Lettori da feuilleton: riflessioni spensierate

Libraio Ambulante a Berlino. Cartolina tedesca del 1890 circa
Libraio Ambulante a Berlino. Cartolina tedesca del 1890 circa

Senza voler essere un’indagine sociologica o psicologica, ma solo una speculazione personale su un fenomeno poco pensato: i lettori dei feuilleton.

Che cosa era, prima di tutto, il romanzo d’appendice? Era una pubblicazione a puntate, di poche pagine, allegato a un giornale e raccontava grandi storie di ampio respiro. Diciamo che prima di Netflix c’era il feuilleton. Anzi Netflix non è feuilleton, ma piuttosto il romanzo completo in cui sono state raccolte tutte le singole puntate uscite.

Chi scrisse i romanzi d’appendice? Gente del calibro di Dumas, Balzac, Stevenson, Salgari, Joyce e Dickens. Mica gente da poco e mica con romanzi di secondo ordine. In quel modo vennero pubblicati “L’isola del tesoro”, “Ulisse”, il ciclo dedicato a Sandokan, “I tre moschettieri” tanto per dirne alcuni. Certo alcuni libri vengono considerati “narrativa da ragazzi” (come se fosse da poco, ma anche “Pinocchio” venne pubblicato in questo modo e seriamente è davvero un romanzo per ragazzi? A me è sempre parso un po’ troppo complicato per gente che ancora deve prendere coscienza di cosa li circonda), altri invece iniziarono ad avere dignità di grande narrativa, ma poco importa: uscirono a puntate, come allegati e la gente li leggeva. E probabilmente li leggeva con così tanto gusto che qualcuno ritenne opportuno poi riunirli in un sol libro e quindi ora noi li leggiamo tutto d’un fiato.

A scuola forse si accenna al fenomeno, non lo ricordo se ai miei tempi ho studiato qualcosa, ma di certo anche se fosse, non se ne capisce la portata psicologica e il valore. “Che cavolo starà dicendo l’amaca adesso?” vi starete probabilmente chiedendo, ma vi dico che leggere a puntate un libro avvincente o appassionante è qualcosa che non possiamo più vivere o comprendere nella nostra società cannibale e veloce. Siamo talmente abituati ad avere tutto e subito che ora i telefilm non solo arrivano il giorno stesso della emissione in terra straniera, con o senza sottotitoli, ma addirittura esistono gli archivi in modo da non aspettare mai, nemmeno un minuto per vedere la puntata successiva. Ma che ne sanno quelli che aprono Netflix e compagnia danzante e, con sotto mano cibo e bevande, si snocciolano un’intera stagione della serie prescelta? Non possono capirlo, credo, perché l’ansia che scaturisce nell’aspettare è pari a tutta la serie di paranoie e congetture che si facevano. Ora aspettiamo le serie, un tempo si aspettavano le puntate. Facendo questi discorsi sembro anziana e anche di più, ma alla fine mi vien da pensare che quando ero piccola l’appuntamento fisso, prima della cena, di “Happy days” era più chiaro di sapere dove fosse il 7 sull’orologio; aspettare di vedere come andava a finire il combattimento di Pegasus contro nonsisachimasembraimbattibile era come la frase biblica “e fu sera e fu mattina”, era lo scandire del tempo chiaro. Ma io sono nata e cresciuta nell’era delle lettere, delle cartoline col francobollo e col postino, della audio cassette, della radio che gracchiava o che se ti spostavi non si sentiva più. Sono cresciuta nel tempo lento in confronto ad ora e, nello stesso tempo, sono il momento della velocità in confronto a chi doveva aspettare una settimana per vedere come andava avanti la storia.

Ci avete mai provato voi a lettere un tot di capitoli a settimana senza sgarrare? Io sì ed è un vero esperimento letterario. Mi spiego meglio. Da qualche anno, e lo avete visto su questo blog, partecipo a letture collettive varie ed eventuali e le più “strambe” sono quelle che ci hanno visto leggere Dickens a puntate: “Il nostro comune amico” è durato 1 anno e mezzo, se non ricordo male. Un anno e mezzo! Pensate quanti libri potreste leggere in quel periodo. Pensate a quante cose fate in un anno e mezzo. Noi invece abbiamo letto un libro (non abbiamo fatto solo quello, sia chiaro, perché ognuno ha continuato a vivere e a leggere contemporaneamente quel che voleva) e abbiamo aspettato un anno e mezzo per poter vedere dove andava a parare la storia. Altro che pazienza! Da quelle esperienze (perché i libri letti in quel modo sono stati più di uno) è nato il gruppo di fb “Letture folli e sgangherate” dove in libertà totale condividiamo pareri ed emozioni che suscitano le letture. Beh, Dickens non ci è mai piaciuto, tranne per “Canto di Natale” e ancora continuiamo a chiederci come è possibile tale discrepanza fra quel testo e gli altri. Ora siamo a Dumas e ci piace un sacco.

Torniamo però alle idee balzane che mi son venute in mente mentre, come lettrice, mi immedesimavo nei panni di una mia ipotetica ava lettrice che si avvicinava al ragazzo dei giornali, ne comprava una copia, cercava le due paginette o chissà quante del racconto e il resto lo abbandonava al parente di turno. Leggere, ricordare e raccogliere il tutto e poi tenerselo caro come il romanzo che poi sarebbe diventato. La sua fortuna sarebbe stata avere uno scrittore diligente come Carletto (Dickens. Sì, è diventato Carletto, è famigliare ma non proprio gentile), il quale come abbiamo potuto apprendere rispettava le tempistiche dell’editore; se però le fosse capitato Sandrino (Dumas), il quale pur di prendere soldi da mille mila editori interrompeva per mesi (mesi!!! Lo capite?!) il racconto, per iniziarne altri che poi sospendeva, cosa avrebbe fatto? Io se fossi stata in lei lo avrei strozzato. Eppure questo è uno dei tratti primari che mi ha fatto pensare: lettore paziente. O almeno apparentemente tale: non si annoverano rivolte più o meno silenziose di lettori spazientiti. Editori spazientiti sì, ma lettori boh. Si ricordano le richieste pressanti dei lettori affinché Conan Doyle facesse risorgere Sherlock Holmes. Dovrò indagare su probabili rivolte per l’interruzione da parte dello scrittore.

Leggendo poi mi sono sempre chiesta che tipo di lettore fosse: ceto alto annoiato, media o bassa borghesia in cerca di riconoscimento, l’operaio/a che cercava riscatto, la servetta che rubava un momento di libertà dalla noia del lavoro? Sicuramente questo e altro e forse qualche testo avrà affrontato la situazione (se ne conoscete il titolo siete così gentili da informarmi? Grazie), descrivendo nei minimi particolari i gesti, le movenze, le ansie e le gioie del lettore. A me ricorda un po’ Jo March con la sua brama di lettura (okkei devo leggere davvero il libro, non posso basarmi solo sui film…). Mi vengono in mente fumose città di fine ottocento come Londra o Torino, dove il progresso delle fabbriche andava a braccetto con la pesantezza dei rituali del retaggio di classe. Mi vengono in mente tante immagini confuse, ma di certo la cosa più bella è il contratto che si firmava in modo implicito fra scrittore/narratore e lettore: il lettore era paziente, aveva memoria, avrebbe compreso tutte le citazioni colte o meno (Dumas ne “Il conte di Montecristo” che stiamo leggendo ora, mette un sacco di citazioni di non così immediata comprensione), avrebbe tenuto da parte soldi e tempo per comprare tutte le puntate, avrebbe chiesto altre e altre storie ancora per poter fuggire per qualche ora dalla banalità della quotidianità. Un patto pesante che mi fa pensare come siamo ora noi lettori forti che divoriamo libri su libri e che pretendiamo di sapere sempre di più, cercando incontri letterari, festival, rubriche e blog per saziare la nostra fame bulimica di storie.

Il lettore di feuilleton ha il passo lento, la crisi d’astinenza, il sogno ad occhi aperti e la curiosità da saziare. Sarò romantica, ottocentesca, ma questa mia esperienza di lettrice di romanzi d’appendice mi sta ridando il senso lento della lettura e della condivisione: non ci si trova più all’edicola o al bar per parlare dell’ultima avventura, lo si scrive su fb; non si mettono più da parte religiosamente i fogli di giornale, si fanno foto da condividere su instagram; eppure…eppure si aspetta il giorno prefissato per poter leggere, anche se il romanzo è lì, bello grosso, sul comodino o nella borsa da viaggio. Aspettare. Leggere. Ricordare. Condividere.

Non so chi fossero esattamente i lettori di feuilleton, ma consiglio a tutti di mettersi nelle loro scarpe per sentire le farfalle nello stomaco a ripensare agli accadimenti del personaggio preferito.

illustrazione di Headless studio
illustrazione di Headless studio
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“Il nostro comune amico” di C. Dickens. Conclusioni.

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Tutto è partito un anno e mezzo fa attraverso fb, riunendo un po’ di lettori folli, creando un evento che è rimasto in piedi per tutto questo tempo. Per chi volesse leggersi i commenti questo è il link. All’inizio eravamo in un buon numero, poi ci siamo perse per strade e siamo rimaste in 4. Spiace che sia successo, ma le perdite per strada sono state fisiologiche e alcune anche no, ma non importa; in realtà mi spiace solo per non avere più commenti e più punti di vista diversi. Le 4 sopravvissute sono state concordi in ogni commento di capitolo, quindi niente discussione.

Arriviamo però alle mie conclusioni (che per certi versi sono la somma anche delle chiacchierate di questo tempo). Come avete potuto notare non sono stata brava nel seguire la distribuzione temporale dei capitoli e mi sono persa per strada, dovendo recuperare tutto negli ultimi due mesi (non volevo sforare). Quindi posso dire che la lettura in questo modo, a “fascicoli”, per me è stato un vero fallimento: troppo altalenante, troppo distratta, troppo abituata alla consequenzialità della mia lettura naturale. Di certo sarebbe stato più facile se fossimo stati costrette fisicamente ad aspettare le puntate, a scartabellare in edicola o fra i giornali per trovare il “nostro” fascicolo. Questo aspetto della lettura si è totalmente perso, preferendo anche qua la velocità all’attesa. Fagocitiamo anche la lettura, non avendo più la pazienza di aspettare. Ci abbiamo perso anche qui secondo me. Oddio, non che non mi piaccia leggere un libro intero, per i fatti miei, con i miei ritmi, ma non so, rimpiango quel senso di “ricchezza” dell’attesa.

Un altro motivo per cui mi sono persa è il libro stesso e più che la trama, oserei dire che è la scrittura vera e propria. Non sono una fan di Dickens. Egli è un altro di quegli scrittori più sentiti che conosciuti, più nominati che scartabellati, insomma è uno dei tanti classici che per me, essendo tali, sono ininfluenti. Eppure qualcosa di lui ho letto, soprattutto “Canto di Natale” che amo in ogni sua forma proprio per la completezza della trama, ma che ho riscoperto in originale con una scrittura veloce, illuminante e stimolante (se penso che l’ho letto in due ore senza riuscirmi a staccare dal testo). Qui, invece, è tutto stantio e ripetitivo e moscio. Sì, l’aggettivo giusto è “moscio”.

I personaggi sono salomonicamente divisi in due: buoni, perfetti e vessati da una parte; cattivi, prepotenti e violenti dall’altra. Nessun personaggio è davvero a tutto tondo, nessuno subisce una vera introspezione psicologica, qualcuno la accenna, ma poi viene da subito sopita. Molti personaggi negativi sono ripetitivi fra loro e in loro stessi, creando una sensazione di noia e ripetizione che raramente si trova; quando poi subiscono la giustizia divina si gioisce ovviamente, ma solo perché ce se li toglie dai piedi e dalla lettura. I personaggi positivi sono invece monolitici in tutto e quindi noiosi come chissà; senza poi dimenticare che subiscono cose che uno si chiede se di secondo nome fanno “Giobbe”. Si dirà che Bella subisce un cambiamento: dai si vedeva che era leggerina, ma buona (vedere tutti i pezzi in cui lei si trova col padre); si potrà dire che i Boffin cambiano, ma poi si scopre che è per finta; Venus “tradisce” il traditore, ma sin da subito non è un cattivo, ma una vittima degli eventi; i due avvocati sono solo due giovani ricchi in cerca della loro vera via nella vita e quindi niente di che. E via di seguito.

Chi ha seguito i miei posti (e ho visto anche le condivisioni. Grazie, ma sono curiosa di sapere perché) sa che molto spesso ho usato il sarcasmo e il colloquio con l’autore. Sono stati gli strumenti adatti per sopperire la voglia di lanciare il libro fuori dalla finestra. Tutto nel libro dimostra che Dickens era in bolletta (vabbè, lo abbiamo dedotto noi) e che abbia allungato il brodo per poter pagare meglio luce, gas e tasi (sì, anche quella se no non si spiegano certe cose); il libro dimostra la mancanza di originalità di trama e personaggi; dimostra la stanchezza nello svolgimento, senza pathos, senza voglia. Nel finale un po’ si riprende, la resa dei conti da un po’ di brio, ma poi tutto si tronca senza un motivo, come se fosse finita carta o inchiostro.

In questo anno e mezzo , mentre cercavo le immagini per i post (e ne ho trovate anche di belle e ne sono stata felice), ho letto varie recensioni su altri blog e tutti o quasi erano entusiastiche. Cosa è successo? Come mai? Non esiste un “chi ha ragione” in letture, esiste solo il proprio gusto, ma questa totale, netta, fortissima differenza mi fa sorgere un dubbio o più di uno.

1. La lettura spezzettata non aiuta alla comprensione del testo totale.

2. Sono cinica e certe sdilinquite storie non fanno per me.

3. Altri hanno letto un altro libro, quindi hanno barato.

4. Dickens li ha pagati attraverso una medium e mi chiedo perché a me niente.

5. Dickens non fa per me.

6. Sono cinica e mi serve l’azione (ho già detto che sono cinica?)

7. Da una storia lunga 800 pagine mi aspettavo molto di più.

8. Certa gente dovrebbe leggere anche altro per poter fare paragoni più credibili.

9. Il romanticismo non fa per me, né come sentimento né come genere letterario (ma poi questo ci rientra nel genere?)

10. Non vale vedere il telefilm (pensa te, hanno anche fatto un telefilm!) e valutare il libro.

11. Le immagini delle illustrazioni non valgono per alzare il voto!

Così finisce questa avventura, con un giudizio pesantemente negativo in ogni sua parte, con un classico bocciato senza riparazione, con un libro nascosto in libreria (mi vergognerei anche a regalarlo). Finisce e mi sento liberata da un peso e mentre dicembre si avvicina e anche la rilettura di “Canto di Natale”, mentre altre collettive si stanno preparando, io penso che non dovrò più avere a che fare con Giovanni, Bella, i Boffin, il maestro pazzo, Carletto ingrato, i Lemmle rovinati e i loro degni compari, Pauta e Uccellino e tanti altri.

Voto: 3