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“La sostanza del male” di Luca D’Andrea

Quando leggo un libro, qualsiasi libro, la mia mente inizia a pensare a un voto, un numero per esattezza da 0 a 10, come a scuola; lo faccio perché mi viene naturale, perché è un modo per metabolizzare quello che sto provando durante la lettura, quale è il mio rapporto con la storia. Ovviamente il genere del libro mi tara sul voto e spesso sui saggi mi viene spontaneo esprimermi in termini letterari (buono, eccellente, da dimenticare), mentre la narrativa di qualsiasi tipo mi fa sorgere i numeri. Qui ho dato i numeri ed è stato in calare purtroppo.

Avevo prenotato il libro dopo che in un gruppo di fb di lettori di genere thriller erano rimasti entusiasti della lettura anche se notavano qualche pecca che non hanno giustamente voluto rivelare: lo spoiler funziona nei post quando si avvisa (sì, lo so che tecnicamente così non è più spoiler), in altro modo è solo pura stronzaggine per rovinare la visione a un altro. Certo a volte lo fai a fin di bene, a volte sei solo stronzo. Vabbè, procediamo. Leggo pochi italiani, senza un vera motivazione credibili, e leggo pochissime prime uscite ma solo per casualità: cerco storie che mi convincano e di solito nel tempo mi sono persa talmente tante di esse che mi tocca “recuperare”. “La sostanza del male” è del 2016 e di un italiano: tutto poteva portarmi a detestarlo o a trovare qualcosa che mi facesse allineare con gli altri lettori sul pezzo (come se poi questa cosa mi interessasse davvero..).

Il libro parte bene, ha un impianto non italico, sembra quasi un thriller americano. Un bene, un male? Non so, forse da quell’idea di più ampio respiro che leggere della borgata, del paesino, del mare o della montagna, pizza e mandolino. Questo ampio respiro poi ci porta nel nostro Sud Tirolo e ho pensato che raramente mi era capitato di leggere di quella regione come protagonista o come ottima scenografia. Abbiamo un duo di documentaristi sulla cresta dell’onda e abbiamo una tragedia…ho pensato che fosse un po’ troppo per un inizio, ma la stessa è comprimaria della vicenda e alla fine la si accetta. Dalla tragedia si passa al “solito” passatempo nascosto da parte del protagonista che per quanto non sia un uomo d’azione è un uomo di pensiero e di costruzione di storie: una strage, un fatto sanguinoso che sporca il passato del paese e che nessuno ha mai risolto o voluto davvero risolvere.

Il nostro protagonista, scrittore e investigatore della domenica, invece rischia tutto (e quando dico tutto, intendo quello che viene ritenuto caro per lo stesso, quindi la famiglia), non dice nulla alla moglie, indaga, viene pestato, pesta piedi. E tutto mentre cerca di nascondere sotto il tappeto i casini che fa…ovviamente senza riuscirci.

A questo punto il dipanarsi dell’investigazione mi fa letteralmente stare attaccata al libro e per quanto il mio sonno vinca su tutto, ho smesso di fare altre distrazioni per due giorni e ho letto. Buon segno, mi dico, non deludermi. La lettura si tiene su un buon 8 e mezzo di media: scrittura veloce, senza troppi fronzoli e descrizioni precise puntali; il libro si segue e si immagina benissimo senza salti del montaggio: quando la mia fantasia mi fa vedere quello che accade allora vuol dire che va bene. Dai, ce la possiamo fare, si sfata un mito (pochi autori italiani mi convincono).

La trama avanza e inizia ad arrancare. Inizia a mettere troppa carne sulla brace (carne grossa grossa e antica tanto): perizie, contro perizie, costruzioni, speculazioni, soccorso alpino nascente, famiglie e tradizioni. Ok siamo in montagna, in una qualsiasi nostra provincia italica dove sono più attive le vecchie storie che il wi-fi. Quell’arrancare mi fa subito suonare i campanelli d’allarme, però posso ancora sbagliarmi perché la scrittura non perde colpi, fluisce benissimo, il controllo si vede e forse sono state limate cose ma poco. Mi piace. Poi zoppica vistosamente e la trama inizia a infittirsi, ma soprattutto il nostro protagonista inizia a essere poco realistico. Perché se per buona parte della storia le donne e gli uomini si muovono e agiscono, per quanto spinti da desideri esasperati o a volte sopra le righe (nella narrativa come nei fumetti le regole sono chiare: uomini e donne sono verosimili e non reali, i fatti sono sempre un po’ sopra la normalità, non si stanno raccontando biografie di uomini e donne banali), in modo credibile, citando fatti e situazioni credibili, quindi quando si tirano le somme, si fa il nome dell’assassino e il movente questa regola deve essere rispettata. Invece no. A tre quarti del libro il voto inizia vorticosamente a decadere: da 8 e mezzo si scivola velocemente a 6, per poi concludersi con la fine a un pietoso 5/6. E una domanda: ma chi lo ha controllato, letto, corretto bozze ha creduto che la fine fosse davvero al pari con il resto? O io sono troppo pretenziosa (come mi sento spesso) o chi lo ha letto ha detto che “ma sì, può andare”. Non dico che il libro o la trama non vadano bene così, ma ho come avuto la sensazione che l’autore abbia chiesto troppo, buttato su tanta roba buona e poi avesse avuto paura di chiuderlo con un finale “banale” e quindi ha volutamente esagerato mandando in vacanza la logica umana che, per quanto fallace, certe cose non le fa (tipo che se non sei speleologo e ti butti in una grotta in inverno, se ne esci vivo fai il giro dei santuari di tutte le divinità e non te ne torni a valle sano e salvo. Io sarei morta. Punto. E mi avrebbero anche infamato. E a ragione).

Spiace veramente arrivare a dare un voto appena sotto la sufficienza per non aver creduto nella linea narrativa intrapresa per buona parte del libro. Davvero peccato.

voto: 5/6 Non so nemmeno se consigliarlo davvero, di certo prenderlo in biblioteca è un buon passo per sostenere il servizio, ma non va in aiuto alle librerie, però non mi ha convinto del tutto e mi sento defraudata di una buona conclusione.

Scheda tecnica

anno di pubblicazione:

edizione: Einaudi, Stile libero BIG

finito di stampare: giugno 2016, per conto della casa editrice Einaudi presso ELCOGRAF S.p.A., stabilimento di Cles (TN)

progetto grafico di Riccardo Falcinelli

copertina: elaborazione da foto © Layne Kennedy / Corbis / Contrasto e Steve Collender / Shutterstock

pagine 451

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“Come il lupo” di Eraldo Baldini

Riprendo con interesse a seguire le letture collettive autorali dei Corpi Freddi, visto che il mese scorso (sì lo so, sono in ritardo mostruoso, ma sta scimmia delle letture collettive mi sta scappando di mano…) è stato votato Eraldo Baldini, scrittore italiani osannato per la sua bravura nel comporre gialli d’impatto e pieni di emozione. Fra tutti i titoli scelgo “Come il lupo”. Sarà per la copertina, sarà perché dove c’è un lupo c’è speranza, sarà sarà, ma stavolta mi sono fatta fregare anche dal mio istinto. Oppure gli scrittori di quarte di copertina si sono fatti più furbi.

In questo libro c’erano tutti gli elementi che mi incuriosivano al di là del semplice animale selvatico. C’era un personaggio con la divisa (anche se per me il forestale è Poiana creato da Guccini e Macchiavelli in “Malastagione”); c’era una bambina con una malattia invalidante ma con un dono nel mezzo; c’era un passato tragico; e c’era un mistero. Questi elementi ci sono ancora in tutta la lettura del libro, ma sono annacquati non tanto dalla scrittura ma dalla poca chiarezza di trama. Il romanzo è un giallo/thriller o è narrativa? Perché se è il secondo posso dire che è ben scritto, ben composto con un personaggio che deve imparare a fare il padre anche nelle difficoltà, senza delegare ad altri l’onere di combattere la malattia. Se invece è un giallo l’autore ha fatto un enorme flop. E considerando che le prime 20 pagine sono scritte stupendamente, con una durezza di situazioni che raramente ho trovato in un italiano, aggiungendo che l’autore è considerato uno dei grandi del panorama di genere in terra nostrana, credo che questo libro vada letto in questa maniera. E allora, ripeto, è un flop.

L’investigazione è nulla, la ricerca è forzata (come quando giochi di ruolo e il master ti conduce per mano che tu lo voglia o no), i personaggi stereotipati e non evoluti. C’è una valle chiusa che si dimostra invece più ospitale che il bar migliore di Roma (tanto per dire una città grande abituata al via vai della gente); c’è un post seconda guerra mondiale che sfocia nella solita descrizione manichea di destra e sinistra, dimenticando volutamente le sfumature; c’è una natura che manco nel telefilm “A un passo dal cielo” con il gemello di Don Matteo; c’è l’epilessia, ma manco un medico, ma solo discriminazione e chiusure. E ci sarebbe un teschio, ma che poi possiamo anche dimenticarcelo, perché trovare chi è diventa facile (due ricerche e via), capire perché ancora di più, quindi perché indagare?

Qualcuno ha sottolineato come sia interessante il sottofondo folkloristico che guida tutta la storia, ma io ho trovato anche questo aspetto raccontato con superficialità e con mera riproduzione scolastica delle quattro nozioni imparate. Mi viene da dire quello perché se ci nasci dentro a certe storie le emozioni traspaiono dalle tue parole, ma se lo impari da altri senza empatia rimangono solo belle fotografie, anche ben fatte, ma belle solo per tappare i buchi sul muro.

Una vera delusione, lo devo ammettere e non so se voglio dare una seconda opportunità all’autore, anche se voglio scoprire se è un vero fenomeno e io ho preso il libro sbagliato, oppure è il classico fenomeno letterario ben pompato da chi è più fan che lettore critico. Voto: 4

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