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“I fiori della guerra” di Zhang Yimou

Questa sera avevo voglia di guardare qualcosa di diverso dal solito telefilm o dal solito programma di discussione e Rai 3 sembrava avermi regalato l’occasione giusta.  “I fiori della guerra” di Zhang Yimou mi è sembrato l’occasione giusta. Il film racconta un episodio tremendo della guerra fra la Cina e il Giappone, dove Nanchino fu la città caposaldo della barbarie dell’uomo (in questo caso il giapponese) contro la donna (cinese), dove non solo tutti i valori umani erano stravolti, ma anche tutti i rapporti umani lo sono; dove l’egoismo e la guerra hanno vinto finché il diritto e l’umanità non hanno richiesto di avere spazio e voce.

Il regista si è soffermato a raccontare la vicenda di un gruppo di scolare e di prostitute ritrovatesi a condividere il rifugio nella cattedrale della città, dove nel frattempo è arrivato un becchino occidentale per seppellire il prete morto nei combattimenti. Purtroppo il corpo del prete non si trova, quindi niente paga e l’uomo si trova nel mezzo della situazione dovendo alla fine scegliere fra il proprio egoismo e il coraggio: diventa così il tutore, finto prete dal fisico e dal carisma, di tutte queste ragazze divise da vita e reciproche paure.

Tutto sulla carta permetteva di vedere un film emozionante e coinvolgere, ma purtroppo il regista di fa prendere la mano da troppo manierismo e costruisce una storia i cui dialoghi a volte risultano finti e stereotipati; in cui personaggi sembrano figurine senza anima e senza cervello; in cui le situazioni sono al limite del ridicolo o dello splatter; in cui non c’è un vero approfondimento.

Ci sono scene forti, emotive, emozionanti che sconvolgono per la crudezza o per l’argomento, ma manca sempre qualcosa di più che le possa legare l’una all’altra per mantenere il ritmo e l’empatia con lo spettatore.

C. Bale anche se non al massimo delle sue capacità, riesce a entrare nel personaggio doppiogiochista con una capacità impressionante, passando dal prete forte e integerrimo, al becchino per necessità, al padre e infine all’uomo fatto di carne e ossa. Penso che con un altro regista o con una sceneggiatura più complessa avrebbe potuto rendere meglio. Il paragone con il personaggio di Schindler interpretato da Liam Neeson è purtroppo troppo vicino per vedere questo secondo ancora giganteggiare.

Forse manca in questo film tutto il lavoro diplomatico, la tensione emotiva che vede coinvolgere cattivi e buoni, dove i secondi infinocchiano i primi più di una volta, per poi purtroppo dover scendere a patti. Tutto, o quasi, si svolge fra le rovine della chiesa senza però avere davvero la sensazione che essa sia un porto franco oppure uno dei tanti luoghi di battaglia. E’ alla fine un non luogo, senza memoria del passato e senza futuro, dove 24 donne e 2 uomini vivono senza sapere perché. Quindi la sceneggiatura è a mio giudizio insufficiente per lavoro e per cura dei dettagli.

Come mi aspettavo la fotografia è stupenda con una varietà di colori e con una serie di inquadrature che non solo sottolineano il parlato della piccola narratrice, ma anche staccano come veri e propri momenti di poesia visiva. Purtroppo queste pennellate poetiche non sono adatte a questo genere di film.

La musica è tipicamente cinese e come la fotografia segue una visione che stona per la vicenda e rieccheggia troppo femminile, senza mai essere davvero funzionale o emozionale. A lungo andare stanca e sembra un continuo miagolio.

I costumi sono curati e ben fatti, ma diciamo che sbagliarli sarebbe stato proprio da superficiali.

Voto: 5 e senza speranze di arrivare alla sufficienza. Sono stata anche troppo buona alla fine, perché in certi momenti sono stata tentata di cambiare canale e guardarmi “Don Matteo”, ma non posso dire che sia stato un film fatto male, solo che non è il film per questo genere. O il genere per questo film. Insomma era meglio che il regista facesse un’altra storia.

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