6 mesi di fantadistochallenge

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tutte le foto e i commenti li trovate sulla mia pagina instagram

La fantadistochallenge è una lettura collettiva su instagram voluta dal profilo di Sonosololibri, ( se cliccate sul nome andati dritti dritti al suo bel blog), partita a settembre 2019 e si concluderà nell’agosto 2020. E’ una lettura collettiva tematica, dove ognuno può scegliere di leggere il libro che preferisce basta che si attenga al tema indicato.

 

 

 

Ecco i temi

settembre: un classico distopico con regime dittatoriale
ottobre: un distopico/fantascientifico che tratti di alieni o mutanti
novembre: un distopico/fantascientifico scritto fra il 1860 e il 1960
dicembre: un distopico scritto da una donna
gennaio: un post apocalittico
febbraio: un libro che tratti terrestri su un altro pianeta
marzo: un distopico/fantascientifico che tratti di robots/alieni
aprile: un distopico/fantascientifico ambientato nel nostro secolo
maggio: un distopico/fantascientifico scritto da un italiano/a
giugno: un ucronico
luglio: un distopico/fantascientifico con protagonisti bambini/adolescenti
agosto: un distopico/fantascientifico russo
Bonus: un distopico/fantascientifico che tratti di droghe

Ho preso l’occasione al volo per poter leggere una serie di libri il cui genere mi stava iniziando ad appassionare e anche poter conoscere una bookblogger con molta passione anche nerd.

Che cosa ho “imparato” da questi 6 mesi? Beh si impara sempre qualcosa ma alla fine leggere è “solo” leggere, anche se la fantascienza è un genere che obbliga a pensare quasi quanto un saggio sociologico: anticipa molti dei temi di medicina, scienza, sociobiologia, antropologia che il tempo ha dimostrato che l’uomo deve affrontare anche se ancora non abbiamo robot e non facciamo viaggi interstellari.

Settembre: “Qui non è possibile” di Sinclair Lewis.

La mia recensione sul mio blog la trovate qua.

Scritto nel 1935 e pubblicato in Italia in piena guerra, è un classico della distopia dittatoriale, ambientanto in America dove si assiste alla veloce scalata alla Casa Bianca del senatore Buzz Windrip e all’instaurazione di un regime dittatoriale e segregazionista e alla nascita, in contemporanea, di un sistema di resistenza e di patrioti. Un libro molto lento da leggere, ma molto interessante che in tanti hanno accostato alla scalata di Donald Trum alla presidenza americana. Credo che sia un po’ tirata per i capelli, anche se sicuramente sia il libro che la realtà sottolineano come dalla crisi della politica possa nascere una “non politica” dal pugno duro, convinta che con l’autoritarismo di risolvere i problemi e silenziare le differenze. Per fortuna la realtà ci sta dimostrando come, per ora, funzionino ancora gli anticorpi democratici che impediscono la veloce instaurazione di una dittatura. Altra cosa differente è che nel libro il presidente è un democratico e non un repubblicano come Trump. Vogliamo leggervi qualcosa? Senza scendere nella politologia da 4 blog che ognuno si sente in dover di spargere al web, credo che dovremmo comprendere che la nascita dei totalitarismi ha molti padri e madri e può evolversi in qualsiasi nido politico, soprattutto quando si è convinti al 100% della bontà delle proprie azioni e della totale negatività del nemico (non più avversario) politico: nel momento in cui non c’è più seria autocritica, ma solo una lotta lì nasce il totalitarismo di qualsiasi colore.

Proprio per quel motivo mi ha sorpreso che fosse stato scritto fra le due guerre, in un periodo molto delicato politicamente, e che in Italia fossero riusciti a pubblicarlo durante la II guerra mondiale. Mi piacerebbe trovare i dati di vendita e come venne accolto e con quali provocazioni letterarie e politiche. Alla fine in Europa stavano vivendo quello che era stato “profetizzato” (anche se le citazioni al nazismo sono chiare nel libro) qualche anno prima.

Ottobre: “Follia per sette clan” di P.K. Dick

Qui la mia recensione completa.

Cosa mi ha colpito? Sicuramente la modalità in cui vengono trattati e proposti i disturbi mentali umani e come alla fine Dick, forse in modo sornione, ci dica che nessuno di noi può scappare a una diagnosi e a una condanna dal mondo “normale”. In effetti dovremmo comprendere come essere “alieni” è qualcosa di molto terrestre, in quanto altro da me e come la malattia mentale possa alienare, ossia allontanare, un essere umano da tutto il resto dell’umanità condannandola a una lunga e recidiva condanna a un ergastolo sociale e medico a volte infinita e dolorosa.

Novembre: “Il giorno dei trifidi” di John Wyndham

La distopia è quel genere che pone il lettore di fronte all’inevitabile sconfitta del genere umano, in perenne lotta contro qualcosa o qualcuno in un mondo che sembra non aver più una ragion d’essere. Capisco che sia un po’ semplicistico, ma di per sè il genere non porta speranza anzi forse guardando nel vaso della Pandora letteraria anche quella è scappata. In questo romanzo, con elementi un po’ distaccati fra loro, mi sono trovata a seguire le vicende dei protagonisti con ineluttabile pigrizia, chiedendomi come fosse possibile ricostruire il mondo.

E qui devo aprire una parentesi e dire che come rievocatrice quando leggo un distopico rimango sembre un po’ arrabbiata, in quanto è vero che l’essere umano medio, oramai abituato ad aprire il portafoglio e comprare cose, non è più in grado di fare da solo qualcosa, ma al mondo esistono ed esisteranno artigiani in grado di plasmare la materia e farci saltar fuori un tavolo come una stoffa. Ragiono come rievocatrice, perché io nella mia imbranataggine sono riuscita a imparare i rudimenti della tessitura pur non essendo un’artigiana: il sapere è a nostra disposizione se vogliamo apprenderlo e non c’è nulla di misterico nell’usare le mani. Invece quello che detesto è che cade un meteorite? scoppia una guerra nucleare? e tutti imbravvisamente diventano inabili a tutto e manco un tea sanno farsi.

Dicembre: “Il mondo della foresta” di Ursula K. Le Guin

Un romanzo breve o un racconto lungo che mi ha colpito per quella che io ho visto una critica al colonialismo e alle sue brutture e ai tentativi di manipolazione e distruzione dell’altro. In un mondo dove l’equilibrio fra natura e popolazione vivente si basa sul rispetto e interscambio, l’entrata a gamba tesa degli umani in carenza di cibo e zone verdi da disboscare porta davvero lo stravolgimento totale costringendo gli indigeni a trasformare anche la propria natura pacifica per difendersi. Il colonialismo terrestre è stato uno dei momenti più distruttivi per le altre popolazioni umane, creando fenomeni distrorsivi quali lo schiavismo e la difesa per legge degli abusi; come la non salvaguardia degli ecosistemi sia una delle cause di sconvolgimenti e conflitti, ma nessuno vuole davvero affrontare la problematica.

Chi mi ha prestato questo libro mi ha messo la pulce nell’oreccho che questo romanzo possa essere stato usato come base per la scenggiatura di “Avatar”. Ne sapete qualcosa? In effetti gli elementi ci sono tutti, anche se i dettagli cambiano.

Gennaio: “La strada” di Cormac McCarthy

Aspettavo l’occasione per leggere questo libro da tanti osannato e temuto a tal punto che mi ero fatta un’altra idea e forse questo mi ha manipolato la lettura. Come sopra, per la distopia, il fatto che anche nel post apocalittico tutti abbiano perso qualsiasi conoscenza materiale mi manda in bestia e qui i due protagonisti, o meglio il padre è proprio uno sconfitto anche da sè stesso: incapace di costruire sapere e di condividerlo e passarlo al figlio, condanna entrambi alla morte certa, soprattutto mentalmente inerte. Il lungo cammino che fanno verso condizioni di vita migliori, in un mondo silenzioso e autodistrutto, porta entrambi a inutili discorsi che non costruiscono nulla. Come è possibile che non ci sia almeno il desiderio inconscio di permettere la continuità della specie? Forse questa sensazione, che io ho trovato fastidiosa e deludente, è il punto focale che porta i lettori a vederlo come un dramma da lacrime e struggimento. A me ha fatto solo una gran rabbia. Forse nel mio personale vaso di Pandora, malgrado tutto, c’è la speranza in fodno e la voglio conservare.

Febbraio: “3 per la vecchia luna” R. Jones, H.B Fyfe e F. Leiber

Tre racconti sul nostro unico satellite e tre modi di vedere la luna e di rapportarsi a lei: il primo divertente in piena idea espansionistica e di conquista dell’universo, il secondo drammatico dove quell’idea si scontra con la difficoltà dell’esplorazione e il terzo in chiave weird dove la luna non è più dalla nostra parte come alleata ma anzi ci incute e dimostra terrore.

La luna è e rimarrà il nostro orizzonte spaziale più vicino e nello stesso tempo quello che maggiormente influisce le nostre vite anche in condizioni molto personali e quindi ci può incutere terrore. Eppure lei finché rimarrà al suo posto ci consentirà una vita sulla Terra equilibrata e stagionale e questo alla fine ci dovrebbe rassicurare e ringraziarla.

Ecco, questi sono i 6 libri iniziali della lettura collettiva. Ho già iniziato a leggere i libri di marzo e saranno due, solo perché il primo per quanto bella alla fine era un racconto e mi son sentita un po’ in colpa a leggere robine piccole. In più, in questo momento di pausa forzata per Coronavirsu, eggià, non ho voglia di farmi abbattere dalle brutte notizie e voglio riuscire a sfruttare al meglio il tempo, anche leggendo qualcosa di più sostanzioso. Ringrazio pubblicamente la metro di Roma per permettermi di stare al passo con le letture della fantadistochallenge portandomi ogni mattina al lavoro e riportandomi a casa alla fine.

“Follie per sette clan” di P. K. Dick

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dal sito della Fanucci il link al libro

Cosa succederebbe se la luna Alfa III L2, ex ospedale psichiatrico terrestre, diventasse terreno di conquista o riconquista da parte dei terrestri e degli alfaniani, ma nessuno volesse dirlo espressamente, anzi?

Questo è il cardine attorno al quale ruotano almeno due vicende: quella degli abitanti della luna e quella personale di Chuck Rittersdorf marito, anzi oramai ex marito della consulente matrimoniale e psicologa andata volontaria sulla luna per iniziare un progetto di controllo e terapia sugli abitanti. Questi due filoni si incroceranno violentemente proprio sulla luna Alfa III L2, dove da un lato i sette clan, ossia le sette divisioni dei pazienti mentali, si chiederanno come resistere e rimanere indipendenti, combattento fisicamente la nuova invasione terrestre e dall’altro Chuck, nel tentativo di esistere (molto diverso dal resistere) come individuo e, cercando di far valere se stesso o rivendicare qualcosa, dovrà fare i conti con la moglie.

Chuck Rittersdorf è un personaggio perdente, sballottato dagli eventi e dalle decisioni altrui, con una moglie impositiva che per il suo bene (ovviamente suo bene è tutto molto personale e discutibile) vorrebbe fargli fare una carriera diversa dalle sue decisioni; con un lavoro senza vere prospettive di realizzazione personale (una sorta di “tu dimmi quello che devo scrivere e io lo scrivo”), dove i suoi superiori ne sfruttano le capacità tranne poi mollarlo nel momento più nero. E in aggiunta a tutto ciò, come se non bastasse, i suoi nuovi vicini di casa sono una muffa gelatinosa che legge nella mente e che lo costringe a prendere scelte per la vita lavorativa e non solo, e una consulente Psi (ovvero con poteri psionici) della polizia. Chuck sembra una vera e propria pallina da ping pong sballottata dagli eventi, usata dai personaggi più particolari per risolvere questioni, buttato in una mischia ben più grande di lui, dove gli interessi planetari vanno a sovrastare quelli personali. Per chiunque avesse letto la biografia di Dick scritta da Carrere “Io sono vivo, voi siete morti” si possono riscontrare tratti comuni fra Chuck e Dick stesso, con la sua difficoltà di mantenere i rapporti personali con le proprie mogli (quasi tutte con caratteri e personalità strutturate o indipendenti e per questo poco inclini a sopportare fino all’esagerazione alle paranoie e difficoltà dello scrittore), con tratti di paranoia nei confronti di chi detiene il potere e la gestione delle comunicazioni (non a caso usa l’acronimo CIA per l’ente per cui lavora il protagonista), incapacità di prendere di petto la propria vita e trovare un modo per rimetterla in piedi. La grande differenza, a mio parere, sta nella conclusione del romanzo e con la decisione del protagonista nei confronti della moglie.

La parte più “originale” a mio parere è la costruzione della luna con i sette clan divisi e organizzati come le caste indiane, dove la malattia mentale ha sviluppato veri e propri tratti distintivi ben riconoscibili, ma propositivi per la sopravvivenza del pianeta: l’interazione viene lasciata ai margini e ben organizzata secondo le diverse attitudini e una specie di consiglio di “saggi” si riunisce per la gestione delle situazioni d’emergenza. La particolarità di questo aspetto del romanzo è il crescente svelamento di chi sono gli abitanti di Alfa III, anche se dall’inizio la definizione di ex ospedale psichiatrico terrestre la dice lunga di come la Terra un tempo prese la decisione di “epurare” la propria popolazione e allontanare chi fosse “difettoso”, salvo poi dimenticarsene e lasciarli al loro destino. E il loro destino lo hanno forgiato, costruendo società differenti basate sui diversi problemi mentali più comuni (paranoia, schizzofrenia, depressione, ossessivo-compulsivo etc.), con al centro una città denominata in base a personaggi famosi ritenuti malati di quel determinato disturbo (es. i Para vivono a Adolfville da Adolf Hitler, considerato un paranoico per eccellenza). Non è chiaro se ci sia un qualche tipo di valutazione esterna per le generazioni successive all’abbandono terrestre per determinare le appartenenze alle classi, ma quello che viene a leggersi è che non c’è più la considerazione di una malattia, ma l’appartenenza a una “specie eletta”, una sorta di caratteristica dominante che specializza l’individuo rendendolo a suo modo speciale e inquadrabile. Poi da questa schematizzazione escono i “santi” ovvero persone con capacità extra clan che riusciranno attraverso le visioni e una sorta di dominio sullo spazio a impedire la riconquista terrestre. Questo è l’aspetto più mistico tipico della fantascienza di Dick, dove a personaggi perdenti si aggiungono personaggi con doti talmente superiori da non esserne quasi in grado di comprenderne il potere: i nostri tre santi, apparteneneti a tre clan diversi, sono come usati dai loro stessi poteri più che dominarli, diventando strumento per la salvezza della luna e mai esercitando altro potere all’interno del consiglio dei sette clan. Alla fine, ancora una volta, Dick sembra voler sottolineare la fragilità di determinati individui, il peso che portano e anche, allo stesso tempo, il distacco che attuano nei confronti della società in cui agiscono.

Voto: 7 e mezzo. Per una volta non ho letto il romanzo in apnea, ma mi sono fatta trascinare dalla scorrevolezza dello stile, senza troppe domande sulle forzature di trama (dovute al dover “usare” il protagonista come unico polo narrante della vicenda) o sul fatto che sarebbe stato interessante leggere maggiormente la parte dedicata ad Alfa III e ai suoi abitanti.

Consigliato: prima di tutto a coloro che hanno o stanno partecipando alla challenge su instagram fatta da @sonosololibri dedicata alla distopia o fantascienza con il tema di ottobre sugli “alieni e mutanti”. Secondariamente a chi fosse appassionato del tema della malattia mentale nella fantascienza, senza doversi leggere un trattato scientifico, con una trattazione molto particolare e in qualche modo edificante. Terzo per chi volesse leggere una storia d’amore, perché il romanzo secondo me è anche questo, dove l’amore o il rapporto amoroso non è solo una semplice attrazione, ma la conseguenza di azioni e reazioni finché uno dei due prende una decisione anche difficile, ma ponderata. É strano parlare d’amore in un romanzo di Dick, almeno secondo me, perché per quanto in molti suoi romanzi ci siano uomini e donne che instaurano qualche tipo di relazione, spesso in momenti di difficoltà, qui in qualche modo si sviscera il rapporto matrimoniale alla sua fine, con tutte le conseguenze possibili legate al divorzio e alla distruzione di quel rapporto. Per chi volesse leggere un romanzo di Dick scorrevole, piacevole e con pochi salti di stile.

Link da leggere:

Da Andromeda Rivista di Fantascienza, link sulla recensione del libro

Per conoscere meglio il lavoro dell’artista della copertina (a mio modesto parere molto interessante e provocatoria), Antonello Silverini, link al suo sito

 Scheda tecnica

Titolo originale “Clans of the Alphane Moon”

traduttore Paolo Prezzavento

introduzione di Carlo Pagetti

postfazione di Oriana Palusci

anno di pubblicazione 1968

casa editrice Fanucci Editore

stampato 2005, Printed in Italy

copertina illustrazione di © Antonello Silverini

progetto grafico di Grafica Effe

pagine 246

prezzo €14,00

 

“Il garage ermetico” di Moebius

20180502_181142_wm[1]Moebius è uno degli pseudonimi dell’artista Jean Giraud (1938-2012), artista francese a tutto tondo. Tendenzialmente cerchiamo di limitare i disegnatori di fumetti a un solo ambito, per una certa tendenza a minimizzare le capacità artistiche (oh come sono polemica con chi non capisce i fumetti! oh come sono polemica!), ma qui è davvero difficile limitarne a un solo ambito. Qui stiamo parlando di un autore poliedrico, curioso, rivoluzionario e ben poco etichettabile, che ha scelto come suo strumento il fumetto piuttosto che altro.

 

Creando Moebius ho rappresentato qualcuno che aveva scelto per la propria esistenza il compito di creare, di dare vita a un mondo. Era quello che sognavo per Jean Giraud.

Nel 1965 crea “Blueberry”, un ottocentesco tenente di cavalleria dell’esercito degli Stati Uniti, entrando a piendo diritto nell’epopea del wester con un metodo narrativo più simile alla cinematografia che al fumetto di allora.

Negli anni ’70 crea insieme ad altri disegnatori la rivista “Métal Hurlant“, vera e propria fucina dell’avanguardia figurativa francese. Il loro motto era rompere gli schemi, scomporre la narrazione e rinunciare ai legami fra le vignette. Si parla di rivoluzione del fumetto, mica caccole.

Negli ’80 è l’incontro con Jodorowski a regalare un altro personaggio molto importante nel fumetto: Incal. Ma è anche il periodo in cui si avvicina alla collaborazione con il cinema da una collaborazione con Jodorowki per realizzare “Dune” (non andata in porto, ma il materiale è stato salvato), a collaborazioni quali per la realizzazione di “Willow” di Ron Howard, “Alien” di Ridley Scott, “Tron” di Steven Lisberger e “Il quinto elemento” di Luc Besson.

Nel 1985 venne insignito dalla Francia dell’Ordine al nazionale al merito per meriti artistici e culturali.

Perché questa lunga premessa, insolita per una recensione? Perché l’autore merita di essere conosciuto e queste sono le notizie più eclatanti reperibili sul web senza troppa fatica. Perché nella mia personalissima missione di conoscenza del fumetto (sempre santa sia la biblioteca civica per aiutarmi), c’è anche la mia voglia di farvi capire, se non siete appassionati di fumetti per pigrizia e snobbismo, che vi state perdendo degli artisti e che il problema è vostro che siete pigri e aridi. Tiè. Che le cose possono non piacere, ma non perché ritenute a priori di poco conto, ma perché non c’è feeling e va bene. Moebius è un gigante e non solo perché il suo nome si cita come “Guerra e Pace” senza aver letto nè l’uno nè l’altro, ma perché quando apri un suo fumetto lo noti e lo senti.

Aprire e leggere “Il garage ermetico” è un’esperienza. Quando affronti Joyce e il flusso di coscienza molli i suoi libri perché non ce la puoi fare, ma quando apri questo fumetto puoi solo scegliere di affrontarlo o abbandonarlo. E se scegli la seconda opzione, beh perdi (e forse perdi anche se molli Joyce. Ok lo affronteremo).

Il fumetto è una sequenza di due o tre pagine fra loro conseguenti, ma nel totale legate non come se fosse un’unica storia logica. E’ difficile da spiegare, ma alla fine rileggendo uno degli scopi di “Métal Hurlant” capisci cosa si intende. Questo è un racconto di fantascienza: onirico, dissacrante, melanconico, coi buoni e i cattivi, le razze, gli intrallazzatori, le giovani fanciulle più o meno pudiche e tanta strana tecnologia che permette ogni cosa. Si seguono alcuni filoni che puntano a convergere: c’è l’arciere mascherato (che porta la maschera per essere riconosciuto. Geniale analisi sul mascherarsi), c’è Cornelius o il maggiore Grubert ricercato e rinomato personaggi che molti vorrebbero fermare in qualche modo. E poi personaggi, astronavi, androidi e viaggi nel tempo e nello spazio.

Un ottimo articolo su Moebius e “Il garage ermetico” lo potete trovare su http://www.fantascienza.com che ringrazio per avermi illuminato su alcuni dettagli. Ecco il link diretto.

Voto: 7. Il voto è alto per vari motivi.

Prima di tutto il disegno, la matita, la capacità di soffermarsi sui dettagli e sull’uso del bianco e nero creando veri e propri ritratti e nella vignetta dopo stilizzare la figura umana per renderla essenziale e illusoria come solo i fumetti devono essere.

Il secondo per aver creato un mondo fantascientifico con la complicata capacità di lasciar intravedere dietro le porte, dietro le astronavi, dietro ai raggi e alle stanze n°6 di alberghi spuntati nel nulla.

Terzo perchè per me si è divertito un sacco a prendere in giro tutti, creando una storia illogica e non lineare, ma riuscendo nello stesso tempo a sorprendere con frasi, concetti e capacità artistica. Prendere in giro, e secondo me lo fa ancora, un mondo che vorrebbe capire tutto, senza mai mettersi in gioco o in discussione.

Il voto alto perché due di tre elementi fondamentali per capire un fumetto, ovvero matite e sceneggiature, sono di livello eccelso e difficilmente raggiungibile; il terzo elemento, ovvero la trama, lascia lo spazio all’immaginazione e alla provocazione, alla fascinazione e alla presa in giro.

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Una mia piccola selezione di vignette per farvi capire il valore artistico, la capacità di raccontare attraverso le immagini, la caratterizzazione dei personaggi anche con pochi tratti e la maestria nel ritratto (a proposito Cornelius in lato a sinistra non vi ricorda un qualche attore molto famoso in questi anni? 😉 )

Consigliato: agli appassionati più o meno alle prime armi della sci-fi; ai sognatori; a chi voglia davvero essere stupito essendo costretto a cedere contro le armi della non logica narrativa.

Scheda tecnica:

Autore: Moebius

traduttore: Marco Farinelli

casa editrice: Edizioni BD

stampato nel gennaio 2010 da Aquattro, Chivasso (TO)

font design: Paolo “Ottokin”Campana

grafica, lettering e impaginazione: Luca Bertelé

 

Star Wars ep.VII: confessioni di una nerd

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Quando le locandine le facevano a mano e raccontavano davvero più di un trailer.

Ero bambina, appena nata oserei dire, quando il signor Lucas ha regalato al mondo la nuova saga dell’epica, ha rivoluzionato il genere della fantascienza, ha regalato un sogno a milioni di bambini. Non mi credete? Fattacci vostri, questa è la verità.

Potrete non credermi, ma da quel momento un salto in avanti è stato fatto da tutta la cinematografia attraverso l’uso sapiente di artigianato e tecnologia nascente; gli stessi video giochi hanno avuto un’impennata di resa. Il mondo non è stato più lo stesso. E di questo dovete farvene una ragione.

Girano leggende su come sia nata la prima saga, che poi è la seconda trilogia, quella di mezzo, quella che sta dopo ma è stata fatta prima…insomma un gran casino. Comunque sia le leggende sono il pane per chi vive di storie, per chi racconta l’epica davanti al fuoco, per chi sa distinguere Ettore da Achille e conosce per nome tutti gli dei…ah, non parliamo di antica Grecia? Siete sicuri? Io credo che qui si parli di qualcosa di ben più profondo. Perché “Star Wars” sta all’epica, come “Star Trek” sta alla scienza: potrete trovarci qualche difetto, pensare che si stanno tirando sblinde come pochi e raccontarci fregnacce, ma alla fine quando segui un film o un episodio sai esattamente quale parte del tuo corpo verrà attratta: cervello per l’Entreprise, cuore per il Millenium Falcon. E vanno bene tutti e due, anche se il mondo vorrebbe che trekkist e amanti di guerre stellari, come i peggiori teppisti delle peggiori strade di Caracas/Marsiglia (o un posto a caso che ha una brutta nomea, ma che poi ci vai e ci stai divinamente) si picchiassero ad ogni angolo di strada per difendere i propri protetti. Gli appassionati di fantascienza possono anche essere completamente folli, troppo nerd per rendersene conto, e alla fine amare in modo diverso entrambe le saghe, anche se una sarà sempre la preferita.

Sono cresciuta a pane, nutella e “Star Trek”. Non c’era giorno che non ne vedessi una puntata. “Star Wars” era buono per le feste comandate. Poi sono cresciuta e le cose si sono un po’ invertite o forse solo ho capito quanto c’era dietro a quella che tutti gli snob critici di cinema volevano sminuire in una favoletta per bambini.

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Ci abbiamo creduto…

E così mi sono fatta fregare e ho seguito Lucas come fecero i bambini con il pifferaio magico e sì, lo ammetto, sono andata a vedere la seconda trilogia che cronologicamente è la prima (sì, il casino è troppo grande che nemmeno la Forza può contenerlo. Ma che caspio!!!) e, con il mio biglietto del cinema, mi sono seduta e ho creduto. E sono stata delusa, non una ma ben 3 volte, cercando di capire come un uomo come Lucas potesse aver perso il tocco e ci avesse rifilato una cosa indegna per tutti noi appassionati. Aveva perso il tocco…ecco la verità, e la cosa gli era sfuggita di mano mentre la “Lucasart” diventava un punto di riferimento per gli effetti speciali prima che arrivasse “Il Signore degli anelli” di Jackson. Eppure si doveva vedere, capire come Anakin fosse diventato Darth Vader, come cacchio fossero saltati fuori i gemelli della forza (no, lo sappiamo…le api, i fiori. La so quella parte!) e bla bla. Anche se sapevamo che il trauma di quella frase “Luke, sono tuo padre” i giovani non lo avrebbero mai capito, ebbri della loro frescaggine. Anche se comprendevamo che noi che vedemmo la trilogia di mezzo eravamo degli eletti e ci saremmo capiti fra di noi al solo sguardo.

Poi il silenzio…i veri nerd avrebbero cercato risposte credibili nei fumetti o nei libri e avrebbero cercato come i sabbipodi, senza pudore e ritegno.

In tutto quel passare del tempo, mentre le cassette vhs si smagnetizzavano per le troppe visioni e si cercavano dvd degni di mantenere il senso di carboneria che si condivideva con i suddetti eletti, la ferale notizia giunse mischiata a miti di speranza: la terza serie sarebbe stata fatta, Lucas vende “Star Wars” alla Disney. Non si sapeva se gioire o piangere, se fare gli offesi o sperare nei soldi a palate che uscivano dai pantaloncini corti di Topolino. Però si sperava, perché la speranza è insiata nel seguace che sia egli/ella un ribelle o un imperiale.

Trovo insopportabile la tua mancanza di fede.

E’ tutto quello che ci ha permesso di sopravvivere in tutti questi anni.

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Si cerca di tornare all’origine…

Mentre siamo stati bombardati dal più assillante campagna mediatica e solleticati dal merchandising più becero e ammaliante (mentre la Lego ci costringeva a tornare bambini e a desiderare che davvero Babbo Natale ci portasse la Morte Nera a mattoncini per renderci davvero felici…), l’episodio VII è arrivato, sotto Natale, con il suo carico di emozioni e speranze.

Non farò una recensione, ce ne sono mille in giro e molte mi trovano concorde, non ho bisogno di fare la tecnica ‘sto giro. Anche perché ha detto tutto Leo Ortolani nella sua di recensione (si può dire che lo amo? Si può vero?).

Comunque sia, appena prima di Natale, con una scimmia che a stento le si faceva leggere testi di filosofia per darle un contegno, con dei veri e seri contatti nerd di fb che non hanno spoilerato nulla ma fatto crescere l’ansia (“è la cosa più bella mai vista!!!”) come se non ne avessi di mio, vado con gli amici nerd e col mio biglietto in mano (cacchio 10 euro per un 2D??? E poi parlano di crisi del cinema…ah, no è proprio crisi e spennano i polli che rompono il salvadanaio per andarci. St****i!), mi risiedo ancora una volta sulla poltroncina del cinema. E ci credo. Perché la fede è fondamentale per la Forza. Non ho mai smesso di averla, Darth!

E trema il cuore quando finalmente si spengono le luci, parte il proiettore e la ben nota musica ti riporta bambina e ti fa credere che quel J.J.Abrams che non sopporti forse la magia la può fare questa volta. Purtroppo non ha il tocco lui, non sa di cosa parla lui, non ha il Bene e il Male dentro, non cognizioni di cosa sia la scelta, di cosa significhi la Ribellione o far parte dell’Impero (o Primo Ordine come si chiama qua) e soprattutto, non è che se costruisci una Morte Nera più grande costruisci anche il buco per distruggerlo più grande! Coglione! Ah no, gli ingegneri sono i Minions…

Perché alla fine il film è come un reboot condensato della trilogia di mezzo, quella che ha fatto amare il genere a milioni di ragazzini, strizza l’occhio a loro, non inventa niente di nuovo nemmeno quello che potrebbe farlo (cacchio no una Morte Nera più grande!!! Ma porc! Maledetti ingegneri Minion!); mette le basi per qualcosa che se gestito bene al prossimo giro potrebbe rivoluzionare tutti noi, ma lo sfrutta malissimo (Kylo Ren, adolescente non sith in crisi d’identità, è ottima idea, ma è una figa isterica più che un giovane tormentato); non ha idee nuove che continuino la storia. Come disse mio fratello uscendo dal cinema “Ha strizzato l’occhio ai vecchi nerd, dando un contentino, per non bruciarsi lui e i film pronti.”, e non posso dargli torto, ma questa mancanza di idee nuove è per me una mancanza di fede e non si può accettare.

Non posso dire di sentirmi tradita, ma un po’ presa per il naso sì. Avevo voglia di credere e mi è rimasta la voglia di vedere la trilogia centrale; avevo voglia di sognare, credere, sperare, sentirmi raccontare qualcosa e invece c’è stato un già visto. Non mi ha convinto, non mi ha emozionato, ho visto i difetti prima che le potenzialità. Non è bastata la musica per incantarmi, nè l’effetto nostalgia. Io cercavo il Racconto e mi è mancato, ma la mia fede non vacilla e continuerò a credere…Luke usa la forza!

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“Dark Skies-Oscure Presenze” di Scott Stewart

Ancora una serata in cui la tv generalista non regala niente di piacevole e sky è in mano ad altri della famiglia, capito su questo film sperando che mi distragga piacevolmente e mi stacchi dal fare altro.

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recensione di mymovies.it

All’inizio parte bene, ma immediatamente perde colpi sia nello svolgimento della narrazione che nella realizzazione vera e propria, e mi trovo a dire la classica frase che ogni culture di horror dice “ma accendere la luce no?”…ecco, questo vuol dire che tutto è sul limite del non logico.

 

Certo, mi direte, perché gli horror o i fantascientifici sono logici vero? No, non lo sono, ma le reazioni umane devono essere congrue al personaggio e, se questo non è più di tanto approfondito, dovrebbe avere le reazioni medie di qualsiasi essere umano, il quale visto che alla notte subisce cose assurde e la casa viene messa a soqquadro, vuoi che una luce non la accenda? Evidentemente no. Beh io sì, almeno alla seconda notte quando per l’ennesima volta sento rumori assurdi in cucina, di sotto, al piano terra, oppure quando l’allarme suona (ecco, anche lì, ma una cavolo di arma improvvisata non te la porti dietro? Tutti in certe zone d’America hanno una mazza da baseball e loro no?).

In più ancora una volta gli elementi di questo film paiono discordanti fra di loro e senza un legame apparente o comunque senza una giustificazione. Perché i genitori, visti i gravi problemi che li trovano coinvolti, invece che farsi aiutare da uno psicologo vanno a trovare uno sconosciuto (perché nel film non ho capito come salti fuori) investigatore di fenomeni del genere? Perché il ragazzino grande ha il classico amico squinternato e lo frequenta malgrado sia successo qualcosa di pesante in passato? Perché il figlio piccolo sembra normale e poi di colpo perde il lume della ragione senza accusare più di tanto o comunque senza essere davvero utile allo svolgimento? Perché…insomma in questo film disarticolato mi sono sorti troppi perché e quello di non accendere la luce è solo quello più banale

Regia: 6 Niente di che, alla fine fra una citazione e l’altra anche di altri film (no, davvero ci sono 3 stormi di uccelli neri che si abbattono sulla loro casa? Non ci avevo mai pensato…), il regista svolge il suo compitino senza infamia e senza lode. Forse non è tutta colpa sua, ma davvero niente di eccezionale.

Sceneggiatura: 5 Vorrei dire buona l’idea, ma anche qui era un già visto. In film del genere, dopo anni che si raccontano le peggio cose, purtroppo non ci vuole tanto l’idea originale, ma piuttosto la descrizione della stessa in modo originale, il portare lo spettatore a intuire, a voler sapere di più, a investigare coi protagonisti e non a passare da una sequenza all’altra.

Scenografia + costumi: 6 Film contemporaneo, quindi tutto come ci si aspetta. Diciamo che prende un po’ lo slancio quando deve descrivere l’aumentare delle paranoie e della disperazione dei protagonisti, ma è davvero il minimo.

Fotografia: 6 C’era? Ovvero, l’uso della fotografia è stato funzionale al portare lo spettatore a guardarsi attorno per paura che quello che sta vedendo gli possa capitare? No. Quindi ha fatto il compitino di ben mostrare il lavoro senza essere davvero usata per quel che è nata.

Effetti speciali:5 Non vi svelerò chi sono i cattivoni del film, ma sono stati resi malissimo in quanto senza fondo, tridimensionalità, resa credibile. Mi contesterete questa frase con la classica risposta “ma era voluto, tu non capisci e bla bla”; ok, voluto…va bene…i disegni dei bambini sono voluti, ma quelli no, quelli sono realizzati male perché alla fine non si aveva davvero voglia di rendere questo film credibile.

Musica: c’era?

Voto 5– Il film è evitabilissimo, non aggiunge nulla alla storia del cinema, né in generale né in quella di genere, ma si fa guardare se per una sera non sapete cosa vedere e ve lo passano in tv. Evitate di scaricarlo o di affittarlo o di farvelo prestare. Questo film è il classico film che guardavo nelle serate di compagnia quando la ricerca di “demonialienichesparano” ti portavano alla scelta di un classico serie Z o questo e alla fine ti chiedevi perché non avevi preso l’altro che al massimo due sane risate te le facevi!

p.s: rileggendo la recensione di “Mymovies.it” mi chiedo che genere di bagaglio culturale di genere abbiano quelli che hanno scritto l’articolo. Non che non si possa avere dello stesso film visioni diverse e non che non sia stato scritto correttamente (anche nella citazione degli elementi), ma mi da l’idea che non abbiano visto molto di più che questo film per giudicarlo. Insomma non è che per forza si debba essere un cinefilo assatanato o talebano, non dico nemmeno che bisogna passare la propria vita a cercare il famoso ago nel famoso pagliaio, ma avere un minimo di cognizione di causa no? Ci sono film, libri, fumetti che nascono e vivono perché altri pilastri sono stati creati prima di loro e quando non si conosce la storia del genere a volte si rischia di andare in giro zoppi…

“Shada” di Douglas Adams & Gareth Roberts

Ho comprato questo libro una sera d’autunno per il semplice motivo che non si può non amare il Dottore. Il Dottore chi? Il Dottore. Beh chi non avesse capito questa semplice domandina e non avesse riconosciuto uno dei tormentoni più famosi della storia della televisione, dovrebbe, con molta pazienza, andarsi a vedere la serie “The Doctor Who” nata negli anni ’60 alla BBC e diventata nel tempo non solo la serie televisiva più longeva, ma un vero fenomeno di culto. A seguito del successo del telefilm è normale che sia nato non solo un fortissimo fenomeno di merchandising (credo più tipico dei giorni nostri, dopo la ripresa della serie), ma anche una serie di libri che integrassero, aggiungessero storie a quelle già narrate senza stravolgere troppo la già intricata vicenda.

Allora vediamo un altro grande della fantascienza iniziare, ma non completare, una completa storia cartacea, dopo aver scritto alcuni episodi della serie televisiva; vediamo un altro autore portare a termine questo racconto e regalare a noi piccoli appassionati di fantascienza un vero gioiellino in stile Dottore.

Appena ho iniziato a leggere la vicenda il mio cervello ha immaginato il Dottore nella sua ultima trasformazione, la dodicesima quella di Capaldi per intenderci, con un Dottore per niente sex simbol, ma solo un alieno eccentrico, incomprensibile, vulcanico e meticoloso; poi arrivano le descrizioni e ci si rende conto che il Dottore è il quarto, con la sua lunga sciarpa colorata interpretato da Tom Baker, uno dei più amati e longevi. Per chi come me si è avvicinata alla serie nella sua nuova fase, quindi con l’ottava incarnazione, trovarsi di fronte a un classico è spiazzante…oppure no? In realtà quando si completa la storia, quando si chiude il libro, si sospira, si cerca con le orecchie di sentire il rumore del tardis, quando si torna alla normalità ci si rende conto del vero senso del personaggio: non importa chi sia l’attore, la compagna o i compagni che lo seguono, dove va e quale siano i nemici, egli è sempre uno perché dietro c’è un lavoro di sceneggiatura veramente immane.

http://www.anobii.com/books/Doctor_Who_-_Shada/9788804633358/01becdc1c9e347e365

E qui torniamo alla nostra vicenda. Non ci sono dalek, i ciberman, il Maestro o gli angeli piangenti, qui c’è Skagra e la sua ricerca della fantomatica Shada e del potere assoluto attraverso la conoscenza universale. Tutto qui? No, dico, uno vuole solo diventare “padrone di mondo” (cit.) e cosa sarà mai? Niente, se non fosse che così facendo l’universo intero sia in pericolo per la propria esistenza e quando queste cose accadono “casualmente” passa di lì un Dottore a caso e rimette a posto la situazione.

Il romanzo si svolge come una classica avventura della serie, anche se è meglio dire che sembra uno special vista la complessità della situazione, i personaggi (sempre molto pochi come è doveroso per una puntata), ma tante sono le informazioni che vengono date non solo sul protagonista, ma anche su cosa sia un Signore del Tempo, quanti siano i Signori del Tempo, Gallifrey e tanto altro. In questo senso il romanzo destabilizza lo spettatore/lettore abituato a un’altra visione della vicenda personale del Dottore: vederlo girare non con la compagna (è sempre pieno di donne, senza manco rendersi davvero conto di questa cosa) terreste, ma con una Signora del Tempo è inusuale, come altro.

Mi piacerebbe capire come questo racconto riesca a inserirsi nel contesto narrativo complessissimo della serie o se, rimanendo una cosa a parte, non lo scalfisca di un millimetro. E’ presto detto che con lo special del 50esimo anno tante carte sono state ribaltate e molti filoni rimescolati.

La scrittura è quella che ti aspetti da Adams, con quel pizzico di non senso fantascientifico che lo ha fatto amare al pubblico e riscoprire anche dopo la sua morte, ma con qualcosa di diverso dovuto proprio alla riscrittura di Roberts che non volle lasciare nel dimenticatoio lo script (leggere la postfazione alla fine è qualcosa di illuminante per capire tutti gli intrecci fra questi protagonisti dietro e dentro questo libro).

Un libro che si consiglia a chi è appassionato della serie e dell’autore originale per voler partire per la scoperta dell’universo dentro una cabina del telefono blu della polizia.

Voto: 7

Scheda tecnica

Anno di pubblicazione:2012

Finito di stampare ottobre 2013 presso ELCOGRAF S.p.a., Cles (TN), stampato in Italia

Titolo originale: “Dottor Who- Shada”

Traduzione di Alessandro Vezzoli

Casa editrice: Oscar Mondadori

Progetto grafico di Two Associates

art director Giacomo Callo

365 pagine

“Pacific Rim” di Guillermo Del Toro

Ieri sera, un venerdì sera come tanti altri, per una casualità del destino riesco a prendere in tempo l’orario di inizio film, di un film che mi interessa e me lo guardo.

http://www.mymovies.it/film/2013/pacificrim/

Lo aspettavo da tempo, ha tutto quello che mi interessa in un film distensivo (bhe…è il genere che preferisco guardare, visto che di seghe mentali e drammi ce ne sono già troppe nella vita vera): robottoni, effetti speciali, mostroni e…basta! Serve altro? Un tempo, nella vecchia compagnia, questo era il genere “demoni alieni che sparano” (che poi abbiamo visto incarnarsi in “Fantasmi su Marte”) dove c’era tutto il trash nerd per eccellenza, senza bisogno del cervello. Purtroppo per una serie di casi della vita quando uscì al cinema non riuscii ad andarci e devo dire che è un vero peccato perché questo è un film da grande schermo. E’ pieno di effetti speciali, di colori sovradosati, di chiari scuro imperanti: fotografia ed effetti sono le colonne della vicenda.

Perché puntare sugli aspetti tecnici? A mio parere perché la trama è ininfluente. Sappiamo che a un certo punto dei terribili dinosauri alieni enormi sbucano da non si sa dove e iniziano a massacrare gli umani; poi gli umani iniziano a costruire dei giganteschi robottoni (e non si sa come gli è venuta questa idea) e poi si picchiano. Punto. Questo è il succo della trama. Ok, ci sarebbe anche una mini storia d’amore; c’è il rapporto padre-figlio da sviscerare; c’è la simbiosi dei due piloti dei robottoni; la capacità di tenere a bada i ricordi; e poi il mercato nero degli organi di kaiju e la carne da macello umana. Tutte queste cose sono più o meno accidentali, ma soprattutto ignorate nell’approfondimento e in fin dei conti va benissimo così: questo non è un film impegnato, questo è un film svacco!

Regia: 6 e mezzo. Difficile non far girare bene un film del genere, ma qualcuno poteva anche farlo, non Del Toro. Quello che ha in mano lo sa mischiare bene e lo fa scorrere come si deve. Un compitino ben fatto tocca dirlo, senza però troppo impegno.

Sceneggiatura: 6 e mezzo. Voto basso perché le potenzialità per raccontare una vera storia del futuro c’erano, ma la scelta è stata quella di condensare tutto in un episodio e non in una serie televisiva. Comprensibile, ma lascia un po’ con l’amaro in bocca, perché troppe cose sono scontate e troppe lasciate correre.

Scenografia e costumi: 8 Rendere la Terra in un futuro prossimo lontano è sempre un rischio: rischio di esagerare, di rendere tutto poco credibile, troppo innaturale. Invece qui va tutto liscio. Ovvio è un mondo un po’ diverso da quello che noi conosciamo, ma poi non più di tanto, è solo un po’ meno incasinato anche se c’è la paura.

Fotografia: 8 e mezzo Buona parte di questo film si basa su questa caratteristica. Il voto non è eccelso solo per il fatto che guardarlo su un televisore di 20 pollici è debilitante per lo spirito nerd e quindi tanti dettagli sono spariti, si sono minimizzati, cancellati. Il voto è falsato, sento che poteva essere più alto.

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Effetti speciali: 10 Qui il voto è altissimo perché, porcaciccia!, c’è tutto quello che ci deve essere, come ci deve essere, quando ci deve essere. Punto. Robottoni: fichissimi! Kaiju: splendidi e la mano di Del Toro si vede tutta (e io la adoro. Da “Il labirinto del Fauno” a “Hellboy” a questo ci sono tutti i suoi classici mostri, le sue maschere dell’orrore umano. Come non si può adorarlo?). Dovete vederlo per capire l’emozione che si può provare quando si caricano i pugni dei nostri eroi di latta da scaricarsi come mitra contro i dinosauri alieni!

Voto: 7 Un voto di media non matematica alla fine, per mediare la scarsità della sceneggiatura in paragone con gli effetti. Un film da riguardare solo per cogliere meglio alcune sfumature.

Buon compleanno Douglas Adams!

Dont’ panic.

Prendete un asciugamano.

Forse il vostro pianeta potrebbe essere distrutto per far passare un’autostrada, ma non è colpa nostra: l’avviso era stato messo in bacheca.

Quindi?

Quindi se avete sotto mano una guida galattica per autostoppisti non abbiate paura di nulla e buttatevi in nuove e strabilianti avventure. Quelle stesse avventure che un certo Douglas Adams ha partorito alla fine degli anni ’70 e che si diffusero per tutto il cosmo velocemente anche se, ammettiamolo, quando entravi nel “club” era come entrare in un altro antro del nerdismo da sotto cultura.

42 e Douglas Adams

Si arriva a conoscere il suo lavoro di fantascienza quando nel 2005 decisero di farci un film, raccogliendo la summa di tutta la serie e facendo uscire un prodotto sicuramente non corretto al 100% (e comprendo i puristi), ma che ha fatto avvicinare il pubblico a questo autore. Io ero una di quelle persone ignoranti. Lo ammetto. Ma poi ho smesso.

E ho inforcato il mio asciugamano, ho amato alla follia Marvin, ho saputo cosa vuol dire 42 e i delfini non sono più stati gli stessi ai miei occhi. Attraverso la lettura dei suoi libri ho compreso che la leggerezza non vuol dire pochezza, che si può ridere anche del futuro e dei viaggi nello spazio senza mai perdere la serietà di una cosa che potrebbe accadere. Non voglio fare una difesa a spada tratta del suo surreale umorismo, della visione della fantascienza uscita dalla sua penna, ma vorrei solo ricordarvi che non possiamo sempre essere seri e precisi e se ci lasciassimo andare un pochino questa vita potrebbe essere molto meglio. La mia fortuna di lettrice non divoratrice mi da modo di avere ancora qualche libro da poter scoprire e con cui potermi ancora divertire come se fosse una sorpresa nuova.

Douglas Adams ci ha lasciato nel 2001 a 49 anni (inizio a pensare che la fantascienza non porti benissimo visto anche la fine di Dick, ma voglio vederci solo un caso), lasciando incompiuta la serie e quella di Dirk Gently, ma soprattutto lasciando un enorme vuoto nella vita dei suoi lettori che ogni anno lo onorano con il Towel Day il 25 maggio.

Marvin

Nel nostro piccolo quando ci sono state le votazioni elettorali abbiamo pensato con gli amici che portarci dietro un asciugamano fosse il miglior segno per riconoscersi e per far capire al mondo che…don’t panic! Abbiamo raccolto un po’ di foto nella pagina di fb “Towel day contest fotografico”.

Grazie Adams per i meravigliosi viaggi nello spazio, con la consapevolezza che tutto può succedere, ma alla fine arriveremo a capire la domanda la cui risposta è “42”.

Buon compleanno! E grazie per tutto il pesce.

 

“La guerra dei mondi” di H.G.Wells

http://www.inmondadori.it/La-guerra-dei-mondi-Herbert-George-Wells/eai978884254405/

Avevo un po’ di timore a leggere questo libro, considerato un pilastro della fantascienza. Avevo timore perché la riduzione cinematografica con Tom Cruise era una vera ciofeca e perché non so mai come rapportarmi a un libro che piace a tanti (sono il solito bastian contrario). E invece sono stata spiazzata veramente.

Prima di tutto l’ambientazione: fine XIX secolo. Quindi totalmente diverso da quello che il cinema ci ha voluto mostrare e più leggevo e più mi chiedevo “ma qualcuno ha mai raccontato questa storia nel suo periodo originale?” Perché l’ambientazione originale rende tutto il racconto molto più realistico e terrorizzante: in un epoca a cavallo di due mentalità (l’ottocentesco stile conservatore da una parte e la modernità che avanza dall’altra), in cui tutto poteva accadere e la guerra si affacciava inesorabilmente, la presenza tecnologica e sconvolgente dei marziani venuti a conquistarci e ad annientarci doveva essere ben più sconvolgente di ora.

Orson Welles quando fece la sua famosa trasposizione radiofonica è colui che forse più di tutti si è avvicinato all’intento del romanzo: sconvolgere gli uomini così tranquilli nelle loro case.

Perché questo accade quando una tranquilla popolazione della campagna inglese viene sconvolta dall’arrivo improvviso di alcuni strani meteoriti che in realtà sono capsule che contengono marziani. Perché questo accade quando, nella piena arroganza umana, sottovalutano questa invasione. Perché questo accade nel momento in cui la morte passa dalla parte degli extraterrestri ed inizia a falcidiare i terresti (inglesi, ma non sappiamo cosa possa essere successo al resto del mondo nello stesso momento). Il terrore arriva quando ci si rende conto che la fine è arrivata, che le comunicazioni sono insufficienti per salvare la popolazione e l’esercito fa quel che può (che in situazioni del genere non è mai il massimo, tocca dirlo). Diventa sconvolgente vedere come l’essere umano comune non possa essere altro che una vittima sacrificale, una mucca da mungere in caso bisogno e che poco possa fare contro questi robi. E anche quando qualcuno dimostra di avere qualche dote particolare per combatterli, in realtà è una mera sopravvivenza.

i tripodi marziani

Particolare interessante di questo libro è lo sfondo morale, il fatto che l’autore ponga il lettore nella condizione di farsi domande su come agirebbe lui nella stessa disperata situazione. E’ come se sfidasse il lettore a commentare e a dire “io avrei fatto questo/quello” oppure silente ad accondiscendere a quello che ha letto. Di certo questa forma di scrittura è figlia del suo tempo e Wells non può esimersi dall’essere uno scrittore umanista in tutto e per tutto. Eppure questa morale non è mai soverchiante nel confronto della narrazione, non prende il momento del pistolotto o del sermone, ma velatamente continua ad andare di pari passo con la narrazione.

Fino a che i marziani…vabbè mi fermo e non faccio spoiler perché questo romanzo va letto, assolutamente, sia che vi piaccia la fantascienza, sia che non vi piaccia. E non è tanto perché alla fine capirete ancora meglio quanto è pistola T. Cruise nel film tratto, ma perché le paure inconsce che noi abbiamo di diventare alla fine la razza dominata, di sapere esattamente chi c’è là fuori sono dubbi che circolano nel mondo dalla notte dei tempi in varie forme. Questo libro va letto per la scorrevolezza della scrittura (buona traduzione devo dire, a questo punto mi piacerebbe leggerlo in lingua originale), per la capacità di conquistare il lettore e soprattutto perché non perde mai il filo della narrazione, non divaga, non aggiunge ciò che non c’entra.

Unico neo: la fine, un po’ troppo sbrigativa, anche se essenziale e corretta (anche qui leggerla in ottica moralistica è stupenda).

Voto: 8 e mezzo.

 

Scheda 

Titolo originale: The War of the Worlds

Anno di pubblicazione: 1897

Traduttore: Adriana Motti

Mursia

stampato da Andersen s.p.a., Boca (Novara)

“I guardiani della Galassia” di James Gunn

Quando uno appassionato di fumetti, anche senza conoscerli nel dettaglio, vede l’accoppiata Marvel & Disney per la riduzione cinematografica un po’ di freddo lungo la schiena viene; ma quando gli amici più attenti sia per conoscenza di fumetti che di cinema ti dicono che invece questo film va visto perché è spettacolare, allora cedi e una sera ci vai. Mi aspettavo più gente ieri sera (venerdì sera, secondo spettacolo) sia per l’orario che per il genere, ma o i nerd hanno finito i soldi oppure davvero il cinema costa troppo per permetterselo ( €8,90 per un 2D: facciamo poi un bel ragionamento per favore) e vanno solo i veri appassionati, magari rinunciando ad altro. Torniamo a noi che io divago spesso.

http://www.mymovies.it/film/2014/guardiansofthegalaxy/

Il film parte in modo completamente inaspettato, molto drammatico e ben fatto devo ammetterlo, a tal punto che mi sono chiesta se non avessimo sbagliato sala e stessimo guardando un drammatico in cui al protagonista capitano sfighe dietro l’altre. E invece no! Appena dopo il nostro protagonista viene rapito da un’astronave! Avete capito bene e anche se la cosa ricorda un po’ l’episodio dei Simpson (a questo punto non so più quale sia la citazione dell’altro), si capisce velocemente che ritmo e storia ora hanno cambiato verso. Il nostro rapito diventa un vero e proprio ladro intergalattico, spaccone, rubacuori, marinaio con una donna in ogni porto, col sorriso stampato sul viso e il walkman acceso. Il walkman direte voi? Sì, quello che i ragazzini nati negli anni ’70 e quindi ben vispi negli anni ’80 avevano per ascoltare la musica. Si è giurassico per molti, ma chi al cinema aveva un’età attorno ai 30 anni ha apprezzato e non solo quello. Senza che te ne accorgi il film snocciola una colonna sonora strepitosa e una serie di citazioni che capiscono solo quelli della generazione sopracitata e alla fine non ti senti poi tanto solo, ma solo un nerd in compagnia di nerd che quelle cose le ha vissute perchè “ai miei tempi…”. Film spaccone, strepitoso, ben fatto, con una storia che gira benissimo senza intoppi o dubbi, ma che soprattutto è l’omaggio a una generazione più che a un tempo e forse a volerlo guardare bene (o ripensandoci mentre scrivo) tante altre citazioni mi sono sfuggite, ma tutte legate a quando io ero ragazzina. Grazie James Gunn, grazie di cuore!

Regia: 8 voto davvero alto me ne rendo conto, ma in questo momento calcolo tutto il lavoro che è stato coordinato per fare questo film: sceneggiatura, effetti speciali, costumi, trucco e parrucco, scenografia. In questo film non sarebbe bastato guidare e basta gli attori, ma bisognava farlo mentre lavorano senza vedere la fine del lavoro (con l’uso di bluescreen); quando un attore è pieno di sensori perché presta corpo e voce ma non aspetto; bisognava che tutto fosse credibile, riempiendo anche gli spazi. E in più, per quante citazioni ci possano essere, quelle devono rimanere tali e il film deve essere un originale e non una bassa copiatura.

Sceneggiatura: 7 Anche qui un buon voto, anche se mi sto rendendo conto che non è stata molto fedele all’originale e questa è la grossa pecca che si sta vedendo quando mettono su pellicola un fumetto. Mi chiedo perché ci debbano essere sempre queste enormi differenze: in fin dei conti il pubblico che sa si aspetta quello che ha letto e quello che non lo conosce si beve qualsiasi cosa si metta sullo schermo, quindi tanto vale varrebbe essere i più fedeli possibili. Ovviamente la serialità del fumetto ha più ampio respiro che un solo film, ma il quesito rimane. Comunque il lavoro fatto è stato ben fatto, perché ogni cosa è credibile, gira bene, non ci sono buchi di sceneggiatura che lascino lo spettatore perplesso. La coerenza è il fulcro del film.

Ronan e Nebula

Scenografia e costumi: 10 Voto che raramente do per le cose tecniche ma qui ci vuole tutto. Sono stati bravissimi non solo nella caratterizzazione dei personaggi, ma anche nel non aver lasciato spazi vuoti riempiti con comparse a caso. C’è una cura oserei dire maniacale per il dettaglio, per lo studio dei personaggi e delle varie popolazioni che ricordano i bei vecchi tempi della prima trilogia (l’unica) di “Star Wars” dove la sensazione che vigeva era quella di sentirsi avvolto dalla storia. La cura nel trucco è poi una cosa spettacolare: basta vedere Bautista/Drax il Distruttore non solo tutto blu, ma con una serie di linee o tatuaggi in rilievo che ricordano molto i disegni giapponesi; Nebula/Karen Gillan (Amily Pond del Dottor Who!!!!) stupenda nella sua apparente semplicità delle linee; senza di ombra di dubbio magnifico Ronan/Lee Pace come costume, trucco, movimento, tutto, davvero un cattivo curato meravigliosamente sotto questo aspetto.

Effetti speciali: 10 anche qui un voto altissimo perché ci sta tutto. Per quanto la tecnica nel “ricostruire” personaggi strani sia arrivata a livello impensabile solo 10 anni fa (se pensiamo all’apparizione di Gollum come qualcosa di straordinario) qui la cosa che stupisce è la maestria nel fare tutto così bene, da non essere un effetto speciale. Insomma è proprio la naturalezza delle scenografie, dei combattimenti, dei personaggi non umani, delle astronavi, del combattimento aereo, e di tanto altro, queste cose rese così credibili da sembrar vere sono il segno del gran lavoro che c’è dietro. E poi pensare che dietro al personaggio più poetico del film c’è uno come Vin Diesel/Groont è davvero magia!

Cast: 8 Non saprei dire se ci stava meglio quell’attore al posto dell’altro, perché alla fine tutti quelli che ci sono sulla scena sono al posto giusto. Dai protagonisti più o meno di prima linea o di seconda, sia veri che “finti”, alle comparse, ma soprattutto ai camei: Glenn Cloose che fa il comandante capo (un po’ troppo politica e diplomatica e poco militare) a John C. Reilly guardia xandariana buona a uno strepitoso Benicio del Toro come Collezionista di cose e persone.

Musica: 8 Qui non si può non notarla! Non solo perché ci sono dei pezzi conosciuti intramezzati con delle vere chicche, ma quando ti scopri a ballare sulla sedia vuol dire che la musica è davvero una protagonista del film e quindi o si è sordi o si è stupidi per non apprezzarla. Straordinaria!

Voto: 9 Il film non rasenta la perfezione, non saprei dire in quali momenti davvero non mi abbia convinto (forse qualche “forzatura” per non rendere troppo lungo e cervellotico il tutto), ma per me la perfezione è altra. Detta questa premessa, il film non solo è gradevole, ma è veramente strepitoso per atmosfera, divertimento, per come è girato, per i personaggi, insomma un film da non perdere al cinema (secondo me rende meglio) se siete appassionati di fumetti, fantascienza, avventura, ma col sorriso e non con il dramma.

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