“La stiva e l’abisso” di Michele Mari

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recensioni dal sito di goodreads

Cosa succede quando a una nave, a un veliero, il vento  va in bonaccia e la tiene lì ferma in mezzo al mare? Questo libro potrebbe darvi la risposta. In fin dei conti i nostri avi, con la loro tecnologia ancora molto legata agli umori di vento e mare, di fronte alla bonaccia si trovano sperduti e in balia del nulla: immaginatevi un panorama sempre uguale dall’alba al tramonto, sotto il sole e senza vento, per giorni indefiniti sperando di vedere arrivare finalmente una nuvola e un refolo di qualcosa regalato da Eolo. Se ben ti vada vai anche un po’ giù di testa.

Questo romanzo ha due termini di lettura: uno metaforico e l’altro narrativo. Partiamo dal secondo che mi pare più facile. Questo libro l’ho preso in scia della mia personalissima scelta di storie legate al mare, dai pirati alle baleniere alle battaglie navali alle esplorazioni scientifiche e in effetti copre esattamente quel buco che normalmente gli altri autori saltano: cosa succede se una nava va in bonaccia? E se il suo capitano è ferito gravemente con una gamba in cancrena, chiuso nella sua cabina? Succede che il suo secondo, avido e orgoglioso ma senza i mezzi, ne vuole prendere il comando e l’equipaggio si lascia abbindolare dalla noia, dalle leggende e dalle superstizioni. Strana nave questa senza medico a bordo e nemmeno un sega ossa; strana dove il secondo è di un’ignoranza abissale; strana perché non c’è spiegazione per la malattia del capitano. Sembra quasi che sia stata maledetta. Eppure nessuno di loro pensa che sia così e i giorni e le notti scivolano abbastanza uguali a se stessi, senza domande e senza altri pensieri. Se non fosse per quei strani pesci che si “congiungono” con gli uomini e donano a loro delle storie. Ci sono marinai che diventano poeti e marinai che rimangono stolti; ci sono marinai innamorati e marinai che subiscono l’amore. Mozzi, capitano, secondi e marinai vari si trovano a che fare con questi strani pesci che salgono in nave e in qualche modo li posseggono come fisicamente e li cambiano. Giorno dopo giorno la realtà pare scomparire per lasciare il posto alla noia e ai sogni e a quel richiamo del mare che diventa talmente tanto forte da attirarli uno a uno.

Sì, il galeone spagnolo sembra proprio maledetto.

Eppure pagina dopo pagina sembra non succedere nulla, se non l’aumentare della paranoia, della noia, della stanchezza, delle leggende, con l’unico, il capitano, che pareva rimanere solido chiuso, romanticamente e umoralmente, nella sua cabina a vedere la cancrena farlo marcire sempre più. Non esiste ordine finale o soluzione, esiste solo la bonaccia. A leggere questo libro ci si aspetta non una risoluzione vera e propria, ma come se all’improvviso la vera storia di mare, di un altro galeone, riprenda il corso lasciandosi alle spalle questa nave fantasma maledetta dal mare e posseduta dai pesci.

Di navi maledette è pieno l’immaginario e questa a volte sembra essere una “Perla Nera” prima di diventare quella misteriosa e agognata nave dei caraibi, perché tutte le navi leggendarie hanno una nascita fra legno, sartiame, puzza di pesce, arroganza e paura: sono navi “semplici”, salpate da un porto per una missione precisa, ma nel mezzo, in quello sterminato territorio che si chiama oceano, incappano nelle peggiori situazioni e perdono di vista tutto, dalla terra alla vita, dalla speranza alla possibilità di sopravvivere, sperando di andare oltre (ricordate il raggio verde?) e trovare una soluzione al pantano in cui si trovano.

E’ un non racconto a mio modo di vedere, un intermezzo più o meno comico o drammatico, un riempitivo per tutti coloro che si son sempre chiesti come sopravvivono gli uomini alla tirannia del vento. Non sopravvivono. Punto.

Ora passiamo al primo aspetto del romanzo. E’ il secondo libro di Mari che leggo e mentre il primo, “Roderick Duddle”, l’ho abbandonato, qui sono voluta andare fino in fondo per capire come volesse gestire questa storia non storia. E sinceramente non l’ho capito. A lettura ultimata, mi sono letta un po’ di recensioni su goodreads, perché a me continuava a sfuggire qualcosa. E allora l’epifania! Il romanzo è una lunga metafora sul concetto della parola, del racconto e blablablabla…cose così. Sinceramente mi sono messa a leggere con interesse, ma con la domanda in testa fissa: ma veramente ci credono? Sì, ma forse loro hanno capito qualcosa di Mari che io non voglio e non riesco a comprendere: loro continuanano a sottolineare che ogni suo romanzo sia una specie di narrazione sulla narrazione, una lunga e continua metafora su un unico argomento. Ecco…che palle!

Mi spiace Mari, ma io e te non ci capiremo mai a questo punto. Non so se hai deciso di raccontare, sotto forme diverse narrative, un solo e unico argomento; non so se davvero hai pianificato di spaziare fra i generi, i quali magari adoravi leggere e adori tutt’ora, per tornare sempre a un unico porto; non so se è la metafora e il suo svelamento l’unica cosa da cercare; so solo che mi annoi mortalmente perché quello che scrivi io lo percepisco come se non avesse anima. La tecnica è fondamentale per scrivere e Mari la padroneggia abilmente: ha costruito un perfetto racconto di mare, lavorando sui personaggi, sulle idiosincrasie, sulle paure e sulle speranze; per quanto si possano contestare alcune scelte narrative e certe “dimenticanze” alla fine sono tutte funzionali per portare il lettore dove vuole lui, insieme alla bonaccia. La tecnica, però, non basta. L’arte affabulatoria, quella che ti nasce dal cuore più che dal cervello, quella che entra in risonanza emozionale con il lettore è qualcosa che non si impara con i tecnicismi, ma la si possiede e la si perfeziona e qui per me Mari non ce l’ha. Ancora una volta mi è venuto da dire che egli è il bravissimo primo della classe che scrive i migliori temi, azzeccando tutti i punti del titolo, ma che alla fine sarà sempre un altro a saper come incantare la classe con le sue favolette: si vuole diventare i cocchini della maestra o i leader della classe? Questo non vuol dire che io stia giudicando l’uomo Michele Mari che magari è simpaticissimo e godibilissimo, ma lo scrittore mi rimane indiffirente, freddo e scolastico, incapace di sapermi prendere (anche nelle parti comiche è ripetitivo e ossessivo, come quelli che continuano a ripetere sempre la stessa battuta perché ha fatto ridere una volta e quindi deve far ridere anche alla milionesima). Quindi, no, la parte metaforica di questo romanzo non l’ho colta e sinceramente non mi ha nemmeno interessato coglierla, non per ignoranza o menefreghismo mio, ma perché (forse sono monolitica, ma non mi pare visto che ci sono autori che mi affascinano e mi portano con la fantasia ovunque) mi ha lasciato totalmente indifferente e fredda.

Voto: 6

Consigliato: Se volete cercare un romanzo sulla lingua italiana, dove le lingue vengono mischiate, ma non avete ancora il coraggio di affrontare altri mostri sacri della letteratura, questo è un buon inizio. Se invece, come me, cercate di aggiungere tasselli all’andar per mare, questo ne è uno.

Scheda tecnica

anno di pubblicazione 1991

casa editrice Bompiani

stampato nel dicembre 1991 presso la Milanostampa – Farigliano (CN). Printed in Italy

copertina: “Le età dell’uomo” di Caspar David Friedrich, Lipsia, Museum der blindende Künste (particolare).

prezzo £ 29.000

pagine 281