“L’albergo stregato” di Wilkie Collins

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recensione di anobii

Con Instagram sto più attenta alle nuove uscite e quando la Newton&Compton ha annunciato nei mammut questa uscita e riedizione, ho dovuto andare a vedere di cosa si stesse parlando perché non conoscevo il libro. Ovviamente quando ho visto che era un horror ho dovuto coinvolgere La libreria pericolante e farci una nostra mini collettiva. Ci mancavano le collettive via fb veloci con libri di genere e quindi siamo partite entusiaste. Un entusiasmo che velocemente si è scemato da solo vedendo che Collins non è propriamente uno scrittore di horror come intendiamo noi. Avrebbe dovuto metterci in allarme il fatto che era amico di Dickens… 😀

Comunque sia partiamo con la recensione. Il libro ha una lunghissima, troppo lunga, sezione dedicata alla presentazione dei protagonisti e una cortissima risoluzione del dramma in salsa gotica (è davvero troppo parlare di horror). Di cosa parla? Parla di una classica famiglia nobile inglese, con tanto di titolo e possedimenti, vista attraverso gli occhi di un matrimonio e di un amore rotto o di una “diatriba amorosa” fra la ex fidanzata e la moglie legittima del lord. No, non è un romanzo rosa, per fortuna, ma l’amore o almeno un legame amoroso è il filo attraverso cui si tirano le fila dei rapporti famigliari e della presentazione del personaggio centrale attorno a cui gira la vicenda. Perché tutto parte, in modo pressoché inutile, dall’incontro della vedova Narona col dottor Wybrow e dall’indagine di questo per scoprire non solo chi sia lei, ma anche tutti i pettegolezzi che le girano attorno. Poi il dottore sparisce dalla scena per non farci più ritorno. Soffermiamoci un attimo su questo espediente narrativo: c’era bisogno? A mio parere no. Il personaggio era interessante, una sorta di narratore o di investigatore scientifico attraverso gli occhi si poteva leggere la storia, ma invece è stato trattato come una sorta di maggiordomo e poi liquidato quando non serviva più. Incomprensibile.

La vedova Narona ha scippato il fidanzato ad Agnes, giovane di buona famiglia e capace di ottenere per carattere e modo la benevolenza di tutti, diventando la signora Montbarry con annessi e connessi, ma inimicandosi tutta la famiglia di lui (che l’ha presa come una arrivista provvista di fratello scroccone) e tutta la società inglese. Per la gioia di tutti i lettori però il mistero si infittisce e il lord muore durante le nozze, il fratello se ne va in America per continuare gli studi di chimica e giocare d’azzardo e la vedova bis si trova alla resa dei conti morale con quella che non la fa dormir la notte. Agnes e vedova Narona: ecco il nucleo principale che si scontrerà in modo letterario nell’albergo di Venezia, dove è morto lord Montbarry in circostanze misteriose.

Dopo una lunghissima carrellata per spiegare caratteri e rapporti in poche pagine vediamo spegnersi, consumata da chissà quale pazzia, la vedova, scoprire il mistero dell’omicidio e tornare tutti alle loro attività e famiglie come se niente fosse. Perché il grosso problema è questo: non c’è il pathos che servirebbe a tener incollato il lettore, manco quando ritrovano i resti del defunto. Manca il gotico vero, l’atmosfera un po’ paranormale, ma c’è solo il senso della stessa, molto annacquato e buttato lì.

E’ un libro freddo, poco emotivo, poco coinvolgente per essere un libro di genere, ma interessante se fosse un romanzo di narrativa semplice, un affresco della società inglese coi sui pregiudizi (anche se nessuno riesce ad arrivare a Wilde per la capacità di rendere critico il proprio giudizio sui propri connazionali), ma anche di una società europea pronta a spostarsi da una nazione all’altra se provvista di mezzi, ma che fa turismo sterile e mai profondo (e Venezia era già quella specie di luna park che è oggi, dove il turista si aspetta di vedere un mondo bloccato e a disposizione e non una città viva e in fermento). Perché, per quanto sia ben scritto e abbastanza ben costruito (diciamo che contesto la separazione della preparazione e dell’evento con evidente scompenso a favore della prima), il vero difetto che imputo a questo libro è la mancanza di coinvolgimento emotivo in ottica paurosa o paranormale.

Voto: 5 . Cambiategli destinazione di genere e saremo tutti molto più tranquilli e potremmo valutarlo con più oggettività.

Scheda tecnica

anno di pubblicazione:

titolo originale:”The haunted hotel”

traduttore: Ottavio Fatica

casa editrice: edizione Editori Riuniti

finito di stampare maggio 1996 per conto degli Editori Riuniti presso AME Stab. NSM Cles

copertina: illustrazione Alberto Ruggieri

 

pagine 222

“Tutti i racconti” di Montague Rhodes James

Un altro gioiellino trovato a “casa” Libraccio, ovvero come riuscire a scovare case editrici piccole (e forse scomparse) quando la grande distribuzione se ne frega altamente. In questo caso parliamo della casa editrice Theoria che chiuse i battenti nel 1995 e che ora si trova a “rinascere” attraverso la distribuzione della catena di libri usati e non.

tutti i racconti bis
M.R.James

Il libro mi ha colpito più per il genere e l’autore che la struttura, ovvero non amo i libri di raccolta di racconti perché tendo a confondere i racconti se li leggo uno dietro l’altro. Così nel tempo ho imparato che mi devo gestire in modo diverso: un racconto al giorno e non di più per cercare di focalizzare la mia attenzione su ogni singola vicenda. Questo vuol dire che la lettura del testo si protrae per molto tempo (per farmi un’idea: il libro sui racconti dedicati a Padre Brown me lo sto portando dietro da 3 anni e tutto perché non solo ci sono tanti racconti, ma perché essendo in ebook è il “libro da borsa”, quindi lo leggo quando sono in giro in autobus o quando sto aspettando gente fuori casa). In questo caso ci ho impiegato due mesi e passa, cercando di farne una lettura serale della buona notte. Sì, lo so, sono racconti del terrore. Sì, lo so, poi si fanno gli incubi. Sì, lo so, le persone normali leggerebbero altro. Ma io non sono come gli altri. O meglio, so benissimo che non sono l’unica a farlo, anche se è illogico, ma questo tipo di racconti o di romanzi si cibano della sensazione di straniazione che la notte consegna, quando tutto è ovattato, i rumori minimi sono amplificati e soprattutto quando, spenti tutti i rumori esterni, l’immaginazione riempe i vuoti della realtà.

I racconti sono un classico o meglio sono come classicamente ce li si aspetta: brevi, intensi, esperienze paranormali che portano conseguenze, personaggi maschili soprattutto e molto spesso scettici, boschi o castelli teatri di tragedie. Insomma tutto il campionario dell’orrore di fine secolo sono presenti. E io me la sono proprio goduta. Abbandonati i vari mostri o le situazioni splatter tanto care alla contemporaneità , leggere racconti che sembrano non dire nulla, ma che ti lasciano quel non so che (che di solito si esplicita con un infantile desiderio di dormire con la luce accesa…), senza davvero dover dire che ti sei spaventato (tranne una volta che, mentre mi lavavo i denti e leggevo con intensità, ho avuto un mezzo infarto a leggere come il protagonista entra in contatto con il fantasma). Insomma siamo tutti grandi per aver paura di una tenda che si muove o una ciocca di capelli lasciata in ricordo di un non si sa cosa, oppure nel pensare di attraversare un bosco verso il crepuscolo da solo mentre tutto attorno a te si muovono le foglie…

Ecco quello che c’è da aspettarsi. Pura e semplice suggestione, con alcuni racconti veramente magnetici e spaventevoli, mentre altri sembrano un po’ raffazzonati o comunque non ragionati al meglio.

Vera pecca del libro? La scomparsa della figura del correttore di bozze nella oramai scomparsa casa editrice. Ovvero: come leggere e trovare un sacco di errori di battitura. A bocce ferme e con un minimo di sarcasmo posso dire che se dovessi giudicare la casa editrice da questo sol libro, il giudizio sarebbe positivo per la scelta della pubblicazione, ma negativo per la parte tecnica. Perché? Perché non vogliamo più usare un buon correttore di bozze? Mah…forse mi si dirà che io scrivo un blog e nemmeno troppo correttamente e non dovrei star qui a pontificare sul lavoro altrui…ma anche no! Una casa editrice necessita di almeno un paio di correttori di bozza per ogni libro, sai mai che il primo per stanchezza si lasciasse sfuggire qualcosa! Peccato, davvero, lo dico sinceramente, ma a volte mi è venuto il nervoso a leggere. A questo punto non mi pronuncio sull’attenzione alla traduzione, ma spero che almeno lì non solo siano stati attenti (alla lettura non ho avuto problemi e di solito è per me un segno di un corretto lavoro), ma anche fedeli all’originale.

Voto: 6 e mezzo. Buona lettura serale della buona notte, buon rientro nel classico del terrore, buone suggestioni.

Scheda tecnica

Traduttori: Donata Marciano. Benedetta Bini, Ottavio Fatica,

a cura di Malcom Skey

casa editrice: Theoria, I Ritmi

finito di stampare dicembre 1996 per contro della casa editrice Theoria presso CONTI TIPOCOLOR su carta PALATINA delle cartiere Miliani di Fabriano

progetto grafico: Susanna Gulinucci

pagine 504

“Dead snow” di Tommy Wirkola

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Recensione di Mymovies

Scordatevi la solita recensione tecnica, questo film va assaporato e gustato in un sol modo: di pancia. Perché questo film è…come ve lo posso dire…una chicca di horror serie Z che non potete perdervi.

Non ci sono scelte di alto cinema di genere, non vuole passare come un pilastro dello stesso e non ha vanterie da fare. O almeno lo crediamo noi amici che l’altra sera ce lo siamo guardati tramite Netflix (odio! Lo voglio anche io, ma devo resistere…non so se ce la farò lo ammetto).

La trama è molto semplice: un gruppo di giovani sprovveduti norvegesi (quattro maschi e tre femmine) se ne vanno in una baita in montagna a fare una bella gitarella. Il posto è sperduto fra qualche montagna, senza un cavolo di indicazione, senza campo per il cellulare, radio per le comunicazioni e la macchina va lasciata a x chilometri di distanza. Tutti i migliori (o peggiori, dipende dai punti di vista) stereotipi del classico film horror ci sono, compresa la coppietta che sta insieme da un po’ e in realtà ha problemi, la bella di turno, lo sfigato e il belloccio tormentato. Ah, dimenticavo, c’è anche il tizio che appare dal nulla di notte (e non è il guardia caccia, o il controllore del bosco o un forestale a caso in pensione o in vacanza; e non è nemmeno un cacciatore di qualcosa) che nel giro di cinque minuti svela tutto e ci dice chi è il cattivo e perché. Quindi basta solo aspettare e seguire l’ordine preordinato delle vittime e vedere quanto gli zombie nazi cannibali sono diametralmente diversi dai loro antenati di Romero.

Perché guardare questo film? Perché è semplicemente geniale! Insomma, ti scappa da ridere per la palese presa per i fondelli di tutti gli stilemi classici del genere (e non solo di quello, basta guardare cose succede quanto trovano uno scrigno pieno di gioielli e oro), ti regala chicche a caso (le quali ti segneranno per sempre e non sarai più lo stesso) e soprattutto perché crea gli zombie più cattivi, fichi, curatissimi, intelligenti e non mangia cervelli che io abbia mai visto. E’ come giocare a “Sine Requie” e scegliere l’ambientazione Quarto Reich o una cosa del genere (potresti anche essere nel Sancto Imperio o nella TecnoRussia, nelle zone di confine). Insomma è quel genere di film dove staccare il cervello è un dovere e guardarlo in compagnia un vero piacere.

Ovviamente se cercate zombie sbriluccicosi e innamorati questo film non fa per voi; né se cercate di essere spaventati sul serio; né se siete dei seri cultori del mostro non morto e non troppo sveglio. Questa è roba in cui litri e litri di sangue finto verranno immolati per la causa e situazioni oltre al limite della normalità ci regaleranno scene memorabili ed intestini elastici e resistenti.

Visto ciò e visto il fatto che altri spettatori non ne hanno compreso la portata, abbiamo deciso in modo inderogabile di votarlo e dargli ben 4 stelle. Voi dite che non si fa? Questo film va visto! Ecchecavolo!

Voto: 8 sulla scala degli Z  Movie Horror (scala raramente usata per la valutazione di un film, ma in questo caso l’unica corretta da usare).

“Dark Skies-Oscure Presenze” di Scott Stewart

Ancora una serata in cui la tv generalista non regala niente di piacevole e sky è in mano ad altri della famiglia, capito su questo film sperando che mi distragga piacevolmente e mi stacchi dal fare altro.

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recensione di mymovies.it

All’inizio parte bene, ma immediatamente perde colpi sia nello svolgimento della narrazione che nella realizzazione vera e propria, e mi trovo a dire la classica frase che ogni culture di horror dice “ma accendere la luce no?”…ecco, questo vuol dire che tutto è sul limite del non logico.

 

Certo, mi direte, perché gli horror o i fantascientifici sono logici vero? No, non lo sono, ma le reazioni umane devono essere congrue al personaggio e, se questo non è più di tanto approfondito, dovrebbe avere le reazioni medie di qualsiasi essere umano, il quale visto che alla notte subisce cose assurde e la casa viene messa a soqquadro, vuoi che una luce non la accenda? Evidentemente no. Beh io sì, almeno alla seconda notte quando per l’ennesima volta sento rumori assurdi in cucina, di sotto, al piano terra, oppure quando l’allarme suona (ecco, anche lì, ma una cavolo di arma improvvisata non te la porti dietro? Tutti in certe zone d’America hanno una mazza da baseball e loro no?).

In più ancora una volta gli elementi di questo film paiono discordanti fra di loro e senza un legame apparente o comunque senza una giustificazione. Perché i genitori, visti i gravi problemi che li trovano coinvolti, invece che farsi aiutare da uno psicologo vanno a trovare uno sconosciuto (perché nel film non ho capito come salti fuori) investigatore di fenomeni del genere? Perché il ragazzino grande ha il classico amico squinternato e lo frequenta malgrado sia successo qualcosa di pesante in passato? Perché il figlio piccolo sembra normale e poi di colpo perde il lume della ragione senza accusare più di tanto o comunque senza essere davvero utile allo svolgimento? Perché…insomma in questo film disarticolato mi sono sorti troppi perché e quello di non accendere la luce è solo quello più banale

Regia: 6 Niente di che, alla fine fra una citazione e l’altra anche di altri film (no, davvero ci sono 3 stormi di uccelli neri che si abbattono sulla loro casa? Non ci avevo mai pensato…), il regista svolge il suo compitino senza infamia e senza lode. Forse non è tutta colpa sua, ma davvero niente di eccezionale.

Sceneggiatura: 5 Vorrei dire buona l’idea, ma anche qui era un già visto. In film del genere, dopo anni che si raccontano le peggio cose, purtroppo non ci vuole tanto l’idea originale, ma piuttosto la descrizione della stessa in modo originale, il portare lo spettatore a intuire, a voler sapere di più, a investigare coi protagonisti e non a passare da una sequenza all’altra.

Scenografia + costumi: 6 Film contemporaneo, quindi tutto come ci si aspetta. Diciamo che prende un po’ lo slancio quando deve descrivere l’aumentare delle paranoie e della disperazione dei protagonisti, ma è davvero il minimo.

Fotografia: 6 C’era? Ovvero, l’uso della fotografia è stato funzionale al portare lo spettatore a guardarsi attorno per paura che quello che sta vedendo gli possa capitare? No. Quindi ha fatto il compitino di ben mostrare il lavoro senza essere davvero usata per quel che è nata.

Effetti speciali:5 Non vi svelerò chi sono i cattivoni del film, ma sono stati resi malissimo in quanto senza fondo, tridimensionalità, resa credibile. Mi contesterete questa frase con la classica risposta “ma era voluto, tu non capisci e bla bla”; ok, voluto…va bene…i disegni dei bambini sono voluti, ma quelli no, quelli sono realizzati male perché alla fine non si aveva davvero voglia di rendere questo film credibile.

Musica: c’era?

Voto 5– Il film è evitabilissimo, non aggiunge nulla alla storia del cinema, né in generale né in quella di genere, ma si fa guardare se per una sera non sapete cosa vedere e ve lo passano in tv. Evitate di scaricarlo o di affittarlo o di farvelo prestare. Questo film è il classico film che guardavo nelle serate di compagnia quando la ricerca di “demonialienichesparano” ti portavano alla scelta di un classico serie Z o questo e alla fine ti chiedevi perché non avevi preso l’altro che al massimo due sane risate te le facevi!

p.s: rileggendo la recensione di “Mymovies.it” mi chiedo che genere di bagaglio culturale di genere abbiano quelli che hanno scritto l’articolo. Non che non si possa avere dello stesso film visioni diverse e non che non sia stato scritto correttamente (anche nella citazione degli elementi), ma mi da l’idea che non abbiano visto molto di più che questo film per giudicarlo. Insomma non è che per forza si debba essere un cinefilo assatanato o talebano, non dico nemmeno che bisogna passare la propria vita a cercare il famoso ago nel famoso pagliaio, ma avere un minimo di cognizione di causa no? Ci sono film, libri, fumetti che nascono e vivono perché altri pilastri sono stati creati prima di loro e quando non si conosce la storia del genere a volte si rischia di andare in giro zoppi…

“Benvenuti a Zombieland” di Ruben Fleischer

Secondo film del fine settimana horror di Halloween. Avevo sentito parlare molto di questo film e bene e ne ho promosso la visione. Beh mi aspettavo di meglio…devo essere sincera.

Il film è una visione classica ma in ottica comica o leggera del mondo conquistato (o sarebbe meglio dire mangiato?) dagli zombie: un virus scappa di mano da qualche parte nel mondo (di solito l’America…beh dovrebbero piantarla di giocare con i virus zombieggianti!) e nel giro di poco amici, parenti, sconosciuti e semplicemente passanti pensano che la tua ciccia sia la cosa più desiderabile da mangiare, al di là che tu sia d’accordo o meno. I nuovi zombie purtroppo si allontanano dalla loro stirpe per disdegnare il cervello come piatto base della loro alimentazione carnivora e soprattutto sviluppano muscoli e agilità che pochi atleti centometristi hanno per partecipare alle olimpiadi.

http://www.mymovies.it/film/2009/zombieland/

 Il bello di questo film è sicuramente il cast, ma come al solito quando parlo di cinema, parto con la scheda tecnica. Buona lettura!

Regia: 6/7 Mi leggo un po’ di biografia del regista perché non lo conosco e per una volta tanto non è colpa della mia ignoranza: questo film è il suo film d’esordio. E allora va bene! Costruisce un’opera interessante, scegliendo di puntare su un cast ridottissimo, una serie di situazioni che attingono alla storia del classico di genere, punta sulla leggerezza, srazza un po’ sul sentimentale e aggiunge quello che si potrebbe pensare essere un po’ un linguaggio da video musicali anni fumettistici. Si respira aria di freschezza, senza dover cadere nel giovanilismo; strizza l’occhio allo spettatore “veterano” sfidandolo a cercare (se ci sono) riferimenti ad altri film; cita un grande del cinema con uno dei suoi film più amati. Soprattutto guida il cast con attenzione, lasciando a ognuno il suo spazio di “eroe a sua insaputa”. Eppure non spinge bene sulla sua macchina da presa, creando uno stile che sia veramente unico e indimenticabile. Fa un buon compitino, certo con buone basi alle spalle…

Sceneggiatura: 6/7 Come si fa a fare un post apocalittico zombie senza cadere nei cliquè? Non saprei dirlo, perché in effetti la scelta è difficile da realizzare, ma rimanere nel solco della tradizione può essere una buona scelta oppure un già visto. Di certo questo film si basa più sui 4 protagonisti e le loro differenze che vedere davvero come la civiltà umana viva possa sopravvivere di fronte all’emergenza zombie. Alla fine chiunque abbia letto qualche libro o visto qualche film sull’argomento può salvarsi tranquillamente…o no? I 4 sono come quattro icone del “non ho mai avuto a che fare con uno zombie prima d’ora”: Columbus è uno sfigato nerd; Tallhassee è uno schizzato cow boy moderno, ferito nel profondo, ma ancora capace di lasciarsi andare per le piccole cose; Wichita è la scaltra, quella tenera ma che deve dimostrare di essere più stronza dello stronzo più stronzo, così nessuno la ferirà; Little Rock è il futuro, ingenua nella sua voglia di parchi gioco, furba perché sa già cosa è la vita, curiosa, è sicuramente il personaggio più interessante e “veritiero”.

Scenografia e costumi: 6+ Tranne per qualche chicca (vedi alla voce ultimo zombie clown) il resto è molto “normale” e anche qui il compitino è ben fatto senza troppi sforzi. Bella la caretterizzazione estetica dei protagonisti, ma prevedibile.

Fotografia: 7 Nessun sforzo particolare, anche perché qui si ritorna nei ranghi e la fotografia rimane un ottimo supporto senza uscire dai suoi binari. Forse si sono divertiti maggiormente sul finale con le scene al parco giochi di notte: un classico, un prevedibile mi sa, ma che è ben dosato e calibrato fra luci e ombre.

Musica: 6 Ancora una volta non me la ricordo e suppongo che sia un sottofondo non troppo impattante col resto, se non qualche scena particolare. Probabilmente in un film di genere, ma leggero non era richiesto il suo impiego.

Effetti speciali: 7 Un buon film horror non può prescindere da trucco, parrucco e sangue finto, tanto meno se hai a che fare con zombie mangia carne. Al di là degli effetti digitali o meno, il settore trucco&parrucco ha fatto il suo dovere con zombie credibili, mangianti e pezzi di carne come se fossimo da un bravo macellaio.

Cast: 6/7 Mi spiace per gli altri attori, ma Woody Harrelson svetta su tutti con un personaggio sopra le righe (e un po’ te lo aspetti quando rimani solo a combattere non morti…) infantile e adulto nello stesso tempo, scanzonato e molto pratico quando è ora, una buona prova d’attore ma di certo non un film da oscar per lui. Gli altri stanno nella media e vabbè. Menzione speciale per Bill Murrey che in una autocitazione molto ben fatta da al film un momento di dramma inaspettato ma corretto.

Voto: 6/7 Un voto quasi di media (o almeno di media a occhio) perché il film è gradevole, con buoni spunti narrativi e stilistici, ma mi aspettavo molto di più e soprattutto di divertirmi maggiormente. Da vedere comunque in qualche sera in cui si cerca una buona visione senza troppo impegno.

“Sinister” di Scott Derrickson

Metti una sera di fine ottobre, in montagna a casa di amici, chiacchierando e mangiando e bevendo; metti che fuori fa freddo e dentro il camino scalda e un cane coccoloso passa da uno all’altro invitato; metti che è la sera di Halloween e un po’ di paura bisogna averla che tu la racconti o la guardi. Metti che…che è stato il mio fine settimana dei morti e sembra l’inizio di un film horror! Invece i film ce li siamo guardati sballando orari e fregandocene di tante cose se non star bene. Questo è uno dei due e perfetto per la notte piena, cercando di stimolare le peggio paure dell’inconscio. E ci è anche riuscito con me, anche se devo ammetterlo certe scene crude ma non violente mi hanno infastidito più che certi fatti di cronaca nera, costringendomi a guardare a fatica.

http://www.mymovies.it/film/2012/sinister/

L’horror è un genere che amo e odio allo stesso tempo, proprio perché avendo una buona immaginazione se girato bene esso suscita i miei incubi vari ed eventuali. Purtroppo da tantissimo tempo la filmografia di genere ha fatto uscire le peggio cose, magari ricalcando successi del passato, ma mostrando più zizze e sangue che trame vere e proprie; in più ci si è completamente dimenticati che cosa fa veramente paura è il nostro cervello e la sua capacità di sublimare il non detto e di tirar fuori cose che nella storia sono lasciate o buttate lì proprio per quel motivo. Un buon horror paradossalmente parte dal lettore e poi torna sullo schermo…

Partiamo con ordine però.

Regia: 8. Era tantissimo tempo che non avevo strizza guardando un horror e qui l’ho avuta (anche se purtroppo si è persa sul finale). S.D dirige con maestria 3 attori fondamentali: un Ethan Hawke smagrito e depresso, ma senza essere troppo monomaniaco; una musica attrice comprimaria; una storia che si dipana su più fronti. A tutto questo aggiunge una fotografia magistrale e la scelta di pochi attori a dividere la scena. Tutto il film si svolge come una perfetta opera concertistica, trasformando un “banale” thriller in un vero horror psicologico e paranormale.

Sceneggiatura: 6 E questo è un voto basso perché in realtà il film si basa su un’ottima scrittura, priva di buchi narrativi e di bazze pseudo teologiche: solida, logica, consequenziale che unisce due generi in una sola scena. Eppure…eppure…qualcosa non mi ha convinta. Non mi ha convinta la scelta totalmente paranormale…ATTENZIONE SPOILER!!!! che giustifica la scomparsa di un bambino in ogni scena del crimine: mr. boogie man. In Italia il concetto dell’uomo nero è presente, ma nella cinematografia ben poco usato, mentre in quella anglosassone e americana soprattutto invece sì: da l’idea che dall’altra parte dell’oceano siano totalmente terrorizzati dall’idea di un qualcuno che possa rapire i bambini per scopi malvagi. Un’ossessione che è qui sostenuta ancora una volta, ma che purtroppo perde consistenza verso il finale. Scoprire chi compie gli omicidi di famiglie, in un arco di tempo abbastanza lungo, e il perché scompaiano alcuni bambini è il nodo del film, ma avendo caratterizzato tutti il film in un’atmosfera realistica e persistente arrivare a una banale scena di possessione e rapimento sovrannaturale svilisce tutto il lavoro precedente. Avendo lavorato tantissimo sul protagonista, caratterizzandolo bene nella sua mania di rivalsa da scrittore in decadimento, vedere con quale velocità si liquida tutto mi ha infastidito. Sì, io avrei cambiato il rapporto di fra l’Uomo Nero e le sue vittime, dando più consistenza fisica e temporale, creando più collegamenti visibili con i segni, i posti e le persone, mentre invece questa parte è (tranne per un solo e non ben spiegato particolare) un po’ buttato su.

Sceneggiatura e costumi: 7. C’è poco da dire o da fare quando si ambienta un film nella contemporaneità: o è realistico o no. Questo lo è e va bene così.

Fotografia: 8. E’ strano dirlo, ma questa volta non si può prescindere dalla fotografia per essere guidati nei vari piani della storia: dai filmini super 8, alla discesa nell’ombra del protagonista, dal proiettore puntato negli occhi, alle pareti colorate dalla piccola di casa. Tutto ben dosato, scivola da un piano all’altro sottolineando e un po’ preparando lo spettatore a quello che dovrà vedere.

Musica:8. Finalmente un film horror che riprendendo i vecchi stilemi del genere usa la musica e non la subisce. Essa sottolinea tutto, enfatizza tutto e terrorizza come deve fare. Ricorda un po’ l’immortale sequenza dei Goblins in “Profondo Rosso”. Quando si sentono certe note nel film, si capisce subito dove si vuol andare a parare e…paura!

Effetti speciali: 7-  Pochi, giusti e che ti fanno saltare dalla sedia solo a cose fatte, ma senza l’effetto splatter di molti film contemporanei. Non ho molto apprezzato lo svelamento del cattivone, perché ricorda un po’ “Scream” in salsa deformata. Mentre il bambino con terrori notturni dovrebbe essere rinchiuso da qualche parte nel film…

Cast: 6 Tutto gira attorno al protagonista e sinceramente il resto del cast poteva anche stare a casa (come l’inutile personaggio del vice sceriffo…). Questo è un peccato perché alla fine non è che siano molto valutabili gli altri attori, oscurati da E.H magro, con la solita faccia da giovane dietro a quella di adulto, bravo senza strafare, che gioca sulla mimica e sul corpo più che sulle parole. Bravo, non la sua miglior performance, ma bravo.

Voto: 6-7 Malgrado tutti i voti tecnici siano alti e pur apprezzando la bravura del regista di girare questo film, la scelta della sceneggiatura mi ha portato a vedere questo film come niente di così nuovo ed eccezionale, ma anzi mi rimane la sensazione che abbiano sprecato una buona occasione.

Questione di opinione…e di scaffale

Luogo: Feltrinelli Barilla Center, Parma

quando: stamattina

Attori: io, il mio amico Luca, un commesso

Antefatto: io e il mio amico Luca, aspettando di andare a pranzo al giapponese, facciamo un giro per la Feltrinelli, “spocchiosando” (vedi alla voce: “dire la nostra su tutti i libri, secondo il nostro gusto e motivandolo, a voce alta”) fra gli scaffali. A un certo punto vediamo una cosa che ci salta un po’ strana agli occhi. Ci guardiamo, proviamo di capire e poi andiamo dal commesso a chiedere delucidazioni.

Atto unico

L: Buongiorno, vorremmo avere un’informazione.

C: Mi dica.

L: Vorremmo sapere perché mai “La lettera scarlatta” di Hawtorne si trova nella sezione degli horror.

C: (deglutisce) per l’atmosfera.

Io: In che senso? o.O

C: (deglutisce) Il senso del libro, l’atmosfera pesante, le tinte fosche…

Io: ma veramente?

L: Ma è un libro di denuncia sociale!

C: (balbetta)…ma secondo me ci può stare…alla fine…gli spazi che abbiamo…in fin dei conti i generi valgono per quel che valgono…nell’horror non ci sta male…non avremmo una sezione dove metterlo alla fine.

Io alzo un sopracciglio, il mio amico sghignazza e ringraziamo tornando al nostro giro. Poi ci capita di finire sotto gli scaffali della “Narrativa” e ci chiediamo: ma perché non qui? “Mah…” dice Luca “se sotto la narrativa e non in fantascienza ci mettono Aldous Huxley e il suo <Il mondo nuovo/ Ritorno al mondo nuovo>, <La lettera scarlatta> può rimanere negli horror”.

Non fa una piega, ma rimane lo sconforto sapendo che anche nelle librerie i libri sono oggetti sconosciuti.

trova l'intruso...
trova l’intruso…

“I fantasmi di Rowan Oak” di William Faulkner

Questo libro mi è arrivato in dono quando partecipavo al giochino dei “Corpi Freddi” (è un po’ che non ci partecipo, sono successe cose, rotti equilibri, mi spiace. Sono tornata a leggere come prima e frequentare le persone senza frenesia. Il giochino mi manca lo ammetto…chissà…). Non ricordo nemmeno cosa mi avesse colpito quando l’ho messo in wl, ma qualcosa deve esserci pur stato, qualcosa che ora, a fine lettura, non trovo. Rimane il bello di aver ricevuto un regalo, un libro desiderato, e come tale verrà riposto nella libreria, al suo posto.

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Di cosa parla? Beh è una serie di racconti dell’orrore o del gotico, quei raccontini attorno al fuoco che servono più a farti immaginare cosa potrebbe succedere se…se non fosse il vento a muovere le foglie o le tende…se quello scricchiolio del legno non fosse il suo normale assestamento, ma i passi di qualcuno tornato dall’oltre tomba.

Nato come ricordo dei racconti che William Faulkner raccontava ai suoi nipoti quando cera il raduno di famiglia, è in realtà un progetto editoriale abortito, senza capo nè coda. Perché? Perché le cose non sono solo slegate fra loro (e ci sta quando si parla di raccolta di racconti), ma anche buttate un po’ a caso: in centrale una serie di foto di attori e film horror di inizio secolo; un racconto viene, in due momenti diversi del libro, ripetuto con prospettiva leggermente diversa, ma sostanza uguale; un racconto dovrebbe essere pauroso e invece è onirico e sconclusionato (mi ha ricordato molto il romanzo di Gaiman “L’oceano in fondo al sentiero”, mi chiedo se si sia ispirato a questo raccontino come succo del discorso) e che sinceramente ho capito poco. Si salvano i primi due racconti, quelli che maggiormente mi hanno dato l’illusione di avere in mano un vero gioiellino della paura: “Judith” e “Il lupo mannaro”. Di impostazione diversa, ma con lo stesso filo logico: condurre il lettore ad avvicinarsi al mostro, al paranormale con incoscienza e tremore, insieme ai protagonisti, mentre l’inevitabile diventa realizzabile e … la paura prende possesso. Letti di notte, da soli, con una piccola lucina sono davvero i compagni ideali per chi, come me, ricerca di essere spaventata, senza essere schifata; di ritrovare quella sensazione infantile di protezione nelle coperte e di chiudere gli occhi di corsa per non vedere arrivare il mostro. Questi due racconti mi hanno ingannata, perché se “Il segugio” può essere alla stessa altezza, il fatto di ripeterlo è stato noioso; mentre “L’albero dei desideri” mi ha lasciato indifferente.

Voto: 5 e mezzo. Voto insufficiente per la non coerenza editoriale e per aver sprecato un’opportunità.

Scheda

Titolo originale: “The Ghosts of Rowan Oak”

anno di pubblicazione: 1980

I singoli racconti poi sono stati pubblicati e ripubblicati più volte e in singoli libri, non li segnalo per pigrizia… 😀

Traduzione e introduzione a cura di Luca Scarlini

Casa editrice: Donzelli editore

finito di stampare il 16 giugno 2005, presso le Arti Grafiche del Liri s.r.l., Isola dei Liri (FR)

copertina: Lillian Gish in “Il vento” (1928) di Victor Sjostrom

pagine 127

“Omen-Il presagio” di D.Seltzer

Sotto Halloween ognuno ha le sue tradizioni e la mia è festeggiare la parte orrorifica della festa: la paura. E cosa è la paura in questa festa? Il ritorno dei morti, la potenza della notte sul giorno, la possibilità che i demoni facciano i grossi. Per chi ci crede questa festa ha tutt’altro valore e io la rispetto, ma non essendo parte della mia religione, lascio i miei rito al giorno di Ognissanti e al giorno dei morti e mi tengo la paura medievale del non vita, dello sconosciuto, quel brivido dietro alla schiena che ci fa chiedere “ma perché?!”

Come al solito mia compagnia di letture folli, o magari mia istigatrice c’è sempre La libreria pericolante. Avevamo fatto entrambe tempo fa una lista di libri da leggere in questo periodo, ma siccome siamo svagate come poche e in combo è peggio che mai, non solo non troviamo la lista, ma non sapevamo cosa leggere per questi giorni particolari! Finché La libreria non è saltata fuori con questo libro: “Il presagio”. Lo ammetto, non lo avrei mai scelto e non perché sia la solita palla mal scritta, ma perché non amo leggere o vedere film coi demoni (se non palesemente fantasy o legati a racconti di fantasy horror). E sono una fifona. E poi mi faccio suggestionare. Sì, va bene, ne vogliamo discutere?

Qui la recensione de “La libreria pericolante” http://lalibreriapericolante.blogspot.it/2014/11/il-presagio-d-seltzer.html

Non so come ma mi faccio convincere e con ritardo sulla tabella di marcia (ma che strano! Dovrei fare un elenco delle poche volte che riesco a stare ai patti di una collettiva), salto un giorno per andare a Lucca C&G, beh, insomma alla fine mi decido di leggerlo e via…salto nel vuoto e che Dio ci protegga.

Il libro è scritto molto bene, scorrevole, essenziale, e devo ammettere che non me lo aspettavo. Non me lo aspettavo perché di solito horror di questo genere si fanno prendere la mano con termini astrusi, situazioni difficili da gestire, insomma si fanno prendere la mano. L’autore invece si fa prendere la mano solo nella trama, quando vuole strafare e spostare il tutto su un piano troppo individualistico. Mi spiego meglio: il protagonista è un politico, un ambasciatore americano a Londra (fa molto lupo americano a Londra, detta così), uno che è arrivato, che ha tutto, forse troppo, compreso un figlio che in realtà non è suo, ma che è l’Anticristo. Vamolà! E lui capito il tremendo errore deve salvare il mondo, o uccidere il bambino, o tutto insieme, ma facendolo suo malgrado non si fa aiutare da nessuno che possa essere in grado di trattare ste cose complicate. No, lui si fa aiutare da un fotografo (anzi è il fotografo a fargli capire che erano nella merda), va in Israele, vede cose assurde, conosce personaggi saggi e sapienti, ma alla fine fa tutto da solo. Ma sarà possibile? Al di là del concetto del prescelto, ma uno straccio di ordine segreto all’interno della Chiesa a dargli una mano no? Due rambo rabbini? Insomma tutto da solo? In fin dei conti si può leggere la cosa come la guerra che ogni uomo fa contro l’avversario, ma allora alla fine ci si affida a Dio, si sceglie l’arma più potente al mondo: la fede. Manco quella sceglie! Troppo facile Seltzer, davvero! Troppo facile scrivere un racconto sull’Anticristo, la fine del mondo, l’Armageddon, se poi escludi totalmente l’altra parte della partita. E non è la prima volta che mi accade e alla fine la trovo un po’ fastidiosa: se vuoi una cosa ti prendi tutto il pacchetto paranormale, se no passi ad altro. Sarò un po’ fiscale ma alla fine proprio questo aspetto mi ha fatto dire che l’autore avesse scelto la via più semplice, quella già battuta da tutti.

Eppure…eppure il suo bello, la capacità di Seltzer è proprio come tiene il lettore legato al libro, come lo coinvolga, come lo faccia parteggiare per il protagonista, come lo lasci a bocca aperta nel finale (sono buona e non vi dico nulla). Anche troppo mi tocca dire.

Ottima scelta Ross, ma per la prossima volta troviamo qualcosa che io non sia costretta a non leggere quando cala la sera, che io non debba guardarmi attorno, capito?

Voto: 8

 

“La cosa oscura” di Peter Straub

Secondo libro che leggo di lui e devo dire che questa volta non è colpa di qualcuno, ma solo l’istinto nel girovagare per le scaffalature della biblioteca. Perché dire “colpa”? Perché le aspettative erano alte per questo libro, sia per la trame e per il fatto che “Ghost Story” mi aveva convinto che forse ci potesse essere un altro autore di horror alla maniera che piace a me: classico, bene e male separati, mostri o demoni da una parte e mortali dall’altra, ansia, senso del pericolo, catarsi. Insomma tutto quello che fa un classico dell’horror vecchio stile pre “Twilight”.

Però, però, però…

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Non che questa parte del romanzo non sia stata rispettata, anzi, la mantiene tutta rendendo l’atmosfera adatta a pensare che qualcosa possa accadere anche al lettore. Ma poi si ferma lì. Il romanzo è costruito solo su una scarna struttura letteraria, non rimpolpando nulla e quindi perde alla fine la sua funzione di coinvolgimento del lettore. Leggendo le critiche su anobii ho notato che molti si lamentavano delle stile di scrittura ma pochi per la pochezza della vicenda, con enormi buchi non tanto di logica ma di credibilità. Lo stile narrativo, in effetti, è il male minore: l’ottica di uno dei protagonisti non è mai un errore in principio, ma diventa stucchevole quando le persone che gli gravitano attorno sono così superiori alla media da risultare poco credibili, quasi caricaturali. E se il patto scrittore-lettore sull’incredibilità della vicenda deve essere il pilastro di questo genere di vicende, l’esagerazione è il troppo che stroppia.

Il romanzo narra la vicenda di un gruppo di persone, ex compagni e amici di liceo, i quali dopo tantissimo tempo si devono confrontare con un fenomeno paranormale successo al liceo appunto e che ha visto la morte di uno di loro. Perché devono ripercorrere quei momenti? In realtà non c’è un vero motivo, le loro vite sono state toccate dalla cosa ma non più di tanto (tranne uno, ma alla fine se la passa bene lo stesso), hanno metabolizzato la cosa, e allora? Allora uno di loro, uno che poi non aveva nemmeno partecipato ma è marito della “bella intrigante di turno”, è uno scrittore di successo e decide di indagare. Perché? Ma probabilmente perché ha finito le foglie del tè, visto che non solo la faccenda gli è estranea per allora sua volontà, la moglie coinvolta non gli fa mancare nulla, non hanno spiriti che li tormentino, quindi non c’è motivazione. Forse noia quindi. A uno a uno, tranne il “sacerdote/santone”, devono raccontare la faccenda, quello che hanno visto e hanno subito quella notte, senza emozioni, senza problemi, come se raccontassero la trama di un libro. Ma veramente?

Se in “Ghost Story” il finale aveva fatto cadere tutta l’atmosfera della vicenda scegliendo di abbassare i toni e rendere il tutto in modo scontato, qui si da troppo per scontato un sacco di cose e ancora una volta i personaggi sono specie di “superuomini” senza emozioni o comunque senza segni delle conseguenze delle azioni subite. Mi viene da pensare che questo suo modo di vedere i protagonisti sia un po’ un suo marchio di fabbrica e devo ammettere non mi piace molto. Non si possono paragonare gli autori, ma lo stesso King ha fiducia in questo scrittore (visto le recensioni. Sì, lo so, la vil pecunia potrebbe far qualsiasi cosa, ma visto che i due hanno anche collaborato se non sbaglio, voglio pensare che siano commenti sinceri) e King quando si da all’horror puro, per quanto i protagonisti siano superiori all’umano medio, hanno una paura enorme e scatta l’immedesimazione. Con Straub niente immedesimazione, molto distacco, difficoltà di capire le motivazioni. Perché allora tanti premi? o.O

A questo punto mi sfugge qualcosa…

Mi sfugge il senso dei premi oppure mi sfugge il livello dei partecipanti?

Mi sfugge il mio senso di lettrice che pretende sempre qualcosa di troppo dal libro che legge?

Mi sfugge la mia “cultura” da vecchio horror senza splatter e senza storie d’amore, ma solo l’immane paura di spegnere la luce una volta chiuso il libro?

Straub con questo libro si conferma un ottimo scrittore di trame e idee moderne di genere, ma un mediocre risolutore delle stesse. Quindi come fare? Come valutarlo? Forse servirà un terzo libro per confermarmi questa opinione molto da maestra (“è bravo, ma non si impegna”) di fronte alla pigrizia di un alunno che rende bene, per far meglio basterebbe applicarsi? Oppure devo rimanere con l’amaro in bocca e lasciare perdere anche questo autore?

Voto 5 e mezzo “E’ bravo ma non si impegna”.