“Abbiamo sempre vissuto nel castello” di Shirley Jackson

Il mio approccio con Shirley Jackson inizia con “L’incubo di Hill House” letto in collettiva con La libreria pericolante e sinceramente non mi aveva convinto più di tanto. Non ero partita prevenuta come mio solito quando qualcosa è tanto osannato, ma per quanto fosse godibile e piacevole (in ottica di un libro gotico ovviamente) fino a quasi la fine, il finale ha rovinato tutto non dicendo nulla, facendo cadere nel vuoto tutto e lasciando l’amaro in bocca. In un libro horror di qualsiasi sfumatura è il finale che, a mio sindacabile parere, da il valore della storia: gestirlo è complicato perché bisogna che in qualche modo si tirino le fila di tutti i discorsi in modo “coerente” sia scegliendo la via totalmente paranormale che quella più scientifica; lasciare andare i personaggi senza nessuan interazione come se niente fosse è quanto meno semplicistico. Mi direte che molti racconti trovano questo escamotage della fuga. Vero, ma molti trovano in essa la fuga che non permette di dimenticare, ma solo un allontanamento più o meno traumatico; mentre quando si fugge dicendo una sorta di “avevamo scherzato a farvi prendere così paura, potete vivere felici e contenti” no, quello non è un degno finale di una storia gotica con o senza fantasmi.

Malgrado questo preambolo ho voluto dare una seconda opportunità a questa osannata scrittrice, perché vabbè che sono bastian contrario, ma c’è un limite a tutto. Trovo questo libricino in biblioteca e rischio.

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https://www.adelphi.it/libro/9788845923661

Il libro scorre via che è una meraviglia con uno stile narrativo lineare e incisivo che incolla il lettore alle pagine e invoglia sempre a girarle per vedere come va a finire. Non mi dilungo troppo a fare relazioni stilistiche perché non ne ho le competenze, ma è raro trovare narrazioni così ben fatte (e ben tradotte) da avvinghiare il lettore, anche quello più ostile.

Arriviamo al punto: la trama o la vicenda o il nocciolo della situazione. Prima di tutto permettetemi di fermarmi sul genere che a mio avviso non è un classico horror o un gotico, ma è un romanzo di denuncia. Strano vero? O forse lo vedo solo io? In effetti sia sulla pagina Adelphi che su altri siti la denominazione è semplicemente “romanzo” o “letteratura nord americana”, quindi? Ci siamo fraintesi? Non proprio.

Il romanzo è uno strano romanzo di cronaca famigliare dove attorno alle vite di due ragazze gira non solo il tentativo di comprendere la tragedia che le ha toccate, ma soprattutto la vita di una piccola città di provincia con le sue paure. Qui secondo me arriva l’orrore. Capisco a questo punto come si riesca ad avvicinare l’autrice ad altri grandi nomi del genere, come King, proprio per aver scelto di documentare non tanto il male che viene da altrove (che sia un pianeta come gli Antichi o dall’aldilà come tanti), ma quello che si scatena dentro di noi, dentro alle persone “normali” che osservano, giudicano e condannano senza averne i mezzi. Questo è il libro del nostro orrore quotidiano. Ed è un pugno nello stomaco.

Ammetto di aver fatto fatica a leggere alcuni punti, anche se alla fine ho finito il romanzo in una giornata, perché quel senso di nausea e schifo (sì, si dice schifo, perché urto del vomito mi dicono che è troppo) mi salivano in bocca, alle orecchie ritrovando nella meschinità dei ragazzi che offendono la giovane “Merricat” e il silenzio connivente degli adulti quella stessa meschinità che affolla la nostra tv sempre pronta a sfogarsi contro il mostro di turno; torna nei pettegolezzi di cui molta gente si riempie la bocca, quasi sbavando dalla gioia nel vedere l’altro cadere o sperando che cada; nell’invidia frutto di non si sa quale paranoia mentale; in quel senso di “rivalsa” delle proprie miserie distruggendo chi abbiamo a fianco. E’ la gente normale che mi spaventa non solo nei libri. Non si può dire di non averne esperienza, anzi purtroppo coi social questo tipo di normalità ha preso il sopravvento, nel silenzio generale di quelli che macinano pane e rispetto anche standoci male.

Quella normalità che vorrebbe minimizzare le differenze; che vede la patologia in ogni atto non consono alla maggioranza; che cerca di ricondurre a sè tutto. Non che il rapporto fra le sorelle e la loro reazione ai loro drammi sia così consono, anzi ha del patologico, ma alla fine che danno fanno? Si sono rinchiuse nel loro “castello” di famiglia, vivendo del loro e pagando puntalmente con soldi correnti; non escono dai loro confini; non sono un degrado anche se la loro casa fa un po’ paura come se fosse quella della famiglia Addams; vorrebbero solo essere dimenticate. Forse è quella la loro colpa: vivere nella loro pace silenziosa lontana dalla società. E si sa che gli eremiti son sempre strani e mal visti…

Il cugino Charles che arriva come il peggior approfittatore parassita è il parente o l’amico o lo scroccone di turno che tutti noi abbiamo in qualche modo conosciuto direttamente o indirettamente, ma nel libro convoglia su di sè la figura malevola che deve portare al disastro e alla fine di un “piccolo mondo felice e fatato” dove le due sorelle si sono rifugiate. Ogni suo atto e ogni sua parola è melliflua e appiccicosa, ma la scrittrice é bravissima a far vedere come ognuno di noi, delle persone che abbiamo vicino, vogliamo vedere quel che ci fa comodo: Constance, buona a dei livelli divini, non vede mai il male negli altri, ma in modo molto puerile decide di non prendere mai una posizione; Merricat che, con la civiltà deve scontrarsi ogni tanto, vede la fine del suo mondo per mano della prevaricazione e la combatte con rabbia. Anche questo rapporto a 3, sbilanciato e violento, è sintomatico di come viviamo certi rapporti quotidiani, fra le incomprensioni frutto delle nostre paure o delle nostre capacità di leggere le persone in modo più o meno chiaro.

Constance è quella che sa, che ha capito, ma non vuole affrontare e si rinchiude nel suo mondo dorato costruito nella casa di famiglia dove la tragedia (lo sterminio della sua famiglia per avvelenamento) è scesa come un nero giustiziere o giocatore. Ha subito lei le angherie del mondo civile attraverso il legittimo processo penale per omicidio e, pur uscendone scagionata e innocente, la sua condanna non avrà ma fine. Il suo autoinfliggersi un ergastolo dorato dove tutto le ricorda il passato è qualcosa di comprensibile anche nelle sue derive patologiche. Anche perché lei sa cosa è accaduto e sapendolo, si fa custode della verità non curandosi degli effetti secondari.

Dall’altra parte la sorella Mary Catherine, piccola e coraggiosa, si rifugia nelle sue superstizioni magiche e nei suoi nascondigli per impedire al mondo esterno di rompere la bolla di sapone in cui sa di vivere. Anche lei però denota le sue devianze e problemi che il cugino Charles vorrebbe risolvere con pugno di ferro in guanto di velluto sottile, ma che non sono risolvibili se non affrontando la verità che come i giocattoli è sotterrata da qualche parte in giardino o in casa.

Le due sorelle sono complementari e, insieme allo zio un po’ tocco, offrono al lettore uno spaccato gradevole, simpatico, amicale e ogni loro atto fa parteggiare per loro. Mi ha ricordato per certi versi il film “Arsenico e vecchi merletti” di Capra soprattutto per quel tocco surreale in cui la normalità per una famiglia è l’orrore per la collettività, ma al contrario del film i temi toccati sono differenti: il film è una commedia nera su una famiglia un po’ strana, il libro è a mio parere uno spaccato di vita dove ci si chiede cosa sia la normalità e dove finisca il disagio.

Altra annotazione: il cognome delle ragazze. Da subito Blackwood mi è parso famigliare  e non ricordandomi il perché ho iniziato a pensare che la mia famigerata memoria da criceto morto avesse finalmente preso il sopravvento; è bastato, però, un giro su google per far scintillare la fiammella del dubbio: Algernon Blackwood (1869-1951) famoso scrittore britannico conosciuto per i suoi racconti legati al soprannaturale. Citazione? Omaggio? Caso? Non lo so.

A chi lo consiglio? Al di là degli appassionati di horror comune, quello che descrive il male in noi, lo consiglio a chi voglia affrontare da fuori la visione chiara e limpida del disagio che alberga nella cosidettà società civile. Lo sconsiglio a chi abbia subito e/o affrontato nella propria vita quel tipo di pochezza umana, perché è davvero descritto in modo chiaro e vivido.

Voto: 6 e mezzo. Non mi sbilancio a dare un voto alto, perché al di là che non sia quello che io cercavo (e non è colpa del libro) non mi ha convinto del tutto, alla fine è come se mancasse un quid. Il libro è una finestra su una famiglia, ma una finestra piccola che si apre e si chiude e lascia andare tante cose probabilmente ininfluenti per quello che interessasse raccontare l’autrice.

Scheda tecnica

Titolo originale: We have always lived in the castle

Traduzione di Monica Pareschi

Anno di pubblicazione: 1962

Editore: Adelphi Edizioni, serie Fabula

Stampato nel maggio 2009 presso Studio Due S.A.S, Milano. Printend in Italy

Copertina dipinto di John F. Francis “Fragole, panna e zucchero” (collezione privata)

Genere: horror

Pagine 182

Prezzo: €18,00

 

 

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Dicembre 2017…orrore mio ti conosco.

Finalmente si torna a scrivere, visto che è arrivato il Nuovo (che è il soldoni il nuovo pc portatile che mi accompagnerà fino alla sua autodistruzione, come ho portato gli altri prima di lui). In questi mesi sono riuscita a fare un sacco di cose dal cellulare, ma mi mancavano il rumore, la comodità e la praticità della tastiera e uno schermo decente per non perdere le poche diottrie rimastemi. Ma bando alle ciance riprendiamo i lassi tempi di gestione di questo blog!

Questo post sarà una sorta di compendio delle letture di dicembre 2017 perché alla fine hanno avuto uno strano, ma non troppo, filo nero che le ha unite. Vi parlerò di:

  • la riduzione a fumetti di Dino Battaglia di alcuni racconti di Edgar Allan Poe, edito dalla Npe
  • il numero 1 della “Providence Tales” della casa editrice della Providence Press
  • il libro “Gli spettri della chiesa di Stoneground” di E.G.Swain, edito dall Providence Press.

Prima di tutto vorrei soffermarmi a parlarvi delle due case editrici italiane che stanno facendo un mirabile lavoro di divulgazione al grande pubblico di opere molto particolari e di pregio. Le case editrici indipendenti sono un piccolo miracolo italiano (non solo, ma ogni tanto limitiamoci al nostro orizzonte sotto casa), ma non sono la panacea di tutti i mali: ossia da un lato pubblicano delle vere perle sconosciute su cui le grandi case editrici non voglio rischiare (salvo poi prendersi i diritti quando il bacino del pubblico è talmente ampio da viaggiare e guadagnare sicuri) o riscoprono autori passati nel dimenticatoio; dall’altro lato creano però una sorta di dipendenza patologica nel lettore il quale leggerebbe anche la lista della spesa se la pubblicassero certe piccole case editrici. Vabbè ma questo è un discorso complesso che mi vede fare quella che rogna sempre e comunque, mentre non è così in realtà visto che adoro tutto ciò che esce dagli schemi senza poi entrarne per forza nella cultura di massa.

La Edizione NPE è una casa editrice che si occupa soprattutto di fumetti e soprattutto di riproposizione dei grandi maestri del disegno italiano ormai dimenticati dal grande pubblico. Vi metto il link alla pagina della loro presentazione in modo che leggiate le loro parole. Il suo punto di forza editoriale a mio parere, oltre alla scelta degli albi da pubblicare e dalla pervicace testardarggine di ottenere i diritti d’autore in modo da pubblicare interamente i lavori? La qualità degli album a un prezzo abbordabile. In più ha una pagina fb attivissima e con promozioni, sconti, premiazioni, gadget che fanno veramente venire l’acqua alla gola. Io sono la fiera vincitrice della loro tazza (anche se dopo aver portato bene a una mia amica, qualche loro fumetto lo vorrei vincere anche io. Sì, sono ingorda, mentre sorseggio tè nella mia tazza npe!). Se guardate nel loro catalogo potrete vedere la vastità dei generi che pubblicano, anche se legati al “solo fumetto” (a breve metterò un post sulla mia idiosincrasia a chiamare fumetti col nome di graphic novel).

La Providence Press invece si occupa di narrativa di genere e anche qui parliamo di riscoperta dei classici d’autore. L’ho scoperta da poco, grazie a una presentazione alla Misckatonic University (RE), ma lascio sempre alla pagina apposita per far capire chi sono. Il suo punto di forza? La fanzine! Certo non è l’unica casa editrice che ne fa (ne devo leggere una, quella della Hypnos per esempio, per capirne le differenze) e fa molto prima metà del secolo scorso, ma la qualità della rivista è veramente qualcosa di unico.

Ora passiamo alla veloce carrellata.

EDGAR ALLAN POE” di Dino Battaglia.

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Nel sito lo potete trovare qua.

 

Parliamo di due grandi nei loro campi: Poe non ha bisogno di spiegazioni, Battaglia non dovrebbe, ma non si sa mai. Lascio il link della pagina wikipedia di D.B. per lasciarvi il gusto di leggere l’elenco delle opere e delle collaborazioni in soli 60 anni di vita. Io ho fatto parte di quella generazione che ha avuto la fortunata ventura di poter leggere le sue opere senza averne la consapevolezza nella fase gloriosa de “Il Giornalino”. La rivista per bambini, delle edizioni Paoline, vide un momento di stranissima follia e grandezza pubblicando le opere dei più grandi disegnatori italiani (c’era Toppi tanto per dire), scegliendo opere ovviamente adatte al pubblico di riferimento. Se penso che c’era chi leggeva Topolino (che è meraviglioso, ma graficamente ben diverso) mentre io mi riempivo gli occhi di matite e chine eccelse, di testi classici, di movimenti e carrellate, di colori e bianchi e neri…sì, sono stata fortunata.

Nella bella introduzione dell’albo scritta da Gianni Brunoro, viene ricordata la maestria e l’attenzione di D.B nel costruire quasi artigianalmente ogni tavola, occupandosi anche del lettering. La scelta di riportare in immagini alcuni particolari racconti di Poe rientra nella sua scelta di disegnatore dal tratto spigoloso e graffiante. Brunoro sottolinea come leggere queste tavole sia un’esperienza sensoriale (tutti i fumetti dovrebbero esserli, ecco perchè la loro lettura è ben più complessa di quel che si crede) dove predominano le sensazioni più cupe.

I racconti scelti sono stati pubblicati quasi tutti su “Linus” fra il 1968 e il 1973 e uno solo su “Il Giornalino” nel 1981 e sono:

  1. Re Peste
  2. La caduta della casa degli Usher
  3. Lady Ligeia
  4. Hop-Frog
  5. La scommessa
  6. La maschera della Morte Rossa
  7. Il sistema del dott. Catrame e del proff. Piuma
  8. La straordinaria avventura di Hans Pfall

L’ultimo ho la vaga sensazione di ricordarmelo, mentre gli altri sono stati una vera scoperta. Il tratto è secco, curato, con un’attenzione quasi maniacale per l’illustrazione di certi ambienti o di certi elementi architettonici; il bianco e nero così definiti, ma nello stesso tempo sfumati da rendere eterei o nebbiosi certi momenti o situazioni sono vera poesia. Il realismo cede il passo all’esagerazione anatomica per meglio delineare certi personaggi in certi racconti, proprio per quella sensazione che diceva Brunoro. Per quanto i racconti siano brevi (e in certi casi anche più brevi dei racconti di Poe), prevedono una seconda o una terza rilettura, non tanto per scovare dettagli prima non colti, ma per rileggere seguendo più le immagini che le parole la narrazione vera e propria. I fumetti belli si leggono così: prima vuoi tutte le parole, poi devi tornare indietro per desiderare le matite.

voto: 9 (è finito troppo presto per meritarsi il 10! 😀 )

PROVIDENCE TALES

  1.  “Steve Costigan. La fossa dei serpenti” di R.E Howard (racconto)
  2. “Il settimo uomo” di A. Quiller-Couch (racconto)
  3. “L’orrore di Horton House” di W.J. Wintle (racconto)
  4. Dal Texas con furore (presentazione)
  5. “La casa al 252 di rue M. Le Prince” di R.A. Cram (racconto)
  6. H.P. Lovecraft: cacciatore di mostri? (articolo)
  7. “Il messaggero del re” di F.M. Crawford
  8. “Il veliero” di F. Brandoli
  9. Otto domande a F. Brandoli
  10. Master of Pulp Art: Earle K. Bergey
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link alla pagina. Il numero 1 andrà in ristampa e il numero 2 lo stiamo aspettando

Come potete vedere la rivista si avvale di una maggioranza di racconti e due articoli, più in fondo la presentazione stringata dei diversi autori. I racconti spaziano dal classico horror soprannaturale al weird. Interessante conoscere un altro personaggio del padre di Conan, Steve Costigan un pugile antieroe che riprende un po’ quell’immaginario molto maschile e muscolare degli anni ’20. Molto interessante. L’unico racconto che non mi ha convinto del tutto è stato quello dell’unico contemporaneo, Brandoli, perché mi è parso un po’ troppo dispersivo, con troppi elementi poco funzionali alla vicenda, e poco incisivo nel tirare le fila: una sorta di omaggio ai grandi racconti sovrannaturali di horror fatto da un bravo allievo.

Nel complesso è una buona rivista, ben strutturata e con un piano e/ditoriale chiaro: riconsegnare agli appassionati quelli che non è arrivato in Italia a suo tempo. Due soli appunti:

  • mi piacerebbe che ci fossero più saggi.
  • la carta può anche essere meno lussuosa (e lussureggiante).

Il primo punto è personale e non so se è più una mia ricerca che non può essere soddisfatta o una mia speranza che verrà ascoltata, anche perché è lo scontro di due desiderata. Il secondo è un punto strano, perché di solito ci lamentiamo della scarsa qualità materiale di un libro o di una rivista, mentre qui mi è parsa “un po’ troppo”: troppo spessa, troppo bella, forse troppo costosa (?). Lo so, è questione di lana caprina, oppure mi sono chiesta se il prezzo potesse essere ridotto per le mie tasche (Costa 9,90€ ed è stagionale, quindi non mensile), dovessi potessi implorare di ridurre qualcosa per o diminuire il prezzo o aumentare gli articoli. La copertina è spettacolare con un disegno di Melkor/ Shutterstock dedicata a Cthuluh e ha la grammatura giusta per non rovinarsi anche se ciancicata; l’impaginazione resiste a una lettura impegnativa; ma quelle pagine spesse… 😀 Okkei, la smetto, perché mi sento scema a lamentarmi per della roba che è fatta ben, ma stranamente mi infastidisce. Providence Press ne parliamo?

Voto: 7 e mezzo.

“GLI SPETTRI DELLA CHIESA DI STONEGROUND” di E.G.Swain

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Il libro fa parte della collana “The Silver Key” che potete trovare qua.

 

Adoro i racconti classici di fantasmi. Adoro i racconti di fantasmi. Chi mi conosce sa che ascolto volentieri qualsiasi cosa che parli di apparizioni, messaggi dall’aldilà, strani rumori e voci dall’oltre tomba. Quando ero ragazzina mi sono guardata tutti i possibili e immaginabili programmi, capendo dopo cinque minuti quanto fossero insulsi; mi sono guardata moltissime puntate dell “T.A.P.S.” perché almeno sembravano meno farlocche di altre alla “Voyager” (che chi mi conosce è per me il punto zero della divulgazione di qualsiasi tipo, sia scientifica che antropologica che paranormale). E di conseguenza mi sono letta tutti i racconti sui fantasmi che mi passassero sotto mano, evitando accuratamente quelli moderni troppo splatter. Per me il fantasma è quello che rimane attaccato a questo mondo con una scusa o con l’altra. Leggetevi “Giro di vite” di James e capirete il senso. Però trovare questo tipo di racconti che sia anche godibile da leggere col tempo è diventato sempre più difficile, visto che gira e rigira son sempre gli stessi racconti che girano.

E invece no! La Providence Press mi ha regalato quello che volevo: quei racconti dove i due mondi entrano in contatto, dove il razionale personaggio (in questo caso il protagonista e “investigatore” lo è) riesce razionalmente a capire cosa abbia irritato lo spettro o cosa voglia comunicare e in un modo o nell’altro riesce a mettere a posto le cose. Il libro è una serie di racconti impostati tutti più o meno sullo stesso schema e girano attorno al vicario Roland Butchel e ai suoi sfortunati concittadini (che se Cabot Cove è il luogo con il più alto tasso di mortalità, questo lo è per le quattro tacche di comunicazione con l’altro mondo): di solito un oggetto ritrovato o spostato permette il manifestarsi benevolo o malevolo di qualcuno che non riesce a rassegnarsi di essere morto. Il nostro vicario, appassionato di antiquariato, con la curiosità e la pacatezza che solo un uomo sicuro di sè può avere, alla fine riesce a rimettere tutto nella giusta misura. E la cosa buffa è che ai suoi compaesani alla fine tutto sembra normale così. Vaaaa bene!

Consiglio per la lettura: proprio perché lo schema è ripetitivo e per un non appassionato potrebbe trovarlo noioso, leggete un racconto al giorno o a distanza di più giorni in modo da godervelo come se fosse sempre un unicum. Questo metodo lo uso per ogni libro fatto di racconti, perché se no tendo a sovrapporli e a non godermeli (ecco perché di solito questo tipo di libro me lo porto avanti per me, intervvallandolo con altri testi).

Voto: 7 e mezzo

Tiriamo le somme!

Il 2017 si è chiuso alla grande con tre grandi progetti diversi, ma che alla fine erano legati da uno stesso filo conduttore. “Il settimo uomo” mi ha ricordato “La maschera rossa”; la casa maledetta è un classico per tutti; le apparizioni, l’inevitabile morte, la difficoltà a sfuggire al destino di distruzione; insomma il classico di genere al suo più alto livello, dimostrando ancora una volta che l’antico (e non gli Antichi per forza!) possono ancora giocarsela e vincere su tanti prodotti contemporanei.

Link utili per ricercare i testi di cui ho parlato nel post

http://www.providencepress.it/it/the-silver-key/

http://www.edizioninpe.it/product/edgar-allan-poe/

http://www.providencepress.it/it/providence-tales/

“It follows” di David Robert Mitchell

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Aspettiamo che inizi il film a “I Giardini della paura”

“Il peggior pubblico presente ai Giardini” chiosa uno spettatore dietro al mio amico. Ah, già scusate, non abbiamo compreso l’occhio della madre di questo film, ce ne scusiamo tutti in coro. Non abbiamo compreso oltre agli omaggi chiari e fin troppo palesi, ma senza costrutto, alla cinematografia degli anni ’80, dall’ambientazione al modo di girare, alle riprese, ai costumi. E scusate se abbiamo riso e applaudito nei momenti “comici” in un film che di comico non doveva avere nulla: perché quando in un horror più di una persona scappa sonoramente a ridere o lo hai fatto apposta o qualcosa non quadra.

Che cosa è un horror per i comuni mortali? Un film che ti mette addosso angoscia, paura e quel sottile ma non troppo sentore che potrebbe essere vero; dovrebbe obbligarti a controllare inconsciamente dietro le spalle, quel rumore strano che non riesci a definire, quella persona che cammina; farti rimpiangere di aver spento la luce (o dato via al cuginetto piccolo, quella lucina che ti aiutava a sopportare le lunghe notti buie piene di mostri quanto eri piccolo). Insomma cose così. Se in un horror devo guardare le citazioni, l’uso della camera come il regista xyz allora, a mio sindacabilissimo parere, qualcosa non quadra. Saremmo stati anche il peggior pubblico dei giardini (della paura), ma di certo questo film non è parso il capolavoro che le recensioni hanno scritto.

Prima fra tutte quella su mymovies.it che gli assegna un 3,29 su 5 portando la freccetta sul lato dei film da non perdere. Ne sottolinea il valore di paura strisciante in un'”America puritana e sessuofobica” in cui la maledizione si trasmette per via sessuale. L’Internazionale si barcamena in una disquisizione filosofica che fa addormentare dopo cinque minuti da quanta prosopopea emana, ma centra il punto in due passaggi:

È come se David Robert Michell avesse smontato un film dell’orrore e avesse messo ogni suo tassello narrativo in una teca di cristallo o su un piedistallo. Con tanto di didascalia. 

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Forse la vera forza di questo film è la sua assoluta libertà dalla schiavitù della trama. Non sono possibili spoiler per It follows perché non c’è nulla da spoilerare. 

Ragioniamo un attimo su sta cosa. A mio parere se si smonta un film come si smonta una automobile e si mettono i pezzi su un piedistallo, la macchina non va più e tu la guardi e basta ma se devi andare in vacanza ti devi cercare un altro mezzo. Una macchina come un film deve fare il suo mero lavoro che non è solo farsi guardare ma raccontare (per i film), portarti in giro (per la macchina). Un film poi per quanto possa essere considerato un mero mezzo di comunicazione, assume in sè molti elementi: dalla recitazione come il teatro, dalla narrativa come la scrittura, dall’emozionare come tutti i media alla fine. E ogni genere narrativo ha la sua peculiarità: l’horror deve spaventare. Se lo spezzetti e lo metti sotto vuoto la paura gira da sola dentro una teca e poi si autodistrugge. Non è difficile capirlo. La paura si alimenta e si auto alimenta quando dallo sceneggiatore passa, attraverso alla regia, alla mente dello spettatore e continua a riprodursi cercando appigli continui, palesandosi quando meno ce lo si aspetta. Se la paura non fa paura che paura è?

Seconda cosa, che per me è la più terribile, la trama non dice nulla. Come sarebbe a dire ‘sta cosa? E’ come se io mi mettessi qua e iniziassi a scrivere parole a caso, legate fra di loro solo da fili invisibili, e dopo 1000 e più battute mettessi un punto e vi lasciassi così, senza farvi capire un nulla se non un vago sentore di un’idea di qualcosa (ecco, come queste ultime parole). E’ vero che siamo abituati alla verbosità, a sentire le persone che si parlano addosso, che amano sentire la loro voce anche quando è scritta, che perdiamo il senso delle parole stesse: quello di comunicare qualcosa. Se la trama non esiste, cosa significa tutto ciò? Per me significa che a qualcuno piaceva parlarsi addosso e far vedere come era bravo (un po’ come i bambini quando sono piccoli). Non mi quadra tutto ciò.

Tre sono gli elementi ricorrenti in più recensioni e che condivido:

  1. la maledizione che si trasmette attraverso via sessuale sembra quasi fare riferimento a tutte le malattie venere, Hiv in primis, che si possono trasmettere senza essere consapevole del rischio
  2. la solitudine dei ragazzi in una Detroit praticamente vuota di adulti.
  3. la resa del mostro.

Ora sul primo elemento niente da dire: ogni momento parte e si allontana seguendo la scia del sesso, con le parole “profetiche” del primo maledetto quando attacca la maledizione alla protagonista: la devi passare (che potrebbe anche essere letto come un “la devi dare”). Peccato che la protagonista e la sua genga di giovini amici esclusi dalla società dei loro simili (c’è la secchiona, quello sfigato, l’amica carina ma boh e il fattone che cucca un sacco di ragazze…che però faranno una brutta fine) si dimentichino il piccolo particolare a loro detto che devono spiegare allo sfigato di turno cosa accade. In fondo…che importanza ha? In fondo è importante fare sesso, farlo anche se ti becchi il mostro, farlo con chiunque (prostitute e passanti ammessi, anche se il regista non da conferma della consumazione glissando con leggerezza. I commenti sono pieni di domande su chi ha fatto sesso con chi), farlo e non dire nulla. Anche lo sfigato del gruppo pur di poterla avere dalla bella e maledetta accetta di prendersi il mostro…ma veramente?

Il secondo elemento è sia positivo che negativo. Rientra in quello che per me è la visione d’omaggio alla cinematografia degli anni ’80 dove si sposta l’interesse dalle vicende dei grandi per seguire i ragazzi nel loro percorso di crescita dall’adolescenza alla maturità: adulti di contorno, poco presenti, a volte dannosi. Qui si enfatizza l’assenza e da sicuramente quel senso di straniamento, di inevitabile solitudine, di incomprensione. Sarebbe positivo per un film narrativo, uno di quelli che si sofferma sui problemi del mondo con lunghi silenzi e movimenti di camera; è negativo perché i ragazzi sono totalmente inermi di fronte al mostro e non ci sono supporti di trama per sopperire a questa mancanza. I ragazzi non sono abbastanza nerd o disadattati per conoscere una qualche religione astrusa su cui lavorare per combattere il mostro e non conoscono alcun adulto senziente e utile (di solito qui appare un rabbino/sacerdote più o meno entro alle loro gerarchie oppure un professore vario ed eventuale), senza per forza scadere nello spiegone. I ragazzi subiscono e basta, anche se ogni tanto hanno un qualche rigurgito di opposizione e tentativo di distruggere il male, con scarsi e ridicoli risultati. Noia. Mi spiace, ma qui dopo un po’ subentra la noia.

Il terzo elemento è quello sicuramente più interessante e che fa del film un film di genere. Il mostro non ha un aspetto suo, ma assume le sembianze a caso di persone più o meno conosciute dalla vittima. Come lo si riconosce? Dalla camminata. Il mostro “non ha tempo e non ha fretta” (lo diceva la mia professoressa di greco del liceo riguardo agli dei); cammina con passo dinoccolato, un po’ zombesco; punta alla sua preda senza farsi distrarre dagli altri, come se avesse il mirino puntato. Ha un vero e solo difetto: quando trova le porte di casa chiuse a chiave, si dà al vandalismo e spacca le finestre con un sasso… Detto questo, questo aspetto è sicuramente il più riuscito dal regista dove si vede che si sbizzarrisce con movimenti di camera, entrate in scena di personaggi muti e “inutili” buoni a spostare l’attenzione dello spettatore e far provare almeno un sentore di brivido.

Potrei continuare ancora per molto, ma alla fine il succo è quello. Il film sembra un tentativo di essere più incisivo dello spot degli anni ’90 con l’alone viola per mettere in guarda dalle malattie veneree e sessuali; è un omaggio sfacciato; non mi ha fatto paura e non riesco a capire come la gente possa aver avuto paura di questo film. Parlo di paura vera e non di brividini vari ed eventuali.

Scheda tecnica stringata

Regia 6; Scenografia 7 e mezzo; Sceneggiatura 4; Costumi 7; Effetti Speciali 7; Musica 7 (ma deve avermi infastidito perché non la ricordo bene); Fotografia 7; Cast 6 (senza infamia e senza lode).

Voto finale: 5. Volete proprio vederlo? Allora guardatelo per altro e non perché è un horror.

Aggiungo qualche link nel caso voleste leggere recensioni positive e molto ben scritte e documentate e con tante citazioni che fanno quelli che ne sanno un sacco. Movieplayer I 400 calci tanto per citarne altri due con qualche commento in aggiunta.

“La dama del sudario” di Bram Stoker

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recensione di goodreads

Ho finalmente finito il libro della lettura di Halloween. No, fermi non è successo nulla, ma come ho potuto dire altrove mi sono incartata con i libri presi in biblioteca e quindi le tempistiche sono andate tutte in tilt. Per la lettura di Halloween mi è rimasto anche un altro libro che ora comincerò. Diventa difficile scegliere un libro che sia a livello dei grandi classici di genere, senza cadere nello splatter o in altri generi; diventa difficile trovare atmosfera e sensazioni ed emozioni, legate a mostri di forma varia, cattivi e buoni. Sì, diventa sempre più difficile, anche se devo dire che ce ne sono tanti da leggere (se non fosse che tanti ne ho anche già letti). A questo giro mi sono affidata al “popolo di fb” (bhe in realtà ai miei contatti sul mio profilo privato, quelli con cui si chiacchiera tranquillamente di tutto e che so che sono buoni lettori) e la scelta è ricaduta su Stoker e Hodgson. Parliamo di Stoker.

Parte bene il racconto, con tutti gli elementi che ci aspettiamo, forse un po’ forzati nella memoria dal grande “Dracula” che non si può non leggere almeno una volta nella vita. Abbiamo il viaggio in nave e una misteriosa bara; abbiamo un’eredità misteriosa e forse “ingiusta” (in ottica di famiglia, mica per altro); abbiamo un giovane avventuroso con tanto di zia buona alle spalle; e infine abbiamo un paese sperduto per i monti in una zona indefinita dell’Europa. Tutto come è per Dracula, se non fosse che il nostro zannuto protagonista si muoveva dalla Transilvania per andare a Londra, mentre qui si fa il tragitto inverso. Buona parte del libro mantiene l’atmosfera di ansia, paura e paranormale con il nostro giovane eroe pronto a diventare uno del paese delle Montagne Azzurre, a farsi carico di tutti i loro problemi, ma affascinato da una strana fanciulla vestita solo di un sudario bianco che lo viene a trovare solo di notte. Zan zan! (musichetta di sottofondo).

Buona parte del libro alla fine gira attorno a Rupert che narra nel suo diario questa sua infatuazione, questo suo non capire chi ha di fronte, l’accettazione anche della sua natura vampiresca e la sua romantica intenzione di liberarla dall’inferno. Il lettore si incammina sulle orme, lungo le scalinate di cripte fatiscenti, attorno a camini dei castelli cercando di mettere in allarme tutti, quando alla fine…

****ATTENZIONE SPOILER****

…alla fine tutto si risolve in una romantica bolla di sapone. Niente vampiri, niente discese negli inferi, ma solo una avventura buona per i lettori dell’epoca che cercavano il mito del combattente eroe, capace di guidare aerei e scalare montagne per difendere l’amata rapita dal Turco (e qui ci sono tutti i pregiudizi dell’epoca riguardo all’impero ottomano. Pregiudizi…vabbè sì, alcuni, ma altri erano il frutto di rapporti diplomatici interrotti con atti di guerra e azioni di conquista da parte dei turchi di terreni limitrofi all’impero. Non che l’impero britannico non facesse lo stesso, ma alla fine uno scrive per i suoi, mica per il nemico), donna di altrettanto valore e coraggio, degna di essergli moglie; con tanto di alleati e sottoposti geniali e coi contatti giusti.

Il libro si è rivelato un bel romanzo d’avventura di fine ottocento-inizio novecento, con gli elementi di esotismo, di ingegno, di capacità militare che tanto infiammavano gli uomini e le donne prima della guerra mondiale (che nessuno avrebbe immaginato, ma di cui si sentivano i sentori lontano un miglio molto probabilmente). Non posso dire che non sia stata una bella lettura, ma non era quello che mi aspettavo.

Stoker scrive ancora una volta in forma di diario e scrive bene (e viene tradotto bene, anche se ogni tanto qualche errore di battitura non corretto da un correttore di bozze c’è), con quel suo parlare lineare pieno di subordinate e correlate che son sempre un casino da leggere se perdi il filo. Mi piace la scrittura di Stoker non fraintendetemi e a questo giro mi sono anche divertita a leggere a voce alta il libro (si presta, sappiatelo), ma è un attimo dimenticarsi il soggetto della principale. La vicenda è ben scritta e anche le parti più oscure sono ben sciolte senza troppe forzature, anche se il prologo mi rimane a posteriori totalmente oscuro e lontano dal resto…

Quindi se volete un libro avventuroso e gotico nello stesso tempo, questo è quello che fa per voi; se invece cercate un horror gotico non è questo il libro che state cercando.

Voto: 6 e mezzo. Alla fine, anche se è stato piacevole non era quello che cercavo e rimanendo in quell’ottica si sono sprecate occasioni e buttato in mare troppi ami per non pescare alcun pesce morto. Se lo avessi letto come libro d’avventura sarebbe cambiato qualcosa? Boh, alla fine in quell’ottica ci sarebbero stati troppi elementi non consoni. Stoker cosa volevi scrivere? E soprattutto per chi?

Scheda tecnica:

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Ma perché i libri hanno smesso di mettere schede tecniche come questa? Sarebbe un bel riconoscimento per il team di lavoro editoriale.

titolo originale The lady of the Shroud

traduttore: Gabriele Ruggero

anno di pubblicazione:

edizione: Basaia, i libri del Graal

introduzione di Riccardo Reim

finito di stampare: novembre 1985 presso la I.T.L. di Palestrina

progetto grafico e impaginazione: Valtenio Tacchi

copertina: Tarocco di Aleister Crowley

in quarta di copertina: Bram Stoker in un disegno del 1885

pagine 175

prezzo: £ 18.000

“Notte Eterna” di Del Toro & Hogan

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A volte le candele rosse ikea servono a qualcosa: fare foto vampiresche! 😀

Concludo la trilogia dei vampiri iniziata con “La progenie”. Un trilogia che mi ha ridato speranza per il genere horror di stampo vampiresco: non più robe che sbriluccicano al sole, niente amori strappalacrime, niente diabete indotto, niente “buonismo”. Il vampiro, essere corrotto, non morto per eccellenza, cerca di imporre il suo dominio sugli altri esseri viventi, come se fosse in un qualche modo invidioso della loro vita, della loro non scelta: non si sceglie di vivere (si sceglie solo come vivere), mentre in un certo senso la non vita è stata una scelta più o meno imposta.

In questo terzo e conclusivo capitolo abbiamo la resa dei conti: i vampiri hanno vinto e dominano sull’umanità, mentre sacche di resistenza cercano di ristabilire le condizioni naturali. Il mondo è in una sorta di post apocalittico di stampo nazista, con campi di concentramento-lavoro, con vere e proprie zone per la riproduzione forzata, con capò e traditori da una parte; bande di spacciatori di beni essenziali, trafficanti di vario genere, umani liberi dall’altra. E nel mezzo i nostri eroi, orfani di Setrakian morto alla fine del secondo libro in una dura lotta contro il cattivo. I nostri vivono la difficile condizione di umani consapevoli del perché e del percome, cercando un equilibrio fra i propri legittimi desideri di avere una vita normale e il fatto di essere gli unici a poter salvare l’intera umanità. Non c’è una visione messianica della faccenda anche se gli autori buttano l’amo a farci credere questa cosa: Ephraim è in una certa maniera un predestinato, un chiamato, uno il cui nome è scritto nelle profezie, ma perché questo debba essere così non è poi del tutto chiaro. O comunque la sua egoistica ricerca di salvare il figlio dalle grinfie del Padrone è più forte di ogni altra chiamata.

Si aggiunge alla compagnia Quinlan un vampiro molto particolare. Normalmente un personaggio del genere dovrebbe rientrare nella categoria dei dampyr cioè i figli umani di un vampiro e di una umana, ma la sua figura è più ibrida essendo stato corrotto dai parassiti vampireschi nel ventre materno. Per il Padrone è l’unico vero Figlio, ma è anche l’unico vero avversario da temere. Il personaggio è una sorta di deus ex machina della vicenda: guida il gruppo di umani, li consiglia e porta loro la sua saggezza millenaria e anche la consapevolezza della grandezza della morte eterna come unico modo di riposare dalle pene della vita. Prende il posto di Setrakian, ma senza averne la drammatica esistenza: non è il suo contraltare, ma solo un altro modo di essere guida.

Ora la vera nota dolente: il finale. Non è facile fare un finale credibile soprattutto quando ad affrontarsi sono due avversari per potenza diversi e non comparabili: un vampiro è comunque un essere sovrannaturale, con poteri e conoscenze che variano nel tempo e nello spazio, certo ha dei difetti (la luce del sole per esempio), ma di certo non si può sottovalutare. In più ha di solito un “gregge” o un clan di suoi simili dotati anche loro di poteri superiori agli umani. Gli umani di solito sono motivati tanto dalla forza di volontà. Un divario un po’ ampio da colmare. Eppure tutte le altre storie di vampiri ci hanno dimostrato che alla fine i cacciatori ce la fanno, magari con qualche importante perdita, ma ce la fanno. Qui come si fa? Il vampiro è niente altro che un parassita che si insinua sotto pelle, un parassita molto resistente nel tempo (splendida la spiegazione teologica della nascita di questa razza o specie), è come una malattia infettiva: come lo si elimina se non si hanno antivirus? Beh (e qui mi spiace cascano gli asini) si usa una bomba nucleare! Eccerto! E dove la si trova? Beh sotto casa indicativamente. Eccerto bis! E dove la mettiamo? In un posto mitico che le profezie antiche e bibliche hanno già identificato? E dove si trova? Fra America e Canada.

-momento sconforto- (un minuto di silenzio e di imprecazione. Condividetelo con me per favore).

A quel punto avrei voluto chiudere il libro e scrivere agli autori che volevo il pagamento dei danni morali perché avevano appena mandato in vacca due libri e mezzo e tante aspettative. So che dopo aver pompato tanto la storia fra profezie, rivisitazione della Storia in modo credibile, citazioni sparse, quel sentore di credibilità e verosimiglianza, era difficile trovare una fine all’altezza, ma così è stato davvero buttare via tutto, bambino ed acqua sporca e bacinella annessa. Mi spiace cari miei autori, ma siete stati fortunati ad avere editori o lettori del manoscritto clementi, perché io vi avrei rispedito la copia con un bel “no” sulla parte finale del libro. Se mi facevate un bel rituale mistico alla Hell Boy era più credibile!

Peccato. Davvero. Comunque la serie rimane nel mio cuore di lettrice e sono veramente orgogliosa di averla letta e averla nella mia libreria. Forse un giorno i due scriveranno altro per farsi scusare della boiata fatta e io li capirò.

Voto: 6 + Non posso non abbassare il voto vista la fine ingloriosa.

p.s. No, non ho visto la serie che hanno fatto in tv, ma mi riservo di poterla vedere più avanti, anche perché peggio di quel che hanno fatto gli autori non si dovrebbe fare…

Nota: un ringraziamento grande a chi dei Corpi Freddi me lo regalò a ruota di un bel giochino di indizi e scambio libri. Forse un giorno riparteciperò…

Scheda tecnica:

Titolo originale: “The Night Eternal”

anno di pubblicazione: 2011

traduttore: G.I. Staffilano

edizione: Mondadori-Omnibus

finito di stampare: maggio 2012 presso Mondadori Printing S.p.A., Stabilimento Nuova Stampa Mondadori- Cles (TN)

copertina: immagine e lettering di Marcello Dolcini

art director: Giacomo Callo

progetto grafico: Marcello Dolcini

pagine 357

“L’ultimo cavaliere” di S. King

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Recensione da wikipedia

Mi sono messa a capire perché la serie della Torre Nera sortisce così tanti fan. Vabbè, ho capito: ma dove sono vissuta fino ad esso? A volte me lo chiedo vedendo quante cose non ho letto, ed eppure ho sempre letto tanto e abbastanza bene. Comunque sia, ho preso in biblioteca quello che ho capito essere il primo libro da leggere. E ho iniziato l’avventura.

La lettura è particolare e devo essere sincera non ho capito se è per colpa dell’autore o della traduzione. Per buona parte della vicenda è come se fosse un fluire di situazioni e pensieri senza che si voglia in qualche modo incanalare situazioni, personaggi ed eventi. A volte perdevo il filo del discorso, a volte manco avevo voglia di tornare indietro a capire, a volte mi sono proprio persa. Colpa mia. Boh, non saprei dire. In quei momenti mi passava la voglia di leggerlo e mi chiedevo che senso avesse e come mai piacesse tanto. La scrittura di King (che La Libreria Pericolante non mi legga!) non sempre mi convince e gli imputo il gran difetto di avere un piacere perverso nel mettere una parola dietro l’altra fino all’esasperazione; più di una volta gli ho contestato il difetto di essere parolaio; di certo ha la capacità di cogliere le storie e di coglierne il lato più oscuro o mistico. In effetti non saprei come “catalogare” per genere questo racconto: ha l’epica del cavaliere solitario che se ne va per le praterie, la desolazione post apocalittica, la distruzione della società e la mistica della ricerca. Il bene e il male o semplici antagonisti? Diventa davvero difficile dirlo in questo racconto o meglio secondo me diventa riduttivo. Riduttivo perché King butta un sacco di ami nel mare della lettura, sperando che il lettore attento riesca a coglierli tutti: cita Amleto ma non è lui, perché alla fine la Danimarca non c’entra nulla; il suo Roland è l’ultimo della sua stirpe (in questo caso un ordine cavalleresco, ma con quella scelta “monastica” che fa tanto fantasy che strizza l’occhio alla Storia); l’uomo in nero misterioso e “profetico” richiama a un cattivo paranormale di quelli che ci si aspetta in un confronto ascetico, una caccia come quella che raccontavano nel medioevo per i paladini col graal; Jake sembra un pseudo Isacco o una Ifigenia condannata al suo destino, con quel suo continuo sfasamento temporale (alla fine è lecito domandarsi se sia fisicamente vero oppure no). E poi tanto altro. Oddio credo che queste citazioni li veda solo io, oppure no: voi lo avete letto e quali citazioni letterarie avete colto o pensato di aver colto? A volte leggere certi testi a una certa età fa cogliere cose che non è detto che ci siano.

voto: 6/7 Perché dopo aver ceduto alla scrittura non convenzionale, ai salti temporali, ai cambi di registro e ci si lascia prendere dalla vicenda, si scopre che è avvincente anche se “scontata” (non è che ci siano davvero dei colpi di scena veri, alla fine ci si aspetta che le cose filino come si sono svolte). Adesso vediamo come sono gli altri capitoli, ma con calma.

Scheda tecnica:

Titolo originale: “The Gunslinger”

anno di pubblicazione: 1978

traduttore: Tullio Dobner

edizione: Sperling & Kupfner-bestsellers

finito di stampare: ottobre 1989 da Monolito S.r.l. Milano, printed in Italy

copertina: illustrazione di Michael Whelan

pagine 257

“L’albergo stregato” di Wilkie Collins

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recensione di anobii

Con Instagram sto più attenta alle nuove uscite e quando la Newton&Compton ha annunciato nei mammut questa uscita e riedizione, ho dovuto andare a vedere di cosa si stesse parlando perché non conoscevo il libro. Ovviamente quando ho visto che era un horror ho dovuto coinvolgere La libreria pericolante e farci una nostra mini collettiva. Ci mancavano le collettive via fb veloci con libri di genere e quindi siamo partite entusiaste. Un entusiasmo che velocemente si è scemato da solo vedendo che Collins non è propriamente uno scrittore di horror come intendiamo noi. Avrebbe dovuto metterci in allarme il fatto che era amico di Dickens… 😀

Comunque sia partiamo con la recensione. Il libro ha una lunghissima, troppo lunga, sezione dedicata alla presentazione dei protagonisti e una cortissima risoluzione del dramma in salsa gotica (è davvero troppo parlare di horror). Di cosa parla? Parla di una classica famiglia nobile inglese, con tanto di titolo e possedimenti, vista attraverso gli occhi di un matrimonio e di un amore rotto o di una “diatriba amorosa” fra la ex fidanzata e la moglie legittima del lord. No, non è un romanzo rosa, per fortuna, ma l’amore o almeno un legame amoroso è il filo attraverso cui si tirano le fila dei rapporti famigliari e della presentazione del personaggio centrale attorno a cui gira la vicenda. Perché tutto parte, in modo pressoché inutile, dall’incontro della vedova Narona col dottor Wybrow e dall’indagine di questo per scoprire non solo chi sia lei, ma anche tutti i pettegolezzi che le girano attorno. Poi il dottore sparisce dalla scena per non farci più ritorno. Soffermiamoci un attimo su questo espediente narrativo: c’era bisogno? A mio parere no. Il personaggio era interessante, una sorta di narratore o di investigatore scientifico attraverso gli occhi si poteva leggere la storia, ma invece è stato trattato come una sorta di maggiordomo e poi liquidato quando non serviva più. Incomprensibile.

La vedova Narona ha scippato il fidanzato ad Agnes, giovane di buona famiglia e capace di ottenere per carattere e modo la benevolenza di tutti, diventando la signora Montbarry con annessi e connessi, ma inimicandosi tutta la famiglia di lui (che l’ha presa come una arrivista provvista di fratello scroccone) e tutta la società inglese. Per la gioia di tutti i lettori però il mistero si infittisce e il lord muore durante le nozze, il fratello se ne va in America per continuare gli studi di chimica e giocare d’azzardo e la vedova bis si trova alla resa dei conti morale con quella che non la fa dormir la notte. Agnes e vedova Narona: ecco il nucleo principale che si scontrerà in modo letterario nell’albergo di Venezia, dove è morto lord Montbarry in circostanze misteriose.

Dopo una lunghissima carrellata per spiegare caratteri e rapporti in poche pagine vediamo spegnersi, consumata da chissà quale pazzia, la vedova, scoprire il mistero dell’omicidio e tornare tutti alle loro attività e famiglie come se niente fosse. Perché il grosso problema è questo: non c’è il pathos che servirebbe a tener incollato il lettore, manco quando ritrovano i resti del defunto. Manca il gotico vero, l’atmosfera un po’ paranormale, ma c’è solo il senso della stessa, molto annacquato e buttato lì.

E’ un libro freddo, poco emotivo, poco coinvolgente per essere un libro di genere, ma interessante se fosse un romanzo di narrativa semplice, un affresco della società inglese coi sui pregiudizi (anche se nessuno riesce ad arrivare a Wilde per la capacità di rendere critico il proprio giudizio sui propri connazionali), ma anche di una società europea pronta a spostarsi da una nazione all’altra se provvista di mezzi, ma che fa turismo sterile e mai profondo (e Venezia era già quella specie di luna park che è oggi, dove il turista si aspetta di vedere un mondo bloccato e a disposizione e non una città viva e in fermento). Perché, per quanto sia ben scritto e abbastanza ben costruito (diciamo che contesto la separazione della preparazione e dell’evento con evidente scompenso a favore della prima), il vero difetto che imputo a questo libro è la mancanza di coinvolgimento emotivo in ottica paurosa o paranormale.

Voto: 5 . Cambiategli destinazione di genere e saremo tutti molto più tranquilli e potremmo valutarlo con più oggettività.

Scheda tecnica

anno di pubblicazione:

titolo originale:”The haunted hotel”

traduttore: Ottavio Fatica

casa editrice: edizione Editori Riuniti

finito di stampare maggio 1996 per conto degli Editori Riuniti presso AME Stab. NSM Cles

copertina: illustrazione Alberto Ruggieri

 

pagine 222

“Tutti i racconti” di Montague Rhodes James

Un altro gioiellino trovato a “casa” Libraccio, ovvero come riuscire a scovare case editrici piccole (e forse scomparse) quando la grande distribuzione se ne frega altamente. In questo caso parliamo della casa editrice Theoria che chiuse i battenti nel 1995 e che ora si trova a “rinascere” attraverso la distribuzione della catena di libri usati e non.

tutti i racconti bis
M.R.James

Il libro mi ha colpito più per il genere e l’autore che la struttura, ovvero non amo i libri di raccolta di racconti perché tendo a confondere i racconti se li leggo uno dietro l’altro. Così nel tempo ho imparato che mi devo gestire in modo diverso: un racconto al giorno e non di più per cercare di focalizzare la mia attenzione su ogni singola vicenda. Questo vuol dire che la lettura del testo si protrae per molto tempo (per farmi un’idea: il libro sui racconti dedicati a Padre Brown me lo sto portando dietro da 3 anni e tutto perché non solo ci sono tanti racconti, ma perché essendo in ebook è il “libro da borsa”, quindi lo leggo quando sono in giro in autobus o quando sto aspettando gente fuori casa). In questo caso ci ho impiegato due mesi e passa, cercando di farne una lettura serale della buona notte. Sì, lo so, sono racconti del terrore. Sì, lo so, poi si fanno gli incubi. Sì, lo so, le persone normali leggerebbero altro. Ma io non sono come gli altri. O meglio, so benissimo che non sono l’unica a farlo, anche se è illogico, ma questo tipo di racconti o di romanzi si cibano della sensazione di straniazione che la notte consegna, quando tutto è ovattato, i rumori minimi sono amplificati e soprattutto quando, spenti tutti i rumori esterni, l’immaginazione riempe i vuoti della realtà.

I racconti sono un classico o meglio sono come classicamente ce li si aspetta: brevi, intensi, esperienze paranormali che portano conseguenze, personaggi maschili soprattutto e molto spesso scettici, boschi o castelli teatri di tragedie. Insomma tutto il campionario dell’orrore di fine secolo sono presenti. E io me la sono proprio goduta. Abbandonati i vari mostri o le situazioni splatter tanto care alla contemporaneità , leggere racconti che sembrano non dire nulla, ma che ti lasciano quel non so che (che di solito si esplicita con un infantile desiderio di dormire con la luce accesa…), senza davvero dover dire che ti sei spaventato (tranne una volta che, mentre mi lavavo i denti e leggevo con intensità, ho avuto un mezzo infarto a leggere come il protagonista entra in contatto con il fantasma). Insomma siamo tutti grandi per aver paura di una tenda che si muove o una ciocca di capelli lasciata in ricordo di un non si sa cosa, oppure nel pensare di attraversare un bosco verso il crepuscolo da solo mentre tutto attorno a te si muovono le foglie…

Ecco quello che c’è da aspettarsi. Pura e semplice suggestione, con alcuni racconti veramente magnetici e spaventevoli, mentre altri sembrano un po’ raffazzonati o comunque non ragionati al meglio.

Vera pecca del libro? La scomparsa della figura del correttore di bozze nella oramai scomparsa casa editrice. Ovvero: come leggere e trovare un sacco di errori di battitura. A bocce ferme e con un minimo di sarcasmo posso dire che se dovessi giudicare la casa editrice da questo sol libro, il giudizio sarebbe positivo per la scelta della pubblicazione, ma negativo per la parte tecnica. Perché? Perché non vogliamo più usare un buon correttore di bozze? Mah…forse mi si dirà che io scrivo un blog e nemmeno troppo correttamente e non dovrei star qui a pontificare sul lavoro altrui…ma anche no! Una casa editrice necessita di almeno un paio di correttori di bozza per ogni libro, sai mai che il primo per stanchezza si lasciasse sfuggire qualcosa! Peccato, davvero, lo dico sinceramente, ma a volte mi è venuto il nervoso a leggere. A questo punto non mi pronuncio sull’attenzione alla traduzione, ma spero che almeno lì non solo siano stati attenti (alla lettura non ho avuto problemi e di solito è per me un segno di un corretto lavoro), ma anche fedeli all’originale.

Voto: 6 e mezzo. Buona lettura serale della buona notte, buon rientro nel classico del terrore, buone suggestioni.

Scheda tecnica

Traduttori: Donata Marciano. Benedetta Bini, Ottavio Fatica,

a cura di Malcom Skey

casa editrice: Theoria, I Ritmi

finito di stampare dicembre 1996 per contro della casa editrice Theoria presso CONTI TIPOCOLOR su carta PALATINA delle cartiere Miliani di Fabriano

progetto grafico: Susanna Gulinucci

pagine 504

“Dead snow” di Tommy Wirkola

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Recensione di Mymovies

Scordatevi la solita recensione tecnica, questo film va assaporato e gustato in un sol modo: di pancia. Perché questo film è…come ve lo posso dire…una chicca di horror serie Z che non potete perdervi.

Non ci sono scelte di alto cinema di genere, non vuole passare come un pilastro dello stesso e non ha vanterie da fare. O almeno lo crediamo noi amici che l’altra sera ce lo siamo guardati tramite Netflix (odio! Lo voglio anche io, ma devo resistere…non so se ce la farò lo ammetto).

La trama è molto semplice: un gruppo di giovani sprovveduti norvegesi (quattro maschi e tre femmine) se ne vanno in una baita in montagna a fare una bella gitarella. Il posto è sperduto fra qualche montagna, senza un cavolo di indicazione, senza campo per il cellulare, radio per le comunicazioni e la macchina va lasciata a x chilometri di distanza. Tutti i migliori (o peggiori, dipende dai punti di vista) stereotipi del classico film horror ci sono, compresa la coppietta che sta insieme da un po’ e in realtà ha problemi, la bella di turno, lo sfigato e il belloccio tormentato. Ah, dimenticavo, c’è anche il tizio che appare dal nulla di notte (e non è il guardia caccia, o il controllore del bosco o un forestale a caso in pensione o in vacanza; e non è nemmeno un cacciatore di qualcosa) che nel giro di cinque minuti svela tutto e ci dice chi è il cattivo e perché. Quindi basta solo aspettare e seguire l’ordine preordinato delle vittime e vedere quanto gli zombie nazi cannibali sono diametralmente diversi dai loro antenati di Romero.

Perché guardare questo film? Perché è semplicemente geniale! Insomma, ti scappa da ridere per la palese presa per i fondelli di tutti gli stilemi classici del genere (e non solo di quello, basta guardare cose succede quanto trovano uno scrigno pieno di gioielli e oro), ti regala chicche a caso (le quali ti segneranno per sempre e non sarai più lo stesso) e soprattutto perché crea gli zombie più cattivi, fichi, curatissimi, intelligenti e non mangia cervelli che io abbia mai visto. E’ come giocare a “Sine Requie” e scegliere l’ambientazione Quarto Reich o una cosa del genere (potresti anche essere nel Sancto Imperio o nella TecnoRussia, nelle zone di confine). Insomma è quel genere di film dove staccare il cervello è un dovere e guardarlo in compagnia un vero piacere.

Ovviamente se cercate zombie sbriluccicosi e innamorati questo film non fa per voi; né se cercate di essere spaventati sul serio; né se siete dei seri cultori del mostro non morto e non troppo sveglio. Questa è roba in cui litri e litri di sangue finto verranno immolati per la causa e situazioni oltre al limite della normalità ci regaleranno scene memorabili ed intestini elastici e resistenti.

Visto ciò e visto il fatto che altri spettatori non ne hanno compreso la portata, abbiamo deciso in modo inderogabile di votarlo e dargli ben 4 stelle. Voi dite che non si fa? Questo film va visto! Ecchecavolo!

Voto: 8 sulla scala degli Z  Movie Horror (scala raramente usata per la valutazione di un film, ma in questo caso l’unica corretta da usare).

“Dark Skies-Oscure Presenze” di Scott Stewart

Ancora una serata in cui la tv generalista non regala niente di piacevole e sky è in mano ad altri della famiglia, capito su questo film sperando che mi distragga piacevolmente e mi stacchi dal fare altro.

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recensione di mymovies.it

All’inizio parte bene, ma immediatamente perde colpi sia nello svolgimento della narrazione che nella realizzazione vera e propria, e mi trovo a dire la classica frase che ogni culture di horror dice “ma accendere la luce no?”…ecco, questo vuol dire che tutto è sul limite del non logico.

 

Certo, mi direte, perché gli horror o i fantascientifici sono logici vero? No, non lo sono, ma le reazioni umane devono essere congrue al personaggio e, se questo non è più di tanto approfondito, dovrebbe avere le reazioni medie di qualsiasi essere umano, il quale visto che alla notte subisce cose assurde e la casa viene messa a soqquadro, vuoi che una luce non la accenda? Evidentemente no. Beh io sì, almeno alla seconda notte quando per l’ennesima volta sento rumori assurdi in cucina, di sotto, al piano terra, oppure quando l’allarme suona (ecco, anche lì, ma una cavolo di arma improvvisata non te la porti dietro? Tutti in certe zone d’America hanno una mazza da baseball e loro no?).

In più ancora una volta gli elementi di questo film paiono discordanti fra di loro e senza un legame apparente o comunque senza una giustificazione. Perché i genitori, visti i gravi problemi che li trovano coinvolti, invece che farsi aiutare da uno psicologo vanno a trovare uno sconosciuto (perché nel film non ho capito come salti fuori) investigatore di fenomeni del genere? Perché il ragazzino grande ha il classico amico squinternato e lo frequenta malgrado sia successo qualcosa di pesante in passato? Perché il figlio piccolo sembra normale e poi di colpo perde il lume della ragione senza accusare più di tanto o comunque senza essere davvero utile allo svolgimento? Perché…insomma in questo film disarticolato mi sono sorti troppi perché e quello di non accendere la luce è solo quello più banale

Regia: 6 Niente di che, alla fine fra una citazione e l’altra anche di altri film (no, davvero ci sono 3 stormi di uccelli neri che si abbattono sulla loro casa? Non ci avevo mai pensato…), il regista svolge il suo compitino senza infamia e senza lode. Forse non è tutta colpa sua, ma davvero niente di eccezionale.

Sceneggiatura: 5 Vorrei dire buona l’idea, ma anche qui era un già visto. In film del genere, dopo anni che si raccontano le peggio cose, purtroppo non ci vuole tanto l’idea originale, ma piuttosto la descrizione della stessa in modo originale, il portare lo spettatore a intuire, a voler sapere di più, a investigare coi protagonisti e non a passare da una sequenza all’altra.

Scenografia + costumi: 6 Film contemporaneo, quindi tutto come ci si aspetta. Diciamo che prende un po’ lo slancio quando deve descrivere l’aumentare delle paranoie e della disperazione dei protagonisti, ma è davvero il minimo.

Fotografia: 6 C’era? Ovvero, l’uso della fotografia è stato funzionale al portare lo spettatore a guardarsi attorno per paura che quello che sta vedendo gli possa capitare? No. Quindi ha fatto il compitino di ben mostrare il lavoro senza essere davvero usata per quel che è nata.

Effetti speciali:5 Non vi svelerò chi sono i cattivoni del film, ma sono stati resi malissimo in quanto senza fondo, tridimensionalità, resa credibile. Mi contesterete questa frase con la classica risposta “ma era voluto, tu non capisci e bla bla”; ok, voluto…va bene…i disegni dei bambini sono voluti, ma quelli no, quelli sono realizzati male perché alla fine non si aveva davvero voglia di rendere questo film credibile.

Musica: c’era?

Voto 5– Il film è evitabilissimo, non aggiunge nulla alla storia del cinema, né in generale né in quella di genere, ma si fa guardare se per una sera non sapete cosa vedere e ve lo passano in tv. Evitate di scaricarlo o di affittarlo o di farvelo prestare. Questo film è il classico film che guardavo nelle serate di compagnia quando la ricerca di “demonialienichesparano” ti portavano alla scelta di un classico serie Z o questo e alla fine ti chiedevi perché non avevi preso l’altro che al massimo due sane risate te le facevi!

p.s: rileggendo la recensione di “Mymovies.it” mi chiedo che genere di bagaglio culturale di genere abbiano quelli che hanno scritto l’articolo. Non che non si possa avere dello stesso film visioni diverse e non che non sia stato scritto correttamente (anche nella citazione degli elementi), ma mi da l’idea che non abbiano visto molto di più che questo film per giudicarlo. Insomma non è che per forza si debba essere un cinefilo assatanato o talebano, non dico nemmeno che bisogna passare la propria vita a cercare il famoso ago nel famoso pagliaio, ma avere un minimo di cognizione di causa no? Ci sono film, libri, fumetti che nascono e vivono perché altri pilastri sono stati creati prima di loro e quando non si conosce la storia del genere a volte si rischia di andare in giro zoppi…