“La famiglia Karnowski” di Israel J. Singer

Avrei dovuto partecipare con questo libro al mio primo incontro di lettori organizzato dal “Mansfield Park Book Club“, ma purtroppo la stagione rievocativa mi ha impedito di arrivare a compimento di questo libro e di poterlo discutere con elementi sufficienti. Come potreste notare sono arrivata in ritardo di un mese…

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Comunque sia, parliamo di questo romanzo che mi ha davvero sconvolto e commosso. Come detto per l’altro libro di Singer, “Yoshe Kalb”, sono rimasta stupita da quanto una “semplice storia di famiglia” potesse prendermi ed emozionarmi come questa. In fin dei conti però è chiaro perché tutto questo scombussolamento: la storia di una famiglia ebrea in Germania da prima della prima guerra mondiale alla fuga in America per le persecuzioni naziste non è una semplice storia. Di sicuro aver letto prima “Giustizia non vendetta” di Wiesenthal mi ha aperto gli occhi di fronte a un fenomeno molto difficile da comprendere sulla storia ebraica e dell’antisemitismo: l’incomprensione, la non accettazione, l’essere considerato un corpo estraneo in una società che è tutt’altro che estranea.

La storia raccontata per via maschile da nonno a padre a nipote, con un evolversi della comprensione dell’essere se stessi come elemento continuativo di una famiglia o di un popolo; dell’accettazione (appunto) di essere ebrei anche non volendo o non potendo dimostrarlo; la tranquillità di essere se stessi al di là di un’etichetta. Troppe cose, davvero troppe. Quando si inizia a leggere la storia del patriarca David come una rivalsa di fronte alla chiusura di certi ambienti chiusi ebraici, dove la libertà passa attraverso la Parola che si fa Filosofia, diventa fortezza e riconoscimento, ci si trova di fronte a un uomo che insegna che si deve essere “tedeschi fuori casa ed ebrei in casa”, non capendo che così facendo si crea una forte frattura nelle generazioni future. Quest’uomo monolitico, instancabilmente ligio al dovere sembra rappresentare la solidità del suo popolo e la caparbietà nel voler emergere, compie la sua parabola umana in modo inesorabile, ma senza mai perdere il suo essere: ammorbidisce i toni, lo sguardo di fronte alle vere problematiche della vita, diventando quel padre o nonno su cui affidarsi.

Georg è il frutto dell’insegnamento paterno di liberazione dai vecchi schemi religiosi: è il tedesco che pretende tutto, instancabile a cercare la libertà a voler godere quello che pensa che gli spetti, ma è anche colui che attraverso la guerra (la prima appunto) trova la sua ragione di operare (come medico) e nell’accettazione della comprensione del fare, capisce come eccellere. Da scapestrato ebbro di libertà, diventa quel solido uomo che il padre David si aspettava che diventasse. E proprio perché così solido, così tranquillo di sè, così “moderno”, trova naturale sposare una cristiana, mettere su famiglia e diventare uno dei più importanti ginecologi del suo tempo.

Jegor è il frutto malato di questa famiglia. Il giovane che non comprende le differenze, che non capisce cosa sia un ebreo (lui nella sua testa non lo è), che vive il conflitto del vivere fra due culture, che vuole essere tedesco anzi ariano: la mente corrotta da uno zio futuro nazista, il bimbo viziato da un amore debole (nessuno si impone, nessuno spiega, nessuno fa capire, nessuno è diretto chiaro maturo con Jegor in nessun momento, tranne lo zio e questo provocherà grandi problemi). La degenerazione sembra una cosa esterna a tutto questo modo di essere ebrei, ma diventa più comprensibile proprio leggendo le testimonianze di chi visse durante le due guerre e vide il mutamento interno alla Germania: quanti furono gli ebrei che aderirono al primo nazismo? Più di quello che si possa pensare. Jegor è quel frutto: il frutto di una società corrotta nel suo midollo per non capire i germi non solo del nazismo, ma della distruzione dell’essere umano sotto qualsiasi forma; è il frutto della debolezza in cui si lasciarono i giovani crescere, con la convinzione che privarli delle fatiche fosse un loro diritto. Eppure è una figura tragica, che smuove compassione (anche se a me prudono le mani), ma molto lontana dal concetto di eroe tragico antico. Colui che non ha redenzione, come una colpa che si insinua nella mente di chi pensa al popolo ebraico e lo guarda attraverso una lente d’ingrandimento.

Un libro che dovrebbe essere obbligatorio alle scuole, molto più che altri, per il semplice fatto che è un occhio lucido e chiaro sulla metamorfosi sociale degli ebrei in Europa, sulla nascita di fenomeni estremisti, sulla difficoltà di discernere e di separare. Singer non nasconde nulla, anche se non calca mai la mano nè sul vittimismo o sulla violenza: lascia al lettore consapevole di riempire i buchi di narrazione con le nozioni che sa; non da sconti a nessuno dei suoi personaggi, forse convinto che ognuno di essi abbia un messaggio chiaro da divulgare.

Una scrittura chiara, lineare, essenziale, per un messaggio che non merita fraintendimenti.

Voto: 8

Scheda tecnica:

anno di pubblicazione: 1943

titolo originale: Di mispohe Karnovski

traduzione di Martina Rinaldi e David Sacerdoti

casa editrice Newton&Compton

finito di stampare gennaio 2015 presso Puntoweb s.r.l., Ariccia (Roma)

copertina: illustrazione di © Mikel Casal

progetto grafico: Alessandra Sabatini

pagine 413

“Yoshe Kalb” di Israel J. Singer

Mi sono avvicinata a questo libro con un misto di sentimenti da lettore che raramente mi prendono tutti insieme: curiosità, istinto e avversione alla narrativa. La mia avversione alla narrativa mi è nota da sempre e forse qualcosa avete potuto vedere anche voi: non la capisco o forse non riesco a connettermi con una storica che spesso non è altro che un episodio della vicenda e non è detto che abbia capo e coda. In narrativa le cose succedono, punto. In un giallo le cose succedono perché; nel fantasy invece per fare qualcosa; e così via: la narrativa di genere ha un fine (per me ovviamente), mentre quella semplice no. Cosa mi ha convinto a prendere questo libro allora? Il mio interesse per la cultura ebraica. Non c’entra niente la politica, la religione o i vari conflitti nel mondo; il mio interesse per la cultura ebraica viene da quello per la Storia, per la cultura in generale e in particolare per le multiformi intersezioni fra i popoli in Europa: più studio e meno sono convinta che siamo un unicum monolitico per dna, religione, cibo, cultura, interessi, ma siamo il continuo prodotto di cose e persone che non sempre si intersecano. Cammino in punta di piedi a cercare di capire una cultura che ritengo vicina alla mia, ma profondamente distante; ci giro attorno senza avere la pretesa di aver capito qualcosa; mi siedo ad ascoltare per capire meglio e vedere cosa capisco di quello che mi attornia.

http://www.newtoncompton.com/autore/israel-joshua-singer
http://www.newtoncompton.com/autore/israel-joshua-singer

Torniamo al libro. Prima di tutto mi ha colpito la copertina: dalla Newton Compton subisco il fascino infantile delle copertine tipo caricatura, molto colorate, esagerate. La scelta può non piacere a tutti, ma sinceramente in un mondo editoriale che snobba la diversità e il lavoro degli illustratori per preferire quello delle immagini patinate tutte uguali, questa scelta risulta un unicum e come tale va segnalato positivamente.
La storia gira attorno al giovane Nahum sposo giovane della figlia del rabbino Melech: questo ragazzo sradicato dalla sua comunità religiosa e dalla sua famiglia entra in un’altra comunità, coi suoi riti e particolarità, incapace di adattarsi fino in fondo fino alla fuga. Potrebbe sembrare il banale racconto di un ragazzino viziato di fronte alla fatica del mondo e del matrimonio e invece è la storia di un ragazzo ebreo, amante della parola, innamorato della Legge, che fatica a fare i conti con le passioni e la sua umanità, fino a quando cadendo nel peccato, sfruttando l’occasione si lascia alle spalle tutte le speranze e tutti i doveri che altri gli hanno imposto. Questa fuga non è altro che un altro passo nell’impossibilità di essere lasciato in pace con se stessi, nel dover stare alle aspettative altrui, nel doversi piegare alle decisioni di altri.

Nahum non è sposo, non è amante, non è figlio, non è genero, perché egli stesso in se stesso non riesce a riconoscersi in nessuna di queste categorie e quindi non prova emozioni vere. Quando “rinasce” come lo stolto Yoshe Kalb non trova la pace che cerca, il senso di accoglienza che forse desidera: è il mendicante strano che niente vuole, ma che tutti vorrebbero usare. Quando poi ritorna nelle scarpe di Nahum, quando si pensa che possa aver ritrovato un suo spazio, nemmeno in quel momento la pace lo accoglie e ancora una volta subisce, in silenzio, ripensando alle parole della Legge.

Leggendo le varie recensioni del libro ritorna più e più volte il mito dell’ “ebreo errante“, di quella figura mitologica e sfuggende che passa da secolo in secolo mai in pace: un simbolo per una cultura che erra nel mondo dopo la diaspora per opera di Tito, che pur rimanendo inserita nei paesi in cui vive ha sempre la mente da un’altra parte. Non saprei dire se davvero l’autore abbia voluto fare riferimento a questo mito, ma di certo la chiusura della storia ricorda molto.

Quello che più ho apprezzato nella vicenda è la descrizione delle diverse comunità ebraiche che vivono nella Galizia austriaca. Per una volta gli ebrei non sono una rarità da vedere in quarta di scena, ma riempiono il palcoscenico con i loro riti, le loro ritualità (quelle del matrimonio sono sconvolgenti, ma emozionanti da leggere), con le loro superstizioni e peculiarità; soprattutto è interessare notare le differenze fra loro, gli asti e il loro modo di fare popolo anche nella diversità. Tutti i piccoli dettagli che l’autore regala in questo romanzo, con la naturalità che è propria di un mondo reale, sono una gioia per chi cerca la verosimiglianza, la storicità, la credibilità. Questo libro appare alla lettura vivo e vibrante, emozionante e intenso, complesso e conquistante. Sono stata veramente rapita da ogni immagine, da ogni parola, cercando di immaginarmi abiti e costumi, parole e suoni. La storia di Nahum ha conquistato il mio lato umano, mentre tutto il resto ha preso la mia curiosità.

Un libro che consiglio a chi voglia approcciarsi alla narrativa ebraica, lasciandosi conquistare dalle storie umane all’ombra della Legge.

voto: 8 di sorpresa anche, perché non mi aspettavo che mi prendesse tanto da spingermi a cercare gli altri libri di Singer.

Scheda

anno di pubblicazione 1931

finito di stampare nel gennaio 2015

titolo originale: Yoshe Kalb

traduzione di Clara Serretta e David Sacerdoti

casa editrice Newton & Compton

progetto grafico di Alessandra Sabatini

illustrazione di copertina:  © Mikel Casal

286 pagine

“Giustizia non vendetta” di Simon Wiesenthal

Ho pensato a lungo se scrivere o meno questa recensione e dove scriverla (se in questo blog di recensioni o nell’altro di ricostruzione storica), perché il “perché” mi è sempre stato chiaro sin dal momento in cui ho preso in prestito il libro in biblioteca.

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Il libro è tosto, come tutti i libri di storia che raccontano esperienze, biografie, ma in più è tosto perché il punto di vista del narratore non è quello distaccato di uno studioso, né del politico che vuole convincere qualcuno dalla sua parte: questo è il racconto di un uomo qualsiasi che si è trovato di fronte all’Orrore più grande che potesse immaginare, dal quale ne è uscito in modo inspiegabile (S.W. racconta più volte il suo stupore quando la morte lo ha sfiorato e comunque lasciato andare) e che ha trasformato la sua vita non solo perché non si ripetesse più, ma perché il mondo degli uomini avesse finalmente il suo ordine costituito. Il titolo non è di certo messo a caso, perché per quanto tutto sembri una “banale” susseguirsi di dossier, per quanto si cerchi il “pettegolezzo storico” che ci metta tutti in pace, per quanto uno possa cercare le pieghe del significato di “cacciatori di nazisti”, questo libro si basa tutto sulla giustizia e sul suo concetto.

Quando si pensa agli episodi dei campi di concentramento e di sterminio messi in atto dai nazisti viene naturale pensare (se siete persone normali che aborrite quello che è successo) che “devono essere sterminati tutti alla stessa maniera e bla bla bla”: la rabbia prende il sopravvento su tutto, sulla logica, sui millenni di società civile, sul diritto, sulla Legge/legge. E’ un istinto naturale, un modo per mettere dei paletti fra noi e loro, un senso di non appartenenza alla stessa razza umana. Ma non è così. Che ci piaccia o meno carnefici e vittime sono tutte appartenenti allo stesso piano umano, ma non allo stesso piano morale. Per ristabilire il senso di quello che è successo, per ridare dignità alle vittime e ai loro parenti, per ridare valore alla società che si è costituita dopo la seconda guerra mondiale, era doveroso avere una serie di processi che rimettessero in ordine le cose. Il processo di Norimberga è stato uno dei pezzi di questo intricato puzzle che ci ha permesso di uscire dalle ceneri del post fascismo e nazismo, ma non è stato l’unico, visto che molti nazisti sfuggirono alle maglie degli alleati.

Simon Wiesenthal con un muro evocativo del suo vero lavoro: cercare prove e testimonianze.

Simon Wiesenthal mette in atto una vera organizzazione, vaglia ogni dossier, controlla meticolosamente ogni singola foto parola sensazione; non gli bastano i “secondo me”, lui vuole le prove, perché con le prove non si scappa, con le prove si può inchiodare chi uccise, con crudeltà e disprezzo della Vita, non un singolo nemico in campo di battaglia, ma migliaia di uomini e donne rei di essere “diversi”. Questa sua meticolosa ricerca delle prove inconfutabili è prova di serietà e di precisione, le stesse doti con cui ha smontato false accuse per fini politici. E questa ricerca della giustizia (perché da lì non ci si schioda mai, nemmeno un momento) lo porta ad analizzare il fenomeno dell’antisemitismo: come sopravvive, malgrado tutti i tentativi di estirparlo, anche dopo il nazismo. Vede con paura come niente in realtà sia mutato e come anche dopo la guerra, in quei giovani che non l’hanno vissuta ci siano gli stessi sintomi dell’antisemitismo, come se fosse un cancro che non si può estirpare. Qualcuno potrebbe accusare l’autore di “essere di parte”, ma nemmeno questo è possibile: l’autore è fin troppo lucido quando tratta i rapporti con le altre popolazioni o etnie, con le altre vittime del nazismo e coi vari paesi coinvolti. Ovvio che S.W parla di ebrei! Ovvio che quello sia il suo punto di riferimento! Negarlo sarebbe assurdo.

Leggere questo libro non è stato un mero esercizio di studio storico, non è stato per me un modo per capire ancora meglio i fenomeni allucinanti dell’antisemitismo nella Storia, non è stato un “leggere un libro”; è stato un confrontarmi con il mio senso della giustizia, sul fatto di dover cedere a ogni rabbia e capire perché la vendetta non è mai la scelta preferibile (perché in un certo senso ci si abbassa al livello del carnefice), perché alla fine è fondamentale ricordarsi sempre che le persone pagano per i reati che hanno davvero commesso, quelli che personalmente hanno commesso e non perché appartengono a una etnia, religione, paese, ceto sociale. Questo libro ci ricorda che il diritto è il fondamento della società umana, anche nei momenti più bui, ma a volte viene manipolato per compiere gli orrori più grandi.

Sta a noi vigilare, come ai testimoni di raccontare (e S.W lo dice espressamente) come fonti umane, come sentinelle, con inesauribile forza di non lasciare mai arrivare l’oscurità vera nel mondo. S.W ha un senso laico della testimonianza, con quella visione sociale e storica che nasce da un certo ebraismo, ma che non ha nessuna visione mistica, profetica o mandata da Dio: egli è un uomo, un ebreo, che ha visto e subito sulla propria pelle il male e come uomo prima di tutto ed ebreo in seconda battuta (ma non scontata) sta a lui, e a quelli come lui, non abbassare mai la guardia.

Il libro per me è come un mandato che l’autore fa a ognuno di noi lettori: non dimenticate, ma non abbassate mai la guardia; siate chiari, lucidi, comprensivi, non fate mai di tutta l’erba un fascio, non confondete cose e persone e situazioni. Ed è per questo che secondo me andrebbe letto, ragionato e studiato nelle scuole, coi ragazzi delle superiori, per stimolarli a comprendere e a non ripetere.

Voto: eccellente. Non si può dare un voto numerico per libri del genere, perché sono quelli che ti segnano l’anima per davvero.

Scheda tecnica

Titolo originale: “Justice n’est pas vengeance”

traduzione dal tedesco di Carlo Mainoldi

anno di pubblicazione 1989

Arnoldo Mondadori Editore

finito di stampare nel marzo del 1990, presso Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Stabilimento Nuova Stampa di Mondadori Cles (TN)

sovracoperta di Studio Baroni

461 pagine

 

“Il mai nato” di David S. Goyer

Premetto che ieri sera ero mortalmente stanca dopo una rievocazione in Francia e ritorno a mattina inoltrata; premetto che il mio cervello forse ha iniziato a svegliarsi oggi; premetto che mi sono anche distratta, ma a me questo film ha fatto venire noia.

http://www.mymovies.it/dizionario/recensione.asp?id=57568

Ho notato che in questi ultimi anni va di moda non solo il demone, ma il demone legato alla religione ebraica. Forse abbiamo finito tutti i possibili preti esorcisti di questo mondo che fanno tutti la stessa cosa? I vari sacerdoti di altre religioni minori non sono più fichi? Mah…non so che dire. A sto giro i rabbini, l’aramaico e compagnia demoniaca seguente fanno veramente furore nelle sceneggiature di horror.

In questo caso si unisce tutto il possibile: una maledizione che segna una famiglia per generazioni, i gemelli e Auschwitz. Solo che i tre elementi pur incatenandosi fra loro, mentre appaiono parenti sconosciuti alla protagonista, non mostrano una vera soluzione narrativa coerente. Bisognerebbe fare un test agli sceneggiatori per capire se sono pronti a fare quel ruolo. Non so, forse io sono antipatica, ma una storia credibile è la base per ogni film, anche se ha qualche errore formale; deve avere un senso logico, deve dare nel caso spiegazioni credibili, deve saper giostrare i diversi elementi senza esagerare. In un horror tutto questo è fondamentale per la credibilità. Poi ci si mette il tecnico degli effetti speciali per rendere tutto più spaventevole. Sceneggiatura:  4.

Regia: 6. Certo fare male in questo film non era difficile, ma fare bene bisognava avere doti sovrumane per poter sopperire allo scritto e il regista non ce li ha i poteri. Fa un compitino senza infamia e senza lode, ma che scade penosamente quando decide di puntare sul fondo schiena della protagonista più che sul movimento delle macchine da ripresa.

Scenografia: 6. Ci vuole uno sforzo anche qui per rendere non credibile la nostra contemporaneità, ma nella scelta del palazzo disabitato ci siamo messi d’impegno vero? Manco a Mistero sono così bravi!

Costumi: quali? A parte le mutande e i jeans attillati, la kippah del rabbino, per il resto bastava aprire l’armadio di chiunque di noi. Anche l’apparizione del demone in forma da bambino solo pallido (ma ben in carne tocca dire), con le lenti a contatto bianche, è veramente ridicola (lo potete vedere nella locandina qui sopra).

Cast: Gary Oldman sprecato in questo film. Odette Yustman bella ma non balla: non basta avere gli occhioni da cerbiatta, un fisico mozza fiato e sculettare a destra e a manca per essere definita un’attrice. E come lei anche gli altri attori patinati scelti più per la loro avvenenza che per altro. Cosa ci fai in mezzo a loro o mio adorato Gary? Ah non dimentichiamoci anche il fisicato prete cattolico buono per altro ruolo che convertire pecorelle smarrite…

Effetti speciali: 5 Sprecata la bravura dei tecnici che hanno reso tutto coerente con fotografia e prospettiva, integrando i mostri nel contesto, ma la scelta degli stessi fa ridere i polli. Non serve più un collo che si piega di 360° per far paura alla gente.

Voto: 2. E sono generosa e non so manco perché…

“Il nostro comune amico” Libro 2, cap. V

Ora veniamo un po’ a conoscere il pupillo del signor Lemmle: Fledgeby. E capiamo subito che non è un gentiluomo come sarebbe adatto alla povera Giorgiana, sia per interessi che per ascendenti (e qui Dickens sottolinea subito che è figlio di un usuraio e di una donna che di certo non si è sposata per amore, che è stata rinnegata dalla famiglia, anche se di legami nobili) e che il suo modo di vivere è alquanto modesto malgrado tutto. Eppure rivela un’inattesa furbizia non volendo palesare al signor Lemmle cosa pensi della povera Giorgiana, nè tanto meno nel seguirlo nel filo del suo discorso per scoprire i propri piani. La cosa sorprendente, visto l’altro capitolo, è che Fledgeby sembra essere il degno compare di Lemmle in tresche e sotterfugi, soprattutto a danno di povere ragazze, rivelando con eleganza una parte del piano dei due coniugi e di come essi si siano comportati magnificamente ma un po’ sopra le righe.

L’Affascinante (°così viene soprannominato Fledgeby) mostra la peggiore qualità per un uomo: dare importanza all’apparenza. Egli viveva di espedienti, continuando il lavoro paterno, ma che viveva in un mondo di delinquenti come lui.

Come è desolante la descrizione di questa fetta della società inglese che Dickens ha voluto mostrarci, alternando descrizioni asettiche con velate o meno riprovazioni, anche se mai esse sono vere prese di posizione. Sembra quasi che l’autore un po’ si compiaccia di aggiungere questo tipo di personaggi, non solo perché funzionali alla vicenda (ci vuole sempre uno o più villains per poter far girare la storia), ma anche per dimostrare che altri sono migliori (forse anche lui) di questi avventurieri senza scrupolo. Sembra quasi che si crogioli nel dire “io non sono come loro. Voi non siete come loro. Il mio amato personaggio x non è come loro”. Mah…

La lite fra i due, o meglio lo scoppio di ira quasi ingustificata (o comunque insensata) di Lemmle sembra quasi una lotta fra maschi di un branco di animali, pronti a combattere per vedere quale dei due potrà sfidare il maschio alfa oppure per capire quale è la scala gerarchica del branco. Risulta immotivata e gestita come non mi sarei aspettata (cosa è sta cosa di “mi mostri il naso” che urla Lemmle in tono minaccioso? Che è? Sembra una cosa da bambini visto che poi l’altro si copre il volto perché non si veda il naso…). E di certo Lemmle ristabilisce la gerarchia anche senza toccare il suo avversario. Contemporaneamente viene sancito il piano per conquistare la piccola Giorgiana, tutto alle spalle non solo di lei ma anche di suo padre, il quale “vanamente” ritiene di essere l’unico a poter concedere la mano della figlia.

Nel pomeriggio l’Affascinante si reca da un ebreo e anche qui mette in mostra tutte le sue qualità di uomo di mondo e di gentiluomo, aggredendo il padrone di casa che aveva osato non aprire subito la porta (che importa se per l’ebreo quello era un giorno di festa?). Per quanto la descrizione dell’ebreo sia assolutamente consona con tutti i topoi della figura, Dickens mostra nei suoi confronti più compassione che per il giovane il quale ancora una volta mostra la sua arroganza in ogni suo gesto.

Fledgeby nella sua giovinezza contrastava molto, ma non a suo vantaggio, con la vecchia dell’ebreo, che stava in piedi con la testa nuda chinata, e gli occhi al suolo: solo quando parlava, li alzava. La stoffa del suo abito era lisa e logora, e dello stesso color ruggine del cappello appeso all’ingresso, ma, per quanto l’aspetto fosse povero, non era vile. Mentre quello di Fledgeby, invece, per quanto non fosse povero, era vile.

Il vecchio Riah (questo pare essere il suo nome) è fondamentalmente il prestanome di Fledgeby e precedente debitore del padre di costui. Anche qui Dickens dietro alle parole di un normale racconto, parla della sua società e dei pregiudizi che la pervadono: qui è l’antisemitismo, la convinzione che essere ebrei sia far parte di una razza a parte, che non esistono ebrei poveri. Come viene descritto il tutto, sembra che il nostro autore parteggi per il povero vecchio e tutto ciò è assolutamente sorprendente visto che in quel periodo (come dopo purtroppo. E purtroppo anche ora, tocca dirlo) quelli non erano pregiudizi, ma verità comprovate; quindi l’autore si mostra molto moderno e civile e non so come l’abbiano preso i suoi lettori.

Sorprendentemente scopriamo che le ospiti del vecchio Riah sono Lisetta e Uccellino. Veniamo a sapere che Uccellino compra da lui le perline per le sue bambole, ma alla fine scopriamo che fra i tre c’è un quieto e pacifico legame di conoscenza che va oltre al mero comprare. Uccellino di fronte alla durezza del padrone di Riah si mostra molto scaltra e secca nel rispondere, difendendo soprattutto Lisetta che forse non si è resa conto chi abbia di fronte.

Il capitolo si chiude con un momento di leggerezza dimostrando l’arroganza di Fledgeby, la sicurezza di Riah e la scaltrezza di Uccellino nel difendere quel tetto di casa dove il cielo si vede e riporta le persone alla vita, se vogliono davvero vederlo.

Veduta di Londra nel 1751 by T. Bowles