“L’oceano in fondo al sentiero” di Neil Gaiman

https://www.goodreads.com/book/show/18622177-l-oceano-in-fondo-al-sentiero

Di Gaiman ho avuto a che fare più volte, ma sempre in collaborazioni o in trasposizioni cinematografiche, quindi mi sembrava giunto il tempo di leggere qualcosa di suo. Sicuramente non sono partita dal più famoso, dal più osannato o dal più non so cosa, ma solo da quello che qualche mese fa leggevano in collettiva su Goodreads. Senza leggere i commenti, senza badare più di tanto alle recensioni altrui, l’ho prenotato in biblioteca e in queste vacanze natalizie me lo sono bevuta.

Perché questo libro ti prende quando inizi la lettura. Potremmo disquisire se ci sono i topoi di Gaiman; se è una lettura per bambini o per ragazzi o per adulti rimasti ragazzi; potremmo lamentarci del fatto che forse è troppo semplice, poco curato; ma io non conosco niente di pregresso su di lui. So però che è scritto benissimo, con quella leggerezza tipica di chi vuole “solo” raccontare una storia e non dare sfoggio delle proprie capacità o titoli. Se è un romanzo per ragazzi allora il linguaggio è appropriato perché essi possano entrare a piè pari nella vicenda, non facendosi distrarre da altro; se è per adulti rimasti giovani, beh per una volta non devono pensare troppo e lasciare che vinca la fantasia.

La vicenda è un classico, forse, della narrativa dell’infanzia: un ragazzo di campagna conosce per determinati motivi ( qui la morte di colui che aveva affittato una camera) una vicina di casa particolare e deve affrontare una serie di magici e pericolosi incontri. Un romanzo di formazione potremmo dire dove, analizzando il tutto in chiave psicanalitica, il bambino deve affrontare la crescita e diventare un ragazzo attraverso i problemi. Oppure potremmo valutarlo come se fosse una visione femminista e matriarcale della salvezza del mondo dove le donne Hempstock rimangono e risolvono, mentre i maschi Hempstock sentono il richiamo del mondo. Oppure vedere tutto antropologicamente e rivedere nelle tre donne di età diverse le divinità femminili celtiche o vichinghe o di altre culture. Insomma gli elementi ci sono tutti per poter sviscerare e analizzare la storia, ma alla fine io dopo essere rimasta imprigionata nello stagno che forse è un oceano, ho sentito quel sentimento di leggerezza che è tipico delle letture complesse ma non cervellotiche, delle storie fatte per viaggiare con la mente, dei racconti di avventura.

Cercavo proprio un racconto del genere e Gaiman mi ha conquistata per la freschezza; per il momento di paura legittimo; per lo strizzar d’occhio alla voglia di avventure; per la scrittura (soprattutto, ma da valutare anche con altri traduttori per capire quanto è stato aggiunto. Ovvio che il passo successivo sarà l’originale); per l’inventiva ma senza inventare troppo; per far vedere che dietro all’angolo di questo mondo ce ne è un altro ben più articolato e complicato, con regole e mostri. Benvenuto nel mio personale olimpo degli scrittori da avere.

Voto: 8

Scheda:

Casa editrice: Mondadori Strade Blu

anno di pubblicazione 2013

finito di stampare settembre 2013

titolo originale: The Ocean at the End of the Lane

traduttore: Carlo Prosperi

copertina: illustrazione di Emiliano Ponzi

“Tartarughe divine” di Terry Pratchett

http://it.wikipedia.org/wiki/Tartarughe_divine

Quando ci si rapporta a un autore come Terry Pratchett non ci si rapporta mai a un autore di genere monolitico. Dietro al racconto fantastico di un evento assurdo o meno di Discworld, c’è il racconto e la critica della nostra società. Sempre. E’ il suo marchio di fabbrica. Ecco perché non ha senso che nelle librerie o nelle biblioteche i suoi libri siano nella sezione bambini o letteratura dell’infanzia: come possono dei bambini che ancora non hanno il loro senso critico, comprendere a pieno la critica, il sarcasmo, il biasimo a volte che ci sono dietro a una “storiellina” fantasy? Chi mette i suoi libri in quella sezione vuol dire che non li ha mai letti.

Se poi affronti questo libro devi avere non solo coscienza di te e del mondo, ma anche dei tuoi ideali e della tua fede, perché questo libro parla di religione e di religioni, di credere e non credere e perché vale la pena o no credere. Non è un testo teologico, non è nemmeno un inno all’ateismo o all’andare tutti in chiesa, qualsiasi; non parla di genesi del mondo in senso stretto o di creazione dell’universo. Questo libro parla di come è il mondo che a te piaccia o meno (e voi lo sapete che la terra è piatta e poggia su 4 elefanti che stanno su una tartaruga che si muove nell’universo, vero?); parla di come le religioni nascono e muoiono come i piccoli dei che cercano affannosamente di attirare nuovi credenti o unici credenti per non essere più pulviscolo divino; parla della distorsione del messaggio divino dal dio al profeta; parla di chiese in mano ai violenti; parla di fede vera (Brutha che contratta con Om è molto simile a Mosè che contratta con Dio). Parla anche di divinità, di come loro si rapportano a noi, del loro modo di parlarci e vederci e vedere loro stessi. Insomma un libro all’apparenza pesantissimo e doloroso.

Ma non è così. Il libro è divertente come al solito e molto spesso mi sono trovata a scoppiare dal ridere a leggere risposte, situazioni, ridere a volte senza poter essere in grado di smettere. Ridere perché il registro stilistico di Pratchett è proprio anche questo. Non mi capitava da tanto, anche nei suoi libri, e forse credo che questo gli sia riuscito veramente bene (beh, non come la saga di “A me le guardie” perché quella è davvero spassosa) per non so quale vero motivo.

Dietro a questo libro all’apparenza facile di certo c’è un uomo che ha imparato non solo a leggere la sua società, ma anche a mettere in crisi il lettore attento non fornendogli mai davvero una risposta. Pratechett come Socrate? Non saprei, ma di certo in questo libro non c’è una sola risposta: puoi credere, puoi avere fede (che è cosa diversa), puoi fare il filosofo, ma alla fine con gli altri e con il mondo così come è ti devi sempre e comunque rapportare e in base a quello che sei avrai una risposta.

Voto: 8

Scheda

Titolo originale: “Small Gods”

Traduttore: Valentina Daniele

anno di pubblicazione: 1992

pubblicato nel maggio 2011 presso la Tipografia Varese S.p.A

Copertina di Johnny Ring

“Lo Hobbit” di Tolkien. E Peter Jackson dove era?

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Ho riletto quest’anno questo libro che ho amato tantissimo e che per anni in adolescenza ho riletto e riletto, crescendo, amandolo ogni volta, ogni volta trovando qualcosa di nuovo e di vero (come capita sempre ai classici e ai grandi libri o film in genere), ma la scusa questa volta è stata trovata nel fatto che riguardandomi i due film tratti io non ritrovavo il libro.

Come ho detto da altre parti, non ricordo se anche qui, io credo nel diritto di primogenitura dell’opera: chi l’ha creata (sia film, fumetto, libro, dipinto e scultura e altro tanto per allargare i campi) ha la verità di quell’opera. Non importa se arriva un altro e ci aggiunge un di più e lo rende più “bello”, l’opera è fatta, completa e corretta come esce dalle mani del suo creatore. Punto. Possiamo discutere all’infinito, ma se esiste il diritto d’autore questo ha un valore non solo economico ma soprattutto intellettuale.

E qui casca l’asino.

“Lo Hobbit” nasce come un racconto per ragazzi, poi si capisce che è un prologo per “Il Signore degli anelli” e da lui, dai tanti personaggi citati, nascono altri racconti; è completo così come è stato concepito; ha volutamente un linguaggio non epico, comprensibile, ma tutt’altro che semplicistico; narra di un viaggio, di un’avventura in cui gli eroi cambiano, maturano, capiscono, ma si trovano anche ad affrontare ostacoli incomprensibili sul momento. E’ il classico racconto da fare davanti al camino con un adulto che lo legge e un gregge di minori che ne rimangono affascinati. Con questo non voglio dire che se ve lo leggete fra di voi, nella solitudine della vostra cameretta, non sia valido, ma a questo giro ho provato a leggerlo a voce altra (anche per mettermi alla prova con un tipo di lettura diverso da quella mentale che tutti noi usiamo normalmente e comunemente) e ne ho sentito una poetica e una forza che non ricordavo. Sicuramente ho un’altra età e tante cose che mi frullano per la mente che la Terra di Mezzo è un porto sicuro e accogliente.

Essendo un racconto per ragazzi, e per quanto i ragazzi del secolo scorso siano stati ben diversi da quelli odierni, mi chiedo perché stravolgere così tanto l’essenza del libro per farci un altra cosa? Ecco cosa ha fatto P.Jackson.

Premetto: io ho un altarino nella mia testa per questo regista. Ci ha regalato importantissimi film sia per lo splatter che per altri generi, ma soprattutto ha messo finalmente sul grande schermo “Il Signore degli anelli”. Il lavoro che ha fatto poteva risultare un disastro, poteva scoppiargli in mano, invece ha sapientemente tagliato (anche se ammetto che è stato un dolore) situazioni che avrebbero fuorviato lo spettatore ignorante, ha tenuto l’essenza del libro e ha raccontato l’atmosfera che c’era. Questo il punto: non è stato fedele al libro in ogni sua virgola, ma ha rispettato il cuore della trama. Ne “Lo Hobbit” ha visto la gallina delle uova d’oro e quindi ha fatto del danno…

Prima di tutto fare 3 film di un libro di 300 pagine è proprio il segnale che devi pagare le bollette e non sai come fare. E’ inutile che ce la racconti Peter! Vallo a dire al vicino di casa, ma non a noi. Secondo ha reso questa storia cupa, epica dove non c’è, ha unito tanti pezzi di altri libri dilatando la storia, ma stravolgendo anche situazioni ed eventi. Ma soprattutto ha messo quella cosa orrenda che è la “storia d’amore” fra un nano e un’elfa che manco esiste nel libro. E questo io non glielo perdonerò mai, perché ha ceduto il potere, per avere più soldi, alle bimbeminkia (scusate il francesismo, ma a volte ci vuole!) totalmente lontane dal fantasy le quali accettano di vedere certi film solo se ci sono storie d’amore assurde. State a casa! Fate un favore al mondo interno più o meno nerd: andate da un’altra parte! Non è un giudizio morale, per me potete fare quello che volete, ma se entrate nel mio “mondo” lo fate alle regole di esso e non alle vostre, perché se no siete solo dei parassiti e dei distruttori! Vi detesto, lo ammetto! Siete una rovina! Non accoppiatevi con dei nerdi, fatelo con dei vostri pari, abbiate pazienza ma così siete un virus distruttivo che farà nascere mezzi nerd decerebrati!

Torniamo a noi…con “calma, dignità e classe” (cit.).

L’operazione cinematografica che per molti ha un pregio e che molti miei amici nerd fantasy hanno apprezzato perché ha reso la storia più adulta, ha solo il pregio di aver attirato gente al cinema e qualcuno a comprare il libro; ma ha il totale demerito di aver allontanato i ragazzini dal libro (nel quale troveranno tutt’altra un’atmosfera) e gli amanti dallo stesso dalle sale. In più non è manco fatto benissimo, visto che molto spesso in sala (ho visto i due episodi) ho trovato errori grossolani nella tecnica e nella resa. Quando il mio occhio coglie quel dettaglio stonato vuol dire che è marchiano e fatto veramente coi piedi, perché per quanto io sia attenta e conosca un po’ come si fa un film, quando entro in sala mi lascio prendere dalla situazione ed “entro nel film”.

Mi chiederete allora perché ho visto i due film al cinema? Il primo perché non potevo essere vittima dei miei pregiudizi, visto che il trailer non mi convinceva per nulla; il secondo perché non potevo credere che ce ne potesse essere un secondo, anche se ammettevo che la mia memoria faceva fatica a tirar fuori le cose narrate. Il terzo lo guarderò? Direi fortemente “no”, sempre che non capiti un’occasione come la volta scorsa che ho speso 3 euro per vederlo. Questo è il valore che do a queste operazioni.

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Per chiunque abbia già letto il libro, ma voglia approfondire tutto quello che ci sta dietro, la più bella edizione che io ho (perché ammetto che questo è l’unico libro che ho in più edizioni. E me ne mancano ancora altre) è sicuramente quella annotata: piena di annotazioni, di disegni, di spiegazioni non solo permette meglio di entrare nel mondo della Terra di Mezzo, ma soprattutto fa meglio comprendere il grande letterato che fu Tolkien che seppe mischiare i suoi studi con le sue esperienze e le sue doti.

Un lavoro complesso che nulla toglie alla lettura, ma che non consiglio per chi non abbia mai letto il libro perché se si leggono le note in corrispondenza si rischia di togliere pathos alla lettura.

Lasciatevi andare seguendo i nani e un hobbit, senza timore di tornare bambini e di affrontare orchi e creature misteriose con le sole armi del coraggio e della forza.

Voto libro: 10

Voto film: 5. Chi troppo vuole nulla stringe…

 

Buon compleanno Terry Pratchett!

http://en.wikipedia.org/wiki/Terry_Pratchett

Sono ancora in tempo!!! Sono ancora in tempo per fare gli auguri al mio amatissimo Terry Pratchett che mi ha donato le migliori risate, il miglior sarcasmo, il miglior fantasy (dopo Tolkien), la miglior visione della vita e i personaggi più veri che non si può.

Se dico che il mondo è sostenuto da 4 elefanti su una tartaruga è perché rinnego Keplero, Galileo e Tolomeo e tutti gli altri e solo Discworld è la verità.

Se dico che sono un troll (e questo lo dico davvero) perché ragiono meglio al freddo è perché ho capito che razza sono in verità (maschero bene che sono un orco, ma il realtà sono un troll).

Se dico che il miglior bibliotecario è uno scimpanzé di certo non sto insultando nessuno, ma solo descrivendo il miglior studioso di tutta Ankh Morpork.

Se amo i pagliacci e vorrei entrare nella loro gilda solamente per poter ammirare tutte le maschere dei miei predecessori è perché ho scoperto un segreto che al massimo posso condividere con la gilda degli assassini.

Se per essere una strega mi basta solo applicarmi perché per il resto ho davvero tutto quello quello che mi serve per discendere da Esme Weatherwax.

Se il bagaglio per essere tale deve avere le gambe se no non vale nulla. E per fare una foto ci vuole un demone pittore dentro a quella cosa magica. E per essere un nano a volte basta essere alto come uno umano, basta sentirlo dentro. E per essere una guardia ci vuole coraggio, ma per controllare il permesso per un omicidio ci vuole anche il diritto. E un cappello a punta non fa per forza uno stregone. E SE PARLI COSI’ è meglio smetterla perché Qualcuno potrebbe prendersela a male e venirti a trovare e non è la stessa cosa di un parente molesto. E se…e se pensi che potresti stare bene in Discworld perché ogni volta che apri un suo racconto ti senti a casa, devi solo ringraziare una persona: Terry Pratchett. Al pari di un bardo, al pari di

cosmologia

un trovatore, al pari di un menestrello mi sta regalando forse i migliori libri che io ho letto negli ultimi anni.

Dire che questo fantasy è per bambini (sono riuscita a discutere anche dal Libraccio) vuol dire non averli mai letti e soprattutto non averli mai capiti. Posso apparire facilotti, pieni di personaggi strampalati e surreali, ma ognuno di noi racconta la cultura del suo autore, la sua capacità di vedere il mondo attraverso la lente pura del sarcasmo e dell’ironia, la sua voglia di non cedere mai alla vecchiaia d’animo. Leggere Terry Pratchett è entrare in un mondo dove bene e male si intrecciano, mischiandosi al surreale, alla critica e al sogno. Leggerlo come se fosse una cosa per ragazzotti vuol dire non capire come si legge davvero.

Non so dire quando è nato il mio amore per questo autore, ma perdura nel tempo e tanta è la mia gioia di tornare ad Ankh Morpork e zone limitrofe, che centellino ogni libro che esce (e ne escono pochi alla volta), cerco le edizioni con le copertine di Paul Kidby, seguo un filone piuttosto che un altro per poi tornare indietro e trovarmi di fronte a personaggi che pensavo di aver dimenticato. Di ogni personaggio penso che qualcosa mi appartiene, ma poi non sono io; trovo sempre qualcosa di affascinante e che vorrei per me. Il mondo è così complesso che raccontarvelo sarebbe impossibile. E se vi trovaste in mezzo a due/tre persone che lo amano allo stesso modo verreste catapultati direttamente in quel mondo attraverso citazioni, versi e situazioni.

Grazie immenso Terry Pratchett, forse per colpa tua imparerò a leggere in inglese, perché se aspetto le case editrici italiane…e se la scienza non può ancora rallentare la tua malattia, permetti a noi lettori e appassionati di sostenerti con il nostro infinito ringraziamento e stima.

Lunga vita e forte vita Terry Pratchett!

http://www.goblins.net/articoli/pratchett-discworld-e-il-game-design

“47 Ronin” di Carl Rinsch

Ieri sera sono andata al cinema con una mia amica a uno spettacolo per pochi, cioè in quegli orari assurdi a cavallo del pasto dove al massimo si è in 10 in una sala da duecento e non litighi nemmeno se il tizio ha la borsa sulla poltrona che hai prenotato perché tanto al massimo trovi un altro posto forse anche migliore. Insomma quelle cose che ti rimettono in pace con il concetto di multisale e fruibilità per tutti a tutti i costi.

Sono andata a vedere “47 Ronin”. Il trailer mi intrippava con quel drago che a un certo punto spunta di notte in un castello giapponese a non si sa bene fare cosa, con il concetto del samurai, del ronin e di tutta compagnia danzante (che in questo caso è spadante), soprattutto mi incuriosiva capire come si potesse fare un fantasy giapponese unendo oriente e occidente. Ammetto di avere una passione per i film giapponesi che parlano di leggende nel loro periodo “medievale” (denominazione assolutamente scorretta, visto che nel Giappone il periodo si divide, molto più correttamente, per le dinastie o per i movimenti. E’ tanto per indicare un periodo lontano, indicativamente parallelo al nostro 1200. Forse. Prendetelo con le pinze però.), ma di solito mi sono trovata a vedere pessimi film giapponesi di serie Z oppure particolari affreschi cinematografici troppo lenti per poter essere veramente apprezzati anche in occidente. Questo dovevo provarlo e capire se fosse adatto a me. E per fortuna lo era.

http://www.mymovies.it/film/2013/47ronin/

La trama riprende una vicenda leggendaria o storica del paese dove 47 samurai alla morte del proprio signore attraverso il rito del seppuku (in questo caso vi è un parallelo interessante fra il suicidio imposto dagli imperatori romani ai “condannati” di riguardo e questo rito del suicidio che libera la propria famiglia da ogni disonore) diventano ronin, cioè senza padrone. Avrebbero l’ordine di non compiere la vendetta, ma l’onore, la lealtà e il senso di giustizia prevalgono sopra ogni ordine dello shogun.

Alla vicenda il film aggiunge il mistero, i demoni, il sovrannaturale. Ricorda per certe atmosfere l’anime ” Inuyasha” ma senza averne le esagerazioni. Può non essere perfetto, non essere fedele al centro per cento, scegliere come coprotagonista Keanu Reeves è tipicamente hollywoodiano, possiamo farci le pulci, ma a me non interessa perché alla fine avevo le lacrime agli occhi.

Non mi interessava la storia d’amore, che tanto si capiva dalle prime immagini che era impossibile, ma per la vicenda dei ronin, per quel legame che si forma fra gli uomini d’arme uniti da uno scopo ben più alto, per il senso fortissimo del rispettare l’impegno e non contestare la legge. I ronin sanno che ogni loro azione verrà punita e ne accettano il destino, ma la giustizia deve essere ristabilita anche a danno della propria vita.

Di tutto il film questo mi è rimasto dentro, forse perché è quello che sento e provo quando pratico la scherma medievale, quando simulo le battaglie insieme ai miei amici o commilitoni, quando in schieramento mi devo fidare di chi ho a fianco.

Sicuramente un esperto di storia giapponese e arti marziali potrà aver storto in naso su tante leggerezze che io non posso cogliere, come io ho storto il naso per la presenza (un po’ inutile) del gigante samurai con la maschera degli immortali di “300” di Miller, sproporzionatamente alto come “La montagna che cammina” di “Games of Thrones”; oppure quando ho visto con orrore sulle armature del samurai degli inutili e mal applicati anelli dorati su piastre di metallo.

Eppure…eppure…io alla fine ho pianto. E sinceramente questo mi basta per farmi capire che questo film mi è piaciuto, che lo vorrei rivedere per cogliere qualche altro particolare.

Regia: 7 e mezzo. Tutto gira perfettamente, non si notano pacchiani o palesi stacchi di macchina, attori che si muovono a loro agio anche quando sono solo impersonificazioni di caratteri particolari di una compagnia. E tutto senza mai strafare.

Sceneggiatura: 7 e mezzo. Ovviamente in 2 ore non si può far vedere tutto e ovviamente c’è stata una scelta nel tagliare la vicenda. Forse avrei aggiunto qualche minuto in più per rendere al meglio la sensazione di abbandono dei ronin, a scapito della storia d’amore, ma alla fine è un discorso personale.

Scenografia: 8. Bella, essenziale, suggestiva. Gli interni particolari e funzionali a fare da sfondo alle scene, mentre gli esterni sono grandiosi e volutamente esagerati: da una natura che ricorda un po’ le terre di Rohan (non c”è niente da fare “Il signore degli anelli” ha fatto scuola anche per le lunghe cavalcate degli eroi) fra il verde e l’arsura, ai castelli ricostruiti con la computer grafica che si stagliano nelle montagne grazie a un sapiente uso di fotografia.

Costumi: 7. Curati, precisi, anche qui essenziali. Forse posso lamentarmi per le armature e per l’assenza anche del trucco nei combattenti, ma sono dettagli. I costumi delle donne sono volutamente sensuali (per la strega) oppure rigorosi nella loro sontuosità. Ogni cosa è curata e se la scelta di prediligere i colori sul grigio può essere vista come una mancanza di fantasia, invece essa è un modo di sottolineare gli stati d’animo e le situazioni della vicenda.

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Cast: 8. Tutti gli attori sono al posto giusto al momento giusto e anche Keanu Reeves, per quanto mono espressione, è assolutamente perfetto nel ruolo, riuscendo a far cancellare dall’immaginario femminile anche Tom Cruise in “L’ultimo samurai”. Gli attori giapponesi sono splendidi nella caratterizzazione e nel rivestire anche forse quello che noi occidentali ci immaginiamo.

Effetti speciali: 9. Meravigliosa la strega e i suoi incantesimi, i demoni e tutto quello che ci sta attorno. Per non parlare della prova che devono superare i nostri eroi nella caverna dei monaci.

Voto: 7 e mezzo. Film americano con cuore giapponese, senza essere davvero nè l’uno nè l’altro. Certo per i puristi sarà, giustamente, un insulto, ma per me che per certe cose voglio rimanere novizia è stato un bel film

 

Buon compleanno J.R.R. Tolkien!

http://it.wikipedia.org/wiki/John_Ronald_Reuel_Tolkien

Neanche avessi fatto apposta, ieri ho ricominciato a rileggere per la x volta “Lo Hobbit”, ma scegliendolo nella versione annotata curata da Douglas Anderson e con la nuova traduzione curata dalla Società Tolkeniana Italia. Per quanto sia ancora all’introduzione e quindi alla nascita del libro, mi sono sentita di nuovo a casa. Forse sono un po’ hobbit dentro, anche se adoro i Roharim; forse la visione del film l’altro giorno mi ha sconvolto (e non piacevolmente, ma arriverà la recensione a breve e capirete); forse sono i ricordi che tornano alla memoria quando bambina l’ho ricevuto in regalo a Natale e l’ho letto d’un fiato emozionandomi a tal punto da doverlo rileggere ogni anno, finchè la mole di altri libri ha distrutto la tradizione.

Subito dopo sono passata a “Il Signore degli anelli”. Superato lo scoglio delle prime 100 pagine, tutto è filato liscio, mi ha fatto compagnia per qualche mese (sono sempre stata abbastanza veloce, ma a quei tempi ero alle medie e toccava studiare anche…). L’amore si è consolidato, scoppiato, forte.

In estate mi sono letta “I racconti ritrovati” e “I racconti perduti”, ma ammetto di non essermene appassionata, mentre “Albero e Foglia” letta da universitaria mi ha commossa, mi è rimasto dentro. “Il Silmarillion” è stato il momento di presa di coscienza del mondo tolkeniano, l’approccio serio alla genesi della Terra di Mezzo, il sapere il perché e il percome; lento, difficile, complicato, ma meraviglioso, visto che senza di lui non si capirebbero i rapporti fra le razze, Sauron e compagnia danzante.”La realtà in trasparenza. Lettere” è stato un momento buffo di una storia d’amore destinata a naufragare, ma che aveva Tolkien e altro come collante. “I figli di Hurin” è entrato in casa tardi, ma divorato, perché sentivo l’esigenza di tornare nella Terra di Mezzo. “Il cacciatore di draghi” divorato e rilassata. Me ne mancano tanti altri. Perché? Un po’ perché ne sono usciti tanti in periodi che non potevo permettermeli e un po’ perché pensavo di “aver superato” quel momento. Ma come mi sbagliavo!

Se un giorno entri nella Terra di Mezzo, ci cammini, ci soffri, ci piangi, ci vorresti combattere, anche se il tuo cammino si allontana per mille motivi, ti porti dentro una sorte di “mal di terra di mezzo”. In più nella desolazione di uscite fantasy per me degne di nota, tornare a casa è tornare al sicuro.

Ieri quando ho cominciato a leggere sorridevo: era come ritrovare un amico lontano che è sempre rimasto fermo nel mondo e che ti ha aspettato. Non è un effetto nostalgia, ma un capire ancora una volta da dove si è venuti e dove si vuole andare e a me sta bene così.

Potremmo passare giorni e giorni a riferire le polemiche, gli applausi, i falsi adulatori, gli ipocriti della prima ora, i fan di questo gigante della letteratura inglese. Potremmo passare vite alla disamina precisa de “Il signore degli anelli” trovando ogni volta che è di destra/sinistra, ecologista/industriale, hippie/giaccaecravatta, narrazione per bambini /esegesi per filologi, ma non ne caveremo un ragno dal buco.

Tolkien ha costruito un mondo dove per primi i suoi figli hanno camminato e si sono immedesimati, poi i suoi amici e colleghi hanno trovato ristoro e confronto, poi tutto il mondo ha trovato un piatto caldo, una spada pronta e un’avventura da intraprendere. Ha ripreso in mano i miti della sua terra, li ha studiati; ci ha messo dentro le mani con riverenza e forza; ha toccato il cuore delle leggende non per stritolarlo, ma per proteggerlo; li ha usati come padre e madre per future leggende e narrazioni. Invidio quegli studenti di Oxford che hanno potuto averlo come professore e poter ascoltare dalla sua viva voce la passione e la voglia di comunicare ciò che non è mai davvero passato.

Per me lui è il più forte pilastro della letteratura fantasy e pochi possono eguagliarlo sia nel passato come nel presente (Martin viene messo in paragone, ma non ha substrato letterario nella sua saga e in più si è fatto dominare dagli eventi e dai soldi. Nessun altro scrittore è per grammatica, letteratura e spessore, paragonabile) e si dovrebbe leggerlo come uno dei più grandi scrittori contemporanei della letteratura inglese e non solo di genere.

Io mi inchino e lo omaggio per tutto quello che mi ha regalato.

Buon compleanno Tolkien!

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“Krabat e il mulino dei dodici corvi” di Marco Kreuzpaintner

Prendi un venerdì stanco e solitario, prendi che in tv ci sarebbe da vedere ma non ti prende nulla, prendi che per caso nel pomeriggio avevi notato una pubblicità di un film fantasy su rai 4, prendi tutto ciò, mischialo e poi ti posizioni davanti alla tv con tante speranze. Vane. Molto vane. Per fortuna che c’è fb e gli amici lontani a darti un supporto in queste follie.

Prima di tutto ammetto ancora una volta la mia totale ignoranza e la totale assenza del libro in italiano su anobii. Quindi gli ignoranti sono due. Come faccio a sapere ste cose? Beh fb…gli amici lontani…loro sì che avevano letto il libro. Quindi ero fiduciosa, tutti a dire che il libro era bellissimo, okkei per ragazzi, ma scritto con tanti modi di lettura, andava bene anche per i grandi…ero davvero fiduciosa.

In più la fotografia lasciava presagire che ci fosse un po’ di lavoro sotto, visto che era curata, con una scelta dei sotto toni del grigio verde che fa tanto fantasy lato oscuro, dove il bene deve sgomitare per vincere sul male che sembra invincibile. Non una storia alla “Il signore degli anelli”, ma nemmeno un “Harry Potter” in salsa tedesca, ma uno di quei film che ricordano Conan, Solomon Krane, quelli la cui trama cerca un appiglio nella storia e nelle leggende scomparse di popolazioni oramai assorbite dalla modernità.

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Leggi poi recensioni come questa, di Film Tv, e davvero le aspettative sono altissime.

E cadono, si infrangono, si rompono e il sonno e la noia prendono il sopravvento.

Prima di tutto manca totalmente di substrato, di tutti quei piccoli dettagli che rendono la vicenda emozionante. Poi mancano i vincoli di legame seri fra i personaggi. Poi mancano i dettagli vari. Poi ti chiedi che senso abbia la voce narrante che ogni tanto compare come il grillo parlante.

Quello che ho visto io è questo: un ragazzino orfano a un certo punto lascia la sua “casa famiglia” dove non si capisce come stia (bene, male, indifferente) e si ritrova non si sa come in una casa mulino di soli ragazzi e un uomo. I ragazzi si spaccano la schiena, non si lavano mai, ma gli abiti sono sempre a posto, non si sopportano fra di loro, mentre l’uomo non fa nulla ed è grasso e pasciuto e se la guarda mentre gli altri si mettono vicendevolmente alla prova. C’è una sorta di tutoraggio, ma alla fine funziona fino a mezzo dì. Poi arriva la vigilia di Pasqua e senza un preavviso il ragazzino viene invitato a partecipare a un rito magico e senza manco un moto di curiosità o di repulsione fa tutto quello che gli dicono. Tutto, beh andare come spirito in un villaggio vicino e trasformarsi in corvo. Stop. Questa è magia nera. ahhhhhhhhhhh, tanta roba!

Poi quando arrivano i soldati (da non si sa dove e perché), i ragazzi difendono il villaggio come i migliori monaci shaolin. Non si capisce quale sia il vero rapporto fra il mulino e il villaggio: sembrano due entità che si trovano casualmente a contatto e poi si ignorano. A nessun vecchio bacucco o uomo del villaggio (che sono pochissimi, sono quasi tutte donne) sembra stana quel mulino?

Quando l’adolescenza prende il sopravvento, gli ormoni si risvegliano, gli occhi di una bella ragazza ti rapiscono il cuore, il nostro protagonista si trova di fronte all’interdizione della casa di innamorarsi, se no tu muori, il padrone rimane giovane più a lungo e tocca trovare un sostituto perché bisogna sempre essere in 12 se il mulino si incavola. Perché il mulino è vivo! Vivo? Sì! Perché e come? Mah, tanto non importa a nessuno, nessuno se ne accorgerà! o.O

Il finale è scontatissimo e anche quello che per tutto il film speri sia l’aiutante del padrone e quindi la spia alla fine è un buono anche lui e la casa, il mulino e il padrone (che poi sarebbe uno stregone potentissimo!) muoiono come dei tordi e tutti vissero felici e contenti.

Il film dura 2 ore. Di noia mortale, dove quello che succede capita senza la minima emozione, moto nella narrazione, senza una spiegazione, tutto nel grigio più totale, con la faccia sporca e gli occhi sgranati.

Dove è la magia nera? Dove il mago potentissimo? Dove la prevaricazione vera, il senso del dominio che la magia nera porta con sè in tutte le favole e racconti? Dove il vero bene? Ah quello appare quando il protagonista si riappropria della propria croce cristiana ricordo della madre morta e così…così cosa??? Questa croce che il padrone vedeva come un ostacolo, gli fa qualcosa contro? No!

Io vi chiedo e mi chiedo, dove siano andati a finire gli sceneggiatori. Quelli bravi. Quelli che sanno scrivere storie logiche, non meri scribacchini!

Mi dicono che il libro sia molto meglio e che valga la pena di leggerlo, ma ammetto che devo aspettare a farlo (pur avendolo messo in lista desideri della biblioteca), perché se ora ci penso mi vien da dormire.

Regia: 5 Compitino senza pretese, senza strafalcioni, ma senza domande se le cose stessero filando giuste o meno.

Sceneggiatura: non pervenuta

Scenografia: 6 e mezzo Belli i dettagli del mulino e della sala della magia nera, per il resto normale ma niente di che.

Fotografia: 8

Effetti speciali: 7 Sono credibili, ben dosati.

Musica: 5 non la ricordo, ma qualcosa c’è di sottofondo.

Costumi: 6 Niente di speciale, ma alla fine curati e credibili.

Voto: 4 La noia vince su tutto…