“Anna Karenina” di Lev Tolstoj

A marzo, in piena quarantena, abbiamo finito di leggere “Anna Karenina” o AK per gli amici. Ora, qui non starò a raccontarvi la rava e la fava di come si debba leggere un classico, l’analisi critica e tanto altro visto che non mi compete, ma qui e ora vi racconterò come un gruppo di folli lettrici, dopo aver dedicato un anno e mezzo a questo libro è qua ancora a chiedersi: “Ma perché?”

Chi ha un po’ bazzicato questo lento blog saprà che da 7 anni (eggià, abbiamo appena scoperto che è stato il nostro compleanno l’8 di aprile, e che stiamo superando la crisi del settimo anno) io partecipo, e sono anche colpevole, a un gruppo di lettura online chiamato “Letture Collettive Folli e Sgangherate”: ossia come leggere i classici a puntate come uscirono a quel tempo. A puntate, appunto. E quindi per leggere un romanzo ci vogliono anche 18 mesi…per un parmigiano non è nemmeno una stagionatura, ma per un lettore invece è un’odissea. Eppure è un modo splendido per capire certi classici. AK anche.

Quindi entriamo nel vivo del racconto di questa nostra lettura. Non avevamo mai affrontato i russi e dopo Dumas e il suo conte, ci sentivamo forti e invincibili (o forse ancora stordite e quindi incapaci di contrastare la proposta di una di noi). Stolte! Non ricordavamo come era stato difficile leggere il tanto amato (da altri) Dickens? Ci siamo cascate e abbiamo letto, un po’ come la monaca di Monza quando “e la sventurata rispose…” e si inguaiò per tutta la vita.

IMG_20200402_093800_081[1]Abbiamo fatto fatica ad appassionarci. E scusate se il discorso sarà sconclusionato, ma non è facile a volte mettere insieme le sensazioni. Prima di tutto abbiamo fatto fatica a capire il voltafaccia di Anna. Certo, si capisce che possa perdere la testa per un altro uomo, quando hai un matrimonio di convenienza: scegliere è sempre una cosa più forte che scrivere una x sotto un contratto. Eppure all’inizio Anna viene descritta come una donna inarrivabile e irreprensibile, quasi un modello di virtù e le basta un viaggio in treno per non capire più niente. Ci sta, è il colpo di fulmine. Lo capiamo. Anche se Tolstoy farà di tutto per descrivere fisicamente Vronskij nel peggior dei modi (se non ricordiamo male è stempiato e con dei tratti di chi alza un po’ il gomito), anche se poi, più passano le pagine gli dà una fortezza psicologica che pochi avrebbero avuto nella sua situazione. Anna invece cade vorticosamente nel suo inferno personale, rivelando un carattere incostante, debole, infantile e paranoico. E vendicativo. Perde davvero tutta la sua potenza di gran donna e madre, per entrare in un abietto modo di esistere, altalenante sul rivendicare la forza del suo gesto (che diciamocelo lo possiamo capire), al far pesare al compagno tutte le loro decisioni, a far subire alla figlia il dispresso della sua situazione (pur non trattandola male, Anna jr è una figlia di seconda scelta che mai eguaglierà il fratellastro maggiore in affetto). Sicuramente Tolstoj avrà voluto dire qualcosa raccontandoci la sua vicenda personale, ma non è certo quella di raccontare un’eroina romantica. Forse, e dico forse, è per mostrare a tutti quanto è facile cadere, quando si sceglie il proprio egoistico interesse. Eppure, anche se la descrizione non è mai edificante, lo scrittore non calca la mano nel giudizio, ma più (subdolamente?) le paragona la vita di Levin Konstantin e la ex svampita Kitty.

Ecco i secondi protagonisti veri della vicenda, quelli forse troppo banali per passare alla storia della letteratura e avere un qualcosa che li indentificasse. Eppure su di loro lo scrittore russo basa tutta la narrazione per far arrivare un chiaro messaggio: la vita di campagna, la conquista di un amore sincero, la conversione alla fede, il lavoro fisico anche quando si è imprenditore agricolo e si hanno delle responsabilità, sono i veri valori di una vita spesa con coraggio e da cui si traggono i migliori frutti. Il loro amore nasce contrastato, monco all’inizio, viziato dalla giovane età e dall’inesperienza; sembra naufragare, ma poi complice il destino (in una delle scene più assurde e cifrate della letteratura) sboccia e si va via via a costruire con una Kitty evanescente che diventa moglie e madre solida e solidale e un Levin adolescente in un corpo di adulto che prende su di sè tutti i doveri del pater familias, anche attraverso il dolore e le paure più profonde.

E da romanzo, mentre la famiglia di Levin inizia a essere il polo di attrazione costruittiva di una famiglia allargata, Anna diventa un nome da non dire in una società che vive benissimo senza di lei. Levin costruisce, Anna viene dimenticata. E’ anche questo il paradosso doloroso che mi ha pervaso alla fine della lettura. Sapevo come sarebbe andato a finire (e sinceramente a quel treno tutte noi del club dobbiamo tanto), ma non mi aspettavo che Anna diventasse un personaggio marginale pian piano che si avvicina la fine, sparendo poi del tutto come se fosse stata una parentesi fastidiosa ma ininfluente. AK l’eroina della letteratura in realtà è una meteora che non cambia nulla; che nell’economia del romanzo non sposta in realtà niente a tal punto che tutto andrà in mano al signor Karenin senza che nessuno si opponga (tristissima la decisione finale di Vronskij). E allora perché farne il perno del romanzo, dandogli il nome di lei? Non lo so, non siamo riuscite a spiegarcelo.

Ecco perché bisogna spostare la grandezza di questo romanzo non sulla sua protagonista o su Levin (che in certi momenti ha fiaccato anche lui la borsa come pochi!), ma su due elementi: i grandi affreschi della Russia e la scrittura di Tolstoj.

Sul primo elemento ci si potrebbe soffermare per ore, ma non è questo il mio intento. La Russia appare in tutta la sua decadente grandezza, dove da una parte la nobiltà cerca imperterrita di mantenere il suo potere su tutti senza mai dover rendere niente a nessuno, mentre dall’altra parte una nascente classe politica lavoratrice fa sentire il suo mormorio soffuso e roboante in continuo fermento. Ci sono i grandi fenomeni culturali che vanno e vengono dall’Europa, come lo spiritismo.

Sul secondo elemento non abbiamo altro che dire che era un signor scrittore. Tutte le descrizioni della vita bucolica, legata ai pezzi dedicati a Levin, sono tutte una spanna sopra alle descrizioni della città (ed è chiaro l’intento), poi si arriva a livelli di lirismo drammatico nella scena madre dedicata al fratello di Levin o verso il finale. Credo che sia questo elemento che abbia salvato il romanzo dalla dannazione eterna del nostro gruppo di lettura.

Perché…AK non l’abbiamo retta per le ragioni sopradette; Vronskij per quanto abbia fatto un percorso di crescita interessante in tutto il romanzo, rimane comunque uno che alla fine ha perso e non ha lottato; il signor Karenin vive di sponda e oscilla come una banderuola senza capire se odiare la moglie (comprensibile umanamente) oppure perdonarla cristianamente (come dovrebbe fare in base alla sua crescita ipotetica); Levin è Tolstoj e quindi, che vuoi dirgli?; e tutti gli altri più o meno di contorno.

E quindi ci rimane una domanda: perché amare un personaggio come AK?

Per noi, donne adulte e alcune con già una vita anche matrimoniale avviata e costruita nel tempo, non ha sconvolto il fatto che una donna prendesse una sbandata per un altro uomo; non ci ha colpito il fatto che questo è anche un romanzo passionale; ci ha colpito la degradazione psicologica e umana di Anna; questo suo scendere nel suo inferno senza un vero perché; un vigliacco non voler affrontare la realtà dando la colpa ad altri. In lei non c’è lotta, non c’è conquista, ma solo un lagnoso tentativo di distruggere tutto (anche quel poco o tanto che ha strappato dal suo destino precostituito), non c’è il romantico amore che porta al dramma, perché per quanti sforzi fatti non si riesce a strappare nulla. Anna risulta non perdente in senso del perdere perché la sua lotta è impari, ma una perdente dove a priori decide di non fare, di non agire, di lagnarsi e distruggere. Sinceramente non me lo aspettavo e la cosa mi ha lasciato l’amaro in bocca.

Lascio a chi ha amato questo romanzo il bel gusto del lettore e non mi impegnerò mai a far cambiare idea perché un libro è un rapporto e smuove cose e ricordi ed esperienze che sono personali, ma un giorno mi piacerebbe, finita questa quarantena, poter trovarmi davanti a un bel piatto di buon cibo e buon vino e discuterne amabilmente, magari rimanendo ognuno nel suo posto, ma sviscerando davvero al massimo uno dei personaggi femminili più conosciuti (o forse non davvero) della letteratura mondiale.

Il Nobel, la letteratura e il tifo da stadio

Oggi è uscito il nome del nobel per la letteratura: Bob Dylan. Apriti cielo!

Oggi è morto un premio nobel della letteratura che a suo tempo fece dire “apriti cielo!”: Dario Fo.

Oggi le tifoserie da stadio della letteratura hanno ammorbato. Come sempre. O meglio a me ammorbano, perché alla fine me ne frega zero dei premi, me ne frega ancor meno di chi li vince, leggo quello che mi piace, quando è il tempo per me e critico i racconti senza guardare in faccia nessuno. E allora perché sono qui ad ammorbare voi? Perché è sera, non ho ancora voglia di spalmarmi sul letto a leggere e perché oggi facendomi un bel viaggio in auto da una parte all’altra dell’Italia sentivo la radio e capivo che oramai non amiamo più leggere se non ci schieriamo pro o contro come allo stadio.

Ascoltare “Fahrenait” di radio rai 3 è stato illuminante per capire come da una parte ci sia la solita intellighenzia snob radicata che giudica dall’altro al basso tutto quello che non capisce e dall’altra quelli che ci provano a sradicare i pregiudizi e cercano di far vedere come, di fronte a un’opera considerata leggera, ci sia invece profondità, studio, attenzione, citazioni, cultura insomma. Oppure ascoltare Bergonzoni parlare di Fo a radio rai 1 sia stato altrettanto illuminante (lo adoro si sappia perché ha il dono della Parola che incanta) per togliere qualsiasi patina di idolatria e riportare l’attore alla parola. E li ascoltavo e ripensavo ai tanti messaggi oggi letti su fb, commenti, no e sì, scandalo e accettazione e mi chiedevo quando abbiamo smesso di essere lettori e siamo diventati tifosi.

Per me il nobel per la letteratura andrebbe abolito. Punto. Devono rimanere tutti quelli che parlano di scienza ed economia, tutti i tecnici ed essere un punto di non ritorno per la ricerca e per lo studio e non per farsi belli agli occhi degli altri. Bisognerebbe anche ripensare il nobel della pace, ma è comunque un modo per metterci la coscienza a posto e quindi, vabbè, ce lo teniamo e applaudiamo anche. Quello della letteratura è inutile. Cosa fa uno scrittore degno? Un’opera? Una serie di opere? E se dello scrittore un libro fa schifo mentre un altro è poesia, come lo consideriamo? E se leggendolo mi sono addormentata? E un Asimov dove lo mettiamo nella letteratura, nella fisica o nella chimica? Ah no, Asimov scriveva di fantascienza quindi gioco forza è di serie B e non può aver scritto nulla che sia fondamentale per lo sviluppo della società…Se sei donna vali meno, di più o uguale, ma comunque non ti votano perché sono vecchi e parrucconi e le donne invidiose e con le doppie punte?

Che cosa rende uno scrittore un pilastro della società e un vate della cultura?

Kafka non se lo filava nessuno in vita, poi è morto e gli hanno pubblicato i suoi scritti ed è diventato Kakfa. Senza un Nobel. Stessa cosa per la pittura per Van Gogh (e se avesse avuto la fortuna che gli ha dato il Dottore nell’episodio a lui dedicato. Guardatelo è qualcosa di semplicemente emozionante. Link. ). Esiste un nobel per la pittura o per la scultura? Boh, eppure sono due linguaggi che fanno la cultura, che stravolgono il pensiero, che fanno il pensiero e a volte fanno anche la società. Eppure… Ci sarebbero tanti esempi di grandi della letteratura che sono diventati tali dopo morte, magari dopo aver fatto una vita in povertà tormentati dal loro talento e oppressi dalla fame; ci sono tanti grandi che sono tali dopo aver svelato il senso della vita alla gente, parlando al cuore, colpendo la testa, distruggendo certezze e creando dubbi, pur non vincendo mai un premio. Si fa cultura non per vincere un Nobel e si legge e si ascolta e si guarda un’opera perché parla a noi, al di là dei premi.

Ha vinto Bob Dylan. Dicono che non sia la letteratura. La musica non è letteratura. Certo è musica, ma senza le parole esiste un tipo di musica, con le parole un’altro. Un tempo la poesia era in musica. Che cosa distingue un poeta da un cantautore? Io non ci vedo la differenza quando la loro metrica racconta, coglie, sviscera, emoziona. De Andrè non faceva poesia? Io ci discuterei per tanto tempo e non mi convincerete mai che egli, nella sua veste di cantautore, non fosse anche un poeta. Ah, già, la musica…le canzonette. Mi spiace, ma anche questo è un becero snobbismo e io non lo reggo. La musica è letteratura in misura in cui usa la Parola per raccontare, per smuovere e per descrivere. Carducci era un poeta e vinse il Nobel, così Quasimodo. Perché non Dylan? Se non avesse aggiunto la musica forse saremmo qui ad osannarlo, ma sono solo canzonette…

Mi spiace, anche oggi ho visto che non amiamo più leggere per emozionarci, ma leggiamo per fare gregge, per fare le groupies di uno scrittore, per strapparci le vesti contro un premio, per dire no sì io però. Non me ne frega nulla di nobel, premio strega, campiello, classici e compagnia danzante, vorrei che i lettori tornassero tali, anche eliminando la sbornia che server come anobii & co e tutti blog e fan page danno a noi di pensare di poter dire la nostra sopra tutti. Vorrei che si tornasse al “mi piace perché” come mi ha insegnato la maestra e poi rimanere sulle nostre posizioni quando gli altri non ci convincono, perché alla fine i libri parlano a noi, punto. Mi piacerebbe avere più scambi di emozioni, leggere di autori poco noti, uscire dalla massa e tornare lettori. Invece vedo pensieri unici schierati e noia…

Oggi ha vinto Bob Dylan, io ho riascoltato “Hurricane” e mi sono chiesta perché non dovrebbe essere letteratura…e se anche non fosse, ma un bel chissene frega no? Alzate il volume della radio, imparate a cantare e a farvi entrare dentro la poesia, poi capirete che esistono canzonette (che fan bene pure quelle) e Canzoni, come esistono libretti e Storie. Tutto resto è pugnetta.

37th AFI Life Achievement Award on TV Land Prime - Show

“I tre moschettieri” di Paul W.S. Anderson

vert ITM new
recensione dal sito di mymovies.it

“I tre moschettieri” sono un grande classico, ripreso più e più volte in vari modi e con soluzioni diverse e più o meno interessanti. Questa versione è sicuramente quella più smargiassa, che strizza l’occhio allo steampunk e che se ne frega della storicità e credibilità, per strappare un sorriso e una chiara serata di divertimento. La visione di questa versione della storia è assolutamente sconsigliata ai puristi e agli amanti della vicenda a tal punto da saperne a memoria le battute.

Partiamo dal cast (voto 7) di notevole spessore, con nomi più o meno conosciuti, ma sicuramente quasi tutti riconoscibili. Passiamo da un ormai noto e famosissimo Christoph Waltz che interpreta il cardinale Richelieu, al caratterista (tocca dirlo visto che appare sempre come personaggio da spalla) Ray Stevenson come Porthos, ai conosciutissimi Milla Jovovich come Milady e Orlando Bloom in un improbabile e sopra le righe Buckingham. E poi tanti altri. Insomma un cast valido che non ha sicuramente scelto questo film per ambire a qualche ruolo, ma forse ha voluto prendersi una pausa, divertirsi un po’ e fare magari cose che possono aver sognato di fare quando vedevano la versione del 1973. Insomma, per dirla in parole povere: gran cast baraccone e sopra le righe che trasmette divertimento.

Gli effetti speciali ( voto 8 ) rendono questo film valido da guardare. Perché diciamocelo ancor più seriamente. la trama è quella, anche se la resa non è stata troppo fedele (sceneggiatura  voto 5/6 ), non ci sono cose particolari da evidenziare; i costumi ( voto 7 ) sono una versione glamour o steampunk, dipende dai casi, di quelli storici. Insomma niente di nuovo sotto il telone cinematografico se non fosse per gli zeppeling o navi volanti, per i combattimenti schermistici al limite della fisica, dei labirinti alla “Mission Impossible” e cose del genere. In quel momento c’è l’esaltazione del pubblico che volutamente ha lascito il cervello sul comodino e si è preso un momento di pausa. E’ nella scenografia ( voto 8 ) volutamente esagerata, che strizza l’occhio ai fumetti e usa l’arma del verosimile storico (ne vogliamo parlare della mappa alla risiko dell’Europa che ha il cardinale sul pavimento del suo immenso studio? Semplicemente meravigliosa!).

Un film sopra le righe con una regia ( voto 6/7 ) che guida tutto senza aggiungere niente di particolare, che lascia andare la macchina del racconto senza mettere niente di troppo o di troppo poco; una fotografia ( voto 7/8 ) che fa la sua porca figura, ma senza prendere il sopravvento; la musica ( voto 7 e mezzo ) aiuta a supportare tutto.

Insomma un film da vedere con la compagnia giusta, che abbia voglia di divertimento senza troppe pretese di sottotesti. Ultima cosa: ho visto il film su netflix quindi in 2D e si guarda molto volentieri lo stesso; non vedo la necessità imperante di un 3D anche se capisco che la battaglia aerea sarebbe stata ancor più grandiosa. Guardatelo tranquillamente anche in 2D.

Io qualcuno l’ho letto

Il mondo dei lettori è vario e a me piace un sacco: piace soprattutto quando c’è lealtà e schiettezza e un pizzico di menefreghismo. Ovvio che di fronte alla sincerità del “mai letto”, altri sgranano gli occhi, ma alla fine lo facciamo tutti. Lo facciamo con quei libri che abbiamo letto e amato e alla fine poco importa se siano i più letti al mondo, un classico o un libro di nicchia. Se il libro ci ha raccontato qualcosa vale. Punto.

Nella mia famiglia per non so cosa, forse per diffidenza dalla massa, i classici sono solo quelli latini e greci e si studiano (ma si amano, credetemi) a scuola. Gli altri, chiamati classici, sono solo libri che nella storia abbiamo continuato a propinare a volte non si sa nemmeno perché. Non che in casa mia non ci fossero, magari in bellissime edizioni economiche vecchie, solo che non era importante leggerli. In casa mia la lettura è libertà e condivisione. Gran insegnamento.

All’età della maturità (per altri, io non me la sento) ho iniziato a leggere qualche classico, qualcuno l’ho saltato a piè pari, qualche d’un altro magari letto a scuola l’ho rivalutato, ed è profondamente bello essere una novellina in certe letture, ma avere la maturità tale per capire meglio le cose. Ecco che “Il piccolo principe” lo lessi a 30 anni a seguito di un regalo e “Ivanhoe” trovato a Trieste praticamente regalato. O altri. Tutti letti ora che sono nella cifra del 3.

Così quando oggi è rimbalzato il link sui libri che tutti fingono di aver letto ( http://www.letteratura.rai.it/gallery-refresh/10-libri-che-la-gente-finge-di-aver-letto/201/0/default.aspx ), io mi sono trovata a dire che…

“Orgoglio e Pregiudizio” della Austen: mai letto, ma dopo aver letto la versione zombie, visto uno dei film (quello con Alan Rickman, perché lo adoro) e visto il film “Il club Jane Austen” inspiegabilmente per x volte, ho comprato tutto Austen e ritengo che sia ora che io lo legga.

“Ulisse” di Joyce: ho provato a iniziarlo ai tempi della scuola, so di averne anche studiato tanti pezzi, ma non ce l’ho fatta. Più forte di me. Da leggere? Forse in una sera con amici motivati in cui ognuno di noi ne legge un pezzo e poi crollare dal sonno il mattino dopo senza averlo finito.

“Moby Dick” di Melville: letto da bambina. Adorato. Forse non ne ho capito il senso metaforico, forse mi sono persa qualche recondito significato, ma quanto avrei voluto salire su una baleniera anche io!

“Guerra e pace” di Tolstoj. Mi sono rifiutata. Sarà stata la mole (ma ho letto libri altrettanto voluminosi), sarà stato il genere, ma non fa per me. Lo leggerò mai? Mah, mai dire mai, per ora no.

La Sacra Bibbia. Ecco, questo secondo me non è un libro da lettura; può essere un libro di fede, un libro metaforico, un libro di Storia, ma non di letteratura. Non è un vero inizio e fine, sì può essere un insieme di storielline più o meno vere, ma se anche raccontasse davvero per filo e per segno o per fantasia la storia del genere umano è talmente complesso, discordante, poliedrico che per me non va messo in alcuna classifica. E’ da tenere sul comodino, in libreria per fede o per curiosità perché alla fine parla sempre la Bibbia a tutti.

“1984” di Orwell. Letto e adorato. Faticoso, disturbante, profetico. Da leggere assolutamente.

“Il signore degli anelli di Tolkein. Letto, letto, letto e riletto ancora. E’ entrato nella mia vita quando avevo 14 anni e non è mai più uscito. Per anni sono riuscita a rileggerlo a scadenza, poi la mole degli altri libri mi ha distaccato dalle sue parole, la visione dei film mi ha riempito di dubbi (tanto cose sono state cambiate), ora è tempo che lo rilegga, con calma, con del buon tè. Mi manca.

“Il grande Gatsby” di Fitzgerald. Mai letto e non mi attira. Ora che è uscito il film potrei sentire il richiamo della lettura ed invece no, scelgo inevitabilmente altro. Non è tempo e non so quando sarà.

“Anna Karenina” di Tolstoy. Un po’ come con “Guerra e pace” con in più che non amo le eroine presentate forti, ma drammatiche. Forse rovinato da troppi film melodrammatici. Non attira per ora.

“Il giovane Holden” di Salinger. Mai letto e non so nemmeno di cosa parli. Non so, ma non mi attrae nemmeno quando sono in libreria e curioso fra classici e nuovi, fra copertine e quarte di copertina. Forse troppo usato come citazione per ogni cosa. (Ha anche la copertina più anonima di tutti i libri sopra citati. Qualcosa vorrà pur dire. 😉 )

E voi cosa avete letto di quelli sopra citati o li avete letti tutti?