“Morte di un maestro del Tè” di Yasushi Inoue

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recensione su goodreads

Prendete un’arcipelago lontano nello stesso periodo in cui noi passavamo dal Rinascimento all’era moderna circa (quindi metà 1500-inizio 1600) e lo prendete con uno dei suoi riti più sacri e quasi esoterici: la cerimonia del Tè. E prendete un uomo che è diventato un maestro di quella cerimonia, facendo del rito e dei suoi oggetti una serie di segni e simboli a loro volta sacri. Poi prendete noi lettori occidentali che aprono questa storia e forse non ci capiscono nulla.

BOOM!

Scusate l’introduzione così drastica ma a me sembra così. Questo libro, romanzo di un diario, racconto di un’esperienza, non può essere di facile comprensione nemmeno da chi da anni legge e prova a praticare la cerimonia del Tè, magari dopo essersi comprato tutti gli strumenti del caso. Qui si parla di mentalità completamente differenti, dove il gesto di sguainare la katana è simile a quello di mettere le foglie di tè e questo perché come molte civiltà l’uomo di guerra di rango superiore non è il banale uomo da rissa, grossolano che certa becera storiografia vorrebbe farci credere, ma è colui che deve arrivare a cogliere il segreto della Vita e della Morte distribuendo entrambe attorno a sé. Cosa vuol dire? Difficile da spiegare, come è difficile comprendere per tutto il libro il perché del seppuku del maestro Rikyu dopo aver ricevuto l’ordine dell’esilio. In quei momenti che leggi, cogli il significato profondo di un gesto che è arrivato a cogliere atti di profondo lirismo filosofico in due culture lontanissime per geografia e tempo: l’impero romano e appunto il Giappone. Ci sono cose di questo libro difficili da comprendere che vanno oltre ai termini tecnici (non tutti ben spiegati nell’utile glossario a fine libro) o dai nomi o dai gesti descritti, perché è proprio l’esistenza di chi dedica tutto se stesso a un gesto che per noi è ridotto alla bustina di tè da immergere nella tazza scaldata al microonde. Con questo non voglio dire che il bruto occidentale scimmiesco dovrebbe imparare dal raffinato orientale, ma piuttosto far capire che ci sono cose che per noi (in senso lato) possono apparire banali, mentre per altri sono il frutto di studio non solo tecnico, ma anche psicologico e sociale. La cerimonia del tè, che per noi è sempre un momento molto scenico da vedere nelle varie feste orientali, per chi la vive è davvero un momento sacro e di condivisione, dove anche il minimo gesto ha un suo valore ben chiaro non solo in chi lo fa, ma anche in chi lo riceve. La ritualità che non nasce dal caso, ma dallo studio e dalla comprensione è ciò che è stato sempre un momento difficile da far comprendere nella Storia da chi, per fortuna o sfortuna, non ha tempo da dedicarvici.

A livello narrativo il romanzo si snoda lentamente e inesorabilmente attraverso i pensieri del protagonista, “orfano” del suo maestro, alla ricerca di una vera motivazione al gesto finale di costui: perché scegliere il seppuku se non era stato espressamente richiesto? Si snoda quindi una casuale ricerca (il discepolo appare pigro nel suo non aver mai affrontato la cosa) attraverso le parole e i gesti di chi ha potuto incrociare la propria strada col maestro del tè, arrivando a far scaturire più dubbi che certezze, ma avvicinandolo sempre più a una risposta credibile. Risposta che arriva e che narrativamente lascia molti dubbi di stile, avendo scelto il sistema del sogno/visione più che della risoluzione logica. Ma anche in questo un occidentale non potrà mai comprendere davvero e fino in fondo certi meccanismi mentali.

A mio parere questo libro si può leggere in più modi: una lettura superficiale in cui le parole scorrono senza troppe interruzioni, posandosi leggere fra un termine tecnico e una descrizione; una tecnologica alla ricerca di una spiegazione di gesti e riti; una filosofica alla ricerca di risposte alle proprie domande. Quale è quella corretta? Boh, non me lo chiedo. Ho lasciato che questo libro provasse a scorrere e io stessa ho inciampato più volte in cose che si scontravano con la mia logica; ho lasciato che fosse il rumore dell’acqua che bolliva a fare da rumore di fondo nel cambio delle stagioni; ho lasciato che fosse il rumore degli uomini d’arme appena accennati ad allontanarsi da tutto. Mi è parso un romanzo (non riesco a capire fino a che punto sia davvero un’opera di finzione e quanto un diario come è stato scritto nelle note finali. Boh, sarà un limite mio, ma da quando Manzoni mi ha fregato a suo tempo coi “Promessi Sposi” un campanellino mi scatta sempre alla frase “ritrovato diario di…”) ben scritto, molto estetico in ottica in cui il suono della parola è più curato del fluire della trama verso un punto determinato e che lascia soprattutto molto spazio alla riflessione.

Dedicato a chi il Giappone vorrebbe capirlo senza bisogno di diventare orientale (siamo troppo lontani per capirci davvero) e anche per chi, come me, trova che il rumore delle bolle dell’acqua siano un bel suono che rinfranca ogni momento della giornata e da condividere con gli altri.

Scheda tecnica

titolo originale: Honkakubõ ibun

traduttore: Gianluca Coci

anno di pubblicazione: 1981

edizione: Skira

introduzione di Riccardo Reim

finito di stampare: 2016

collana diretta da Eileen Romano

design: Marcello Francone

copertina: “Ritratto del maestro Sen no Rikyu” particolare, di Tõhaku Hasegawa (1539-1610). ©Bridgeman Images / Alinari

pagine 187

prezzo: €16,00

“47 Ronin” di Carl Rinsch

Ieri sera sono andata al cinema con una mia amica a uno spettacolo per pochi, cioè in quegli orari assurdi a cavallo del pasto dove al massimo si è in 10 in una sala da duecento e non litighi nemmeno se il tizio ha la borsa sulla poltrona che hai prenotato perché tanto al massimo trovi un altro posto forse anche migliore. Insomma quelle cose che ti rimettono in pace con il concetto di multisale e fruibilità per tutti a tutti i costi.

Sono andata a vedere “47 Ronin”. Il trailer mi intrippava con quel drago che a un certo punto spunta di notte in un castello giapponese a non si sa bene fare cosa, con il concetto del samurai, del ronin e di tutta compagnia danzante (che in questo caso è spadante), soprattutto mi incuriosiva capire come si potesse fare un fantasy giapponese unendo oriente e occidente. Ammetto di avere una passione per i film giapponesi che parlano di leggende nel loro periodo “medievale” (denominazione assolutamente scorretta, visto che nel Giappone il periodo si divide, molto più correttamente, per le dinastie o per i movimenti. E’ tanto per indicare un periodo lontano, indicativamente parallelo al nostro 1200. Forse. Prendetelo con le pinze però.), ma di solito mi sono trovata a vedere pessimi film giapponesi di serie Z oppure particolari affreschi cinematografici troppo lenti per poter essere veramente apprezzati anche in occidente. Questo dovevo provarlo e capire se fosse adatto a me. E per fortuna lo era.

http://www.mymovies.it/film/2013/47ronin/

La trama riprende una vicenda leggendaria o storica del paese dove 47 samurai alla morte del proprio signore attraverso il rito del seppuku (in questo caso vi è un parallelo interessante fra il suicidio imposto dagli imperatori romani ai “condannati” di riguardo e questo rito del suicidio che libera la propria famiglia da ogni disonore) diventano ronin, cioè senza padrone. Avrebbero l’ordine di non compiere la vendetta, ma l’onore, la lealtà e il senso di giustizia prevalgono sopra ogni ordine dello shogun.

Alla vicenda il film aggiunge il mistero, i demoni, il sovrannaturale. Ricorda per certe atmosfere l’anime ” Inuyasha” ma senza averne le esagerazioni. Può non essere perfetto, non essere fedele al centro per cento, scegliere come coprotagonista Keanu Reeves è tipicamente hollywoodiano, possiamo farci le pulci, ma a me non interessa perché alla fine avevo le lacrime agli occhi.

Non mi interessava la storia d’amore, che tanto si capiva dalle prime immagini che era impossibile, ma per la vicenda dei ronin, per quel legame che si forma fra gli uomini d’arme uniti da uno scopo ben più alto, per il senso fortissimo del rispettare l’impegno e non contestare la legge. I ronin sanno che ogni loro azione verrà punita e ne accettano il destino, ma la giustizia deve essere ristabilita anche a danno della propria vita.

Di tutto il film questo mi è rimasto dentro, forse perché è quello che sento e provo quando pratico la scherma medievale, quando simulo le battaglie insieme ai miei amici o commilitoni, quando in schieramento mi devo fidare di chi ho a fianco.

Sicuramente un esperto di storia giapponese e arti marziali potrà aver storto in naso su tante leggerezze che io non posso cogliere, come io ho storto il naso per la presenza (un po’ inutile) del gigante samurai con la maschera degli immortali di “300” di Miller, sproporzionatamente alto come “La montagna che cammina” di “Games of Thrones”; oppure quando ho visto con orrore sulle armature del samurai degli inutili e mal applicati anelli dorati su piastre di metallo.

Eppure…eppure…io alla fine ho pianto. E sinceramente questo mi basta per farmi capire che questo film mi è piaciuto, che lo vorrei rivedere per cogliere qualche altro particolare.

Regia: 7 e mezzo. Tutto gira perfettamente, non si notano pacchiani o palesi stacchi di macchina, attori che si muovono a loro agio anche quando sono solo impersonificazioni di caratteri particolari di una compagnia. E tutto senza mai strafare.

Sceneggiatura: 7 e mezzo. Ovviamente in 2 ore non si può far vedere tutto e ovviamente c’è stata una scelta nel tagliare la vicenda. Forse avrei aggiunto qualche minuto in più per rendere al meglio la sensazione di abbandono dei ronin, a scapito della storia d’amore, ma alla fine è un discorso personale.

Scenografia: 8. Bella, essenziale, suggestiva. Gli interni particolari e funzionali a fare da sfondo alle scene, mentre gli esterni sono grandiosi e volutamente esagerati: da una natura che ricorda un po’ le terre di Rohan (non c”è niente da fare “Il signore degli anelli” ha fatto scuola anche per le lunghe cavalcate degli eroi) fra il verde e l’arsura, ai castelli ricostruiti con la computer grafica che si stagliano nelle montagne grazie a un sapiente uso di fotografia.

Costumi: 7. Curati, precisi, anche qui essenziali. Forse posso lamentarmi per le armature e per l’assenza anche del trucco nei combattenti, ma sono dettagli. I costumi delle donne sono volutamente sensuali (per la strega) oppure rigorosi nella loro sontuosità. Ogni cosa è curata e se la scelta di prediligere i colori sul grigio può essere vista come una mancanza di fantasia, invece essa è un modo di sottolineare gli stati d’animo e le situazioni della vicenda.

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Cast: 8. Tutti gli attori sono al posto giusto al momento giusto e anche Keanu Reeves, per quanto mono espressione, è assolutamente perfetto nel ruolo, riuscendo a far cancellare dall’immaginario femminile anche Tom Cruise in “L’ultimo samurai”. Gli attori giapponesi sono splendidi nella caratterizzazione e nel rivestire anche forse quello che noi occidentali ci immaginiamo.

Effetti speciali: 9. Meravigliosa la strega e i suoi incantesimi, i demoni e tutto quello che ci sta attorno. Per non parlare della prova che devono superare i nostri eroi nella caverna dei monaci.

Voto: 7 e mezzo. Film americano con cuore giapponese, senza essere davvero nè l’uno nè l’altro. Certo per i puristi sarà, giustamente, un insulto, ma per me che per certe cose voglio rimanere novizia è stato un bel film

 

“Capitan Harlock” di Shinji Aramaki

Potevo non andare a vederlo? Potevo non rischiare che un mito della mia infanzia venisse trasformato per il grande schermo e io non ne vedessi il risultato? Potevo non aver paura che tutto fosse una emerita scemata? No, non potevo, quindi con una buona compagnia mi sono andata a vedere il film e…sono dubbiosa.

http://www.mymovies.it/film/2014/spacepiratecaptainharlock/

Prima di tutto bisognerebbe che chi fa le recensioni per i siti di cinema si studiasse un po’ la materia e non la valutasse così come gli viene spiattellata, questo perché il cartone animato che abbiamo di fronte non è quello che i “ragazzi” della mia età (e qualcosa di più) hanno visto da bambini o quasi. Questo è uno dei tanti momenti della vicenda del pirata più famoso dello spazio che mai è arrivato da noi, fra lungometraggi, fumetti e rivisitazioni (sinceramente non capisco la moda di questi giorni di rifare qualcosa che è nato nel passato e che ha funzionato per quello che ha raccontato, così come era. Per i film può funzionare, ma il fumetto…non mi convince).

Se avete tempo, voglia e sana nerditudine guardatevi questo sito: http://www.animenewsnetwork.com/encyclopedia/anime.php?id=1238

Comunque, torniamo a noi e al film. Una volta che ho compreso che niente assomigliava vagamente ai miei ricordi (ma per un po’ è stato difficile) ho cercato di godermi la trama e lo svolgimento della vicenda. Sarebbe stato bello fare se non fosse che i dialoghi sono assurdi. Quindi partiamo con la scheda tecnica, via!

Sceneggiatura: voto 6. Voto di media perché per la sceneggiatura vera e propria tutto fila abbastanza bene. C’è il pirata e la sua truppa, c’è il cattivo, c’è la dannazione, c’è il pentimento, c’è la tragedia, c’è soprattutto l’Arcadia. Tutti elementi che più o meno ti aspetti da un film del genere e per di più giapponese. Il rapporto conflittuale fraterno che scatena e dipana tutta la vicenda (chissà come mai? Eppure nella cultura giapponese non dovrebbe esserci un Caino e Abele come da noi, ma sta cosa li ossessiona) è ben strutturato, anche se in realtà credo che avrebbero dovuto sviscerarlo meglio non tanto per non fare i colpi di scena, ma per rendere il tutto più fluido e più comprensibile e condivisibile per lo spettatore. Okkei che ci sono appassionati, nerd della prima e seconda ora o generazione, ma in sala sarà capitato anche un’anima sprovveduta che nulla sapeva se non che c’era un pirata, una nave fichissima e poco altro. Su due parole in più non facevano male. O meglio due parole meglio spese non facevano male, perché per me tutto il film cade sui dialoghi. Un mio caro amico mi ha detto che molto probabilmente è colpa dei traduttori italiani che per fare star tutto quello che dicono i giappi devono condensare, non capire nulla (ammettiamolo: i giappi nei fumetti si fanno un sacco di seghe mentali!), metterci termini tecnici e in inglese a casa con il risultato che se ti fermi a cercare di capire i dialoghi vedi che c’è il vuoto. Questo film è per i dialoghi un inno alla supercazzola di “Amici miei”. Punto. Forse dovremmo dar loro un premio, ma è fuori contesto, quindi ciccia. Comunque sia, al di là delle colpe, il film è inascoltabile e davvero tutto ciò non lo capisco. Molto probabilmente io sono fiscale, ma magari avere un po’ di senso in quello che  ascolto è una cosa gradita. Quindi cari i miei traduttori o autori fatevi un esame di coscienza e chiamate la vostra maestra delle elementari e chiedete scusa.

Regia: 6 Per un lungometraggio a sfondo fumettistico è difficile capire quanto il regista riesca a fare bene il suo lavoro e se non sia piuttosto il caposquadra di una equipe che deve ben lavorare insieme. Per questa spersonalizzazione il voto è sufficiente, ma niente di più (avesse controllato i dialoghi! 😀 )

L'Arcadia: a sinistra quella del film, a destra quella del cartone animato
L’Arcadia:
a sinistra quella del film, a destra quella del cartone animato

Scenografia: 7 e mezzo. Basterebbe l’Arcadia per far innamorare tutti i fan. Non sarà la stessa, ma ne mantiene il senso, quel vago senso di tamarraggine piratesca di cui tutti noi ci siamo beati inconsapevolmente per anni e anni della nostra fanciullezza. Se la sala della confederazione di Gaia è un classico che ti aspetti con quella sua estetica settecentesca italiano-francese-austriaco; se la moderna serra ricordo dell’ufficiale disabile Ezra è quel giusto mix fra tecnologia e sentimento; se le astronavi della terra sono lineari, varie, ma semplici; nell’Arcadia c’è il meglio del meglio del meglio in fatto di tecnologia, mistero e…pirati! L’Arcadia è un vero e proprio personaggio ed è stato reso meglio di tanti altri.

Costumi: 8 Harlock è lui. Con la benda, la chioma fluente, il mantello che vola nell’aria, la spada moderna, i pantaloni stretti, la giacca stretta (vabbè ci sono gli stivali con le zeppe di metallo, ma quanto sono fichi! ), con il suo modo di muoversi, guardarsi e sedersi. Meeme è diversa, ma come l’altro personaggio femminile deve dare un po’ di prurito sessuale agli spettatori (ma siamo proprio convinti che i giapponesi siano così fissati con il sesso e non siano solamente molto furbi da metterlo ovunque. A sto giro hanno anche imparato il “valore” delle scene della doccia, come i nostri vecchi film pecorecci!), quindi lasciamo perdere. I comprimari della nave, gli altri pirati, sono un misto steampunk, mozzi classici e warhammer 4000, però rendono benissimo e a noi sono piaciuti un sacco. Ezra è quello che ti aspetti, ma non stona per nulla. Tutti i costumi sono nella scia di quello che ti aspetti, ma perfetti.

Musica: 6 Di solito i cartoni animati sono più musicati anche inutilmente, ma qui è un buon accompagnamento senza mai superare la soglia. Però non me la ricordo (questo commento lo sto dicendo troppo spesso, quindi o io inizio a essere molto disattenta alla cosa o davvero è diventato un elemento molto secondario…mah…).

Effetti speciali e disegno: 10. Può non piacere la scelta del disegno, ma è quello del momento, quindi non lamentiamoci, anzi in confronto a molti altri è equilibrato, logico, anatomicamente sproporzionato ma accettabile. Quello che davvero fa di questo film un buon film da vedere sono proprio gli effetti speciali. Lo vedi da ogni situazione: la nave che esce dalla nuvola nello spazio, i combattimenti, le gocce d’acqua, i capelli, i petali che si muovono al soffio del vento, la pelle dei protagonisti. Davvero, c’è una cura che sorprende e che ogni tanto ti fa pensare di trovarti a un film con esseri umani e non con disegni. Poco da dire, va visto solo per questo.

Voto: 6 e mezzo E’ relativamente basso, ma davvero i dialoghi e certi ritmi lenti e senza senso hanno mortificato tutto il lavoro di tecnologia e di “ricostruzione” che c’è dietro. Questo film è ben costruito, ma manca l’anima della vicenda, manca quel senso vero di libertà che tutti noi abbiamo vissuto guardato il cartone animato. Mi spiace, ma se un film non ti colpisce l’anima, può avere tutta la tecnica che volete ma rimarrà per me un film vuoto.