“Il nostro comune amico” cap. III

In questo capitolo il racconto del bambino scomparso, ritornato da uomo a reclamare il suo posto legittimo nella società, ma ritrovato come cadavere esce dal semplice aneddoto per diventare cronaca nera vera e propria. Usciamo dalla casa della famiglia Veneering per accompagnare Mortimer Lightwood, il narratore della storiella, e l’amico Eugenio (sì nella mia traduzione alcuni nomi sono in italiano) Wrayburn, apparso così sulla scena come un fulmine, mentre costoro in carrozza disquisiscono amabilmente sul fatto che le loro famiglie li abbiano costretti a diventare avvocati, perché “in famiglia serve”.

Ritroviamo il barcaiolo Gaffer, autore del ritrovamento del cadavere del giovane Harmon, e conosciamo il figliolo Carletto (momama che traduzione su sto nome!), figlio ubbidiente ma acculturato che nasconde al padre di saper bene leggere e scrivere per non subire la sua ira. A questo punto c’è un lungo dialogo fra Carletto e la sorella Lisetta sulla loro condizione e trapela per il lettore (soprattutto se come me è lontano secoli da quella situazione) tutto lo squallore della loro condizione, con un padre che li vorrebbe per sè e non vuole che trovino una vita migliore per se stessi; con un rapporto padre e figlia che nasconde cose non corrette (o almeno alla prima lettura è così, ma spero vivamente di sbagliare e che tutto sia più normale anche se costrittivo), visto l’assenza della madre.

Altro spaccato molto interessante è l’amministrazione della giustizia spicciola o delle indagini preliminari di un illustre sconosciuto. Tutto fatto fra i docs, la polizia e il pub, dove venivano presi anche i volantini dei cadaveri ritrovati o delle persone scomparse.

Alla fine del capitolo il caso di Harmon viene catalogato come delitto da parte di ignoti (e per ignoti motivi) e passa velocemente di bocca in bocca finendo “al mare e andò via alla deriva”.

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Un senso di fastidio mi ha preso per una società descritta in così meschino modo, forse perché alla fine le convenzioni e le miserie portarono i genitori non solo a decidere la vita dei figli, ma proprio a considerarli dei veri e propri oggetti cui disporre.

Vediamo dove andremo a parare. Come al solito.

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