“Il nuovo venuto” di M. Vichi

http://www.qlibri.it/narrativa-italiana/gialli,-thriller,-horror/il-nuovo-venuto/

Con questo libro veniamo catapultati nell’Italia del ’65, dove i ricordi della guerra e del dopo guerra sono più vividi che mai; dove incominciano i fermenti sociali che porteranno al ’68; dove comunque la vita va avanti lo stesso con i suoi amori e i suoi delinquenti. In tutto questo gira il commissario Bordelli, cercando di barcamenarsi fra i propri incubi, le proprie intuizioni e le proprie debolezze.

Il morto ammazzato è un usuraio, uno di quegli squallidi individui che amano lucrare sulle povertà altrui. E allora che si fa? Indagare è un dovere (quando poi tutto si poteva prevenire, lo è ancora di più), ma davvero l’omicida è colpevole? Cosa è la giustizia?

Vabbè, questo non è un libro filosofico sul concetto della giustizia in senso ampio o in senso stretto, ma è “solo” un giallo in cui il suo protagonista è fin troppo cervellotico, mentre passa dall’indagine alle sue paturnie.

Al di là che questo libro mi ha dato la sensazione di averlo già letto dopo pochissime pagine, non capendo se fosse vero o solo un deja vu; al di là della storia da “cronaca nera” quindi abbastanza semplice; questo libro si inserisce in un filone di investigatori che io chiamo “Maigret senza qualcosa”. Questi nuovi investigatori, italiani come stranieri (nel novero metto anche Adamsberg della Vargas), di una certa età, solitari e sensibili alla bellezza femminile, pieni di nostalgie e di ricordi dolorosi, costoro sono un po’ un nuovo cliqué della giallistica e non riesco a capirne il motivo. La mia definizione parte dal presupposto che il personaggio di Maigret è un investigatore umanissimo, senza poteri da super cervello, che si mette in discussione; che mette in discussione lo stesso fondamento del suo lavoro, cioè la giustizia; che in modo molto elegante, ma maschile, viene sempre colpito dalla femminilità; che ama sua moglie, anche nel proprio egoismo; ma soprattutto è tutto d’un pezzo, sempre e comunque, anche nel prendere decisioni difficili. Invece questi nuovi investigatori tendono ad essere troppo deboli e troppo sensibili per i miei gusti. Non è che Bordelli non mi sia piaciuto come personaggio, ma purtroppo non è troppo originale nel suo essere e nel suo mondo: vi anche un po’ di finta antipatia con gli altri uomini di giustizia, amore per il buon cibo come si vede in Montalbano; bisogno di camminare come Adamsberg; l’essere paterno come un po’ tutti gli investigatori oltre gli anta. Mi chiedo come mai questa cosa e se sia solo io a cogliere questa similitudine.

Ultimo difetto di questo libro è la poca fiorentinità: Firenze c’è solo come cartolina, ma non come parlata, come sensazioni, come cibo o altro. Insomma se Camilleri ha dato vita alla sicilianità di Montalbano, qui è tutto troppo accennato e dato per scontato a tal punto che la mia fantasia ha spostato tutto più verso Roma che in Toscana.

Per il resto la scrittura è scorrevole e gradevolissima, ma soprattutto la trama è coerente e ben strutturata, senza cedimenti o strani giri (solo uno in verità alla fine e purtroppo esagerato). Interessante la doppia storia investigativa, una in Sardegna e una a Firenze, completamente differenti che leggermente si intersecano, ma si concludono a sé stanti. La scelta di raccontare storie di cronaca nera credibile per me è sempre più interessante e piacevole, non tanto per un senso di giustizia da sublimare nella narrativa, ma per la sua intrinseca conformazione di verosimilianza: i serial killer psicopatici non sono male, ma a lungo andare stancano. Credo che la scelta del giallo in genere sia più stimolante di quella del thriller, senza nulla togliere a questo, forse per una questione caratteriale o momentanea di vita.

Voto: 6 e mezzo

Scheda

Casa editrice: Guanda

finito di stampare nel maggio 2004

Printed in Italy

Disegno e grafica di copertina di Guido Scarabottolo