Star Wars ep.VII: confessioni di una nerd

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Quando le locandine le facevano a mano e raccontavano davvero più di un trailer.

Ero bambina, appena nata oserei dire, quando il signor Lucas ha regalato al mondo la nuova saga dell’epica, ha rivoluzionato il genere della fantascienza, ha regalato un sogno a milioni di bambini. Non mi credete? Fattacci vostri, questa è la verità.

Potrete non credermi, ma da quel momento un salto in avanti è stato fatto da tutta la cinematografia attraverso l’uso sapiente di artigianato e tecnologia nascente; gli stessi video giochi hanno avuto un’impennata di resa. Il mondo non è stato più lo stesso. E di questo dovete farvene una ragione.

Girano leggende su come sia nata la prima saga, che poi è la seconda trilogia, quella di mezzo, quella che sta dopo ma è stata fatta prima…insomma un gran casino. Comunque sia le leggende sono il pane per chi vive di storie, per chi racconta l’epica davanti al fuoco, per chi sa distinguere Ettore da Achille e conosce per nome tutti gli dei…ah, non parliamo di antica Grecia? Siete sicuri? Io credo che qui si parli di qualcosa di ben più profondo. Perché “Star Wars” sta all’epica, come “Star Trek” sta alla scienza: potrete trovarci qualche difetto, pensare che si stanno tirando sblinde come pochi e raccontarci fregnacce, ma alla fine quando segui un film o un episodio sai esattamente quale parte del tuo corpo verrà attratta: cervello per l’Entreprise, cuore per il Millenium Falcon. E vanno bene tutti e due, anche se il mondo vorrebbe che trekkist e amanti di guerre stellari, come i peggiori teppisti delle peggiori strade di Caracas/Marsiglia (o un posto a caso che ha una brutta nomea, ma che poi ci vai e ci stai divinamente) si picchiassero ad ogni angolo di strada per difendere i propri protetti. Gli appassionati di fantascienza possono anche essere completamente folli, troppo nerd per rendersene conto, e alla fine amare in modo diverso entrambe le saghe, anche se una sarà sempre la preferita.

Sono cresciuta a pane, nutella e “Star Trek”. Non c’era giorno che non ne vedessi una puntata. “Star Wars” era buono per le feste comandate. Poi sono cresciuta e le cose si sono un po’ invertite o forse solo ho capito quanto c’era dietro a quella che tutti gli snob critici di cinema volevano sminuire in una favoletta per bambini.

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Ci abbiamo creduto…

E così mi sono fatta fregare e ho seguito Lucas come fecero i bambini con il pifferaio magico e sì, lo ammetto, sono andata a vedere la seconda trilogia che cronologicamente è la prima (sì, il casino è troppo grande che nemmeno la Forza può contenerlo. Ma che caspio!!!) e, con il mio biglietto del cinema, mi sono seduta e ho creduto. E sono stata delusa, non una ma ben 3 volte, cercando di capire come un uomo come Lucas potesse aver perso il tocco e ci avesse rifilato una cosa indegna per tutti noi appassionati. Aveva perso il tocco…ecco la verità, e la cosa gli era sfuggita di mano mentre la “Lucasart” diventava un punto di riferimento per gli effetti speciali prima che arrivasse “Il Signore degli anelli” di Jackson. Eppure si doveva vedere, capire come Anakin fosse diventato Darth Vader, come cacchio fossero saltati fuori i gemelli della forza (no, lo sappiamo…le api, i fiori. La so quella parte!) e bla bla. Anche se sapevamo che il trauma di quella frase “Luke, sono tuo padre” i giovani non lo avrebbero mai capito, ebbri della loro frescaggine. Anche se comprendevamo che noi che vedemmo la trilogia di mezzo eravamo degli eletti e ci saremmo capiti fra di noi al solo sguardo.

Poi il silenzio…i veri nerd avrebbero cercato risposte credibili nei fumetti o nei libri e avrebbero cercato come i sabbipodi, senza pudore e ritegno.

In tutto quel passare del tempo, mentre le cassette vhs si smagnetizzavano per le troppe visioni e si cercavano dvd degni di mantenere il senso di carboneria che si condivideva con i suddetti eletti, la ferale notizia giunse mischiata a miti di speranza: la terza serie sarebbe stata fatta, Lucas vende “Star Wars” alla Disney. Non si sapeva se gioire o piangere, se fare gli offesi o sperare nei soldi a palate che uscivano dai pantaloncini corti di Topolino. Però si sperava, perché la speranza è insiata nel seguace che sia egli/ella un ribelle o un imperiale.

Trovo insopportabile la tua mancanza di fede.

E’ tutto quello che ci ha permesso di sopravvivere in tutti questi anni.

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Si cerca di tornare all’origine…

Mentre siamo stati bombardati dal più assillante campagna mediatica e solleticati dal merchandising più becero e ammaliante (mentre la Lego ci costringeva a tornare bambini e a desiderare che davvero Babbo Natale ci portasse la Morte Nera a mattoncini per renderci davvero felici…), l’episodio VII è arrivato, sotto Natale, con il suo carico di emozioni e speranze.

Non farò una recensione, ce ne sono mille in giro e molte mi trovano concorde, non ho bisogno di fare la tecnica ‘sto giro. Anche perché ha detto tutto Leo Ortolani nella sua di recensione (si può dire che lo amo? Si può vero?).

Comunque sia, appena prima di Natale, con una scimmia che a stento le si faceva leggere testi di filosofia per darle un contegno, con dei veri e seri contatti nerd di fb che non hanno spoilerato nulla ma fatto crescere l’ansia (“è la cosa più bella mai vista!!!”) come se non ne avessi di mio, vado con gli amici nerd e col mio biglietto in mano (cacchio 10 euro per un 2D??? E poi parlano di crisi del cinema…ah, no è proprio crisi e spennano i polli che rompono il salvadanaio per andarci. St****i!), mi risiedo ancora una volta sulla poltroncina del cinema. E ci credo. Perché la fede è fondamentale per la Forza. Non ho mai smesso di averla, Darth!

E trema il cuore quando finalmente si spengono le luci, parte il proiettore e la ben nota musica ti riporta bambina e ti fa credere che quel J.J.Abrams che non sopporti forse la magia la può fare questa volta. Purtroppo non ha il tocco lui, non sa di cosa parla lui, non ha il Bene e il Male dentro, non cognizioni di cosa sia la scelta, di cosa significhi la Ribellione o far parte dell’Impero (o Primo Ordine come si chiama qua) e soprattutto, non è che se costruisci una Morte Nera più grande costruisci anche il buco per distruggerlo più grande! Coglione! Ah no, gli ingegneri sono i Minions…

Perché alla fine il film è come un reboot condensato della trilogia di mezzo, quella che ha fatto amare il genere a milioni di ragazzini, strizza l’occhio a loro, non inventa niente di nuovo nemmeno quello che potrebbe farlo (cacchio no una Morte Nera più grande!!! Ma porc! Maledetti ingegneri Minion!); mette le basi per qualcosa che se gestito bene al prossimo giro potrebbe rivoluzionare tutti noi, ma lo sfrutta malissimo (Kylo Ren, adolescente non sith in crisi d’identità, è ottima idea, ma è una figa isterica più che un giovane tormentato); non ha idee nuove che continuino la storia. Come disse mio fratello uscendo dal cinema “Ha strizzato l’occhio ai vecchi nerd, dando un contentino, per non bruciarsi lui e i film pronti.”, e non posso dargli torto, ma questa mancanza di idee nuove è per me una mancanza di fede e non si può accettare.

Non posso dire di sentirmi tradita, ma un po’ presa per il naso sì. Avevo voglia di credere e mi è rimasta la voglia di vedere la trilogia centrale; avevo voglia di sognare, credere, sperare, sentirmi raccontare qualcosa e invece c’è stato un già visto. Non mi ha convinto, non mi ha emozionato, ho visto i difetti prima che le potenzialità. Non è bastata la musica per incantarmi, nè l’effetto nostalgia. Io cercavo il Racconto e mi è mancato, ma la mia fede non vacilla e continuerò a credere…Luke usa la forza!

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“Dark Skies-Oscure Presenze” di Scott Stewart

Ancora una serata in cui la tv generalista non regala niente di piacevole e sky è in mano ad altri della famiglia, capito su questo film sperando che mi distragga piacevolmente e mi stacchi dal fare altro.

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recensione di mymovies.it

All’inizio parte bene, ma immediatamente perde colpi sia nello svolgimento della narrazione che nella realizzazione vera e propria, e mi trovo a dire la classica frase che ogni culture di horror dice “ma accendere la luce no?”…ecco, questo vuol dire che tutto è sul limite del non logico.

 

Certo, mi direte, perché gli horror o i fantascientifici sono logici vero? No, non lo sono, ma le reazioni umane devono essere congrue al personaggio e, se questo non è più di tanto approfondito, dovrebbe avere le reazioni medie di qualsiasi essere umano, il quale visto che alla notte subisce cose assurde e la casa viene messa a soqquadro, vuoi che una luce non la accenda? Evidentemente no. Beh io sì, almeno alla seconda notte quando per l’ennesima volta sento rumori assurdi in cucina, di sotto, al piano terra, oppure quando l’allarme suona (ecco, anche lì, ma una cavolo di arma improvvisata non te la porti dietro? Tutti in certe zone d’America hanno una mazza da baseball e loro no?).

In più ancora una volta gli elementi di questo film paiono discordanti fra di loro e senza un legame apparente o comunque senza una giustificazione. Perché i genitori, visti i gravi problemi che li trovano coinvolti, invece che farsi aiutare da uno psicologo vanno a trovare uno sconosciuto (perché nel film non ho capito come salti fuori) investigatore di fenomeni del genere? Perché il ragazzino grande ha il classico amico squinternato e lo frequenta malgrado sia successo qualcosa di pesante in passato? Perché il figlio piccolo sembra normale e poi di colpo perde il lume della ragione senza accusare più di tanto o comunque senza essere davvero utile allo svolgimento? Perché…insomma in questo film disarticolato mi sono sorti troppi perché e quello di non accendere la luce è solo quello più banale

Regia: 6 Niente di che, alla fine fra una citazione e l’altra anche di altri film (no, davvero ci sono 3 stormi di uccelli neri che si abbattono sulla loro casa? Non ci avevo mai pensato…), il regista svolge il suo compitino senza infamia e senza lode. Forse non è tutta colpa sua, ma davvero niente di eccezionale.

Sceneggiatura: 5 Vorrei dire buona l’idea, ma anche qui era un già visto. In film del genere, dopo anni che si raccontano le peggio cose, purtroppo non ci vuole tanto l’idea originale, ma piuttosto la descrizione della stessa in modo originale, il portare lo spettatore a intuire, a voler sapere di più, a investigare coi protagonisti e non a passare da una sequenza all’altra.

Scenografia + costumi: 6 Film contemporaneo, quindi tutto come ci si aspetta. Diciamo che prende un po’ lo slancio quando deve descrivere l’aumentare delle paranoie e della disperazione dei protagonisti, ma è davvero il minimo.

Fotografia: 6 C’era? Ovvero, l’uso della fotografia è stato funzionale al portare lo spettatore a guardarsi attorno per paura che quello che sta vedendo gli possa capitare? No. Quindi ha fatto il compitino di ben mostrare il lavoro senza essere davvero usata per quel che è nata.

Effetti speciali:5 Non vi svelerò chi sono i cattivoni del film, ma sono stati resi malissimo in quanto senza fondo, tridimensionalità, resa credibile. Mi contesterete questa frase con la classica risposta “ma era voluto, tu non capisci e bla bla”; ok, voluto…va bene…i disegni dei bambini sono voluti, ma quelli no, quelli sono realizzati male perché alla fine non si aveva davvero voglia di rendere questo film credibile.

Musica: c’era?

Voto 5– Il film è evitabilissimo, non aggiunge nulla alla storia del cinema, né in generale né in quella di genere, ma si fa guardare se per una sera non sapete cosa vedere e ve lo passano in tv. Evitate di scaricarlo o di affittarlo o di farvelo prestare. Questo film è il classico film che guardavo nelle serate di compagnia quando la ricerca di “demonialienichesparano” ti portavano alla scelta di un classico serie Z o questo e alla fine ti chiedevi perché non avevi preso l’altro che al massimo due sane risate te le facevi!

p.s: rileggendo la recensione di “Mymovies.it” mi chiedo che genere di bagaglio culturale di genere abbiano quelli che hanno scritto l’articolo. Non che non si possa avere dello stesso film visioni diverse e non che non sia stato scritto correttamente (anche nella citazione degli elementi), ma mi da l’idea che non abbiano visto molto di più che questo film per giudicarlo. Insomma non è che per forza si debba essere un cinefilo assatanato o talebano, non dico nemmeno che bisogna passare la propria vita a cercare il famoso ago nel famoso pagliaio, ma avere un minimo di cognizione di causa no? Ci sono film, libri, fumetti che nascono e vivono perché altri pilastri sono stati creati prima di loro e quando non si conosce la storia del genere a volte si rischia di andare in giro zoppi…

“Shada” di Douglas Adams & Gareth Roberts

Ho comprato questo libro una sera d’autunno per il semplice motivo che non si può non amare il Dottore. Il Dottore chi? Il Dottore. Beh chi non avesse capito questa semplice domandina e non avesse riconosciuto uno dei tormentoni più famosi della storia della televisione, dovrebbe, con molta pazienza, andarsi a vedere la serie “The Doctor Who” nata negli anni ’60 alla BBC e diventata nel tempo non solo la serie televisiva più longeva, ma un vero fenomeno di culto. A seguito del successo del telefilm è normale che sia nato non solo un fortissimo fenomeno di merchandising (credo più tipico dei giorni nostri, dopo la ripresa della serie), ma anche una serie di libri che integrassero, aggiungessero storie a quelle già narrate senza stravolgere troppo la già intricata vicenda.

Allora vediamo un altro grande della fantascienza iniziare, ma non completare, una completa storia cartacea, dopo aver scritto alcuni episodi della serie televisiva; vediamo un altro autore portare a termine questo racconto e regalare a noi piccoli appassionati di fantascienza un vero gioiellino in stile Dottore.

Appena ho iniziato a leggere la vicenda il mio cervello ha immaginato il Dottore nella sua ultima trasformazione, la dodicesima quella di Capaldi per intenderci, con un Dottore per niente sex simbol, ma solo un alieno eccentrico, incomprensibile, vulcanico e meticoloso; poi arrivano le descrizioni e ci si rende conto che il Dottore è il quarto, con la sua lunga sciarpa colorata interpretato da Tom Baker, uno dei più amati e longevi. Per chi come me si è avvicinata alla serie nella sua nuova fase, quindi con l’ottava incarnazione, trovarsi di fronte a un classico è spiazzante…oppure no? In realtà quando si completa la storia, quando si chiude il libro, si sospira, si cerca con le orecchie di sentire il rumore del tardis, quando si torna alla normalità ci si rende conto del vero senso del personaggio: non importa chi sia l’attore, la compagna o i compagni che lo seguono, dove va e quale siano i nemici, egli è sempre uno perché dietro c’è un lavoro di sceneggiatura veramente immane.

http://www.anobii.com/books/Doctor_Who_-_Shada/9788804633358/01becdc1c9e347e365

E qui torniamo alla nostra vicenda. Non ci sono dalek, i ciberman, il Maestro o gli angeli piangenti, qui c’è Skagra e la sua ricerca della fantomatica Shada e del potere assoluto attraverso la conoscenza universale. Tutto qui? No, dico, uno vuole solo diventare “padrone di mondo” (cit.) e cosa sarà mai? Niente, se non fosse che così facendo l’universo intero sia in pericolo per la propria esistenza e quando queste cose accadono “casualmente” passa di lì un Dottore a caso e rimette a posto la situazione.

Il romanzo si svolge come una classica avventura della serie, anche se è meglio dire che sembra uno special vista la complessità della situazione, i personaggi (sempre molto pochi come è doveroso per una puntata), ma tante sono le informazioni che vengono date non solo sul protagonista, ma anche su cosa sia un Signore del Tempo, quanti siano i Signori del Tempo, Gallifrey e tanto altro. In questo senso il romanzo destabilizza lo spettatore/lettore abituato a un’altra visione della vicenda personale del Dottore: vederlo girare non con la compagna (è sempre pieno di donne, senza manco rendersi davvero conto di questa cosa) terreste, ma con una Signora del Tempo è inusuale, come altro.

Mi piacerebbe capire come questo racconto riesca a inserirsi nel contesto narrativo complessissimo della serie o se, rimanendo una cosa a parte, non lo scalfisca di un millimetro. E’ presto detto che con lo special del 50esimo anno tante carte sono state ribaltate e molti filoni rimescolati.

La scrittura è quella che ti aspetti da Adams, con quel pizzico di non senso fantascientifico che lo ha fatto amare al pubblico e riscoprire anche dopo la sua morte, ma con qualcosa di diverso dovuto proprio alla riscrittura di Roberts che non volle lasciare nel dimenticatoio lo script (leggere la postfazione alla fine è qualcosa di illuminante per capire tutti gli intrecci fra questi protagonisti dietro e dentro questo libro).

Un libro che si consiglia a chi è appassionato della serie e dell’autore originale per voler partire per la scoperta dell’universo dentro una cabina del telefono blu della polizia.

Voto: 7

Scheda tecnica

Anno di pubblicazione:2012

Finito di stampare ottobre 2013 presso ELCOGRAF S.p.a., Cles (TN), stampato in Italia

Titolo originale: “Dottor Who- Shada”

Traduzione di Alessandro Vezzoli

Casa editrice: Oscar Mondadori

Progetto grafico di Two Associates

art director Giacomo Callo

365 pagine

“Pacific Rim” di Guillermo Del Toro

Ieri sera, un venerdì sera come tanti altri, per una casualità del destino riesco a prendere in tempo l’orario di inizio film, di un film che mi interessa e me lo guardo.

http://www.mymovies.it/film/2013/pacificrim/

Lo aspettavo da tempo, ha tutto quello che mi interessa in un film distensivo (bhe…è il genere che preferisco guardare, visto che di seghe mentali e drammi ce ne sono già troppe nella vita vera): robottoni, effetti speciali, mostroni e…basta! Serve altro? Un tempo, nella vecchia compagnia, questo era il genere “demoni alieni che sparano” (che poi abbiamo visto incarnarsi in “Fantasmi su Marte”) dove c’era tutto il trash nerd per eccellenza, senza bisogno del cervello. Purtroppo per una serie di casi della vita quando uscì al cinema non riuscii ad andarci e devo dire che è un vero peccato perché questo è un film da grande schermo. E’ pieno di effetti speciali, di colori sovradosati, di chiari scuro imperanti: fotografia ed effetti sono le colonne della vicenda.

Perché puntare sugli aspetti tecnici? A mio parere perché la trama è ininfluente. Sappiamo che a un certo punto dei terribili dinosauri alieni enormi sbucano da non si sa dove e iniziano a massacrare gli umani; poi gli umani iniziano a costruire dei giganteschi robottoni (e non si sa come gli è venuta questa idea) e poi si picchiano. Punto. Questo è il succo della trama. Ok, ci sarebbe anche una mini storia d’amore; c’è il rapporto padre-figlio da sviscerare; c’è la simbiosi dei due piloti dei robottoni; la capacità di tenere a bada i ricordi; e poi il mercato nero degli organi di kaiju e la carne da macello umana. Tutte queste cose sono più o meno accidentali, ma soprattutto ignorate nell’approfondimento e in fin dei conti va benissimo così: questo non è un film impegnato, questo è un film svacco!

Regia: 6 e mezzo. Difficile non far girare bene un film del genere, ma qualcuno poteva anche farlo, non Del Toro. Quello che ha in mano lo sa mischiare bene e lo fa scorrere come si deve. Un compitino ben fatto tocca dirlo, senza però troppo impegno.

Sceneggiatura: 6 e mezzo. Voto basso perché le potenzialità per raccontare una vera storia del futuro c’erano, ma la scelta è stata quella di condensare tutto in un episodio e non in una serie televisiva. Comprensibile, ma lascia un po’ con l’amaro in bocca, perché troppe cose sono scontate e troppe lasciate correre.

Scenografia e costumi: 8 Rendere la Terra in un futuro prossimo lontano è sempre un rischio: rischio di esagerare, di rendere tutto poco credibile, troppo innaturale. Invece qui va tutto liscio. Ovvio è un mondo un po’ diverso da quello che noi conosciamo, ma poi non più di tanto, è solo un po’ meno incasinato anche se c’è la paura.

Fotografia: 8 e mezzo Buona parte di questo film si basa su questa caratteristica. Il voto non è eccelso solo per il fatto che guardarlo su un televisore di 20 pollici è debilitante per lo spirito nerd e quindi tanti dettagli sono spariti, si sono minimizzati, cancellati. Il voto è falsato, sento che poteva essere più alto.

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Effetti speciali: 10 Qui il voto è altissimo perché, porcaciccia!, c’è tutto quello che ci deve essere, come ci deve essere, quando ci deve essere. Punto. Robottoni: fichissimi! Kaiju: splendidi e la mano di Del Toro si vede tutta (e io la adoro. Da “Il labirinto del Fauno” a “Hellboy” a questo ci sono tutti i suoi classici mostri, le sue maschere dell’orrore umano. Come non si può adorarlo?). Dovete vederlo per capire l’emozione che si può provare quando si caricano i pugni dei nostri eroi di latta da scaricarsi come mitra contro i dinosauri alieni!

Voto: 7 Un voto di media non matematica alla fine, per mediare la scarsità della sceneggiatura in paragone con gli effetti. Un film da riguardare solo per cogliere meglio alcune sfumature.

Buon compleanno Douglas Adams!

Dont’ panic.

Prendete un asciugamano.

Forse il vostro pianeta potrebbe essere distrutto per far passare un’autostrada, ma non è colpa nostra: l’avviso era stato messo in bacheca.

Quindi?

Quindi se avete sotto mano una guida galattica per autostoppisti non abbiate paura di nulla e buttatevi in nuove e strabilianti avventure. Quelle stesse avventure che un certo Douglas Adams ha partorito alla fine degli anni ’70 e che si diffusero per tutto il cosmo velocemente anche se, ammettiamolo, quando entravi nel “club” era come entrare in un altro antro del nerdismo da sotto cultura.

42 e Douglas Adams

Si arriva a conoscere il suo lavoro di fantascienza quando nel 2005 decisero di farci un film, raccogliendo la summa di tutta la serie e facendo uscire un prodotto sicuramente non corretto al 100% (e comprendo i puristi), ma che ha fatto avvicinare il pubblico a questo autore. Io ero una di quelle persone ignoranti. Lo ammetto. Ma poi ho smesso.

E ho inforcato il mio asciugamano, ho amato alla follia Marvin, ho saputo cosa vuol dire 42 e i delfini non sono più stati gli stessi ai miei occhi. Attraverso la lettura dei suoi libri ho compreso che la leggerezza non vuol dire pochezza, che si può ridere anche del futuro e dei viaggi nello spazio senza mai perdere la serietà di una cosa che potrebbe accadere. Non voglio fare una difesa a spada tratta del suo surreale umorismo, della visione della fantascienza uscita dalla sua penna, ma vorrei solo ricordarvi che non possiamo sempre essere seri e precisi e se ci lasciassimo andare un pochino questa vita potrebbe essere molto meglio. La mia fortuna di lettrice non divoratrice mi da modo di avere ancora qualche libro da poter scoprire e con cui potermi ancora divertire come se fosse una sorpresa nuova.

Douglas Adams ci ha lasciato nel 2001 a 49 anni (inizio a pensare che la fantascienza non porti benissimo visto anche la fine di Dick, ma voglio vederci solo un caso), lasciando incompiuta la serie e quella di Dirk Gently, ma soprattutto lasciando un enorme vuoto nella vita dei suoi lettori che ogni anno lo onorano con il Towel Day il 25 maggio.

Marvin

Nel nostro piccolo quando ci sono state le votazioni elettorali abbiamo pensato con gli amici che portarci dietro un asciugamano fosse il miglior segno per riconoscersi e per far capire al mondo che…don’t panic! Abbiamo raccolto un po’ di foto nella pagina di fb “Towel day contest fotografico”.

Grazie Adams per i meravigliosi viaggi nello spazio, con la consapevolezza che tutto può succedere, ma alla fine arriveremo a capire la domanda la cui risposta è “42”.

Buon compleanno! E grazie per tutto il pesce.

 

“La guerra dei mondi” di H.G.Wells

http://www.inmondadori.it/La-guerra-dei-mondi-Herbert-George-Wells/eai978884254405/

Avevo un po’ di timore a leggere questo libro, considerato un pilastro della fantascienza. Avevo timore perché la riduzione cinematografica con Tom Cruise era una vera ciofeca e perché non so mai come rapportarmi a un libro che piace a tanti (sono il solito bastian contrario). E invece sono stata spiazzata veramente.

Prima di tutto l’ambientazione: fine XIX secolo. Quindi totalmente diverso da quello che il cinema ci ha voluto mostrare e più leggevo e più mi chiedevo “ma qualcuno ha mai raccontato questa storia nel suo periodo originale?” Perché l’ambientazione originale rende tutto il racconto molto più realistico e terrorizzante: in un epoca a cavallo di due mentalità (l’ottocentesco stile conservatore da una parte e la modernità che avanza dall’altra), in cui tutto poteva accadere e la guerra si affacciava inesorabilmente, la presenza tecnologica e sconvolgente dei marziani venuti a conquistarci e ad annientarci doveva essere ben più sconvolgente di ora.

Orson Welles quando fece la sua famosa trasposizione radiofonica è colui che forse più di tutti si è avvicinato all’intento del romanzo: sconvolgere gli uomini così tranquilli nelle loro case.

Perché questo accade quando una tranquilla popolazione della campagna inglese viene sconvolta dall’arrivo improvviso di alcuni strani meteoriti che in realtà sono capsule che contengono marziani. Perché questo accade quando, nella piena arroganza umana, sottovalutano questa invasione. Perché questo accade nel momento in cui la morte passa dalla parte degli extraterrestri ed inizia a falcidiare i terresti (inglesi, ma non sappiamo cosa possa essere successo al resto del mondo nello stesso momento). Il terrore arriva quando ci si rende conto che la fine è arrivata, che le comunicazioni sono insufficienti per salvare la popolazione e l’esercito fa quel che può (che in situazioni del genere non è mai il massimo, tocca dirlo). Diventa sconvolgente vedere come l’essere umano comune non possa essere altro che una vittima sacrificale, una mucca da mungere in caso bisogno e che poco possa fare contro questi robi. E anche quando qualcuno dimostra di avere qualche dote particolare per combatterli, in realtà è una mera sopravvivenza.

i tripodi marziani

Particolare interessante di questo libro è lo sfondo morale, il fatto che l’autore ponga il lettore nella condizione di farsi domande su come agirebbe lui nella stessa disperata situazione. E’ come se sfidasse il lettore a commentare e a dire “io avrei fatto questo/quello” oppure silente ad accondiscendere a quello che ha letto. Di certo questa forma di scrittura è figlia del suo tempo e Wells non può esimersi dall’essere uno scrittore umanista in tutto e per tutto. Eppure questa morale non è mai soverchiante nel confronto della narrazione, non prende il momento del pistolotto o del sermone, ma velatamente continua ad andare di pari passo con la narrazione.

Fino a che i marziani…vabbè mi fermo e non faccio spoiler perché questo romanzo va letto, assolutamente, sia che vi piaccia la fantascienza, sia che non vi piaccia. E non è tanto perché alla fine capirete ancora meglio quanto è pistola T. Cruise nel film tratto, ma perché le paure inconsce che noi abbiamo di diventare alla fine la razza dominata, di sapere esattamente chi c’è là fuori sono dubbi che circolano nel mondo dalla notte dei tempi in varie forme. Questo libro va letto per la scorrevolezza della scrittura (buona traduzione devo dire, a questo punto mi piacerebbe leggerlo in lingua originale), per la capacità di conquistare il lettore e soprattutto perché non perde mai il filo della narrazione, non divaga, non aggiunge ciò che non c’entra.

Unico neo: la fine, un po’ troppo sbrigativa, anche se essenziale e corretta (anche qui leggerla in ottica moralistica è stupenda).

Voto: 8 e mezzo.

 

Scheda 

Titolo originale: The War of the Worlds

Anno di pubblicazione: 1897

Traduttore: Adriana Motti

Mursia

stampato da Andersen s.p.a., Boca (Novara)

“I guardiani della Galassia” di James Gunn

Quando uno appassionato di fumetti, anche senza conoscerli nel dettaglio, vede l’accoppiata Marvel & Disney per la riduzione cinematografica un po’ di freddo lungo la schiena viene; ma quando gli amici più attenti sia per conoscenza di fumetti che di cinema ti dicono che invece questo film va visto perché è spettacolare, allora cedi e una sera ci vai. Mi aspettavo più gente ieri sera (venerdì sera, secondo spettacolo) sia per l’orario che per il genere, ma o i nerd hanno finito i soldi oppure davvero il cinema costa troppo per permetterselo ( €8,90 per un 2D: facciamo poi un bel ragionamento per favore) e vanno solo i veri appassionati, magari rinunciando ad altro. Torniamo a noi che io divago spesso.

http://www.mymovies.it/film/2014/guardiansofthegalaxy/

Il film parte in modo completamente inaspettato, molto drammatico e ben fatto devo ammetterlo, a tal punto che mi sono chiesta se non avessimo sbagliato sala e stessimo guardando un drammatico in cui al protagonista capitano sfighe dietro l’altre. E invece no! Appena dopo il nostro protagonista viene rapito da un’astronave! Avete capito bene e anche se la cosa ricorda un po’ l’episodio dei Simpson (a questo punto non so più quale sia la citazione dell’altro), si capisce velocemente che ritmo e storia ora hanno cambiato verso. Il nostro rapito diventa un vero e proprio ladro intergalattico, spaccone, rubacuori, marinaio con una donna in ogni porto, col sorriso stampato sul viso e il walkman acceso. Il walkman direte voi? Sì, quello che i ragazzini nati negli anni ’70 e quindi ben vispi negli anni ’80 avevano per ascoltare la musica. Si è giurassico per molti, ma chi al cinema aveva un’età attorno ai 30 anni ha apprezzato e non solo quello. Senza che te ne accorgi il film snocciola una colonna sonora strepitosa e una serie di citazioni che capiscono solo quelli della generazione sopracitata e alla fine non ti senti poi tanto solo, ma solo un nerd in compagnia di nerd che quelle cose le ha vissute perchè “ai miei tempi…”. Film spaccone, strepitoso, ben fatto, con una storia che gira benissimo senza intoppi o dubbi, ma che soprattutto è l’omaggio a una generazione più che a un tempo e forse a volerlo guardare bene (o ripensandoci mentre scrivo) tante altre citazioni mi sono sfuggite, ma tutte legate a quando io ero ragazzina. Grazie James Gunn, grazie di cuore!

Regia: 8 voto davvero alto me ne rendo conto, ma in questo momento calcolo tutto il lavoro che è stato coordinato per fare questo film: sceneggiatura, effetti speciali, costumi, trucco e parrucco, scenografia. In questo film non sarebbe bastato guidare e basta gli attori, ma bisognava farlo mentre lavorano senza vedere la fine del lavoro (con l’uso di bluescreen); quando un attore è pieno di sensori perché presta corpo e voce ma non aspetto; bisognava che tutto fosse credibile, riempiendo anche gli spazi. E in più, per quante citazioni ci possano essere, quelle devono rimanere tali e il film deve essere un originale e non una bassa copiatura.

Sceneggiatura: 7 Anche qui un buon voto, anche se mi sto rendendo conto che non è stata molto fedele all’originale e questa è la grossa pecca che si sta vedendo quando mettono su pellicola un fumetto. Mi chiedo perché ci debbano essere sempre queste enormi differenze: in fin dei conti il pubblico che sa si aspetta quello che ha letto e quello che non lo conosce si beve qualsiasi cosa si metta sullo schermo, quindi tanto vale varrebbe essere i più fedeli possibili. Ovviamente la serialità del fumetto ha più ampio respiro che un solo film, ma il quesito rimane. Comunque il lavoro fatto è stato ben fatto, perché ogni cosa è credibile, gira bene, non ci sono buchi di sceneggiatura che lascino lo spettatore perplesso. La coerenza è il fulcro del film.

Ronan e Nebula

Scenografia e costumi: 10 Voto che raramente do per le cose tecniche ma qui ci vuole tutto. Sono stati bravissimi non solo nella caratterizzazione dei personaggi, ma anche nel non aver lasciato spazi vuoti riempiti con comparse a caso. C’è una cura oserei dire maniacale per il dettaglio, per lo studio dei personaggi e delle varie popolazioni che ricordano i bei vecchi tempi della prima trilogia (l’unica) di “Star Wars” dove la sensazione che vigeva era quella di sentirsi avvolto dalla storia. La cura nel trucco è poi una cosa spettacolare: basta vedere Bautista/Drax il Distruttore non solo tutto blu, ma con una serie di linee o tatuaggi in rilievo che ricordano molto i disegni giapponesi; Nebula/Karen Gillan (Amily Pond del Dottor Who!!!!) stupenda nella sua apparente semplicità delle linee; senza di ombra di dubbio magnifico Ronan/Lee Pace come costume, trucco, movimento, tutto, davvero un cattivo curato meravigliosamente sotto questo aspetto.

Effetti speciali: 10 anche qui un voto altissimo perché ci sta tutto. Per quanto la tecnica nel “ricostruire” personaggi strani sia arrivata a livello impensabile solo 10 anni fa (se pensiamo all’apparizione di Gollum come qualcosa di straordinario) qui la cosa che stupisce è la maestria nel fare tutto così bene, da non essere un effetto speciale. Insomma è proprio la naturalezza delle scenografie, dei combattimenti, dei personaggi non umani, delle astronavi, del combattimento aereo, e di tanto altro, queste cose rese così credibili da sembrar vere sono il segno del gran lavoro che c’è dietro. E poi pensare che dietro al personaggio più poetico del film c’è uno come Vin Diesel/Groont è davvero magia!

Cast: 8 Non saprei dire se ci stava meglio quell’attore al posto dell’altro, perché alla fine tutti quelli che ci sono sulla scena sono al posto giusto. Dai protagonisti più o meno di prima linea o di seconda, sia veri che “finti”, alle comparse, ma soprattutto ai camei: Glenn Cloose che fa il comandante capo (un po’ troppo politica e diplomatica e poco militare) a John C. Reilly guardia xandariana buona a uno strepitoso Benicio del Toro come Collezionista di cose e persone.

Musica: 8 Qui non si può non notarla! Non solo perché ci sono dei pezzi conosciuti intramezzati con delle vere chicche, ma quando ti scopri a ballare sulla sedia vuol dire che la musica è davvero una protagonista del film e quindi o si è sordi o si è stupidi per non apprezzarla. Straordinaria!

Voto: 9 Il film non rasenta la perfezione, non saprei dire in quali momenti davvero non mi abbia convinto (forse qualche “forzatura” per non rendere troppo lungo e cervellotico il tutto), ma per me la perfezione è altra. Detta questa premessa, il film non solo è gradevole, ma è veramente strepitoso per atmosfera, divertimento, per come è girato, per i personaggi, insomma un film da non perdere al cinema (secondo me rende meglio) se siete appassionati di fumetti, fantascienza, avventura, ma col sorriso e non con il dramma.

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“Attack the Block” di Joe Cornish

http://www.mymovies.it/film/2011/attacktheblock/

Continua il mio viaggio cinematografico nel mondo della fantascienza e come una novellina non mi faccio scrupolo di selezionare o cercare film, anche a casaccio. Questo lo avevo memorizzato da tempo immemore sul mysky e credo che oggi, mattina uggiosa e panni da stirare, dimostrava che il tempo della visione era giunto. Ammetto che non sapevo cosa aspettarmi e tanto meno avevo pregiudizi di genere, ma quando alla fine mi sono guardata la recensione di mymovies.it mi è venuto il dubbio di non aver capito nulla.

In soldoni il film è riassumibile in: giovani teppisti inglesi vs alieni.

Bon, finito, non c’è altro.

Perché se nella recensione si parla dell’amicizia forte fra amici, del protagonista dal nome evocativo (Moses), della freschezza del lavoro fatto, della differenziazione dei vari personaggi, io ho ritrovato le normali atmosfere dei sobborghi londinesi che puoi ritrovare anche nelle puntate di “Law & Order UK” o in altri film ambientati in quei posti. Ti aspetti i teppistelli, i ragazzini che sognano di diventare i gangster padroni del quartiere, gli spacciatori di droga che non hanno un bricioli di morale (e anche di cervello), le ragazzine arroganti. Qui c’è tutto questo, più ogni tanto qualche raro sprizzo di comicità involontaria o meno, da giovani avventurieri che fa tanto “The Goonies” (compresi i genitori e parenti vari che vivono nella più totale ignoranza di cosa stanno combinando i ragazzi).

Il protagonista è un arrogante bullo che ricopre il ruolo di capo della sua piccola gang forse perché è il più grosso, ma senza nessun altro motivo (non ci aspettiamo tutta la storia di sti ragazzini, o come è nata la band, ma è un po’ troppo tutto scontato) e il suo nome evocativo pare più una cosa da non pensarci che un segno del destino. Per lui è un tutto spacca e ruba, se gli offrono di spacciare non è altro che un avanzamento di carriera. Non ha nessuno a casa (ma vah! Cosa nuova), quindi…

Il resto della banda è quello che hai già visto, anche se in realtà manca il secchione o il genio che da loro il là per risolvere la questione.

Regia: 6 e mezzo. Non è che non giri bene il film, ma non fa nemmeno tanta fatica a far girare il tutto meglio. Le scene nei corridoi pieni di fumo saranno anche una citazione di qualche film horror/splatter/epico, ma alla fine fa solo dire “nebbia!”

Sceneggiatura: 6. Buona l’idea della lotta fra gli alieni e umani, ma non pronti e meno adatti, ma a mio parere ci sono dei buchi che rendono la visione del tutto abbastanza banale o già vista. Ci voleva qualcosina di più.

Scenografia: 7. Puntuale e ben fatta, insomma quello che ti aspetti alla fine.

Effetti speciali: 7 e mezzo.  Gli alieni sono sì molto fumettistici, ma pensarli come grossi cagnoni neri con le mascelle fosforescenti davvero è un colpo di genio per la resa diversa dal solito. Ottima pensata.

Musica: 6. Di supporto

Voto: 5/6 Alla fine il film si fa guardare, ma non è che mi abbia suscitato né partecipazione né emozione, un po’ di indifferenza.

Buon compleanno Isaac Asimov!

http://it.wikipedia.org/wiki/Isaac_Asimov

Quest’ uomo, con quella faccia lì, con quello sguardo lì è il padre della fantascienza e della robotica. Punto. Basta, andiamo a casa a leggere i suoi libri.

Quest’uomo è un po’ un mistero per me, mi avvicino a lui con titubanza, perché colui che ha scritto le tre leggi fondamentali della robotica su cui si basano non solo milioni di film, fumetti e serie televisive (star trek tanto per dirne una), ma anche gli studi che in questo nostro povero mondo si stanno facendo per creare gli androidi, beh quest’uomo va trattato con reverenza.

Uno dei suoi libri che ho letto è stato “Dodici casi per i Vedovi Neri” una serie di racconti gialli con stampo investigativo. Diciamo che non mi sono piaciuti i racconti perché troppo freddi e logici, per niente empatici: gli investigatori prendevano tutto come una analisi scientifica, da analizzare con un microscopio. Si vede che non era il suo genere…

Ma quella è stata una digressione, perché precedentemente avevo letto “Io, Robot” trovandolo meraviglioso. Mi aveva colpito come nei racconti il rapporto uomo- androide fosse continuamente messo in gioco, sconvolto, provocatore di dubbi e mai di vere certezze. L’uomo che necessita della sua creazione, che si alterna a giocare il ruolo di dio creatore a pedina degli eventi, che si deve confrontare con tutti i dubbi che quella “nascita” crea; e dall’altra parte i freddi androidi che subiscono il sentimento di essere stati creati, di avere dei doveri nei confronti degli uomini (la legge della robotica), ma nello stesso tempo di essere fuori da certe leggi e morali che guidano e tormentano l’uomo.

Nella recensione a questo libro (scovata nella mia agenda) mi chiedevo perché non si leggesse e non si criticasse Asimov nelle scuole, nei licei. Troppo facile la risposta: egli non è controllabile e incasellato, quindi non si legge. Asimov parla e scrive come lo scienziato che è, senza mai dimenticare l’uomo, con quell’umanesimo tipico degli scienziati che hanno vissuto la metà del 1900 con tutte le sue spinte e i suoi paradossi e le sue parole; parla e scrive come gli scienziati del rinascimento dove l’uomo è centro del mondo, ma anche elemento di un cosmo più grande, dove il piccolo e il grande si compenetrano; parla e scrive di moralità senza moralismo, di leggi senza legislatori politici in mezzo ai piedi; parla e scrive al lettore perché si ponga domande.

Non so se questo suo aspetto sia stato preso in conto da tutti quegli ingegneri che ora si occupano di costruzione di esoscheletri per uso medicale oppure per la costruzione di androidi per aiutare invalidi e non solo per svagare bambini ricchi annoiati. Mi chiedo se si siano mai fermati a capire la fortezza delle leggi della robotica e le implicazioni che ci sono dietro. Mi chiedo se la lezione di questo immenso scrittore sia arrivata ai tecnici o continui ad affascinare e basta, ma rimanendo rinchiuso nella letteratura di genere.

Io rimango a osservarlo con tremore, ma come mi sta capitando da qualche anno esserne attratta per il valore che è nella letteratura della fantascienza. Mollo i gialli e mi incammino per le stelle, sicura che lo incontrerò presto ancora una volta, magari coi miti della fondazione…

Buon Compleanno Isaac Asimov!

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“Rapporto di minoranza e altri racconti” di P.K. Dick

Una raccolta di 5 racconti a cui la cinematografia in un certo senso ha tratto alcune sue opere. Dico questo perché bisogna ammettere che rendere Dick sul grande schermo non è facile vista la complessità degli argomenti trattati e di tutti i sotto testi presenti anche in un semplice racconto.

Non sopporto le copertine con pezzi di film tratti. Sono fuorvianti.

Dal racconto “Rapporto di minoranza” è stato tratto il film “Minority report” di Spielberg (2002), che ho precedentemente criticato; da “Impostore” il film “Impostor” di G. Fleder (2002); da “Modello due”, “Screamers- Urla dallo spazio” di C. Duguay (1995); da “Ricordiamo per voi”, il film “Atto di forza” di P. Verhoeven (1990) e un altro remake di Len Wiseman (2012); mentre “La formica elettrica” è stato aggiunto per riferimenti al film “Blade Runner” di R. Scott (1982). Alla fine la riproduzione di un’intervista a Dick attorno al film “Blade Runner” tratto da un suo romanzo “Ma gli androidi sognano pecore elettriche?”: un momento molto interessante visto che alla fine è lo stesso autore che blocca ogni possibile polemica fra le due arti (narrativa e cinematografia) sottolineando come le due opere si integrino perfettamente dando una visione diversa e amplia partendo dall’uno o dall’altro. L’entusiasmo dell’autore per il film, il quale divenne una vera icona, ci fa capire come nella sua mente fosse chiaro il servizio che i due autori (lui e Scott) facevano al genere fantascienza.

Come al solito io con Dick ho un rapporto stranissimo.

Avrei voluto trattare questo libro in un modo diverso dal solito, proprio per la sua impostazione, ma la videoteca comunale non mi ha supportato e quindi devo trovare gli altri film in futuro (sperando di ricordarmi i racconti). Quindi la lettura è dovuta scivolare come al solito, facendo solo una piccola pausa fra l’uno e l’altro racconto. Questo perché Dick mi sconvolge sempre. La sua critica della società, la sua visione allucinata e dissacrante del consumismo, la sua paura della guerra distruttiva e apocalittica (sempre presente in tanti libri), sono temi non trattati superficialmente, ma vissuti. Leggerlo per me è un momento di astrazione dal quotidiano e sinceramente mi trovo a finirlo in apnea (e non è un modo di dire).

In questi racconti vi è un comune filo che è la paranoia e il non sapere chi si è.  Androidi che scoprono di esserlo a danno di se stessi, modelli replicanti che si confondono, tranelli che portano alla solitudine della ricerca della verità, bombe umane nascoste fino all’inevitabile: tutti alla fine si chiedono chi sono davvero e se coloro che li attornino siano davvero quelli che sono.

E’ una paranoia, un lungo e complicato discorso di ricerca della verità che mai si confronta con gli altri. E’ l’analisi portata all’estremo della formica elettrica, è la difesa estenuante dell’impostore. Tutto nasce, cresce e si risolve nella mente del protagonista, portando però gli effetti nella vita di tutti.

Sono arrivata alla conclusione di questo libro di racconti chiedendomi che valore abbia davvero l’individuo, corrotto dalle menzogne di chi lo attornia, strumento del potere altrui, vittima di se stesso; non importa se egli sia umano o androide (non replicante come messo in “Blade Runner”, questo lo sottolinea lo stesso Dick nella post fazione: per lui sono androidi), il risultato è lo stesso. Come al solito sono rimasta sconvolta, perché non c’è speranza in Dick, non c’è salvezza, c’è solo la disperazione della scoperta della verità.

Perché leggere questo libro? Bhe, basterebbe solo dire che è di Dick, ma amplio il discorso dicendo di lasciar perdere la visione di parallelo libro- film (anche perché non sono paragonabili, visto anche la pochezza del lavoro che c’è dietro a volte in certe sceneggiature, manipolate per rendere figo l’attore di turno), ma di soffermarsi sulla visione dell’uomo e cercare di capire dove stiamo andando. Perché Dick non è fantascienza “roba da ragazzini” (odioso pregiudizio da spocchiosi dell’intelligenzia italica che manco sa scrivere), ma è profeta della desertificazione dell’uomo, falsificato nel suo interno da forme extra umane (che sono aliene non per nascita di pianeta, ma lo sono moralmente), usato dal potere freddo e cinico.

Voto: 7 e mezzo