“Batman V Superman: Dawn of Justice”di Zack Snyder

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recensione di mymovies.it

Sottotitolo “anche gli eroi hanno una mamma”. Ovvero lo spartiacque di questo film. Lo spartiacque serve a me e a voi a capire quale momento del film siamo e cosa sia successo prima e cosa dopo. Il prima (che non è il primo tempo) è qualcosa che ho semplicemente “adorato” nell’ottica di una sceneggiatura potente (voto: 7/8, perde un po’ nel secondo tempo) che ragiona sul rapporto in paragone di due eroi dell Dc comics: Superman e Batman. Sul loro concetto di giustizia, sul loro rapporto con gli innocenti e soprattutto sul loro modo di vedere i danni collaterali delle loro azioni. Un prima che mi ha dato conferma del perché non reggo Superman e perché io preferisca sempre e comunque Batman: il primo è un alieno che si maschera da umano non riuscendo a capire la cosa fino in fondo, non ha paura, non la capisce e le sue esigenze personali (vedi alla voce Lois Lane) sono sempre prima di ogni pianificazione d’intervento; il secondo è un cinico miliardario che ha fatto del suo talento la missione per distruggere la delinquenza, senza scuse e senza porsi problema, combattendo ogni volta con tutti i suoi demoni, incubi e tormenti. Preferire un tormentato disadattato a un secondo messia è possibile? Sì, senza ombra di dubbio, perché i dubbi che si pone Batman lo portano a guardare il mondo attorno a lui in modo meno disincantato e meno sicuro, mentre Superman non è mai dubbioso di quello che fa, anzi raramente riesce a comprendere le critiche che gli vengono mosse. Ma Batman ha Alfred e Superman ha Lois e la mamma: ovvero uno ha un tutore che lo sostiene, ma gli pone dubbi, lo contrasta, cerca di porre un freno; il secondo ha l’amore sconsiderato di due donne che stravedono per lui e che picchierebbero chiunque si oppongano al loro dio incarnato. Ecco, messia, dio, angelo sceso dal cielo sono gli epiteti che escono anche dalla bocca di Lex Luthor come scherno, ma che non colpiscono mai nell’intimo il nostro eroe rosso e blu: la comprensione di tutto il significato di ciò vanno sopra alle sue cognizioni morali. Potrei andare avanti per ore a trovare i difetti dell’alter ego di Clarke Kant, ma sinceramente andrei oltre al film, anche perché questo film rispecchia tutta la crisi morale e ideologica che ha pervaso negli ultimi

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più chiaro di così.

tempi i comics americani sia DC che MARVEL: i supereroi sono sopra la giustizia? Quale deve essere il loro rapporto con essa? Come si deve amministrarla? I due mondi dei fumetti sono completamente diversi per intenti e per spirito e questo meccanismo di evoluzione (cercando anche di superare la crisi delle vendite) ha portato a una drammatizzazione estrema della DC e a “Civil War” della Marvel, ma a spogliare gli eroi dei loro costumi il risultato non cambia: non c’è una risposta univoca, non c’è un rapporto chiaro, non tutti potranno “piegarsi” alla medesima scelta di rapporto con i semplici umani.

Ripeto la prima parte è come sceneggiatura potente, mentre nella seconda parte decade in un fumettoso combattimento 1 vs 3 dove Batman ci mette tutto il suo ingegno tecnologico e la sua capacità di analisi e di strategia e Superman e Wonder Woman il fatto di non essere di questo pianeta e quindi ottusamente superiori fisicamente. In più questa parte è propedeutica alla creazione della Lega della Giustizia e quindi non è propriamente conclusivo (davvero, non credeteci nemmeno nelle ultime immagini. Basta sapere un minimo di cose e capire che non è come credete. Ditelo ai vostri partner ignoranti e piangenti da qualche parte uscendo dal cinema). In fin dei conti va bene così: noi stiamo aspettando solo questa lunghissima ubriacatura da film sui nostri preferiti costumati e tutati.

I dati tecnici di questo film sono molto facili da descrivere: fotografia (voto 7) oscura, potente, forse troppo manieristica e compiaciuta, ma di certo rispecchia tutto quello che ci si aspetta da un film del genere; costumi (voto 7) azzeccati, sexy per chi di dovere, semplici per chi ce lo si aspetta, ma assolutamente parte del personaggio e rispecchiano molto quello che ognuno di loro vuol dimostrare nel film (le scarpe coi tacchi onnipresenti per Lane, i colori sgargianti dei completi di Lex, la sobrietà di Alfred e così via); regia (voto 7 e mezzo) di maniera, ragionata, calibrata, molto ponderata nei tempi e per cercare di sottolineare momenti e concetti (il Superman messia è enfatizzato in modo spettacolare con un sacco di riferimenti anche alla storia dell’arte. Un sacco di citazioni a riguardarlo bene mi sa). La scenografia (voto 6 e mezzo) è ben curata, non ricordo quanto attinente davvero ai fumetti e di certo ci ha creato qualche problema nel capire quanto Gotham City e Metropolis siano effettivamente così vicine come ci fanno vedere; ovviamente utile a sottolineare le differenze stilistiche e di vita dei nostri due protagonisti. Menzione d’onore per gli effetti speciali (voto 8) che non devono mai mancare ed essere “credibili” in un film del genere: stanno migliorando tantissimo, rendendo possibile su pellicola quello che ci siano sempre immaginati nella nostra fantasia o nei cartoni animati. Ovviamente sono molto esagerati nel secondo tempo, ma sono sempre una goduria da vedere. Tutti. Il voto più basso credo se lo prenda la musica (voto 6) per il semplice motivo che se per tutta la prima parte sottolinea i momenti drammatici con stile e attenzione, facendosi quasi da parte quando sono le parole o le pallottole a farla da padrone, nel momento fumettistico si è imposta rincarando la dose e rendendo tutto un po’ finto. Forse mi ero abituata alla fase realistica che tornare a quella fumettistica mi ha lasciato un po’ con l’amaro in bocca.

E ora tocca al cast (voto 7e mezzo) con una menzione di merito e una di demerito: Ben Affleck e Amy Adams. Parto dalla seconda: insipida. Non è che il suo personaggio sia poi il massimo nei fumetti, anche Olivia di Braccio di Ferro ha più sprint di lei, ma è davvero fastidiosa e non credo che sia del tutto colpa dell’attrice, ma quanto della regia e sceneggiatura che ce l’ha presentata nella sua veste di giornalista rampante, pur non avendone il carisma (forse se avesse letto qualcosa della Fallaci le avrebbe fatto bene) nè la comprensione che i tacchi a spillo vanno bene per alcuni momenti e non per quando va a puttane il mondo. Insomma, davvero qualcosa di inutile che poi fa cose assurde in momenti inopportuni. Da bocciare.

Mentre grandioso è stato Ben Affleck. Premetto che non sono una sua fan, che buona parte dei film che ha fatto hanno solo confermato la cosa che non si divertisse a recitare e lo facesse per dovere (o per portafoglio) o che non avesse mai trovato il coraggio o il registra giusto per essere totalmente rivoltato come un calzino e fatto venir fuori l’attore che è. Qui è semplicemente nella parte. E’ il Batman silenzioso, tormentato, monolitico, drammatico, stanco, arrabbiato (di quella rabbia sorda che si cova dentro) che ci aspettavamo. Certo le espressioni sono due e solo la vista della mozzafiato Wonder Woman tira fuori un sorriso e un modo di fare da piacione sexy, ma questa sua interpretazione è quella che più mi ha colpito e che temevo di più, anche se in originale la sua voce era quella che mi aspettavo che uscisse dalla maschera del pipistrello. Sì, senza ombra di dubbio mi è piaciuto, mi ha convinto e stiamo a vedere cosa succede in un prossimo film dell’Uomo Pipistrello. E poi ha messo su un fisico che è stato un vero piacere guardare.

Tutto il resto del cast è al posto giusto al momento giusto, con un Jeremy Irons-Alfred british ma non troppo, ma sicuramente capace di fare tutto quello che deve fare senza mai uno sforzo o perdere l’imperturbabilità;

Ultimo (credo) commento: riguardatevi “Megamind” della Dreamworks e paragonate il discorso di fondo di chi siano gli eroi di entrambi i film. Scoprirete molte similitudini…Buona visione.

Voto finale: 7/8 . Assolutamente da vedere se almeno un po’ vi piacciono i fumetti e i due protagonisti in calzamaglia e ammennicoli tecnologici; forse i puristi storceranno il naso trovando difetti e serie mischiate e li capisco, ma i puristi (di qualsiasi genere) son difficili da accontentare.

“Il figlio del dio del tuono” di Arto Paasilinna

Avevo appena letto “L’isola di Odino” di Janne Teller quando mi sono imbattuta al Libraccio in questo libro, per giunta a metà prezzo. Di solito quando vado a istinto per libri e film non sbaglio mai, ma alla fine non esiste il 100%, la matematica applicata all’essere umano: siamo fallibili e come tali le nostre percentuali e i nostri “mai” possono subire delle sonore batoste. Questo libro è uno di quelli.

http://iperborea.com/titolo/74/

La trama è molto semplice: gli dei ancestrali finnici sono stupiti del fatto che nella loro patria, nella terra dove hanno elargito i loro beni, non siano rimasti che pochissimi seguaci. Riuniti in assemblea, analizzati i fenomeni, valutato il primo “avversario” religioso (Gesù Cristo) e sviscerata la divulgazione del cristianesimo nelle loro terre, decidono che sarà Rutja a ristabilire l’ordine e a riportare i finnici alla religione dei loro avi.

Fin qui tutto bene. Ci si aspetta ora un’interessante disanima del fenomeno del modernismo o della modernità, del rapporto degli esseri umani con la religione o con le religioni, magari puntellare qualcosa di ateismo e il confronto con la politica vigente…e invece no. O meglio il nostro dio arriva sulla Terra, fa scambio di corpi con uno sfigatello antiquario vessato dalle donne (ci vogliamo vedere una sorta di misogina dell’autore? Mah, non mi addentro in queste cose, ma di certo i personaggi femminili presenti sono molto scialbi e quasi tutti negativi e opportunisti), spende e spande soldi non suoi, arruola discepoli e decide di convertire il paese grazie alla sua attività di curatore di malattie mentali con l’ausilio di un fulmine vero.

Leggendo le varie recensioni mi aspettavo una narrazione vivace, sarcastica, provocatoria con una critica alla società moderna, al proselitismo, alla religione o alle religioni; oppure era possibile trovare un’invettiva contro il cristianesimo a favore delle religioni precedenti; oppure…non so, ma niente di questo è stato da me trovato nel libro. Ho affrontato con spirito propositivo questa lettura per trovarmi velocemente in una narrazione piatta, per quanto ben scritta, senza sprazzi di emozione, senza mai convincermi della trama e dello suo svolgimento. Ma si può che un dio, figlio del dio del tuono, fisicato e carismatico decida per convertire il suo popolo di curarli in una casa di cura per malattie mentali? Ci sta la provocazione e lo sconvolgimento, ma è veramente imbarazzante la cosa perché priva di senso narrativo, priva di pathos, priva anche solo di quel pizzico di spunto teologico che dovrebbe avere un racconto che parla di divinità.

Il paragone con “L’isola di Odino” non regge e vince Teller 10-0, perché in quell’altro romanzo c’era provocazione e sarcasmo, studio delle religioni e credibilità narrativa anche in una storia che ha tanto del fantastico.

Avevo sentito parlare tanto bene di questo autore, ma dopo questo primo approccio non so se mi convincerò a cercare altri suoi libri, di certo non li compererò e provvederò a cercarli in biblioteca.

Voto: 4/5

Scheda tecnica

anno di pubblicazione: WSOY, Helsinki 1984

titolo originale: Ukkosenjumalan poika

traduzione dal finlandese di  Ernesto Boella

introduzione a cura di Fabrizio Carbone

casa editrice Iperborea

finito di stampare nel maggio 1998, presso l’industria grafica INGRAF S.r.l di Milano

copertina: “Le due chiese” di Hugo Simberg, 1897 (particolare)

pagine285

” X-Men – Giorni di un futuro passato” di Bryan Singer

La saga di X-Men come tutte quelle dei fumetti è lunga e complicata e soprattutto intricata. Negli albi è normale vedere personaggi cambiare, passare da uno schieramento all’altro, a volte subire veri e propri stravolgimenti: normale per albi che escono a scadenza prefissata, che devono vendere ogni volta, che devono sfamare sceneggiatori e disegnatori; normale per chi ha anni sul groppone e deve andare sempre avanti per non chiudere e sparire. L’universo Marvel o DC cambia, muta, stravolge, uccide e fa risorgere, seppellisce definitivamente, senza mai guardarsi alle spalle.

Questo oramai accade anche nei film dove mantenere il filo logico dei fumetti non è scelta facile quando vuoi far andare la bilancia a pari fra incassi e storie. Il problema molto spesso sorge dalle logiche di budget, dal meschino tentativo di portare nelle sale anche coloro che niente hanno a che fare con quello che vedranno (vi ricordate una certa oscena storia d’amore fra nano ed elfa in qualche film appena passato?), dal tentativo a volte di buttare nel cassetto anni di onorata carriera e buttar su carrozzoni inenarrabili. Difficile vedere sul grande schermo un supereroe che non sia stato “manipolato” e “pasticciato” in modo da renderlo quasi irriconoscibile. I reboot sono la panacea per ogni scelta discutibile di film sbagliato: questi possono giustificare ogni stravolgimento, ogni riscrittura, lasciando a bocca aperta appassionati e non.

http://www.mymovies.it/film/2014/xmendaysoffuturepast/

Questo film rientra nel filone e come “innovativa” scelta narrativa si usa il “ritorno al passato”. Per impedire la scomparsa su questa terra di ogni mutante, a seguito di una vera e propria guerra scatenata dagli umani un filino preoccupati di tutto ciò che è diverso, chi si rimanda nel passato (ma solo la sua mente, mentre il corpo rimane ben fisso nel suo periodo)? Logan Wolverine, quello meno mentale fra tutti, quello più fisico. Mi devo essere persa la vera ragione (che deve essere diversa da quella di regalare a noi giovani figliole un meraviglioso nudo, come oramai marchio di fabbrica quando a interpretarlo è H.Jackman) perché la spiegazione data mi è parsa fallata da subito. Rientrato nel suo corpo negli anni ’70 (alla fine della guerra del Vietnam, con Nixon come presidente, con i pantaloni a zampa d’elefante, cose così insomma che non abbiamo mai visto…no, no…), con problemi di stabilizzazione di contatto e con artigli farlocchi in osso, suo dovere è ritrovare Xavier e vedere come cambiare il futuro. Wolverine sarà, proprio perché è stato il prescelto, a ricordare tutto sia prima che durante, ma anche dopo (sempre che le cose vadano a buon fine).

Regia: 6 e mezzo Senza infamia e senza lode, fa il suo compito e gestisce bene tutti gli elementi, ma devo dire che il film non è di quelli che si ricordano del tutto.

Sceneggiatura: 7 Il voto alto è dovuto ai dialoghi che, stranamente, sono meno stereotipati di quanto ci si possa immaginare. Tutto il film alla fine gira attorno alle conseguenze delle nostre azioni e del fatto che sì, a volte, possiamo rimediare ai nostri errori. Quello che siamo è determinato da quello che facciamo, ma questo vuol dire anche che le nostre azioni ricadono sugli altri e non sempre questo è un bene. Con un taglio così moraleggiante, il film ruota attorno al personaggio di Mistica, colei che sembra davvero così lontana dal discernere razionalmente preferendo il puro istinto e anche la propria rabbia.

Scenografia e costumi: 6 Ovviamente film fumettosi come questo prevedono credibilità, normalità e rigore scenico del periodo. Sembra paradossale, ma proprio perché già i personaggi sono sopra le righe è fondamentale che tutto il resto sia il più normale possibile: i personaggi agiranno tentando di mascherarsi (ricordiamo tutti la cabina di Superman vero?) oppure useranno tutto quello che li circonda per ergersi sopra alla banale normalità. Citando Mymovies “Settanta così fortemente caratterizzati da sembrare una parodia di American Hustle” si riesce a comprendere quale sia il vero stile del film.

Fotografia: 7 Ben girato e con quella sensazione di incredibile nel credibile, anche in una sapiente mescolanza di realismo e “riprese originali anni ’70”.

Effetti speciali: 7 Beh, Magneto quando si muove ha il suo perché. Questo vuol dire in soldoni che gli effetti speciali sono ben fatti, anche se scadono un po’ troppo nel fumettone serie B nella parte futuristica del film (peccato veramente, perché sembrano un po’ dozzinali per quanto le sentinelle siano fichissime).

Cast: menzione d’onore per questo film che annovera fra i futuri Magneto e Xavier niente popo’ di meno che i grandi Ian McKellen e Patrick Stewart, ma che fa sospirare noi fanciulline con Hugh Jackman e Michael Fassbender. Anche l’occhio vuole la sua parte e non si può sempre accontentare i ragazzi 😉

Voto 6 e mezzo. Il film è un buon inizio per un’altra serie, ma io non amo questi ritorni nel passato per sistemare le ciofeche fatte da altri; molto meglio andare avanti dimenticando certe scelte e “ravanare” per bene nel cartaceo per trovare la strada giusta: il mondo x-men è talmente vasto e complesso che ridurlo a certi filmini non è stimolante per nessuno.

Buon compleanno Borges!

http://it.wikipedia.org/wiki/Jorge_Luis_Borges

Ma come ho fatto a dimenticarlo l’anno scorso? o.O Non so, forse perché sono talmente pigra che non guardo tutti i giorni wikipedia o cose simili per sapere chi è nato oggi. Ma lui che è davvero il mito della mia maturità, colui che più di altri mi ha fatto nascere il desiderio di vedere la città (Buenos Aires) coi suoi occhi e le sue parole piuttosto che per quello che essa è davvero, come posso non ricordarmi del suo compleanno? Vabbè, me lo sono scordato l’anno scorso e quest anno invece lo festeggiamo. E perché dovremmo farlo? Se fate questa domanda allora vuol dire che non vi siete mai persi nelle sue poesie; nei suoi romanzi brevi che raggiungono la perfezione di epica, storia, dolore, passione, vita e morte; nelle sue critiche; nei suoi studi sul fantastico; nella sua totale curiosità per tutto il mondo fatto di parole.

Ho letto tutti i suoi scritti pubblicati dalla casa editrice Meridiani in due anni (credo che nemmeno siano davvero tutti quelli che ha davvero scritto, ma è una buona selezione), centellinandoli per non creare confusione; ho letto le sue poesie una al giorno per poi scoprire che rimanevo sempre a rifletterci su per ore. “Il libro di sabbia”, per me, è il senso dell’infinito che pervade il curioso, la disperazione di non poter arrivare a conoscere tutto, l’inesorabile sensazione di finito di fronte allo scibile nascosto.

Borges è il traghettatore adulto della mia fantasia, colui che mi fa pensare che nemmeno la cecità può impedire qualcuno di leggere e sapere. E’ la passione; è come il suono del tango quando non ne sei capace di penetrare i segreti; è il sole e l’ombra che si mischiano nei giorni caldi; è quel senso di argentinità anche quando non c’entra nulla con la vera Argentina. Ma davvero è colui che mi ha riportato sulla retta via del mito, dell’epica, della fantasia, non posso che dire che davvero è questo.

Se Tolkien da ragazzina mi ha introdotta a un livello alto e impegnativo del fantastico, Borges per altri lidi mi ci riaccompagna, facendomi capire che il fantasy può essere una cosa per ragazzini, mentre il fantastico è anche, e forse soprattutto, una cosa per grandi e che non lo si può prendere sotto gamba. Perché la fantasia è quella che fa il nostro cervello, il fantasy può essere un genere, ma il fantastico che strizza l’occhio all’epica, al coraggio e alla storia è tutt’altra cosa, tutt’altro cammino di vita.

Con Borges è stato amore a prima pagina e davvero di fronte a lui mi trovo sempre in adorazione, sempre in ascolto e niente altro potrei trovare allo stesso piano e livello. Tolkien, Calvino, Borges: ecco sicuramente il mio trittico d’assi che portano a casa partita e gara.

Buon compleanno Borges tu che a tuo modo (anche paradossale) mi hai aperto gli occhi!

Buon Compleanno Italo Calvino!

http://it.wikipedia.org/wiki/Italo_Calvino

Oggi festeggiamo un altro mio mito letterario. Colui che mi ha fatto più sognare al mondo; colui che mi ha fatto capire perché amassi gli uomini in armatura; colui che ha cercato di dirmi che la vita va vissuta come si vuole e non come vogliono gli altri.

Calvino mi ha regalato “Il barone rampante” e “Il visconte dimezzato”, ma soprattutto “Il cavaliere inesistente”. Tre libri, letti nell’adolescenza, che mi sono rimasti dentro, come pietre miliari. C’è poco da dire se non che ogni sua parola me la sono immaginata, ogni emozione l’ho provata, ogni sentimento era anche il mio.

Calvino è tanto altro, ma a scuola non si studia. O meglio, spero che allora non si studiasse mentre ora sì. Il suo genio, la sua cultura, le sue provocazioni sono a base della nostra cultura italiana, ma come si sa, qualcuno lo ha relegato nella letteratura per bambini. Ma come si fa?

Quando si ha a che fare con lo studio delle fiabe, tocca per forza affrontarlo, ah ma le fiabe son cose per bambini… Invece le leggi sotto la sua guida, le intuisci attraverso i suoi racconti e ne capisci la profondità, l’importanza della comunicazione fra generazioni, il fiabesco che passa nella realtà e vuole permearla.

Siccome la scuola è l’anticamera della non lettura, Calvino l’ho letto in famiglia e ho letto quel poco che ho trovato, ma poi l’ho sempre trovato a inciampare sul mio cammino senza mai soffermarmi su di lui. Questa estate è stato un richiamo da sirena e complice mille giri il libreria, sono tornata a casa con “Le città invisibili” e ora sento che è giunto il momento di leggerlo. E leggerlo ancora.

Perché necessito del suo spirito, della sua libertà, della sua conoscenza.

Necessito di quel respiro che mi diede da ragazzina raccontandomi della vita attraverso il fantastico, prendendomi per mano per narrare quelle che a tutti i ciechi sono solo favolette.

Quella sua arguzia e cultura che ritrovi in ogni suo scritto, mi serve. E non c’entra nulla con i facili aforismi che girano per internet, non comprendendone la profondità.

Grazie per avermi regalato l’immaginario del mio uomo in armatura, che siamo tutti noi nelle nostre fortezze e paure.

Giancarlo Montelli (illustratore), “Il cavaliere inesistente”

Buon compleanno Calvino!