“120, rue de la Gare” di Léo Malet

IMG_20170509_105039_733
recensione di anobii

Dicono che non si possa capire il noir se non hai letto Simenon e Malet. Simenon lo amo sin da bambina (lessi un suo libro per la prima volta alle elementari), Malet non lo conoscevo fino ad ora. Era il caso di rimediare e iniziare a leggere anche questa serie.

L’investigatore Nestor Bruma sembra uscito più che da un romanzo, da un fumetto per quel suo modo di fare incurante del pericolo e delle regole, pur essendo un investigatore privato. Lo troviamo che è la seconda guerra mondiale, in una Francia ancora sotto gli allarmi aerei, i campi di prigionia, i passaporti e i visti, gli ospedali che sembrano quasi un carcere e la polizia che cerca di far tornare la legalità come se si trattasse di normale amministrazione. Ci sono rapporti lavorativi da ristabilire e agganci utili da rinsaldare, senza pestare i piedi a nessuno, ma quando gli ammazzano sotto gli occhi un suo collaboratore e sotto un lampione staziona la sosia di una splendida attrice, a Nestor non par vero di dover rimettere in moto la sua vita. E anche quell’incontro strano, con uno smemorato, nei campi di prigionia, inizia ad avere un senso in tutta questa intricata serie di incontri e di messaggi spediti via posta.

La scrittura è agevole, anche un po’ troppo a volte e son dovuta tornare indietro per rileggere i passaggi appena letti. Non capisco come mai mi stia succedendo. Ho sicuramente cambiato “metodo” di lettura con annessa attenzione, ma a volte mi capita leggendo di perdere il senso di quello che sto leggendo, come se le parole fluissero troppo velocemente: e allora le lascio andare, immaginando quello che percepisco e vedendo quello che viene descritto. La scrittura di Malet non è descrittiva, anzi è essenziale e scarna, ma non per questo non riesce a rendere bene le situazioni e i rapporti, raccontando una Francia sotto tono, quasi in gabbia, senza mai parlare di politica o di storia: ci sono gli aerei, gli attestati, i documenti rilasciati, quella sensazione di pericolo sottostante, ma non è nominato alcun personaggio o evento che inquadri la storia nella Storia. E’ una Francia secca che cerca di rimettersi in piedi, senza dare sconti a nessuno, ma nemmeno senza cercare di far pagare in eterno qualcosa. Burma sembra uno che alle regole fatica a stare, ma sembra solo apparenza mentre cerca di rimettere in riga tutti i pezzi di uno strano puzzle che gli è capitato fra le mani. Ecco “capitato fra le mani” in questo romanzo è il concetto giusto: qui tutto un po’ capita, si innesca, si incastra e alla fine, come il classico insegna, si risolve facilmente come se fosse evidente a tutti. Io però mi son persa qualche dettaglio e alla fine non ho potuto far altro che vedere l’esito e assentire.

A questo punto mi chiedo cosa lo accomuni a Simenon e al suo Maigret e sinceramente non ho una risposta. Di certo c’è un certo stile “alla francese”: avete presente quanto guardate i film francesi? Hanno quel non so che di “colorato” e sofisticato anche quando sono commedie per tutti (non credo che abbiano dei cinepanettoni loro, almeno glielo auguro). Capisco che dire che i film francesi e anche i romanzi abbiano un quel non so che di “colorato” non è molto professionale, ma è una cosa che mi capita di associare odori, sapori e sensazioni ai colori per spiegare la sensazione di un qualcosa (o un gusto. Per esempio per me la vaniglia è blu. Punto. Come posso spiegarvelo in altro modo? Non si può!). Vorrei dire che Burma è la parte più sensuale e giovane di Maigret, oppure potrebbe essere la scanzonata spalla del commissario, ma alla fine loro sono due mondi che non si possono incontrare, non solo e non tanto per l’ambientazione cronologica, ma proprio per il concepire l’indagine. Se non fosse per la pipa… Maigret per me trova un suo erede in Adamsberg della Vargas con quel suo modo paterno di affrontare le persone, anche quando prende per la collottala il cattivo o l’interrogato reticente di turno; Burma invece è troppo carico per poter aver cura di chi ha di fronte con la pazienza serena del poliziotto, anzi lui un po’ li deride con il loro modo di fare ligio al dovere. Maigret è diventato famoso, Burma molto meno: come mai? Mi rimane un mistero per ora.

Voto: 6 e mezzo E’ stata una piacevole lettura e devo ammettere che mentre leggevo mi convincevo che un altro episodio non mi avrebbe attratto, ma a ripensarci, mentre scrivo (di botto come al solito, lasciando che il cervello vaghi, senza appunti) mi vien da pensare che una seconda opportunità si può concedere, cercando di capire alcune cose di questo personaggio e del suo autore.

Scheda tecnica

titolo originale:  “120, rue de la Gare”

traduttore: Federica Angelini

anno di pubblicazione: 1943

edizione: Fazi Editore

finito di stampare: febbraio 2006 presso Grafiche del Liri s.r.l.

edizione italiana a cura di  Luigi Bernardi

grafica di copertina di Maurizio Ceccato

in copertina disegno di © Jacques Tardi

pagine 203

prezzo: €8,50

Annunci

“I tre moschettieri” di Paul W.S. Anderson

vert ITM new
recensione dal sito di mymovies.it

“I tre moschettieri” sono un grande classico, ripreso più e più volte in vari modi e con soluzioni diverse e più o meno interessanti. Questa versione è sicuramente quella più smargiassa, che strizza l’occhio allo steampunk e che se ne frega della storicità e credibilità, per strappare un sorriso e una chiara serata di divertimento. La visione di questa versione della storia è assolutamente sconsigliata ai puristi e agli amanti della vicenda a tal punto da saperne a memoria le battute.

Partiamo dal cast (voto 7) di notevole spessore, con nomi più o meno conosciuti, ma sicuramente quasi tutti riconoscibili. Passiamo da un ormai noto e famosissimo Christoph Waltz che interpreta il cardinale Richelieu, al caratterista (tocca dirlo visto che appare sempre come personaggio da spalla) Ray Stevenson come Porthos, ai conosciutissimi Milla Jovovich come Milady e Orlando Bloom in un improbabile e sopra le righe Buckingham. E poi tanti altri. Insomma un cast valido che non ha sicuramente scelto questo film per ambire a qualche ruolo, ma forse ha voluto prendersi una pausa, divertirsi un po’ e fare magari cose che possono aver sognato di fare quando vedevano la versione del 1973. Insomma, per dirla in parole povere: gran cast baraccone e sopra le righe che trasmette divertimento.

Gli effetti speciali ( voto 8 ) rendono questo film valido da guardare. Perché diciamocelo ancor più seriamente. la trama è quella, anche se la resa non è stata troppo fedele (sceneggiatura  voto 5/6 ), non ci sono cose particolari da evidenziare; i costumi ( voto 7 ) sono una versione glamour o steampunk, dipende dai casi, di quelli storici. Insomma niente di nuovo sotto il telone cinematografico se non fosse per gli zeppeling o navi volanti, per i combattimenti schermistici al limite della fisica, dei labirinti alla “Mission Impossible” e cose del genere. In quel momento c’è l’esaltazione del pubblico che volutamente ha lascito il cervello sul comodino e si è preso un momento di pausa. E’ nella scenografia ( voto 8 ) volutamente esagerata, che strizza l’occhio ai fumetti e usa l’arma del verosimile storico (ne vogliamo parlare della mappa alla risiko dell’Europa che ha il cardinale sul pavimento del suo immenso studio? Semplicemente meravigliosa!).

Un film sopra le righe con una regia ( voto 6/7 ) che guida tutto senza aggiungere niente di particolare, che lascia andare la macchina del racconto senza mettere niente di troppo o di troppo poco; una fotografia ( voto 7/8 ) che fa la sua porca figura, ma senza prendere il sopravvento; la musica ( voto 7 e mezzo ) aiuta a supportare tutto.

Insomma un film da vedere con la compagnia giusta, che abbia voglia di divertimento senza troppe pretese di sottotesti. Ultima cosa: ho visto il film su netflix quindi in 2D e si guarda molto volentieri lo stesso; non vedo la necessità imperante di un 3D anche se capisco che la battaglia aerea sarebbe stata ancor più grandiosa. Guardatelo tranquillamente anche in 2D.

“Les Revenants”: state attenti ai vostri desideri

C’è un motivo se nell’antichità la paura dei morti che ritornano è così diffusa e sparsa in ogni dove, al di là di geografia e credo: è la paura del sovvertimento dell’ordine costituito dalla natura, ma anche della legge (se pensiamo a quanti testamenti salterebbero in aria) dell’uomo. Il titolo della serie televisiva fa riferimento al termine per me più corretto e preciso che la linguistica sia riuscito a coniare: les revenants, coloro che ritornano. Non si parla di resurrezione, né di fantasmi veri e propri (anche se a volte il termine viene usato anche per loro), né dello zombie che ricordiamo dalla cinematografia: non sono morti che tornano vivi e ricominciano la vita, ma sono morti che assomigliando ai vivi non vivono come i vivi. Che gioco di parole!

Comunque sia da questo concetto parte questa serie francese che, dopo averla persa più volte su sky, sono riuscita a registrarla e potermela vedere fra le feste natalizie ed ora. Sky prevedeva la maratona della prima serie, ma sinceramente non è per me, comunque è stato utile, perché così non ho aspettato per vedere tutta la prima serie.

http://it.wikipedia.org/wiki/Les_Revenants

Di cosa tratta? Di un tranquillo paesini delle montagne francesi (non è specificato, ma alla fine non è nemmeno importante), della sua vita e dei suoi lutti. E fin qui tutto tragicamente normale, se non fosse che un giorno i morti, alcuni almeno, tornano a bussare la porta di casa, a non capire che è passato del tempo, a mettere nei casini tutti. Non si capisce con quale criterio alcuni siano tornati ed altri no; nemmeno si capisce se è stata la morte traumatica ad essere il filo di congiunzione; se c’è qualcosa dietro; se vogliono qualcosa o qualcuno; se vogliono semplicemente continuare a vivere fregandosene del fatto che nel mezzo la vita vera è andata avanti.

In realtà la serie è ben dosata e tutti i dubbi si dipanano lungo le 8 puntate (ognuna dedicata a un ritornato o un particolare personaggio), cercando la soluzione, portando lo spettatore a dipanare la matassa. Tutto è giocato come un puzzle, con trabocchetti e deviazioni sottili dalla trama principale che servono a distrarre lo spettatore, per poi lasciarlo a bocca aperta a momento debito. E come succede tutto questo? Secondo me grazie a un buon team di sceneggiatori. Più lo guardavo e più, a fine visione della puntata, mi chiedevo come avrebbero potuto renderlo in altri stati: gli americani hanno già “The walking dead” e ne avrebbero fatto una copia; noi italiani non sappiamo nemmeno da che parte prendere una trama del genere (non si parla di politica, di famiglie sfigate, di amori e amorazzi, di destra e sinistra, di isterismi o di bamboccioni…insomma qui non ci potevi mettere in mezzo i soliti serial o film all’italiana che 9 volte su 10 sono tutti uguali da decenni); gli inglesi forse lo avrebbero reso più muscolare. E poi non so. I francesi invece hanno sfoderato la loro arma migliore: la parola. In questo caso scritta, più che parlata, anche se i dialoghi sono curatissimi e non bisogna perdersi nemmeno una battuta per svelare il mistero. La cura dei dettagli, il gioco delle parti, l’attenzione alla diversificazione dei personaggi sono aspetti che rendono questo telefilm sopra la media di quelli trasmessi ultimamente.

Questo telefilm è la dimostrazione che per fare un buon horror o mistero bisogna saper lavorare in team, stare attenti a tutto, avere gente che sa fare il suo mestiere senza strafare. Infatti altra cosa molto bella è che l’ambientazione contemporanea “normale” esclude a priori tutto il misticismo alla new age, mentre lascia di contorno anche la religione ufficiale. Il paese è uno di quei milioni di paesini di montagna che potresti trovare adesso dove c’è la chiesa e tutto quello che ci circonda, ma anche la polizia che conosce tutti, le famiglie che si conoscono come parenti e il vero centro economico che è la diga. In questa serie non c’è altro, anche perché la notizia non è qualcosa da sbandierare ai quattro venti, ma da tenere nascosta per paura. Insomma questo telefilm, nel suo paranormale, è assolutamente realistico anche nelle reazioni umane e nelle paure. L’immedesimazione in alcune situazioni, il tentativo di entrare in empatia sono proprio frutto di questa scelta di profilo verosimile e di studio psicologico all’evento.

Le varie situazioni e i vari protagonisti sono ben diversificati, cercando di permettere una maggior differenziazione di situazioni all’immedesimazione dello spettatore. C’è la ragazzina che torna a casa dai genitori e sorella gemella; il bambino apparso dal nulla; la moglie morta giovane che ritorna dall’oramai anziano marito; il serial killer impenitente; l’artista morto alla vigilia del matrimonio. E altro. Vi ho già detto troppo.

La fotografia fa da supporto, da contro altare: sottolinea coi suoi giochi di colore, preferendo a volte le scale di grigi a volte il colore pulito, le varie sensazioni, i personaggi, gli eventi. Anche in questo caso il lavoro di team risulta palese e ben coordinato.

La musica è essenziale, ma fondamentale, perché con lievi cambi di tono o di velocità riesce a sottolineare nell’evoluzione della serie il cambiamento di situazioni e il lento, ma inesorabile, declino verso lo scontro.

Una seria di pochi effetti speciali, ma di sostanza, che io consiglio a tutti coloro che vogliono il mistero allo splatter, l’indagine alle baracconate. Qui non ci sono libri magici, cerchi esoterici ed evocazioni varie, ma solo il vivo e il ritornato l’uno contro l’altro armato (di non si sa cosa).

Viene detto che la seconda serie si sta già girando ed io incrocio le dita non tanto perché sia vero, ma perché siano in grado di mantenere questo elevato standard e non decada in un fumoso racconto alla Lost (ve le ricordate le serie di mezzo con tanta fuffa in mezzo a sfrantumare?) per spiegare “chi ha fatto cosa e perché” lasciato in sospeso in questa prima serie. Questo il sito per essere aggiornati.

“Il piccolo Nicolas e i suoi genitori” di Laurent Tirard

Invidio ai francesi la capacità di raccontare storie leggere e surreali, con quel pizzico di favola, senza doverci mettere per forza un dramma oppure della critica sociale e politica. Noi italiani siamo bloccati fra neo realismo, nord-sud in continua lotta, drammi umani, destra-sinistra in continuo odio. Quindi in Italia si fa lo stesso identico film, sotto aspetti diversi, da almeno 50 anni. Che palle!

I francesi invece fanno satira, pallosità, ma anche fantascienza, fantasy e hanno quel meraviglioso tocco surreale fantastico che tanto alleggerisce il cuore dello spettatore. Tanto per farvi capire cosa intendo, avete presente “Il meraviglioso mondo di Amelie”? Ecco, quel senso del colore, del surreale, dei personaggi che nella vita vera tacceresti per sfigati ma che qui funzionano a meraviglia, quella leggerezza e profondità di sentimenti? Tutto questo è molto francese e io lo invidio un sacco. Noi facciamo lo stesso film da 50 anni (che palle bis!)…

Ieri sera mi sono guardata finalmente “Il piccolo Nicolas e i suoi genitori” che avevo in agenda da vedere da un sacco di tempo, ma come ho sempre pensato o i film li guardi subito oppure aspetti che ti arrivino al momento giusto e non sai mai quando potrebbe essere. Il mio momento era ieri sera con una programmazione di LA7 senza ombra di dubbio spettacolare visto che subito dopo hanno trasmesso “Invito a cena con delitto” ( film geniale e imperdibile per tutti gli amanti del cinema, della commedia e dei gialli).

http://www.mymovies.it/film/2009/ilpiccolonicolaseisuoigenitori/

“Il piccolo Nicolas e i suoi genitori” è un film leggero, ambientato in una Francia anni ’50-’60 e ha come protagonista un bambino e la sua compagnia di amici di classe. Ricorda per molti versi l’atmosfera de “La guerra dei bottoni” libro di Louis Pergaud (libro che ho profondamente amato nella mia infanzia e che mi è sempre rimasto in mente per tutta la vita), dove i ragazzini, divisi per bande, devono affrontare mille avventure a danno o di nascosto dai grandi. Qui, il nostro eroe deve trovare il modo di evitare di essere abbandonato nel bosco dai suoi genitori e non essere sostituito da un eventuale fratellino. Peccato che questa “tragedia greca” frutto del più totale fraintendimento non solo sia nella sua testa e in quella dei suoi amici, ma soprattutto innesti una serie di situazioni surreali e divertentissime al limite dell’impensabile.

I personaggi sono ben costruiti e creati per dare a ognuno una sua caratterizzazione sia fisica che caratteriale, ma non si poteva fare diversamente visto che il film è tratto da un’opera dell’immenso René Goscinny padre del mondo di Asterix (citato meravigliosamente bene nel film), penna e matita sopraffina, capace di tratteggiare caratteri e situazioni con leggerezza e incisività. Non ho mai letto il fumetto da cui il film è tratto, ma posso solo immaginare quanto sia degno degli altri suoi fratelli (Asterix, appunto, ma anche Luky Luke). Sarei anche curiosa ora di trovarlo…

Tornando al film, posso dire che il mio cervello e il mio spirito ringraziano per avermi dato una visione leggera, appassionata, ben recitata e ben girata, in cui i veri valori e gli affetti solidi fanno per una volta tanto la loro figura a tutto tondo.

Regia: 7 Quando un film gira bene, quando lo spettatore non guarda l’orologio oppure non si fa prendere dal panico oppure non nota gli stacchi cinematografici, quando questo succede bisogna ringraziare due persone: lo sceneggiatore e il regista. Il primo crea una storia credibile, il secondo la mette in opera e qui Tirard fa benissimo il suo mestiere e confeziona un vero gioiellino.

Sceneggiatura: 7 Anche qui un bel voto visto che la vicenda per quando assurda, sembra reale e logica e non ha sbalzi di non sense o buchi di sceneggiatura. Di certo non conoscendo il punto di riferimento non posso capire se e cosa è stato tagliato o modificato e se ci sia stato rispetto per il senso originale, comunque sia un buon lavoro. Mentre ricontrollo quello che ho scritto noto che dal sito di “mymovies” fra gli sceneggiatori c’è proprio René Goscinny…ora capisco tante cose.

Costumi: 7. Un vero lavoro di ricostruzione storica coi bambini in abito scuro, ma pantaloncini corti, le bambine già piccole signorine e gli adulti (quei pochi devo dire) perfettamente a tema.

Effetti speciali: 7. Quelli che ci devono essere per un film del genere, ma molto meno di quanto ti aspetteresti, perché alla fine questa è una storia “vera” e come tale va rispettata.

Cast: 7 e mezzo. I bambini sono tutti bravissimi, dei veri caratteristi non solo perché stati scelti per le loro caratteristiche fisiche, ma proprio per la loro capacità mimica più o meno studiata che li ha resi tutti diversi e complementari. A fare un po’ da spalla a tutti loro c’è anche un attore molto conosciuto anche dalle nostre parti, Kad Mérad, grazie al film “Giù al nord” (molto bello e da guardare ben prima della nostra copia italica).

Fotografia: 7 e mezzo. Volutamente carica, volutamente fumettistica ma alla moda francese e non americana dei supereroi. Perfetta. Giusta. A modo.

Musica: 6 Dico sufficiente perché come in altre occasioni anche qui non me ne sono resa conto se ci fosse e come fosse. Cosa mi sta capitando? o.O

Voto: 7 Un film da vedere se avete voglia di rilassarvi, divertirvi e farvi rinfrancare. Sì i protagonisti sono bambini, sì racconta una storia di bambini, ma va benissimo anche per gli adulti che hanno ancora il cuore bambino e ricordano ancora la propria infanzia. Fa bene anche ai duri di cuore… 😉

Buon compleanno Simenon!

http://it.wikipedia.org/wiki/Georges_Simenon

Prima ancora di Agatha Christie, prima di Sir Conan Doyle, io ho conosciuto il giallo attraverso Simenon.

Fu una delle mie prime conquiste letterarie, suffragate da una famiglia di forti lettori e da una giovane maestra per niente timorosa per quanto fossimo la sua prima classe completa. Credo che fossi in quarta elementare e da non so quanto fra i supporti complementari all’insegnamento dell’italiano c’era la lettura e le schede libro: prima forma di recensione matura. In classe avevamo un armadio con dei libri, ma era solo un ausilio per  chi non avesse libri adatti nelle proprie case. Io ero l’ultima di casa e avevo un mondo di libri, ma non so per quale motivo pensai che dovessi leggere “Il cane giallo” che avevo appena trovato fra le mani scartabellando fra le librerie di casa. Ricordo che la maestra mi mise alla prova non credendo che avrei potuto recensire (o forse capire) un libro di tale portata. Vinsi io!

Da lì egli mi ha accompagnato per tanto tempo facendomi letteralmente innamorare di Maigret, ma non di quell’amore passionale (come sviluppai per Sherlock Holmes), ma di quello per uno zio putativo che dietro la faccia bonaria nasconde i racconti più scabrosi e intriganti. Ovviamente la cinematografia ha manipolato il mio immaginario, visto che non mi sono persa una puntata del serial interpretato da Gino Cervi. Oh come li ho adorati! I migliori sceneggiati che siano mai stati fatti, puntando sulla sceneggiatura e sulla bravura degli attori piuttosto che sugli effetti speciali.

Per lungo tempo l’ho dimenticato presa da altri autori, racconti, generi letterari, ma l’anno scorso attraverso una serie di letture collettive sono “inciampata” di nuovo su di lui, con sommo piacere, e mi sono dedicata a scoprire il suo lato di romanziere. Ho scoperto un altro Simenon, molto crudo, senza speranza, narratore di sconfitti. Mi è sembrato così lontano da Maigret che è un pensatore e non uno sconfitto, un giusto duro col cuore tenero, un uomo dalle passioni semplici e mai vinto dall’abitudine.

E’ stata una vera sorpresa trovare in un autore che pensavo conosciuto e un po’ scontato, invece un personaggio particolare, duro, dalla vita non sempre “morale”, ma che nelle foto fuma la sua pipa come se fosse un’arma e guarda in faccia all’operatore come se fosse una sfida continua. Con queste ultime letture Maigret esce finalmente dal corpo del suo padre e cammina da solo, perché il suo autore ha già percorso un suo cammino personale da cui le sue storie si sono dipanate fortificandosi mentre si fanno leggere dagli altri. Storie che vanno lette, centellinate e capite, ma che mi incuriosiscono molto, perché per quanto belga, per quanto non un semplice narratore di genere, Simenon è imprescindibilmente il padre della Francia letteraria e dell’immaginario collettivo che anima tutti noi non francesi.

Buon compleanno Simenon, ci ribecchiamo nelle tue altre storie!