“La famiglia Karnowski” di Israel J. Singer

Avrei dovuto partecipare con questo libro al mio primo incontro di lettori organizzato dal “Mansfield Park Book Club“, ma purtroppo la stagione rievocativa mi ha impedito di arrivare a compimento di questo libro e di poterlo discutere con elementi sufficienti. Come potreste notare sono arrivata in ritardo di un mese…

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Comunque sia, parliamo di questo romanzo che mi ha davvero sconvolto e commosso. Come detto per l’altro libro di Singer, “Yoshe Kalb”, sono rimasta stupita da quanto una “semplice storia di famiglia” potesse prendermi ed emozionarmi come questa. In fin dei conti però è chiaro perché tutto questo scombussolamento: la storia di una famiglia ebrea in Germania da prima della prima guerra mondiale alla fuga in America per le persecuzioni naziste non è una semplice storia. Di sicuro aver letto prima “Giustizia non vendetta” di Wiesenthal mi ha aperto gli occhi di fronte a un fenomeno molto difficile da comprendere sulla storia ebraica e dell’antisemitismo: l’incomprensione, la non accettazione, l’essere considerato un corpo estraneo in una società che è tutt’altro che estranea.

La storia raccontata per via maschile da nonno a padre a nipote, con un evolversi della comprensione dell’essere se stessi come elemento continuativo di una famiglia o di un popolo; dell’accettazione (appunto) di essere ebrei anche non volendo o non potendo dimostrarlo; la tranquillità di essere se stessi al di là di un’etichetta. Troppe cose, davvero troppe. Quando si inizia a leggere la storia del patriarca David come una rivalsa di fronte alla chiusura di certi ambienti chiusi ebraici, dove la libertà passa attraverso la Parola che si fa Filosofia, diventa fortezza e riconoscimento, ci si trova di fronte a un uomo che insegna che si deve essere “tedeschi fuori casa ed ebrei in casa”, non capendo che così facendo si crea una forte frattura nelle generazioni future. Quest’uomo monolitico, instancabilmente ligio al dovere sembra rappresentare la solidità del suo popolo e la caparbietà nel voler emergere, compie la sua parabola umana in modo inesorabile, ma senza mai perdere il suo essere: ammorbidisce i toni, lo sguardo di fronte alle vere problematiche della vita, diventando quel padre o nonno su cui affidarsi.

Georg è il frutto dell’insegnamento paterno di liberazione dai vecchi schemi religiosi: è il tedesco che pretende tutto, instancabile a cercare la libertà a voler godere quello che pensa che gli spetti, ma è anche colui che attraverso la guerra (la prima appunto) trova la sua ragione di operare (come medico) e nell’accettazione della comprensione del fare, capisce come eccellere. Da scapestrato ebbro di libertà, diventa quel solido uomo che il padre David si aspettava che diventasse. E proprio perché così solido, così tranquillo di sè, così “moderno”, trova naturale sposare una cristiana, mettere su famiglia e diventare uno dei più importanti ginecologi del suo tempo.

Jegor è il frutto malato di questa famiglia. Il giovane che non comprende le differenze, che non capisce cosa sia un ebreo (lui nella sua testa non lo è), che vive il conflitto del vivere fra due culture, che vuole essere tedesco anzi ariano: la mente corrotta da uno zio futuro nazista, il bimbo viziato da un amore debole (nessuno si impone, nessuno spiega, nessuno fa capire, nessuno è diretto chiaro maturo con Jegor in nessun momento, tranne lo zio e questo provocherà grandi problemi). La degenerazione sembra una cosa esterna a tutto questo modo di essere ebrei, ma diventa più comprensibile proprio leggendo le testimonianze di chi visse durante le due guerre e vide il mutamento interno alla Germania: quanti furono gli ebrei che aderirono al primo nazismo? Più di quello che si possa pensare. Jegor è quel frutto: il frutto di una società corrotta nel suo midollo per non capire i germi non solo del nazismo, ma della distruzione dell’essere umano sotto qualsiasi forma; è il frutto della debolezza in cui si lasciarono i giovani crescere, con la convinzione che privarli delle fatiche fosse un loro diritto. Eppure è una figura tragica, che smuove compassione (anche se a me prudono le mani), ma molto lontana dal concetto di eroe tragico antico. Colui che non ha redenzione, come una colpa che si insinua nella mente di chi pensa al popolo ebraico e lo guarda attraverso una lente d’ingrandimento.

Un libro che dovrebbe essere obbligatorio alle scuole, molto più che altri, per il semplice fatto che è un occhio lucido e chiaro sulla metamorfosi sociale degli ebrei in Europa, sulla nascita di fenomeni estremisti, sulla difficoltà di discernere e di separare. Singer non nasconde nulla, anche se non calca mai la mano nè sul vittimismo o sulla violenza: lascia al lettore consapevole di riempire i buchi di narrazione con le nozioni che sa; non da sconti a nessuno dei suoi personaggi, forse convinto che ognuno di essi abbia un messaggio chiaro da divulgare.

Una scrittura chiara, lineare, essenziale, per un messaggio che non merita fraintendimenti.

Voto: 8

Scheda tecnica:

anno di pubblicazione: 1943

titolo originale: Di mispohe Karnovski

traduzione di Martina Rinaldi e David Sacerdoti

casa editrice Newton&Compton

finito di stampare gennaio 2015 presso Puntoweb s.r.l., Ariccia (Roma)

copertina: illustrazione di © Mikel Casal

progetto grafico: Alessandra Sabatini

pagine 413

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“Il paradiso degli orchi” di Daniel Pennac

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Primo libro di Pennac e devo dire che se la lettura non mi ha travolto di certo mi ha entusiasmata. La motivazione è molto semplice: lo scrittore ha uno stile molto particolare e mi sono resa conto nel procedere la lettura che questo è un libro che non si può interrompere perché devi fare altro, ma che va letto tutto d’un fiato o quasi. Questo è un pregio o un difetto, non lo saprei dire, ma la forma colloquiale e mentale con cui la vicenda si dipana, come i personaggi vengono mostrati nella loro particolarità, come l’investigazione viene svelata prevede un diverso modo di rapportarsi.

Ammetto che la curiosità di leggere questo libro ha avuto due impulsi: da una parte il film uscito quest inverno e che mi incuriosiva, dall’altro il consiglio di due amici di cui stimo l’originalità nella scelta di film e libri (è gente con cultura, ma non con intellighenzia…). Mi sono regalata il libro per Natale come compensa per i regali non andati del tutto a segno (e ho fatto una buona scorta di libri, quindi rassegnatevi perché troverete spesso questa motivazione) e devo ammettere che mi ha colpito anche la copertina di questa edizione. La copertina è di Jacques Tardi disegnatore francese molto prolifico oltrealpe e molto quotato, ma in italiano poco conosciuto (tocca dire che non è una cosa strana nel nostro paese dove il fumetto non è un’arte, ma una robaccia da ragazzini decerebrati).

La vicenda è molto semplice, ma nello stesso complicata in tutte le sue sfumature. Ben Malaussène è il fratello maggiore di una complicata famiglia dove la madre è assente e lui è il tutore di una serie di fratelli e sorelle minori dai poliedrici talenti e curiosità; per mantenere la famiglia lavora in un Grande Magazzino come “capro espiatorio”. Tutto fila liscio finché una serie di attacchi con bombe sul suo posto di lavoro lo trova coinvolto in prima persona sia nell’indagine che nel tenere a freno tutta la sua strampalata famiglia (senza contare un estroso amico/zio e un cane indipendente ed epilettico).

Alla fine questo libro è un giallo atipico o un thriller non giallo e nemmeno nero, ma se lo avesse raccontato Grangè sarebbe riuscito a sviscerare le pieghe più sordide del delitto, esagerando a più non posso, pur di aumentare la morbosità, mentre in mano a Pennac ogni elemento non solo suona logico e accettabile, ma anche il male trova la sua collocazione e non giustificazione. L’autore non parteggia nemmeno per un momento per il cattivo, pur descrivendolo con la stessa assurdità del resto dei personaggi, ma condanna a piene mani la motivazione per cui agisce, eppure lo fa in un modo così credibile, da cronaca, che al lettore non rimane l’ansia da prestazione.

La parte più bella del libro è la famiglia Malaussène che oscilla fra ansie di anormalità, Orchi di Natale, foto di ogni particolare della vita, racconti fantastici e predizioni di morte. Oserei dire troppo per una famiglia sola, ma alla fine come si farebbe senza Clara che guarda la vita attraverso l’obbiettivo della Leica (gran macchina) e riesce a metabolizzare ogni cosa; senza Therèse e la sua capacità di accettare ogni cosa spirituale nella sua visione chiara del paranormale mentre senza dare disturbo (oserei dire almeno lì) batte a macchina ogni momento della famiglia; senza Jeremy nella sua normalità di adolescente indifferente alla scuola, ma curioso di qualsiasi altra cosa; o senza il Piccolo e i suoi disegni natalizi. Certo non potremo fare a meno di Julius, il cane, che alla fine anche se sconvolto dalla malattia, è quello che risulta più quadrato di tutti. E attorno a loro Louna, l’unica sorella ad aver abbandonato il nido, ma a richiedere le attenzioni di Ben; la “Zia Julia” e la sua forte carica erotica; Theo oscillante fra debolezze, stereotipi omossessuali e l’ottimo gusto per i vestiti. Una famiglia che malamente la quarta di copertina della mia edizione definisce “disneyana”, ma che in realtà ha quel gusto del paradosso tipicamente francese dove l’originale trova il suo posto rendendo colorato tutto il mondo attorno.

Da questo libro mi è rimasta la curiosità di voler sapere le altre avventure della famiglia, ma in generale devo ammettere che il libro non mi ha rapito come mi avevano preventivato. Sottile, arguto, assurdamente divertente, ma non un fenomeno comico e socialmente strabiliante.

“Il nostro comune amico” Libro 2, cap. X

Il funerale per Giovannino è un momento di commozione per chi, volente o nolente ha avuto a che fare con lui. Per primo il reverendo Franco che deve fare l’orazione funebre.

A incrinare in modo subdolo l’atmosfera giustamente mesta della situazione, ci pensa quella “brava persona” di Wegg che vede nella morte di Giovannino un modo per spillare più soldi ai Boffin. Razza di spregevole essere umanoide, io…vabbè lasciamo perdere, dobbiamo essere lettori signorili…

Mentre a equilibrare la scena vergognosa di Wegg ci pensa il segretario Rokesmith intento a consolare la signora Boffin come un figlio con la madre, piuttosto che come un segretario con la padrona (parole dell’autore). Il continuato alternarsi di personaggi sgradevoli e umanamente ripugnanti con fulgidi esempi di generosità un po’ inizia ad annoiare se non si trova un modo di metterli a confronto diretto: un bello scontro. Così mentre i due chiacchierano veniamo a conoscenza del passato del signor Rokesmith: con un fratello morto, genitori morti, senza parenti (olà che allegria anche lui…mumble mumble sarebbe orfano…), non ha ancora trentanni, nessuna delusione d’amore (la signora Boffin lo sottopone a un vero e proprio interrogatorio, gentile, ma interrogatorio rimane). Nel salotto appare Bella che fa finta di non volersi far notare, ma poi si fa notare e quindi la invitano a rimanere.

La signora Boffin però non si arrende all’infausto fato e annuncia a tutti che il suo desiderio di avere un bambino non è scomparso, ma ha deciso che non ha più intenzione di resuscitare il nome di Giovannino Harmon, avendo conferma da tutti che quel nome ha portato un po’ troppa sfortuna a un po’ troppe persone…e udite, udite, la signora Boffin annuncia che se mai adotterà un altro bambino non lo farà per cercarsi un giocattolo o un divertimento egoistico per lei, ma per aiutare una creatura secondo il suo bene! Quale onore! Mi spiace prendere in giro un personaggio che in generale è positivo e ben disposto verso gli altri, ma questa confessione palesa l’ipocrisia di certe persone che si nascondono dietro la beneficenza solo per fare del bene a sé; anche se la presa di coscienza della donna palesa ancora una volta come ella sia sempre disposta a mettersi in dubbio e migliorarsi.

Fa la sua comparsa nella casa aristocratica, il giovane Pauta fatto vestire di nero lutto dalla signora Boffin, credendo che fosse buona cosa, ma facendosi descrivere dall’autore in modo alquanto miserevole. La signora lo ha fatto chiamare, con la scusa di un lauto pranzo, per proporgli di rimanere nella loro casa, ma Pauta si mostra sconvolto dalla richiesta in quanto il suo pensiero va direttamente alla signora Higden e al fatto che lui è una forza lavoro nella casa, utile e di sostegno. Il ragazzino allora si propone di rimanere nella casa di giorno e alla notte tornare per lavorare dalla signora Higden e senza ascoltare una risposta concreta e risolutiva il capitolo si chiude così. Mah…

Il Salotto della contessa Maffei http://milombardia.gazzetta.it/milano/2013-01-11/gli-scacchi-boito-verdi-maffei-milano-quel-salotto-far-rivivere–913776411119.shtml

“Il nostro comune amico” Libro 2, cap. VI

[Sono un po’ indietro con la tempistica della lettura collettiva e quindi mi sa che vi “sorbirete” un po’ di capitoli, l’uno dietro all’altro. Questo è il link di Facebook con la lettura collettiva.]

Ritroviamo i nostri due avvocati, Lightwood e Wrayburn, nella loro nuova dimora, con annesso ufficio per uno dei due. La scenetta che ci si prospetta è assurda e comica perché sappiamo benissimo i rapporti che esistono fra loro, ma il loro rinfacciarsi spese e poca morigeratezza nello spendere fa pensare a una vecchia coppia sposata. Le amicizie maschili nella letteratura sono spesso state oggetto di maliziose insinuazioni, non rendendosi conto che il cameratismo, la fratellanza che si instaura fra due uomini è molto spesso frutto di non aggressività e comprensione. Nella letteratura ottocentesca era facile ritrovare questo espediente, anche perché permetteva allo scrittore di far progredire la storia senza intoppi (le mogli sono spesso delle palle al piede per le avventure, soprattutto se torni tutto pesto) e di far identificare il lettore (spesso maschio e altolocato) nel personaggio descritto.

Lightwood mette alle strette l’amico per capire cose gli stia succedendo da qualche mese, visto che lo vede svogliato e di certo gli sta nascondendo qualcosa. Eppure la risposta di Eugenio, di non sapere cosa gli stia succedendo, non serve a pacificare il primo. Eugenio ancora una volta sembra un personaggio con un anima in pena, con un destino già deciso da altri, ma con una voglia di fare da sè senza sapere cosa può e vuole fare; l’unica cosa che pare solida e accettata è proprio la sua amicizia con Lightwood. Anche Mortimer che vorrebbe scuoterlo e mettergli dei dubbi in testa alla fine risulta inconcludente anche lui.

Alla loro porta bussano Carletto Hexam e il suo maestro e subito la tensione fra Eugenio e Bradley è palpabile e palese a tutti. La motivazione che ha spinto il ragazzino a cercare Wrayburn e a parlargli era palese fin da subito: sapere quali sono le sue intenzioni con la sorella. L’istinto di protezione di Carletto è ammirevole anche se qui si denota ancora una volta la concezione della famiglia che vigeva in quel periodo: non importa che età hai, ma sarà sempre un maschio di casa a prendere le decisioni per tutti e tutte, che lo vogliano o no.

Carletto “smaschera” il piano di Eugenio su Lisetta: egli le sta pagando delle lezioni perché si faccia una cultura. E’ bello vedere come per diversi motivi ci siano tre uomini che si sono impegnati per far studiare una ragazza che per i propri meriti si è guadagnata il loro rispetto, peccato però che questo sia motivo di possesso sulla stessa e non una vera opera di bene. In effetti però si vede sempre di base l’affetto e la preoccupazione del ragazzo per la sorella, visto che comunque vivono in una società in cui il buon nome è tutto e basta un attimo, per una parola cattiva, rovinare tutto. Se Lisetta sapesse cosa decidono alle sue spalle!

Lo scontro “in solitaria” poi fra Eugenio e Bradley vede il primo comportarsi con eleganza e sobrietà, mentre il secondo farsi prendere dalla sua impulsività. Il senso di inferiorità che sente il maestro di fronte all’avvocato viene fuori da ogni sua parola soprattutto quando cerca di sminuire o di rimettere a posto il suo rivale in amore, e di certo ci tratteggia un personaggio ben diverso da quello che ci aspettavamo: viscerale, emotivo e “minaccioso”. Mentre di fronte alla sfuriata Eugenio risulta ancor più figlio della sua educazione di classe e del suo temperamento posato. Una differenza che fa propendere il mio apprezzamento verso l’avvocato e non verso il maestro, dispiacendomi per Carletto che alla fine si trova in mezza a una contesa amorosa.

Finalmente Mortimer ha capito cosa gira in testa all’amico! Pur mettendolo alle strette non riesce però a farlo capitolare ed ammettere di essere innamorato di Lisetta. Eugenio dice di agire in quel modo senza una motivazione, ma solo perché lei lo merita più di ogni altro a Londra.

Duel au pistolet au XIXème siècle di Bauce et Rouget

“Il nostro comune amico” cap. XVI

Rokesmith inizia con solerzia la sua attività di segretario di Boffin e Dickens ce lo descrive forse come il miglior impiegato che uno possa mai avere: solerte, attento, rispettoso,  educato, non superbo. Eppure sul suo viso passa una “nume misteriosa”  , forse il ricordo di un passato doloroso che insegna a mettere sull’attenti in ogni situazione. Una sua stranezza è non volere avere a che fare con gli avvocati di Boffin, quelli che si occupano anche del testamento Harmon. Io inizio a sospettare che Rokesmith possa essere il vero giovane Harmon…

Oppure ha a che fare con la scomparsa di Giulio Handford, coinvolto con la morte del giovane Harmon e utile riguardo al testamento secondo l’avvocato Lightwood.

Un’altra incombenza del segretario è cercare un orfano da adottare per i signori Boffin. E qui Dickens da il meglio di sè dando prova di essere un cinico e inflessibile critico della sua società. Parlare del mercato degli orfani implica parlare di una piaga che colpì tutto il mondo occidentale, anche se noi abbiamo sempre e solo l’immagine della Londra ottocentesca: bambini venduti, comprati, abbandonati, reclamati non per amore ma per soldi, condizioni igieniche e sociali al limite della denuncia, truffatori ad ogni angolo.

Alla fine sembra che sia trovato il candidato giusto (e cinicamente si legge il tutto come se ora noi andassimo al canile a prendere un compagno peloso), giungendo alla casa della vecchina Bettina Hidgen che purtroppo non poteva più occuparsi del nipotino rimasto orfano. Dickens descrive la casa e la vecchina con insolito stile affettuoso, sottolineando come i cuori puri siano cari a Dio, ma purtroppo non tanto al fato. Nella casa sono presenti altri 3 bambini e si viene a sapere che la signora Hidgen è pagata per sorvegliarli, come proprio una tata, perché è sempre meglio vivere nella povertà in casa piuttosto che essere condotti nell’Ospizio dei poveri (lunga invettiva per bocca della vecchia, ma per per mano dell’autore contro un servizio sociale britannico che di certo non funzionava come doveva o come era stato pensato). Fra i 3 affidati l’attenzione si sofferma su Pauta, il più grande sembra, abbandonato piccolo e ritrovato nella fanghiglia e che la signora Hidgen decise di chiederne l’affido per compassione.

Il distacco della nonna con il nipotino è doloroso e lo si capisce, anche se la durezza della vita porta a far comprendere prima che a volte serve il distacco per poter permettere a chi si ama di vivere meglio. La signora Boffin continua a mostrare la sua umanità e, comprendendo la situazione, non vuole forzare la mano. L’incontro continua nel migliore dei modi con scambi di delicatezze e attenzioni da ambo le parti, lasciando nel cuore della signora Boffin le migliori speranze di poter adottare il piccolo Giovannino.

Tornando a casa dopo il lavoro il giovane Rokesmith incontra Bella Wilfer intenta nella sua normale passeggiata vicino a casa. Il colloquio fra i due mi fa sembra re Bella ancora più antipatica nella sua supponenza, e di certo la presenza della madre di lei non aiuta a farsene una migliore opinione.

Lasciamo le due donne, osservando che Rokesmith è giovane, educato, comprensivo del brutto atteggiamento di Bella e, forse (dico forse ma sono molto sicura), innamorato di lei. Quando entrambi si troveranno a vivere sotto lo stesso tetto di casa Boffin ne vedremo delle belle? Mah…

immagine presa da questo blog http://georgianagarden.blogspot.it/2009/10/la-servitu.html

“Il nostro comune amico” cap. VI

Si inizia il capitolo con un aspettato personaggio: il bar dei Sei Allegri Facchini. In una Londra dell’ottocento alla fine ci si aspetta che il pub diventi un punto di riferimento, al di là del suo posizionamento all’interno del quartiere: alla fine lo sentiamo tutti, anche come stereotipo, che la vita dell’anglosassone gira attorno a un pub e alla sua pinta di birra.

Il nostro pub è un intricato mondo che si estende e si espande in una quartiere stretto, stretto dal mare. A gestire il locale è la signorina “Abbey Potterson” e si capisce da subito che la legge fra quelle mura la fa lei e nemmeno un uomo ubriaco la può impaurire. Il discorso ci riporta velocemente alla figura di Gaffer cercando di infangarne la reputazione, attraverso le parole di un ubriaco impudente. L’accusa è pesante: “procurarsi” i cadaveri da spogliare una volta caduti in acqua. L’accusatore è il signor Riderhood, suo ex compare (a quel che dice lui) e la sua minaccia di sbugiardare la fortuna di Gaffer risuona nel pub senza però trovare molti aiuti. Lascia però la curiosità e l’amaro in bocca.

Gaffer inizia ad essere una figura complessa e complicata, divisa fra una famiglia da mantenere con pugno di ferro e un fiume da guadare per trovare la possibilità di sopravvivenza, mentre il mondo degli uomini si palesa in questo pub dove è una donna a comandare con fermezza e gentilezza.

La “barista” è talmente un punto di riferimento della vita dei suoi avventori che non solo li spedisce a casa, ma si prende anche la briga di far chiamare Lisetta per chiarire la faccenda del padre e per metterla in allarme. Questa donna indipendente che ci viene presentata, per ora, senza l’appoggio di un marito sembra prendere sotto la sua ala la ragazza spingendola fuori di casa per tutelarsi dalla brutta fama del padre. Mi chiedo se questa figura di donna fosse ben vista da Dickens e dal suo pubblico visto che la condizione femminile era ancora in quel tempo discussa fra “minorità”, ruoli prefissati e rivendicazioni sociali e politiche.

La piega della storia prende una via inaspettata e la durezza della moralità della signorina Potterson nel difendere il suo lavoro e anche un po’ Lisetta (troppo ligia nel proteggere il padre) mi ha lasciato basita.

Il senso del pericolo che attanaglia Lisetta è ben reso e per una volta tanto il lettore riesce ad entrare in empatia con il personaggio proprio grazie alla descrizione della notte che la vede ritornare a casa: il buio, la porta che si chiude alle sue spalle, i pensieri e i timori e i dubbi delle malelingue. Tornata a casa la ragazza mostra una determinazione di voler gestire la situazione anche in mancanza del padre e per proteggere il fratello. E il distacco fra i due fratelli, proprio per volere dell’autore (così si evince dalle sue parole) è più simile a un distacco materno che fraterno, ma questa Lisetta è un personaggio forgiato da una situazione ben più grande di lei che deve però dominare con maturità. La cacciata di Carletto dal tetto famigliare per andare a scuola a studiare porta sulla scena uno scontro forte fra padre e figlia concluso con il più tenero affetto paterno. Anche in questo caso un risvolto non tanto inaspettato, perché malgrado tutto Gaffer non ci viene mai presentato come un personaggio negativo, ma piuttosto riparatore della sua figura paterna.

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“Il nostro comune amico” cap. III

In questo capitolo il racconto del bambino scomparso, ritornato da uomo a reclamare il suo posto legittimo nella società, ma ritrovato come cadavere esce dal semplice aneddoto per diventare cronaca nera vera e propria. Usciamo dalla casa della famiglia Veneering per accompagnare Mortimer Lightwood, il narratore della storiella, e l’amico Eugenio (sì nella mia traduzione alcuni nomi sono in italiano) Wrayburn, apparso così sulla scena come un fulmine, mentre costoro in carrozza disquisiscono amabilmente sul fatto che le loro famiglie li abbiano costretti a diventare avvocati, perché “in famiglia serve”.

Ritroviamo il barcaiolo Gaffer, autore del ritrovamento del cadavere del giovane Harmon, e conosciamo il figliolo Carletto (momama che traduzione su sto nome!), figlio ubbidiente ma acculturato che nasconde al padre di saper bene leggere e scrivere per non subire la sua ira. A questo punto c’è un lungo dialogo fra Carletto e la sorella Lisetta sulla loro condizione e trapela per il lettore (soprattutto se come me è lontano secoli da quella situazione) tutto lo squallore della loro condizione, con un padre che li vorrebbe per sè e non vuole che trovino una vita migliore per se stessi; con un rapporto padre e figlia che nasconde cose non corrette (o almeno alla prima lettura è così, ma spero vivamente di sbagliare e che tutto sia più normale anche se costrittivo), visto l’assenza della madre.

Altro spaccato molto interessante è l’amministrazione della giustizia spicciola o delle indagini preliminari di un illustre sconosciuto. Tutto fatto fra i docs, la polizia e il pub, dove venivano presi anche i volantini dei cadaveri ritrovati o delle persone scomparse.

Alla fine del capitolo il caso di Harmon viene catalogato come delitto da parte di ignoti (e per ignoti motivi) e passa velocemente di bocca in bocca finendo “al mare e andò via alla deriva”.

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Un senso di fastidio mi ha preso per una società descritta in così meschino modo, forse perché alla fine le convenzioni e le miserie portarono i genitori non solo a decidere la vita dei figli, ma proprio a considerarli dei veri e propri oggetti cui disporre.

Vediamo dove andremo a parare. Come al solito.