vita migliori, in un mondo silenzioso e autodistrutto, porta entrambi a inutili discorsi che non costruiscono nulla. Come è possibile che non ci sia almeno il desiderio inconscio di permettere la continuità della specie? Forse questa sensazione, che io ho trovato fastidiosa e deludente, è il punto focale che porta i lettori a vederlo come un dramma da lacrime e struggimento. A me ha fatto solo una gran rabbia. Forse nel mio personale vaso di Pandora, malgrado tutto, c’è la speranza in fodno e la voglio conservare.

Febbraio: “3 per la vecchia luna” R. Jones, H.B Fyfe e F. Leiber

Tre racconti sul nostro unico satellite e tre modi di vedere la luna e di rapportarsi a lei: il primo divertente in piena idea espansionistica e di conquista dell’universo, il secondo drammatico dove quell’idea si scontra con la difficoltà dell’esplorazione e il terzo in chiave weird dove la luna non è più dalla nostra parte come alleata ma anzi ci incute e dimostra terrore.

La luna è e rimarrà il nostro orizzonte spaziale più vicino e nello stesso tempo quello che maggiormente influisce le nostre vite anche in condizioni molto personali e quindi ci può incutere terrore. Eppure lei finché rimarrà al suo posto ci consentirà una vita sulla Terra equilibrata e stagionale e questo alla fine ci dovrebbe rassicurare e ringraziarla.

Ecco, questi sono i 6 libri iniziali della lettura collettiva. Ho già iniziato a leggere i libri di marzo e saranno due, solo perché il primo per quanto bella alla fine era un racconto e mi son sentita un po’ in colpa a leggere robine piccole. In più, in questo momento di pausa forzata per Coronavirsu, eggià, non ho voglia di farmi abbattere dalle brutte notizie e voglio riuscire a sfruttare al meglio il tempo, anche leggendo qualcosa di più sostanzioso. Ringrazio pubblicamente la metro di Roma per permettermi di stare al passo con le letture della fantadistochallenge portandomi ogni mattina al lavoro e riportandomi a casa alla fine.

“Follie per sette clan” di P. K. Dick

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dal sito della Fanucci il link al libro

Cosa succederebbe se la luna Alfa III L2, ex ospedale psichiatrico terrestre, diventasse terreno di conquista o riconquista da parte dei terrestri e degli alfaniani, ma nessuno volesse dirlo espressamente, anzi?

Questo è il cardine attorno al quale ruotano almeno due vicende: quella degli abitanti della luna e quella personale di Chuck Rittersdorf marito, anzi oramai ex marito della consulente matrimoniale e psicologa andata volontaria sulla luna per iniziare un progetto di controllo e terapia sugli abitanti. Questi due filoni si incroceranno violentemente proprio sulla luna Alfa III L2, dove da un lato i sette clan, ossia le sette divisioni dei pazienti mentali, si chiederanno come resistere e rimanere indipendenti, combattento fisicamente la nuova invasione terrestre e dall’altro Chuck, nel tentativo di esistere (molto diverso dal resistere) come individuo e, cercando di far valere se stesso o rivendicare qualcosa, dovrà fare i conti con la moglie.

Chuck Rittersdorf è un personaggio perdente, sballottato dagli eventi e dalle decisioni altrui, con una moglie impositiva che per il suo bene (ovviamente suo bene è tutto molto personale e discutibile) vorrebbe fargli fare una carriera diversa dalle sue decisioni; con un lavoro senza vere prospettive di realizzazione personale (una sorta di “tu dimmi quello che devo scrivere e io lo scrivo”), dove i suoi superiori ne sfruttano le capacità tranne poi mollarlo nel momento più nero. E in aggiunta a tutto ciò, come se non bastasse, i suoi nuovi vicini di casa sono una muffa gelatinosa che legge nella mente e che lo costringe a prendere scelte per la vita lavorativa e non solo, e una consulente Psi (ovvero con poteri psionici) della polizia. Chuck sembra una vera e propria pallina da ping pong sballottata dagli eventi, usata dai personaggi più particolari per risolvere questioni, buttato in una mischia ben più grande di lui, dove gli interessi planetari vanno a sovrastare quelli personali. Per chiunque avesse letto la biografia di Dick scritta da Carrere “Io sono vivo, voi siete morti” si possono riscontrare tratti comuni fra Chuck e Dick stesso, con la sua difficoltà di mantenere i rapporti personali con le proprie mogli (quasi tutte con caratteri e personalità strutturate o indipendenti e per questo poco inclini a sopportare fino all’esagerazione alle paranoie e difficoltà dello scrittore), con tratti di paranoia nei confronti di chi detiene il potere e la gestione delle comunicazioni (non a caso usa l’acronimo CIA per l’ente per cui lavora il protagonista), incapacità di prendere di petto la propria vita e trovare un modo per rimetterla in piedi. La grande differenza, a mio parere, sta nella conclusione del romanzo e con la decisione del protagonista nei confronti della moglie.

La parte più “originale” a mio parere è la costruzione della luna con i sette clan divisi e organizzati come le caste indiane, dove la malattia mentale ha sviluppato veri e propri tratti distintivi ben riconoscibili, ma propositivi per la sopravvivenza del pianeta: l’interazione viene lasciata ai margini e ben organizzata secondo le diverse attitudini e una specie di consiglio di “saggi” si riunisce per la gestione delle situazioni d’emergenza. La particolarità di questo aspetto del romanzo è il crescente svelamento di chi sono gli abitanti di Alfa III, anche se dall’inizio la definizione di ex ospedale psichiatrico terrestre la dice lunga di come la Terra un tempo prese la decisione di “epurare” la propria popolazione e allontanare chi fosse “difettoso”, salvo poi dimenticarsene e lasciarli al loro destino. E il loro destino lo hanno forgiato, costruendo società differenti basate sui diversi problemi mentali più comuni (paranoia, schizzofrenia, depressione, ossessivo-compulsivo etc.), con al centro una città denominata in base a personaggi famosi ritenuti malati di quel determinato disturbo (es. i Para vivono a Adolfville da Adolf Hitler, considerato un paranoico per eccellenza). Non è chiaro se ci sia un qualche tipo di valutazione esterna per le generazioni successive all’abbandono terrestre per determinare le appartenenze alle classi, ma quello che viene a leggersi è che non c’è più la considerazione di una malattia, ma l’appartenenza a una “specie eletta”, una sorta di caratteristica dominante che specializza l’individuo rendendolo a suo modo speciale e inquadrabile. Poi da questa schematizzazione escono i “santi” ovvero persone con capacità extra clan che riusciranno attraverso le visioni e una sorta di dominio sullo spazio a impedire la riconquista terrestre. Questo è l’aspetto più mistico tipico della fantascienza di Dick, dove a personaggi perdenti si aggiungono personaggi con doti talmente superiori da non esserne quasi in grado di comprenderne il potere: i nostri tre santi, apparteneneti a tre clan diversi, sono come usati dai loro stessi poteri più che dominarli, diventando strumento per la salvezza della luna e mai esercitando altro potere all’interno del consiglio dei sette clan. Alla fine, ancora una volta, Dick sembra voler sottolineare la fragilità di determinati individui, il peso che portano e anche, allo stesso tempo, il distacco che attuano nei confronti della società in cui agiscono.

Voto: 7 e mezzo. Per una volta non ho letto il romanzo in apnea, ma mi sono fatta trascinare dalla scorrevolezza dello stile, senza troppe domande sulle forzature di trama (dovute al dover “usare” il protagonista come unico polo narrante della vicenda) o sul fatto che sarebbe stato interessante leggere maggiormente la parte dedicata ad Alfa III e ai suoi abitanti.

Consigliato: prima di tutto a coloro che hanno o stanno partecipando alla challenge su instagram fatta da @sonosololibri dedicata alla distopia o fantascienza con il tema di ottobre sugli “alieni e mutanti”. Secondariamente a chi fosse appassionato del tema della malattia mentale nella fantascienza, senza doversi leggere un trattato scientifico, con una trattazione molto particolare e in qualche modo edificante. Terzo per chi volesse leggere una storia d’amore, perché il romanzo secondo me è anche questo, dove l’amore o il rapporto amoroso non è solo una semplice attrazione, ma la conseguenza di azioni e reazioni finché uno dei due prende una decisione anche difficile, ma ponderata. É strano parlare d’amore in un romanzo di Dick, almeno secondo me, perché per quanto in molti suoi romanzi ci siano uomini e donne che instaurano qualche tipo di relazione, spesso in momenti di difficoltà, qui in qualche modo si sviscera il rapporto matrimoniale alla sua fine, con tutte le conseguenze possibili legate al divorzio e alla distruzione di quel rapporto. Per chi volesse leggere un romanzo di Dick scorrevole, piacevole e con pochi salti di stile.

Link da leggere:

Da Andromeda Rivista di Fantascienza, link sulla recensione del libro

Per conoscere meglio il lavoro dell’artista della copertina (a mio modesto parere molto interessante e provocatoria), Antonello Silverini, link al suo sito

 Scheda tecnica

Titolo originale “Clans of the Alphane Moon”

traduttore Paolo Prezzavento

introduzione di Carlo Pagetti

postfazione di Oriana Palusci

anno di pubblicazione 1968

casa editrice Fanucci Editore

stampato 2005, Printed in Italy

copertina illustrazione di © Antonello Silverini

progetto grafico di Grafica Effe

pagine 246

prezzo €14,00

 

“Rapporto di minoranza e altri racconti” di P.K. Dick

Una raccolta di 5 racconti a cui la cinematografia in un certo senso ha tratto alcune sue opere. Dico questo perché bisogna ammettere che rendere Dick sul grande schermo non è facile vista la complessità degli argomenti trattati e di tutti i sotto testi presenti anche in un semplice racconto.

Non sopporto le copertine con pezzi di film tratti. Sono fuorvianti.

Dal racconto “Rapporto di minoranza” è stato tratto il film “Minority report” di Spielberg (2002), che ho precedentemente criticato; da “Impostore” il film “Impostor” di G. Fleder (2002); da “Modello due”, “Screamers- Urla dallo spazio” di C. Duguay (1995); da “Ricordiamo per voi”, il film “Atto di forza” di P. Verhoeven (1990) e un altro remake di Len Wiseman (2012); mentre “La formica elettrica” è stato aggiunto per riferimenti al film “Blade Runner” di R. Scott (1982). Alla fine la riproduzione di un’intervista a Dick attorno al film “Blade Runner” tratto da un suo romanzo “Ma gli androidi sognano pecore elettriche?”: un momento molto interessante visto che alla fine è lo stesso autore che blocca ogni possibile polemica fra le due arti (narrativa e cinematografia) sottolineando come le due opere si integrino perfettamente dando una visione diversa e amplia partendo dall’uno o dall’altro. L’entusiasmo dell’autore per il film, il quale divenne una vera icona, ci fa capire come nella sua mente fosse chiaro il servizio che i due autori (lui e Scott) facevano al genere fantascienza.

Come al solito io con Dick ho un rapporto stranissimo.

Avrei voluto trattare questo libro in un modo diverso dal solito, proprio per la sua impostazione, ma la videoteca comunale non mi ha supportato e quindi devo trovare gli altri film in futuro (sperando di ricordarmi i racconti). Quindi la lettura è dovuta scivolare come al solito, facendo solo una piccola pausa fra l’uno e l’altro racconto. Questo perché Dick mi sconvolge sempre. La sua critica della società, la sua visione allucinata e dissacrante del consumismo, la sua paura della guerra distruttiva e apocalittica (sempre presente in tanti libri), sono temi non trattati superficialmente, ma vissuti. Leggerlo per me è un momento di astrazione dal quotidiano e sinceramente mi trovo a finirlo in apnea (e non è un modo di dire).

In questi racconti vi è un comune filo che è la paranoia e il non sapere chi si è.  Androidi che scoprono di esserlo a danno di se stessi, modelli replicanti che si confondono, tranelli che portano alla solitudine della ricerca della verità, bombe umane nascoste fino all’inevitabile: tutti alla fine si chiedono chi sono davvero e se coloro che li attornino siano davvero quelli che sono.

E’ una paranoia, un lungo e complicato discorso di ricerca della verità che mai si confronta con gli altri. E’ l’analisi portata all’estremo della formica elettrica, è la difesa estenuante dell’impostore. Tutto nasce, cresce e si risolve nella mente del protagonista, portando però gli effetti nella vita di tutti.

Sono arrivata alla conclusione di questo libro di racconti chiedendomi che valore abbia davvero l’individuo, corrotto dalle menzogne di chi lo attornia, strumento del potere altrui, vittima di se stesso; non importa se egli sia umano o androide (non replicante come messo in “Blade Runner”, questo lo sottolinea lo stesso Dick nella post fazione: per lui sono androidi), il risultato è lo stesso. Come al solito sono rimasta sconvolta, perché non c’è speranza in Dick, non c’è salvezza, c’è solo la disperazione della scoperta della verità.

Perché leggere questo libro? Bhe, basterebbe solo dire che è di Dick, ma amplio il discorso dicendo di lasciar perdere la visione di parallelo libro- film (anche perché non sono paragonabili, visto anche la pochezza del lavoro che c’è dietro a volte in certe sceneggiature, manipolate per rendere figo l’attore di turno), ma di soffermarsi sulla visione dell’uomo e cercare di capire dove stiamo andando. Perché Dick non è fantascienza “roba da ragazzini” (odioso pregiudizio da spocchiosi dell’intelligenzia italica che manco sa scrivere), ma è profeta della desertificazione dell’uomo, falsificato nel suo interno da forme extra umane (che sono aliene non per nascita di pianeta, ma lo sono moralmente), usato dal potere freddo e cinico.

Voto: 7 e mezzo

“Minority Report” P.Dick vs S.Spielberg

Con questo post incomincia l’intento di paragonare due sistemi di comunicazione che spesso interagiscono: libro e film. Molto spesso la cinematografia ha preso spunto dai libri non solo in caso di crisi di idee, ma proprio come omaggio e voglia di rendere vivo quello a cui ci si era appassionati. Ovvio che non è pensabile fare una copia pedissequa del romanzo, ma credo che sia fondamentale rispettarne il senso, il valore, l’idea, perché ognuno di noi mette del proprio quando legge (la propria fantasia e le proprie esperienze), pensate quando sono tante teste a collaborare!

Io di partito preso sono dalla parte di colui che ha avuto l’idea che ha scatenato un prodotto. Punto. L’idea è sua, come l’ha concepito è farina del suo sacco e punto. Tutti gli altri sono o dei copiatori o dei mistificatori.

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Premetto che adoro Dick, non tanto, o non solo per la capacità di rendere credibili i suoi mondi futuristici, ma perché spesso l’analisi che fa sull’umanità è disperante, fuoriviante dagli schemi: ci mette sempre in contrasto con il nostro perbenismo e i nostri tranquilli canoni di vita per metterci di fronte alla moralità, anzi alla Moralità con la maiuscola. Parla di amore, rispetto, politica, giustizia, sistema mondiale. Parla dell’uomo e della sua disperazione. Leggo sempre i suoi romanzi con fatica per le prime pagine, poi di volata e mi accorgo di leggere le ultime parti sempre in apnea. Poi rimango stordita e devo scuotermi, perché la riflessione può essere lunga  e dolorosa a volte. Dick è un provocatore, ma non un dissacratore del lettore (non lo vuole mai umiliare. Una cosa conscia? Mah…non glielo si può chiedere).

In questo racconto c’è tutta la riflessione sulla Giustizia e come amministrarla.

Creare un sistema perfetto di prevenzione è ciò che accade nel nostro racconto nel futuro, ma mentre tutto sembra filare liscio, un bug di sistema crea il dubbio in chi lo amministra e deve rivedere tutto. Coinvolto in prima persona il capo della polizia Anderton deve capire cosa sta succedendo, se c’è un complotto ai suoi danni o all’intero sistema e deve entrare nelle viscere del sistema Precrimine.

Mentre nel romanzo tutto si svolge seguendo Anderton e le sue paranoie, in pochi spazi più o meno ristretti e con pochi personaggi, nel film il personaggio diventa il solito figone so tutto Cruise che gioca con mille tecnologie, incontra mille persone (ma non quelle che ci sono nel romanzo) e scopre di essere una pedina e che tutta la sua vita è stata manipolata. Per tutta la visione del film il protagonista mi è stato fastidioso forse per quell’atteggiamento troppo saccente ed esagerato di Cruise che invece stona con il personaggio del romanzo che io ho immaginato più in là nell’età e meno palestrato.

I rapporti fra i personaggi sono tutti sballati, vengono inserite cose che non c’entrano nella vicenda, cose che manipolano la storia. Posso capire che da un racconto (perché tale è) tirare fuori un film di più di 2 ore, implichi fare delle scelte e magari ampliare certe situazioni. Lo comprendo e anzi in certe situazioni è anche corretto: qui è funzionale incrementare la vicenda per far capire come funziona la Precrimine. Però tutta la bazza sui precong è totalmente inventata e soprattutto mistifica tutto il valore che ne ha dato Dick. In più vorrei capire chi ha iniziato con questa visione dei precong (che nel racconto sono messi anche fisicamente diversamente) distesi in una vasca, pelati e biancastri: Battlestar Galattica (dovrei vedere la prima versione del telefilm) o Minority Report, senza contare che credo di averne visto un’altra visione uguale da un’altra parte. Che noia creativa!

Poi c’è veramente troppa tecnologia e questa esagerazione provoca scelte stilistiche e narrative che esulano dalla vicenda originale, rendendola surreale e tristemente comica. Perché? Okkei, a me viene da dire che quel pallone gonfiato di Cruise, invasato come è di tante teorie che non condivido, non solo voglia togliersi di dosso l’immaginario di “Top Gun” (ma che se continua così, sarà sempre più forte la nostalgia per quel film e quelli vicini), ma anche dimostrare quanto sia fico mentre domina la robotica e compagnia danzante. Qualcuno lo faccia scendere dal piedistallo dove si è messo! E’ noioso!

In questo film non riconosco la mano di Spielberg, anche se ammetto che è da un po’ che non lo riconosco. Non c’è il giusto pathos, l’attenzione ai dettagli, la voglia di divertire ma anche di emozionare. E’ un mero compitino con una fotografia dai toni grigio azzurri (come se facendo così si potesse davvero ricreare l’atmosfera del racconto. Ah no! Fa solo figo e prima o poi “dimenticherete Blade Runner”, il quale però rimane nell’immaginario per i suoi colori contrastanti), da una musica abbastanza anonima e da una scenografia scarna e lineare.

Alla fine il confronto è impietoso, anche se il racconto di Dick non è di quelli che più mi ha preso, ma il film è troppo “Mission Impossible” e molto poco stimolante per la meditazione sul problema, e la cosa non mi è piaciuta.

Voto libro: 6 e 1/2

Voto film: 5