“Il nostro comune amico” di C. Dickens. Conclusioni.

.

Tutto è partito un anno e mezzo fa attraverso fb, riunendo un po’ di lettori folli, creando un evento che è rimasto in piedi per tutto questo tempo. Per chi volesse leggersi i commenti questo è il link. All’inizio eravamo in un buon numero, poi ci siamo perse per strade e siamo rimaste in 4. Spiace che sia successo, ma le perdite per strada sono state fisiologiche e alcune anche no, ma non importa; in realtà mi spiace solo per non avere più commenti e più punti di vista diversi. Le 4 sopravvissute sono state concordi in ogni commento di capitolo, quindi niente discussione.

Arriviamo però alle mie conclusioni (che per certi versi sono la somma anche delle chiacchierate di questo tempo). Come avete potuto notare non sono stata brava nel seguire la distribuzione temporale dei capitoli e mi sono persa per strada, dovendo recuperare tutto negli ultimi due mesi (non volevo sforare). Quindi posso dire che la lettura in questo modo, a “fascicoli”, per me è stato un vero fallimento: troppo altalenante, troppo distratta, troppo abituata alla consequenzialità della mia lettura naturale. Di certo sarebbe stato più facile se fossimo stati costrette fisicamente ad aspettare le puntate, a scartabellare in edicola o fra i giornali per trovare il “nostro” fascicolo. Questo aspetto della lettura si è totalmente perso, preferendo anche qua la velocità all’attesa. Fagocitiamo anche la lettura, non avendo più la pazienza di aspettare. Ci abbiamo perso anche qui secondo me. Oddio, non che non mi piaccia leggere un libro intero, per i fatti miei, con i miei ritmi, ma non so, rimpiango quel senso di “ricchezza” dell’attesa.

Un altro motivo per cui mi sono persa è il libro stesso e più che la trama, oserei dire che è la scrittura vera e propria. Non sono una fan di Dickens. Egli è un altro di quegli scrittori più sentiti che conosciuti, più nominati che scartabellati, insomma è uno dei tanti classici che per me, essendo tali, sono ininfluenti. Eppure qualcosa di lui ho letto, soprattutto “Canto di Natale” che amo in ogni sua forma proprio per la completezza della trama, ma che ho riscoperto in originale con una scrittura veloce, illuminante e stimolante (se penso che l’ho letto in due ore senza riuscirmi a staccare dal testo). Qui, invece, è tutto stantio e ripetitivo e moscio. Sì, l’aggettivo giusto è “moscio”.

I personaggi sono salomonicamente divisi in due: buoni, perfetti e vessati da una parte; cattivi, prepotenti e violenti dall’altra. Nessun personaggio è davvero a tutto tondo, nessuno subisce una vera introspezione psicologica, qualcuno la accenna, ma poi viene da subito sopita. Molti personaggi negativi sono ripetitivi fra loro e in loro stessi, creando una sensazione di noia e ripetizione che raramente si trova; quando poi subiscono la giustizia divina si gioisce ovviamente, ma solo perché ce se li toglie dai piedi e dalla lettura. I personaggi positivi sono invece monolitici in tutto e quindi noiosi come chissà; senza poi dimenticare che subiscono cose che uno si chiede se di secondo nome fanno “Giobbe”. Si dirà che Bella subisce un cambiamento: dai si vedeva che era leggerina, ma buona (vedere tutti i pezzi in cui lei si trova col padre); si potrà dire che i Boffin cambiano, ma poi si scopre che è per finta; Venus “tradisce” il traditore, ma sin da subito non è un cattivo, ma una vittima degli eventi; i due avvocati sono solo due giovani ricchi in cerca della loro vera via nella vita e quindi niente di che. E via di seguito.

Chi ha seguito i miei posti (e ho visto anche le condivisioni. Grazie, ma sono curiosa di sapere perché) sa che molto spesso ho usato il sarcasmo e il colloquio con l’autore. Sono stati gli strumenti adatti per sopperire la voglia di lanciare il libro fuori dalla finestra. Tutto nel libro dimostra che Dickens era in bolletta (vabbè, lo abbiamo dedotto noi) e che abbia allungato il brodo per poter pagare meglio luce, gas e tasi (sì, anche quella se no non si spiegano certe cose); il libro dimostra la mancanza di originalità di trama e personaggi; dimostra la stanchezza nello svolgimento, senza pathos, senza voglia. Nel finale un po’ si riprende, la resa dei conti da un po’ di brio, ma poi tutto si tronca senza un motivo, come se fosse finita carta o inchiostro.

In questo anno e mezzo , mentre cercavo le immagini per i post (e ne ho trovate anche di belle e ne sono stata felice), ho letto varie recensioni su altri blog e tutti o quasi erano entusiastiche. Cosa è successo? Come mai? Non esiste un “chi ha ragione” in letture, esiste solo il proprio gusto, ma questa totale, netta, fortissima differenza mi fa sorgere un dubbio o più di uno.

1. La lettura spezzettata non aiuta alla comprensione del testo totale.

2. Sono cinica e certe sdilinquite storie non fanno per me.

3. Altri hanno letto un altro libro, quindi hanno barato.

4. Dickens li ha pagati attraverso una medium e mi chiedo perché a me niente.

5. Dickens non fa per me.

6. Sono cinica e mi serve l’azione (ho già detto che sono cinica?)

7. Da una storia lunga 800 pagine mi aspettavo molto di più.

8. Certa gente dovrebbe leggere anche altro per poter fare paragoni più credibili.

9. Il romanticismo non fa per me, né come sentimento né come genere letterario (ma poi questo ci rientra nel genere?)

10. Non vale vedere il telefilm (pensa te, hanno anche fatto un telefilm!) e valutare il libro.

11. Le immagini delle illustrazioni non valgono per alzare il voto!

Così finisce questa avventura, con un giudizio pesantemente negativo in ogni sua parte, con un classico bocciato senza riparazione, con un libro nascosto in libreria (mi vergognerei anche a regalarlo). Finisce e mi sento liberata da un peso e mentre dicembre si avvicina e anche la rilettura di “Canto di Natale”, mentre altre collettive si stanno preparando, io penso che non dovrò più avere a che fare con Giovanni, Bella, i Boffin, il maestro pazzo, Carletto ingrato, i Lemmle rovinati e i loro degni compari, Pauta e Uccellino e tanti altri.

Voto: 3