“Il nostro comune amico” capitolo II

Titolo: “L’uomo di non-so-dove”.

La famiglia Veneering, nuova di zecca!, e il signor Twemlow che sembra più un soprammobile da arredare che una persona fatta e finita, sono i protagonisti iniziali questo capitolo.

Cambio totale di stile e modo di raccontare, attraverso una cornice totalmente surreale che ricorda le critiche ironiche e sarcastiche di una Jane Austen sulla società del suo tempo, ma poi si incastra meravigliosamente bene su una sceneggiatura alla Fratelli Marx.

“Forse l’umorismo ha un risalto maggiore per via di qualche cosa di giallo che le rende la gola simile alle zampe delle galline spennacchiate.” Ogni descrizione fisica dei personaggi è inflessibile e impietosa, mostrando più caricature di uomini e donne che persone vere e proprie.

Sulla falsa riga del surreale la descrizione dell’improbabile araldica dei padroni di casa, durante una festa con tante persone fra loro sconosciute, scovata grazie ad un altro improbabile studioso: un antenato crociato e un cammello. Anzi solo il cammello, riprodotto su tutte le stoviglie.

Il titolo del capitolo fa riferimento a una storiella raccontata dal signor Mortimer durante la cena organizzata dai signori Veneering. Personaggi e situazioni sono mascherate, vien da dire, sotto ruoli e condizioni economiche assurde (il padre è un rivenditore di immondizia, tanto per dire. O forse è un accumulatore che per ciò si sente molto ricco), ma da quel senso di già sentito, di pettegolezzo non volutamente rivelato ma che “non si può tacere” (mah!). E la conclusione di un padre che scaccia figlio e figlia, che scrive un testamento capestro per il figlio, ripeto la conclusione è totalmente svilente.

Mah…mi immagino di essere un lettore di inizio ‘900 e che si trova a concludere la puntata con un nulla di fatto. Mah…