“Yeruldelgger” di Ian Manook

Era in lista da un po’, da quando era uscito credo, ma solo questo mese mi è capitato fra le mani andando in biblioteca (una buona infornata a questo giro, visto che in un colpo solo mi sono portata a casa tre libri che volevo assolutamente leggere e di cui vi parlerò a breve). Mi incuriosiva sapere come si investigava dall’altra parte del mondo e soprattutto su che cosa e in che modo: quanto sono diversi da noi questi mongoli dal fascino esotico e chiusi nelle nostri menti in un passato glorioso e perdente. Ci si immagina di avere a che fare con Genghis Khan e la sua corte in jean e maglietta? Non lo so, so che dopo aver letto “Il Totem del Lupo” di Jiang Rong l’Orda d’Oro si è spogliata nella mia testa di ogni orpello per cadere, purtroppo, nella desolazione della contemporaneità che tutto distrugge. So anche che da questo libro avevo anche grandi aspettative proprio perché cercavo di ritrovare quel senso di resilienza di cui avevo captato il sentore dalle parole di un mio amico appena tornato per la seconda volta da quelle terre. So di non essere stata del tutto esaudita.

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recensione di goodreads

Di certo da un romanzo giallo, da un’investigazione non ci si può aspettare che faccia l’affresco preciso e antropologico dell’ambiente in cui si svolgono le cose, ma quello che ho sentito leggendo è stato un superficiale raccontare cose viste o vissute e mi sono perplessa da sola. Ho cercato di capire qualcosa in più dell’autore perché da alcune descrizioni (proprio in virtù delle foto appena viste del viaggio del mio amico) e da alcuni dettagli si capisce che conosce quello che racconta, ma è come se non lo sentisse. Questo è un discorso che mi capita spesso di fare con Amici su come il senso delle cose lo puoi capire solo se lo hai davvero vissuto nel profondo, quando ti sei così tanto sporcato da non sentirne più nè l’odore nè vederne la macchia: lo fai tu, lo vivi, lo respiri e tutto ti viene così naturale da non saperlo spiegare agli altri se non invitandoli a viverlo a loro volta. Vale per un sacco di cose dalla filosofia alla religione, dal paese in cui si vuol vivere al cibo che si ingurgita, dai libri che si leggono alla musica che si ascolta. Non voglio fare un discorso filosofico su un testo che di filosofico ha ben poco, ma mi ha colpito questa sensazione di non riuscire ad afferrare totalmente la comunicazione inconscia dell’autore e del perché si svolga in un paese così particolare.

La vicenda è anche abbastanza facile da descrivere se non fosse che scade un po’ nello scontato: un poliziotto sopra le righe (che io ho continuato purtroppo a vedere con la faccia di Jean Reno per tutta una serie di personaggi del genere, vedi “Wasabi”) ma che i buoni adorano; due omicidi sconvolgenti nella loro “normalità” (il cadavere di una bambina disseppellito dal tempo e un pluriomocidio a sfondo sessuale perverso) che però svelano una serie accidentale di collegamenti e di brutalità; poliziotti corrotti contro poliziotti buoni; un dramma famigliare insoluto. In soldoni questo è lo scheletro entro cui i nostri protagonisti si muovono e capisco di semplificare anche troppo un libro che, da quanto leggo, è piaciuto abbastanza, ma la sensazione di sapere come andranno le cose molte pagine prima che succedano è abbastanza deludente. Capisco che sia difficile, di questi tempi, essere originale in scrittura e in trama, ma è fastidioso fare il “lettore Cassandra”.

Altra cosa fastidiosa nella lettura sono state le descrizioni dettagliate delle scene di violenza sessuale. Non faccio la puritana, ma quando le cose sono gratuite son fastidiose. Mi spiego meglio. Lo stile del libro è, per quanto il nostro eroe sia tagliato con l’accetta e l’amarezza, molto lineare, chiaro, diretto, senza troppi fronzoli nè esagerazioni: i protagonisti sono chiaramente buoni (anche troppo in certi casi), buoni scanzonati, cattivi, inetti, stronzi veri e propri. Si inquadrano tutti, senza tanti colpi di scena, sapendo per chi parteggiare e perché, con un uso sapiente e ponderato delle scene, dei rapporti, delle parole e degli atteggiamenti. Poi di punto in bianco, in momenti in cui ci stavano le scene per carità, ecco la dettagliata descrizione di ogni gesto, atto, mano, membro che fa cosa e come. Perché? Quando leggo certe cose, mi vien sempre da dare la colpa a Martin e al “Trono di Spade” per le sue scene gratuite di sesso, descritte che manco un porno. Certo, siamo adulti, siamo cresciuti, non viviamo in una bolla di vetro, che vuoi che sia una scena di sesso un po’ hard? Non voglio nulla, ma solo è fuori contesto letterario e mi fa insospettire che sia un po’ il modo di sconvolgere il lettore di punto in bianco, cercando di vedere l’effetto che fa. A me ha fatto l’effetto di noia. Sia messo a verbale.

Detto questo potrebbe sembrare che io abbia detestato questo libro, cosa non corretta. Il libro mi è sufficientemente piaciuto, anche se lo avrei un po’ accorciato in certi punti: interessante leggere i pezzi in cui la vita della Mongolia si intreccia con gli atti del commissario o di altri personaggi che gli sono da contorno; mi è piaciuto quel suo modo di fare scostante in bilico fra la tradizione come giusto dogma e un lavoro che è tutto uno sporcarsi le mani nel peggio del mondo. Anche Yeruldelgger mi è abbastanza piaciuto, rientrando nella serie di investigatori scostanti e monolitici che ora vanno di moda, perché per quanto sia davvero scolpito nella roccia, poco umano, risulta simpatico e si parteggia facilmente per lui e per i suoi modi di fare spicci. Solongo, la medico legale, è un bel personaggio solido attorno a cui la vita si muove senza scomporre la sua solidità spirituale. Insomma il libro si fa leggere, senza avermi tratto fuori troppi entusiasmi.

Voto: 6 Sì, la sufficienza meritata devo dirlo, ma che mi fa pensare che si potesse chiedere un po’ di più alla storia limando certe cose e approfondendo altre. Quando faccio questo tipo di commenti mi rendo conto di essere quel tipo di lettore stronzo che trova un sacco di peli nell’uovo, ma è più forte di me. La lettura per me è spontanea e il giudizio cresce o diminuisce durante la lettura, cercando sempre di dare la possibilità di “redimersi” quando ho sensazioni stonate; quando però quei peli mi rimangono sullo stomaco, per quanto mi renda conto del buon lavoro fatto, saranno quelli a far risaltare il mio giudizio finale.

Scheda tecnica

titolo originale:  “Yeruldelgger”

traduttore: Maurizio Ferrara

anno di pubblicazione: 2013

edizione: Fazi Editore – serie Darkside

finito di stampare: giugno 2016 presso Puntoweb S.r.L di Ariccia (Roma)

progetto grafico: Francesco Sanesi

pagine 524

prezzo: €16,50

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“Agatha Raisin e la quiche letale” di M.C.Beaton

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recensione di goodreads

Su consiglio indiretto de La libreria pericolante e del Clubippogrifo mi ci sono messa anche io a leggere questa investigatrice inglese partendo, giustamente, dal primo libro. La rampante A.Raisin, giunta all’età della pensione (senza avere a che fare con riforme Fornero & co. per fortuna sua) decide di mollare la stimolante Londra e la sua società di Pr per andare a vivere in campagna, con quel modo di fare molto british da copertina patinata in cui un cottage è taaaaanto carrrrrino. Ben presto il suo carattere si scontra con l’evidenza: che cosa ci sta a fare lei in un posto così noioso? Beh, noioso…alla fine ci scappa anche il morto e forse è proprio colpa sua. Siccome la nostra eroina, dal carattere spigoloso e dalla faccia di bronzo come poche, ferma e zitta non ci sta a fare decide che è suo interesse venire alla risoluzione del mistero, anche se tutto e tutti le dicono che se ne dovrebbe stare buona e cara seduta da qualche parte o andando in bicicletta per smaltire i chili di dosso presi con l’inattività campagnola.

Il libro scorre velocemente grazie a una caratterizzazione dei personaggi ben fatta e non troppo articolata, con uno stile lineare e spigliato e anche con un’articolazione della trama molto classica, ma non semplicistica. Difatti esso rientra in quella serie di libri in cui sono le banali pulsioni umane a fare i danni maggiori, senza dover per forza scomodare psicopatologie mentali o insani appetiti: è un classico giallo. Deo gratias! In tutto quel mare magnum di libri di genere scorgerne uno con stile, ironia, sarcasmo, con un personaggio che non attrae subito le simpatie ma non è una palla al piede problematica e soprattutto con una trama “serena”, è davvero un toccasana. Ora capisco il perché abbia così tanto successo, anche se sinceramente non potrei immaginare di poter accostare la protagonista a Miss Marple, come si legge nella quarta di copertina. Certo il personaggio al primo libro non può essere così definito come magari potrebbe apparire a serie avanzata e, di certo, le sue capacità investigative sono appena state “scoperte”, ma le due protagoniste sono diverse per atteggiamento e propensione: Miss Marple è la vecchietta impicciona, con un sacco di amicizie eccellenti o meno (e io devo ancora capire perché visto che da quanto mi hanno detto non si capisce bene cosa abbia fatto di lavoro prima di diventare la Miss Marple che conosciamo), ma materna e comprensiva; Agatha Raisin invece è una rampante signora di mezza età, in pensione forzata da sè, con agganci dovuti al suo passato lavoro dirigenziale e organizzativo nella pubblicità (almeno qui sappiamo benissimo come potrà fare certe cose, visto le conoscenze che può avere nel suo carnet) che investiga per un bisogno suo personale, come un qualcosa dentro che rugge e che non può farla stare buona e cara a coltivare le rose (e per fortuna diremo noi). In comune di certo hanno la comprensione di quello che le circonda, la visione più allargata delle situazioni e quel non so che fa scegliere loro di arrivare a una soluzione, invece di lasciar perdere.

Malgrado però tutto questo piacevole inizio, devo dire che il libro mi è piaciuto ma non esaltata. Perché? Prima di tutto perché una puntina di fastidio l’ho avuta nel leggere come la protagonista veniva presentata, con i suoi modi di fare detestabili da donna di città; poi però questo aspetto, fondamentale per darle una connotazione diversa, è reso in modo credibile e “addomesticato” nella resa della storia. E’ difficile creare un investigatore o un’investigatrice originale, non solo per i grandi nomi oramai scritti come le Tavole della Legge, ma anche perché, noto, ci sono filoni veri e propri: gli amiconi, i tormentati, i buoni loro malgrado, gli stronzi che funzionano oppure quelli che hanno le sensazioni paranormali. A volte si rischia davvero la stereotipizzazione rendendo i personaggi poco umani o poco credibili (anche se più guardo l’umanità e meno mi stupisco di certi modi di fare). Al di là del carattere che l’autore vuol dare al proprio alter ego, quello che io trovo sempre fastidioso è che questi personaggi siano a volte fuori contesto o fuori luogo o comunque non umani abbastanza: li si vuol rendere unici, ma quell’unicità a volte, se ragionata in termini realistici, li creerebbe dei disadattati e non dei protagonisti. La nostra protagonista è la vicina che non vorremmo avere, se non magari dopo averla avvisata che se rompe ancora le scatole una badilata nei denti non gliela leva nessuno, perché alla fine se vuoi inserirti nel gruppo devi capirne le dinamiche e non giudicarle. Punizione alle sue velleità la scrittrice gliela infligge tutta mandandola in gita con due vecchietti parassiti (non dico nulla di più, perché è veramente spassosa la cosa). In più ci sono tutti i cliqué che ti aspetti: dal vicino di casa new entry e fascinoso, al poliziotto un po’ troppo interessato o affettuoso alle donne di paese.

Voto: 6 e mezzo Sicuramente da leggere anche gli altri della serie. Sicuramente da consigliare a chi vuole trovare un momento di puro relax, facendosi strappare un sorriso, ma senza pretendere troppo.

Scheda tecnica

titolo originale:  “Agatha Raisin and the Quiche of Death

traduttore: Marina Morpurgo

anno di pubblicazione: 1992

edizione: astoria

finito di stampare: nel mese di gennaio 2011 da Galli Thierry Stampa, Milano

copertina: illustrazione di Alice Tait

progetto grafico: zevilhéritier

pagine 257

prezzo: €16,00

“Ultime della notte” di Petros Markaris

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Recensioni su anobii

Al rientro dell’attività delle biblioteche mi accingo a riportare indietro i libri di luglio con la ferma convinzione che non devo tornare a casa con qualcosa visto che sono piena di cose da leggere. Ma perché continuo a mentirmi così spudoratamente? Mah…

Comunque sia, uno dei libri che mi porto a casa giroclando fra gli scaffali, guardando le nuove sistemazioni e catalogazioni, mi trovo fra le mani questo giallo greco. So di aver letto già qualcosa di lui e di non esserne stata del tutto convinta, che qualcosa non mi aveva del tutto conquistata, ma alla fine all’istinto io non so dire di no e me lo porto a casa. E l’istinto non aveva sbagliato, anche se ho qualcosa da rimproverare.

La vicenda si svolge ad Atene negli anni ’90, considerando che è stato pubblicato nel ’95 ci sta, e ha come protagonista il commissario Charitos, poliziotto al tempo della dittatura dei colonnelli, morale ma antipatico, ora semplice commissario senza ambizioni di fare carriera. Gli capita fra le mani quella che sembrerebbe una grana piccola, il doppio omicidio di una coppia di albanesi, qualcosa che si risolve buttando addosso a uno la patente di assassino passionale, se non fosse che qualcosa gli scoppia fra le mani e due omicidi si aggiungono alla lista e un traffico internazionale spalanca le sue porte. Qualcosa che sembra più grosso di quel che è e che soprattutto non pare risolvibile se non sbattendo la faccia contro le porte chiuse del vero malaffare. Insomma un fatto di cronaca verosimile.

Il libro si legge bene, scorre che è un piacere (per me, di questi tempi, finire un libro in 3 giorni è un risultato più che positivo e sconvolgente), come si suol dire “si fa leggere”, ma non mi ha convinto del tutto.

Primo non mi è piaciuto per niente il commissario. A bocce ferme non è facile fare un protagonista diverso dal solito, cercando di non andare a finire non tanto nel filone dei grandi investigatori (Holmes, Poirot e Nero Wolfe tanto per dirne tre con tre caratteri forti), o non fare la solita figura paterna o buona e un po’ fessa; fare un investigatore duro e scafato e poco gentile è qualcosa di nuovo (per l’epoca credo di sì, per adesso non so), fare il duro con i difetti dell’uomo normale, insomma fare qualcosa di “credibile”. Peccato che a me è sembrato stucchevole e macchiettistico con la sua mania di leggere solo dizionari e “schifare” la lettura normale, con la sua tirchieria a orologeria (con la moglie sì, con la figlia mai, con sè stesso a caso), il rapporto con la moglie da due persone da poco (Adriana è pesante e ha tutti i difetti macchiettistici della donnetta che sta attaccata o alla tv o ai fornelli senza altro pensiero più o meno critico nella testa e che sa manipolare il marito per ottenere quello che vuole, non capendo che a sua volta lui la manipola per lo stesso scopo); ha un rapporto scontroso con superiori e inferiori, senza spiegare perché lui dovrebbe in qualche modo essere meglio di uno o dell’altro, visto che alla fine non lo è per nulla. Non dico che per forza il poliziotto debba essere buono e attirare le simpatie del lettore, ma se deve essere uno stronzo lo deve essere credibile e non fastidiosamente piccino a tratti, ma rivelando acume e capacità gestionale alla bisogna. Insomma mi è parso falso o stridente in alcuni passi.

Secondo punto: la risoluzione. Senza svelarvi nulla, o almeno cercando di non farlo (nel caso, se temete, saltate questo pezzo), cercherò di farmi capire. Per quanto dopo averci ragionato su ritengo che non ci potesse essere altra soluzione che quella descritta dall’autore (ok, non sto dando nessuna medaglia credendomi chissà chi, mi trovo solo d’accordo con le scelte fatte, mi inchino a chi ha capito che andava bene così), devo ammettere che quando ieri l’ho finito a pranzo ci sono rimasta un po’ di merda. La soluzione, anzi la risoluzione di tutti i nodi che si sono intrecciati più o meno inspiegabilmente, è semplice, quasi “banale”, mentre il climax che ha portato il lettore a seguire i vari filoni è in crescendo sempre più: abbiamo l’intrigo internazionale, i camion che fanno spola fra gli stati europei, giornaliste morte a seguito di una indagine, organi e bambini venduti al miglior offerente, insomma roba grossa e tutto si risolve…no, non ve lo dico, tranquilli. Alla fine la cosa che non mi ha convinto, in realtà mi ha solo lasciato l’amaro in bocca, alla stessa maniera di quando leggi di cronaca nera e leggi le motivazioni misere che spingono certe persone a ucciderne altre.

Voto: 6 e mezzo Quando un libro mi lascia dubbi difficilmente arriva davvero al 7, ma non posso dire che non sia stata una buona lettura, anche da consigliare. Leggere un secondo della serie? Non lo so, forse sì, ma credo che Charitos potrebbe continuare ad essere fastidioso e non so quanto ne ho voglia di affrontarlo.

Scheda tecnica:

Titolo originale: Nυχτερινό δελτίο

anno di pubblicazione: 1995

traduttore: Grazia Loria

edizione: Romanzo Bompiani

finito di stampare: maggio 2000

copertina: di Carla Moroni, foto di P.Turner/Image Bank; P. Miller

pagine 343

“Buchi nella sabbia” di Marco Malvaldi

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recensione dal sito della Sellerio

Malvaldi abbandona ancora una volta i suoi vecchietti e il bar Lume e si diletta a giocare con la storia e con l’opera creando un giallo scorrevole e agevole che si legge in una giornata senza nemmeno accorgersene. Abbandona anche il dialetto toscano tanto spinto, ma non rinuncia a una scrittura colloquiale, come se volesse strizzare l’occhio al lettore mentre racconta una storia, una chiacchiera intorno al fuoco. Questo è un pregio che adoro di Malvaldi: la leggerezza. La leggerezza è una qualità e non ha niente a che fare con la faciloneria o la sciattezza, ma è piuttosto quel modo di fare le cose senza appesantire chi la subisce, passando conoscenze e nozioni anche importanti.

Questa volta gioca con l’opera lirica, inscenando un omicidio di un tenore mentre viene messa in scena l’opera di Puccini “La Tosca” nel Teatro Nuovo di Pisa. E mischia monarchia, esercito regio, lealtà al monarca, la presenza del re, agli anarchici cavatori toscani, alle paure di rivoluzione sociale e di attentato. Insomma in una situazione alla “Dieci Piccoli Indiani” dove l’assassino non può che essere uno dei presenti, si mischia la Storia recente della nascita dell’Italia; infarcisce il tutto con nozioni sulla storia dell’opera, sulle scaramanzie e sui silenzi complici di attori, cantanti e manovalanza; mette in scena (è proprio il caso di dirlo) un giallo gradevole e storicamente credibile che ci riconsegna la sensazione di tornare indietro nel tempo con quel modo di fare e agire un po’ antiquato ma molto affascinante.

I personaggi sono ben curati o almeno meno macchiettistici di quanto ci si potesse aspettare, anche se alcuni sono un po’ sopra le righe. E poi scopri che sono realmente esistiti come Ernesto Ragazzoni, poeta e giornalista qui descritto con simpatie per gli anarchici. Malvaldi usa il suo alterego, scegliendolo fra quelli meno “credibili”, e lo fa muovere come un investigatore d’altri tempi, più attento alle parole che escono dalla bocca delle persone che all’indagine scientifica. Questo infatti è un nodo piacevole del libro: il ritorno all’investigazione secca. Non che non ci siano gialli così nel panorama letterario, ma devo essere sincera sono sempre meno, perché il fascino della scientifica anche applicata (in malo modo a volte) a tempi antecendenti è qualcosa che colpisce molti scrittori. Malvaldi invece rimane fedele a se stesso: investighiamo. Punto. E lo fa bene, con la scrittura scorrevole e piacevole, con un italiano sempre molto corretto (ora non è che gli altri non scrivano in italiano, ma è proprio quel tocco particolare che rende una scrittura piacevole, mentre un’altra stucchevole. Insomma l’italiano non è per tutti. E la cosa è valida anche per i traduttori e le traduzioni, che capisco che siano sempre un po’ più difficili, ma a volte ci si annoia proprio a leggerle).

Ora dopo questo bell’encomio, dopo avervi invogliato a leggere, metto l’unico neo: non è un libro eccezionale. Ovvero, si legge benissimo, la storia gira che è una meraviglia, è ben scritto, tutto sembra credibile, ma non è uno di quei libri per cui spenderei soldi e spazio nella libreria: va benissimo farselo prestare o prenderlo in biblioteca e magari riservare i soldi e lo spazio ad altri libri. Leggetelo, passatelo, consigliatelo perché un pomeriggio di leggerezza e relax Malvaldi ve lo assicura.

Voto: 6/7

Scheda tecnica

anno di pubblicazione: 2015

casa editrice: Sellerio Editore Palermo

finito di stampare  novembre 2015, presso la Leva Printing Srl- Sesto San Giovanni (MI), confezionato presso IGF s.p.a. – Alderio (TN); stampato su carta Palatina delle Cartiere di Fabriano.

copertina: manifesto pubblicitario di Martin Lehmann-Steglitz, 1910 circa (elaborazione grafica)

pagine 243

 

“La fata carabina” di Daniel Pennac

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scene di vita quotidiana di casa mia. ^_^

Ho iniziato l’anno scorso a leggermi con calma questa saga famigliare un po’ particolare con la stessa incoscienza con cui mi approccio con libri lontani dalla mia confort zone letteraria.

Ci ritroviamo nella stramba famiglia Malaussène e i suoi componenti vari e strampalati, ma abbiamo anche a che fare con un omicidio e un omicidio terribile e ingiustificato. Difatti questa volta Pennac fa giocare i suoi protagonisti in un contesto ben diverso dalla prima avventura. E questo omicidio fa da sfondo, da supporto, da genere e allora mi scopro a leggere qualcosa di ben diverso da quello che mi aspettavo: sto leggendo un giallo. Sì, la mia sorpresa è stata grande, ma devo dire che mi sono adeguata piacevolmente e subito, rendendomi conto (forse con un po’ di arroganza, visto che sono solo al secondo volume della saga) che Pennac si diverte a giocare coi generi e gioca come un burattinaio coi suoi burattini, spostandoli da un palcoscenico all’altro. Se “Il paradiso degli orchi” era racconto di narrativa, per quanto surreale, se abbiamo visto nascere nella nostra mente l’idea di farsi pagare legalmente come “capro espiatorio” (dai lo abbiamo pensato e sperato tutti, almeno in quei momenti in cui non gira nulla e almeno vorresti trovare un senso alle cose, o almeno un guadagno) e abbiamo visto che il concetto di famiglia è più ampio di quanto si voglia credere (soprattutto quando hai una madre troppo fertile e “svagata”). Insomma abbiamo sorriso coi Malaussène, parteggiato per Benjamin e chiesto come sia possibile vivere così.

Ora li troviamo a dover indagare loro malgrado, perché in realtà l’indagine li sfiora, li costringe, li prende di spalle, li mette spalle al muro, mentre un nuovo piccolo nasce e la mamma di tutti si addormenta beata lasciando il casino ai figli più grandi. Insomma se una vecchietta uccide un poliziotto, se i Malaussène fanno da balia a degli anziani se no finirebbero nel giro della droga, se qualcuno cerca di far fuori tutte le vecchiette del quartiere, se la polizia gioca contro se stessa, chi sarà il capro espiatorio di tutti? Suppongo che abbiate già capito.

Racconto gradevole e piacevole, che strappa più di un sorriso e qualche risata, che mi ha fatto meglio entrare nelle dinamiche famigliare, lasciando fuori tutti i pregiudizi e le aspettative. La famiglia Malaussène è quella che è: unita, non vincolata, aperta, con regole tutte sue, con idiosincrasie tutte sue, senza giudizi e con un cane che cade catatonico mandando tutti in agitazione. E alla fine quando le cose sembrano incasinarsi, il giallo si dipana nel modo più classico e normale del mondo, con una facilità che ti dimentichi cosa stai leggendo e su chi.

Senza ombra di dubbio questo secondo libro mi è piaciuto di più, non solo perché conscia della scrittura di Pennac, ma anche e soprattutto dell’atmosfera che vuole trasmettere al lettore con un ritmo veloce, incalzante, ma che ti guida senza scosse.

Voto: 7

Scheda tecnica

anno di pubblicazione: 1987

titolo originale: Le Fée Carabine

traduttore: Yasmina Melaouah

casa editrice: Universale Economica Feltrinelli

finito di stampare giugno 2013

copertina: Jacques Tardi

art director: Cristiano Guerri

cover designer: Ufficio grafico Feltrinelli

pagine 237

“Tabula rasa” di Danila Comastri Montanari

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Libro e tazze di Natale.

Ritorno a leggere questa serie di gialli ambientati nell’antica Roma dopo tanti anni, non perché la scrittrice abbia dedicato meno tempo al suo Publio Aurelio Stazio, ma perché io sono stata distratta da altri libri e dalla lettura in generale. Ritornare a questa serie è stato un vero piacere.

Chi mi legge da un po’ saprà che non amo i romanzi storici e soprattutto non mi è più possibile leggere, senza correggere, romanzi ambientati nell’Antica Roma o nel medioevo (specificatamente nel XIII secolo) da quando, seriamente, mi occupo di ricostruzione storica. Leggere certi marchiani errori oppure una troppo moderna mentalità mi fa lo stesso effetto del gesso che raschia sulla lavagna: mi stridono denti e mi vien freddo. In più quando alla decima pagina sono lì che ho trovato già troppi errori mi passa veramente la voglia. Invece in questa serie non ci sono marchiani errori, perché la scrittrice è veramente un’appassionata di storia romana (non è raro vederla ritratta a fianco di rievocatori storici o addirittura negli accampamenti, come non è raro vedere che condivide notizie di Storia), in più la sua “leggerezza” nel citare altre opere denota un’attenzione alla scrittura che pochi hanno.

Ritrovare personaggi amati che hanno un passato, ma che questo è un meraviglioso intermezzo di crescita che non distrae dall’investigazione, è stata davvero una boccata d’aria. Questo perché il giallo di questa serie ricorda un po’ l’impostazione classica di genere, dove c’è un cadavere e un’investigazione e tanti personaggi che girano attorno, ma non vi sono ris, scientifica, splatter o cose extra. Certo la Comastri butta nei suoi testi ogni cosa possibile, ma la rende sempre credibile nel tempo e nello spazio. Ho detto che non ci sono ris o scientifica, eppure qui abbiamo Ftia, egiziana, lavatrice di cadaveri, che nella vicenda si occupa di fare l’indagine sul corpo di una giovane fanciulla ritrovata nel terreno dove il nostro senatore si sta facendo costruire una villa fuori Alessandria. Oppure c’è l’ebreo Efraim Ben Baruk che sostituisce il famoso segretario Castore come spalla di investigazione. Tanto per dire. E se qualcosa non sempre sarà apparsa forse corretta o forse un po’ troppo moderna, alla fine sono piccoli sassolini d’inciampo in una storia che fila liscia come l’olio e giunge a risoluzione “come sempre”.

Quel “come sempre” non deve suonare come una noiosa certezza, ma come un porto sicuro in cui il giallo dovrebbe sempre arrivare. La conclusione in questo genere di libri solleva il lettore dal terrore che la cronaca nera vera lascia: non dare o avere giustizia e non assicurare ad essa il colpevole. Il senatore Stazio si adopera per divertimento e forse anche per senso del dovere a risolvere questi casi che gli capitano fra le mani, come vorremmo che lo facessero tutti i magistrati di qualsiasi epoca. Non esiste il delitto perfetto, anche quando la matassa dell’intrigo si aggancia agli affari politici come in questo caso, dove i Parti sono l’altro osso duro da poter gestire e portare a casa, visto che l’imperatore ripone grandi speranze nelle capacità mediatrici del suo amico.

Ecco cosa significa leggere un giallo della Comastri: intrighi, citazioni di altri testi (a volte non è così facile trovarli, ma a volte è palese e da sempre soddisfazione), Storia, una massa di personaggi che girano attorno a uno solo e una scrittura sempre puntuale, pungente e precisa, mai noiosa. Alcune recensioni hanno sottolineato come in questo romanzo ci siano un po’ troppi elenchi di cose e sensazioni e in un certo senso ne hanno ragione, ma alla fine nessuno mantiene sempre lo stesso modo di scrivere in tutti i libri: in questo gli elenchi ci stavano, forse in certi momenti alcuni sono troppo, ma non stufano mai veramente. La Comastri ha perso lo smalto? Non credo proprio, ma non tutte le ciambelle riescono con lo stesso buco delle altre. Questo libro è sotto tono rispetto agli altri? Probabile, in confronto ai primi si è persa la spinta o l’idea o forse solo è difficile tenere lo stesso tenore per così tanti libri non rischiando la ripetizione. Lo consiglierei? Certo, anche perché in questo Castore vien ripagato ben bene di tutte le sue balle e racconti ed è uno spasso veder tirar qualche fila attorno al liberto (devo rivedere quando è successa la  manomissione che non la ricordavo) alessandrino.

Voto: 6 1/2

Scheda tecnica

anno di pubblicazione: 2011

casa editrice Mondadori, Omnibus

finito di stampare ottobre 2011 presso Mondadori Printing S.p.A, stabilimento Nuova Stampa Mondadori-Cles (TN)

copertina: Beppe del Greco

art director: Giacomo Callo

graphic designer: Beppe del Greco

pagine 315

“Commissario domani ucciderò Labruna” di Gianni Simoni

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Raramente negli ultimi anni mi è capitato di leggere un giallo all’italiana così scorrevole e così gradevole, da finirlo in due giorni, ma soprattutto senza potermene davvero staccare. Ho spento tutto (alla domenica è facile devo dire) e mi sono “isolata”. Normale, direte voi; non sempre, ribatto io, soprattutto quando negli ultimi anni sono state tante le passioni o gli impegni che mi hanno portata a non lasciarmi più rapire davvero dalla lettura.

Questo è invece un bel giallo d’investigazione all’italiana scritto da un ex magistrato che fa sentire che sa di quello che sta scrivendo. Il bello proprio di questo libro è una buona, ma non invasiva caratterizzazione dei personaggi (anche se rimangono comunque degli stereotipi); una narrazione coerente e scorrevole; una spiegazione degli eventi credibile, senza troppi voli pindarici. Il ragionamento comprensibile al lettore, pur nel fatto che i dettagli vengono centellinati o nascosti per non dare in pasto tutto e subito e farsi scoprire, il non uso di mezzi tecnologici, la divisione dei ruoli permette di avere sotto mano un fatto di cronaca nera risolvibile. Mi piacciono questi gialli, quelli che sembrano veri con personaggi veri con situazioni che alla fine, malgrado i morti ammazzati, assicurano alla giustizia il cattivo. Non è che non siano gradevoli i noir più spinti o quelli in cui la scientifica regna, ma alla lunga sembrano tutti un po’ fantascientifici o horror. Il difficile di certi generi è rendere il lettore parte della narrazione, uno spettatore attivo che continua a muovere gli occhi per capire chi ha detto cosa e quando e se è davvero lui che ha fatto quello.

In questo nostro romanzo conosciamo quasi sin dall’inizio il cattivo e lo vediamo diventare palese pian piano, cercando di capire insieme al commissario Miceli il motivo per cui agisca.

Difetti? Forse qualcuno potrebbe lamentare lo stile: asciutto, semplice, lineare. Sì, non lascia spazio a descrizioni (tutto è ambientato a Brescia, ma non mi è stato possibile capirlo né per i dettagli né per altro. Anzi a un certo punto nella mia testa i personaggi parlavano una sorta di “finto” siculo, cioè con inflessione sicula ma italianizzata e pulita. Non saprei dire perché mi è partita questa cosa, forse perché alla fine certi romanzi gialli li ha ritirati fuori Camilleri e il suo Montalbano. Boh.). Non lascia nemmeno troppo spazio a distrazioni varie (finalmente), anche se non disdegna di dare una vita oltre al lavoro ai suoi personaggi. Non prende vie poetiche e non arzigogola lo stile, nè cade nel “burocratese” (poteva essere visto il precedente lavoro di Simoni). E’ asciutto, sì precisamente questo è il termine adatto e nella sua asciuttezza mette tutto quello che serve e niente di più.

Un libro magistrale? No, un libro assolutamente piacevole, con una trama lineare e ben chiara, che non cede a falle e né lascia dubbi.

Voto: 6/7

Aggiunta: un ringraziamento pubblico ad NeroWolf66 che mi ha regalato questo libro in occasione di uno dei giochini di anoobi, coi Corpi Freddi. Sono passati esattamente due anni da quando me lo ha regalato e un po’ mi sento in colpa, ma alla fine i libri ti vengono in mano quando devono essere letti e ora era il momento giusto. Grazie mille per avermi fatto scoprire una bella serie (ah, perché voglio leggere anche gli altri della serie).

Scheda tecnica

anno di pubblicazione: aprile 2012

casa editrice: TEA narrativa

finito di stampare: aprile 2012 per conto della TEA S.p.A. dalla Mondadori Printing S.p.A., stabilimento N.S.M.-Cles (TN). printend in Italy

copertina: © Trevillion

progetto grafico: Grafica Rumore Bianco

pagine 371

“La ruga del cretino” di Vitali e Picozzi.

Devo ammettere che non sono una fan di Vitali, mentre Picozzi mi piace abbastanza da ascoltarlo incuriosita: sarà il lavoro che fa, o come comunica o la pacatezza con cui affronta certe cose o il maglione nero a collo alto che ha portato per tanti anni (come la divisa di un supereroe). Così quando è uscito questo libro l’ho ben letto, prendendolo dalla biblioteca.

Ora c’è un motivo per cui non sono una fan di Vitali: non capisco mai se scrive gialli di striscio e li usa per dire altro oppure sono veri gialli che io reputo troppo slavati. Non parlo di splatter o meno, perché come sapete per me il giallo non vuol dire per forza sangue e orrore e serial killer, parlo della vera investigazione, quella che fa la differenza in un romanzo di questo genere. Vitali racconta storie, famiglie, parentele, rapporti umani i quali poi di striscio vengono collegati o uniti da misteri più o meno misteriosi. Quindi per me non scrive gialli, ma narrativa. Devo ricordarmelo, anche a discapito di una buona e intrigante quarta di copertina.

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.ATTENZIONE RECENSIONE CON EVENTUALI SPOILER (poi non dite che vi ho rovinato la lettura).

Perché questa volta la trama mi intrigava molto di più del titolo:

“Un famoso criminologo, una medium, una giovane contadina un po’ strana e un assassino misterioso, come Jack lo Squartatore.”

Non posso dire che questi elementi non ci siano, perché Lombroso c’è, come la medium, la contadina strana e l’assassino, ma la sensazione è che queste cose si incastrano bene, senza però approfondire troppo. Per buona metà di libro non succede nulla e possiamo dire a voglia che tutto serve per capire il periodo, l’ambiente, i personaggi, ma diciamocelo davvero: non succede nulla o forse non succede nulla che serva a capire chi è chi. Poi a metà la scena si smuove e via la seduta spiritica, emozione, voglia di fare, ma tutto dura troppo poco che io non mi sono nemmeno preparata al ritorno della noia. E la fine…la fine…diciamocelo qui si butta via l’assassino come cartaccia sporca. Non si fa! O almeno lo ha già fatto a suo tempo George Lucas con Darth Maul (il cattivissimo della secondo trilogia, quella che però è in ordine cronologica la prima, quello con la faccia rossa e nera e le corna e la spada laser doppia) e ha fatto una pessima scelta narrativa: non si brucia un cattivo senza motivo e senza pathos!

In questo libro ben scritto e ben narrato, non c’è traccia di vera investigazione, ma forse quel modo di fare snob e annoiato di certi personaggi del secolo scorso che elocubrava sulla cronaca della città. Ah, no, non c’è nemmeno quello.

C’è una equazione matematica che il lettore non può scoprire insieme all’investigatore.

Non c’è investigatore in effetti.

C’è Lombroso, che io spero non fosse così perché davvero non ha forza intellettuale, ma è solo un po’ troppo musone. Dai! Non si fa! Il padre della criminologia, colui che influenzò per anni la visione e il giudizio delle persone in base ai lobi frontali o meno, ridotto a uno scienziato comune, rivoluzionario ma non amato, anzi solo sbeffeggiato, una sorta di figurina panini insomma. Invece il suo apporto fu molto importante per tutti il novecento (per chi volesse saperne di più può guardare al link del “Museo di Antropologia Criminale Cesare Lombroso“)

C’è la Birce, bel personaggio, quella strana, ma alla fine anche lei ricondotta alla normalità della vita, perché non fa che sia davvero strana.

Ci sono altri personaggi più o meno interessanti e fondamentali, ma soprattutto c’è alla fine lui, l’assassino, che compare di striscio come una comparsa e spiega appena possibile tutto al lettore, come se avesse fretta di non essere ricordato. Ecco, mio caro, non verrai ricordato perché attorno a te non c’è emozione, non c’è pathos, ma sei solo una comparsa in questo romanzo che parla ma non dice, racconta ma non prende (almeno me), che è a guardare altro e io non l’ho capito.

Come non ho capito che c’entri la ruga e il cretino…o forse il cretino sono io che non ho capito…

Voto: 5 e mezzo. 

Scheda:

anno di pubblicazione: 2015

finito di stampare il febbraio 2015 da Grafica Veneta s.p.a., Trebaseleghe (PD)

casa editrice Garzanti

progetto grafico: Elisa Zampaglione/ DUDOT design

immagine di copertina: © CORBIS

354 pagine

Postilla

Per chi volesse approfondire un po’ l’argomento esiste il libro di Lombroso “Ricerche sui fenomeni ipnotici e spiritici” Editore: et al. . Questo il link di amazon.

Questo invece un video di youtube in cui parlano di Lombroso e Palladino.

“Angel Heart” di William Hjortsberg

Conosco questo libro per essere il riferimento dell’omonimo film che vidi anni fa in compagnia. Il film è stato uno di quelli che più ricordo per le sensazioni claustrofobiche legate al voodoo e tutto quello che vi gira attorno. Quindi quando La libreria pericolante mi ha suggerito la lettura ho accennato, anche se sinceramente non era una lettura troppo adatta per il periodo natalizio. Vabbè…ho delle amicizie strampalate e mi va bene così. Coinvolta anche ClupIppogrifo si è partiti e con sprint (non serve che vi dica che io sono arrivata ultima perché come mio solito sono distratta da mille cose e leggo recuperando all’ultimo).

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Sin da subito ci si rende conto che film e libro, per quanto vicini, sono due opere totalmente separate sia per resa che per ambientazione. Qui siamo a New York, periodo anni ’60 circa, ma con tantissimi riferimenti alla seconda Guerra Mondiale e al ritorno dei soldati; nel film si era a New Orleans ben più verso gli anni ’80. E’ impensabile non vedere nella mente i protagonisti della vicenda come M. Rourke, De Niro e Lisa Bonet, troppo pregnante l’immaginario del film, ma alla fine tocca dirlo va bene così: i tre attori riesco in modo coerente a dare vita all’investigatore incastrato nella vicenda, al committente e alla sacerdotessa voodoo.

Il continuo e inesorabile scontro fra i protagonisti, mentre alle loro spalle vengono condannati alla morte tutti quelli che li aiutano o li incontrano, porta all’inevitabile conclusione del duello risolutore. Anche qui, come per il libro “Il presagio”, il duello è impari: l’avversario ha molta più esperienza, tempo e scaltrezza per farsi infinocchiare da un semplice mortale. E come il sopracitato libro anche qui manca la controparte positiva, quel Dio che da forza e guarisce (quante le storielle medievali in cui attraverso la sapienza di un uomo di chiesa timorato di Dio si riesce a risolvere tutto!); qui c’è davvero la dannazione, la condanna eterna senza speranza, la solitudine estrema, l’arroganza umana. Anche la sacerdotessa non è altro che una mera figurina, sensuale e sapiente, ma del tutto priva di armi e di forza per contrastare gli eventi (e si vede la fine). Quindi non è un libro sul paranormale oppure un giallo come tutti gli altri, ma è davvero un vortice verso lo svelamento della dannazione di un uomo che alla fine scrupoli e moralità non sanno nemmeno cosa sono.

Scritto benissimo, con la scelta di una scrittura essenziale, pulita, chiara, senza arzigogoli inutili e pesanti; poche pagine che fanno assomigliare questo a un racconto lungo piuttosto che a un vero romanzo; attenzione ai particolari per rendere viva la città e credibili gli eventi.

Malgrado il fatto che mi sia piaciuta la lettura, credo che sarà l’ultimo del genere per molto tempo e me ne tornerò a cose molto più abbordabili e meno suscettibili per la mia immaginazione.

Voto: 8

“Il nuovo venuto” di M. Vichi

http://www.qlibri.it/narrativa-italiana/gialli,-thriller,-horror/il-nuovo-venuto/

Con questo libro veniamo catapultati nell’Italia del ’65, dove i ricordi della guerra e del dopo guerra sono più vividi che mai; dove incominciano i fermenti sociali che porteranno al ’68; dove comunque la vita va avanti lo stesso con i suoi amori e i suoi delinquenti. In tutto questo gira il commissario Bordelli, cercando di barcamenarsi fra i propri incubi, le proprie intuizioni e le proprie debolezze.

Il morto ammazzato è un usuraio, uno di quegli squallidi individui che amano lucrare sulle povertà altrui. E allora che si fa? Indagare è un dovere (quando poi tutto si poteva prevenire, lo è ancora di più), ma davvero l’omicida è colpevole? Cosa è la giustizia?

Vabbè, questo non è un libro filosofico sul concetto della giustizia in senso ampio o in senso stretto, ma è “solo” un giallo in cui il suo protagonista è fin troppo cervellotico, mentre passa dall’indagine alle sue paturnie.

Al di là che questo libro mi ha dato la sensazione di averlo già letto dopo pochissime pagine, non capendo se fosse vero o solo un deja vu; al di là della storia da “cronaca nera” quindi abbastanza semplice; questo libro si inserisce in un filone di investigatori che io chiamo “Maigret senza qualcosa”. Questi nuovi investigatori, italiani come stranieri (nel novero metto anche Adamsberg della Vargas), di una certa età, solitari e sensibili alla bellezza femminile, pieni di nostalgie e di ricordi dolorosi, costoro sono un po’ un nuovo cliqué della giallistica e non riesco a capirne il motivo. La mia definizione parte dal presupposto che il personaggio di Maigret è un investigatore umanissimo, senza poteri da super cervello, che si mette in discussione; che mette in discussione lo stesso fondamento del suo lavoro, cioè la giustizia; che in modo molto elegante, ma maschile, viene sempre colpito dalla femminilità; che ama sua moglie, anche nel proprio egoismo; ma soprattutto è tutto d’un pezzo, sempre e comunque, anche nel prendere decisioni difficili. Invece questi nuovi investigatori tendono ad essere troppo deboli e troppo sensibili per i miei gusti. Non è che Bordelli non mi sia piaciuto come personaggio, ma purtroppo non è troppo originale nel suo essere e nel suo mondo: vi anche un po’ di finta antipatia con gli altri uomini di giustizia, amore per il buon cibo come si vede in Montalbano; bisogno di camminare come Adamsberg; l’essere paterno come un po’ tutti gli investigatori oltre gli anta. Mi chiedo come mai questa cosa e se sia solo io a cogliere questa similitudine.

Ultimo difetto di questo libro è la poca fiorentinità: Firenze c’è solo come cartolina, ma non come parlata, come sensazioni, come cibo o altro. Insomma se Camilleri ha dato vita alla sicilianità di Montalbano, qui è tutto troppo accennato e dato per scontato a tal punto che la mia fantasia ha spostato tutto più verso Roma che in Toscana.

Per il resto la scrittura è scorrevole e gradevolissima, ma soprattutto la trama è coerente e ben strutturata, senza cedimenti o strani giri (solo uno in verità alla fine e purtroppo esagerato). Interessante la doppia storia investigativa, una in Sardegna e una a Firenze, completamente differenti che leggermente si intersecano, ma si concludono a sé stanti. La scelta di raccontare storie di cronaca nera credibile per me è sempre più interessante e piacevole, non tanto per un senso di giustizia da sublimare nella narrativa, ma per la sua intrinseca conformazione di verosimilianza: i serial killer psicopatici non sono male, ma a lungo andare stancano. Credo che la scelta del giallo in genere sia più stimolante di quella del thriller, senza nulla togliere a questo, forse per una questione caratteriale o momentanea di vita.

Voto: 6 e mezzo

Scheda

Casa editrice: Guanda

finito di stampare nel maggio 2004

Printed in Italy

Disegno e grafica di copertina di Guido Scarabottolo