Articoli con tag: King Stephen

“L’ultimo cavaliere” di S. King

Mi sono messa a capire perché la serie della Torre Nera sortisce così tanti fan. Vabbè, ho capito: ma dove sono vissuta fino ad esso? A volte me lo chiedo vedendo quante cose non ho letto, ed eppure ho sempre letto tanto e abbastanza bene. Comunque sia, ho preso in biblioteca quello che ho capito essere il primo libro da leggere. E ho iniziato l’avventura.

La lettura è particolare e devo essere sincera non ho capito se è per colpa dell’autore o della traduzione. Per buona parte della vicenda è come se fosse un fluire di situazioni e pensieri senza che si voglia in qualche modo incanalare situazioni, personaggi ed eventi. A volte perdevo il filo del discorso, a volte manco avevo voglia di tornare indietro a capire, a volte mi sono proprio persa. Colpa mia. Boh, non saprei dire. In quei momenti mi passava la voglia di leggerlo e mi chiedevo che senso avesse e come mai piacesse tanto. La scrittura di King (che La Libreria Pericolante non mi legga!) non sempre mi convince e gli imputo il gran difetto di avere un piacere perverso nel mettere una parola dietro l’altra fino all’esasperazione; più di una volta gli ho contestato il difetto di essere parolaio; di certo ha la capacità di cogliere le storie e di coglierne il lato più oscuro o mistico. In effetti non saprei come “catalogare” per genere questo racconto: ha l’epica del cavaliere solitario che se ne va per le praterie, la desolazione post apocalittica, la distruzione della società e la mistica della ricerca. Il bene e il male o semplici antagonisti? Diventa davvero difficile dirlo in questo racconto o meglio secondo me diventa riduttivo. Riduttivo perché King butta un sacco di ami nel mare della lettura, sperando che il lettore attento riesca a coglierli tutti: cita Amleto ma non è lui, perché alla fine la Danimarca non c’entra nulla; il suo Roland è l’ultimo della sua stirpe (in questo caso un ordine cavalleresco, ma con quella scelta “monastica” che fa tanto fantasy che strizza l’occhio alla Storia); l’uomo in nero misterioso e “profetico” richiama a un cattivo paranormale di quelli che ci si aspetta in un confronto ascetico, una caccia come quella che raccontavano nel medioevo per i paladini col graal; Jake sembra un pseudo Isacco o una Ifigenia condannata al suo destino, con quel suo continuo sfasamento temporale (alla fine è lecito domandarsi se sia fisicamente vero oppure no). E poi tanto altro. Oddio credo che queste citazioni li veda solo io, oppure no: voi lo avete letto e quali citazioni letterarie avete colto o pensato di aver colto? A volte leggere certi testi a una certa età fa cogliere cose che non è detto che ci siano.

voto: 6/7 Perché dopo aver ceduto alla scrittura non convenzionale, ai salti temporali, ai cambi di registro e ci si lascia prendere dalla vicenda, si scopre che è avvincente anche se “scontata” (non è che ci siano davvero dei colpi di scena veri, alla fine ci si aspetta che le cose filino come si sono svolte). Adesso vediamo come sono gli altri capitoli, ma con calma.

Scheda tecnica:

Titolo originale: “The Gunslinger”

anno di pubblicazione: 1978

traduttore: Tullio Dobner

edizione: Sperling & Kupfner-bestsellers

finito di stampare: ottobre 1989 da Monolito S.r.l. Milano, printed in Italy

copertina: illustrazione di Michael Whelan

pagine 257

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“Shining” di Stephen King

Prima che mi lapidiate, faccio mea culpa per essere arrivata a questa mia veneranda età senza mai aver letto questo libro e senza nemmeno aver mai visto il film (e qui ci sarebbe da studiare la faccenda, perché è un vero complotto televisivo a mio danno, visto che in tutti questi anni o era a un orario infame oppure lo facevano quando io avevo un impegno inderogabile oppure mi accorgevo che c’era quando oramai era iniziato a troppo tempo. Un vero complotto!). Conosco benissimo la storia, la vicenda e del film i protagonisti e le scene avendolo anche studiato all’università, però davvero non lo avevo mai letto. Ora ho rimediato e devo dire che se si è appassionati di horror questo va letto per forza. Ovviamente non come me ieri sera che pur di finirlo mi sono trovata a leggerlo di notte, con tutti i rumori del vento e di una casa addormentata…mai più! Con l’età le coronarie si indeboliscono!

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La storia si conosce ed invece che dire che la colpa è del maggiordomo, qui possiamo dire che è tutta colpa dell’albergo.

Un albergo come tanti altri per tutti i mesi d’apertura, ma alla chiusura qualcosa succede anche se alla fine sei mesi di neve può mandare fuori di testa qualsiasi guardiano con famiglia e figli piccoli. E poi quale albergo non ha avuto i suoi deceduti? Basta solo non farsi prendere dalla paranoia.

Eppure…eppure…qualcosa non quadra e il piccolo Danny lo sa, con quel suo potere stranissimo che lo rende davvero un bambino speciale.

La trama del romanzo alla fine si avvolge tutta attorno alla figura di Jack Torrance nella sua incapacità di vero riscatto, nella sua debolezza umana e in tutte le sue paranoie. Diventa lui l’anello debole della famiglia, sentendo un vero richiamo verso l’edificio, prima come storia da raccontare e quindi come un vero proprio riscatto letterario lavorativo, poi una vera attrazione viscerale; piano piano la sua sanità mentale tende a vacillare fra ricordi famigliari di violenze e ricerche spasmodiche di giustificazioni per i suoi gesti, fino al tracollo totale.

Agli antipodi ci sta il figlio Danny, di 5 anni, il quale dimostra di avere più anni di quelli anagrafici sia nell’affrontare la situazione sia nell’aiutare la madre nelle diverse difficoltà. A mio parere qui King un po’ si è fatto prendere la mano creando un personaggio che è più grande del credibile. Non voglio dire Danny non lo sia, anzi lo è continuamente, se non fosse che alla bisogna sembra più grande e più forte e questo non può essere spiegato solo con la presenza dell’aura potente. Il bambino è un bel personaggio, ben strutturato e logico, con questo potere che difficilmente lo invidieremmo davvero.

Nel mezzo c’è la madre Wendy (sì, lo so adesso siete tutti lì a rifare Nicholson che la chiama…). Anche lei con il suo bagaglio di fragilità e di violenze famigliari precedenti, è quello che più viene usato e bistrattato da King, facendole fare cose che nessuna persona logica farebbe. Lei è l’affetto, il tentativo di normalizzazione, la crocerossina stereotipo di tante donne, ma è anche quella che a mio parere fa un po’ scappare la pazienza, perché la sua debolezza è irritante a volte (no, non sono Jack e non vivo in un albero in questo momento). Non si capisce se l’albergo abbia davvero influenza su di lei oppure questo tentativo di farlo è talmente fallimentare da rendere Wendy altalenante e non risolutiva.

Alla fine sono questi i protagonisti: Jack, Wendy, Danny e l’albergo. Con almeno due complementari: il cuoco Hallorann e il direttore Ullman. Basta, tutti gli altri servono e basta. E questo è un aspetto raro per il King che ho conosciuto fino ad ora. Il King che conosco è parolaio fino allo sfinimento, ripete i passaggi e le situazioni che mi fa venire il nervoso, aggiunge personaggi (non come Martin però) più o meno risolutivi per la vicenda che narra e di solito questo suo modo di fare mi irrita. Qui invece tutto è essenziale, le divagazioni sono funzionali all’evolversi dei personaggi, i quali sono pochi giusti e ben presentati. Staccarsi dalla lettura è difficile e devo dire che più di una volta mi sono veramente persa dentro le pagine dimenticando cose persone e situazioni (ho rischiato anche di fare il giro in autobus della città…).

Bello veramente e ora non so se voglio vedere il film o tanto meno leggere il seguito appena pubblicato. Se per il film so che è un altro caposaldo del genere e che è il meglio reso fra tutti quelli tratti dai libri di King ho paura di essere delusa: il film va visto per quello che è e per le sensazioni che suscita e non per l’influsso della lettura. Per il seguito invece ho giudizi contrastanti, in più credo che certi libri debbano rimanere dei gioielli chiusi e a sé stanti, completi come sono stati creati a suo tempo. Non so, lasciamo sedimentare il tutto e poi vedremo.

Voto: 9

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Buon Compleanno Stephen King!

Viene chiamato il Re, non solo per omaggio al suo cognome, ma per il suo valore letterario.

Qualcuno potrebbe dire a ragione, altri a torto. A me sinceramente non interessa, perché per ora King è ancora nel limbo. O meglio ci sono alcuni suoi libri che ho veramente divorato, come “La canzone di Lindsey”, altri che ho trovato di una noia mortale,  tipo “22/11/’63”. Non riesco a riconoscergli davvero l’appellativo di Re e so che qualcuno leggendo potrebbe avere un piccolo svenimento (vero Ross? 😉 ), per quando è assolutamente corretto riconoscergli la prolificità e l’ampiezza della sua fantasia, la quale ha raggiunto picchi di vera fortuna e fama ben guadagnata. Dalla sua mente sono nati personaggi simbolo o tratti film che hanno lasciato il segno: “Shining” e il suo “il mattino ha l’oro in bocca“, oppure Misery e la paura che tutti i fan di lettori possano essere come lei, oppure i pagliacci e It e tanto altro ancora.

E’ fuorviante ritenerlo, come sento nelle recensioni superficiali, uno scrittore d’horror. La sterminata mole di opere ci fa capire che egli punti più sul “paranormale” in senso lato che il classico horror, in più leggendolo trovo che egli cerchi anche di scoprire l’animo umano, sviscerarlo e forse comprenderlo. Quello che mi ha sempre sorpreso, a volte in positivo e a volte in negativo, è proprio questo sotto fondo sociale nei suoi libri: ci sono le interazioni amorose, l’accettazione della morte, la religione, la sociologia, il bene oltre il male, la sconfitta dell’uomo e il suo tentativo di rivalsa. King prende allora un’altra immagine, dietro allo squartatore del velo della normalità, appare quella del curioso di antropologia, di appassionato di sociologia, di guardone delle cose umane.  E questo aspetto pare molto interessante, ma bisogna sempre capire quanto lo ha calibrato nei vari libri perché a volte prende il sopravvento e il libro che ci ritrova fra le mani può risultare tutt’altro che un libro paranormale, come la quarta di copertina cerca sempre di dirci.

Un vero difetto che trovo insopportabile è che è verboso, parolaio, si dilunga a dire le stesse cose per pagine e pagine. Quando fa così mi viene sempre la brutta idea che sia pagato a parole più che a libro nella sua interezza. Anche nell’ultimo che ho letto “L’ombra dello scorpione” io avrei tagliato almeno un duecento pagine, come mi ha fatto venire la noia estrema “Il miglio verde” che non è stato rieditato come libro ma mantenuto come serie a puntate (okkei qui possiamo dare la colpa all’editore e non allo scrittore, ma se davvero voleva seguire le orme di Dickens bisogna ricordargli che l’autore inglese non ripeteva tutta l’ultima pagine dell’ultimo capitolo uscito. Lettura collettiva docet!).

Alla fine cosa posso dire di King? Che devo ancora capirlo, che devo ancora capire se mi piace oppure no e che devo leggere ancora un sacco di suoi libri cult per dare un parere chiaro sulla bilancia della letteratura. Posso anche dire che mi aspetto di poter leggere i veri libri che spaventano e che non ti fanno dormire la notte (It è lì che mi guarda dalla libreria, ma so che non è ancora tempo).

proprio poche immagini di qualche famoso film tratti dalle sue opere

proprio poche immagini di qualche famoso film tratti dalle sue opere

Buon Compleanno S. King!

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“L’ombra dello scorpione” di S. King

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La lettura collettiva d’autore di Luglio su CF era dedicata a King. E io ho finito il libro ieri…

Avrei dovuto scegliere un libro più corto, ma sinceramente mi sono fidata dei giudizi e questo, ammetto, aveva più stellette che un generale dell’esercito in pensione. La trama poi mi incuriosiva. Trovato l’ebook, caricato e iniziato la lettura, saltando bellamente l’introduzione di King in cui spiegava che aveva rimesso mano al libro, sistemato qualcosa, aggiunto quello che il primo editore non voleva, cose così. Saltato di pari passo: non volevo che niente mi togliesse i possibili colpi di scena. E ho fatto bene. La leggerò poi? Non credo. Questo libro va bene così, letto d’un fiato, seguito come uno crede.

Questo libro mi ha lasciato basita devo ammetterlo perché da King mi aspetto sempre che sia un horror e basta, ma quasi sempre vengo smentita. E anche questo libro non è da meno.

1212 pagine e le prime 300 sono dedicate alla grande epidemia che falcia la popolazione mondiale (o meglio si intuisce che sia mondiale, anche se qui si parla solo d’America) e si parla del morbo e della morte. In questa parte del libro si seguono alcuni personaggi ben definiti, forse un po’ troppi e ci si chiede il perchè. O meglio si vorrebbe chiedere il perché, ma alla fine si decide di farsi guidare dall’autore. Un fine ce l’avrà…

A un certo punto entrano in scena due entità: Mother Abigail e l’Uomo che cammina (o l’uomo nero o Randall Flagg o altro). Il libro allora si trasforma in una lotta del Bene contro il Male, della scelta della vita, dello schierarsi, del redimersi o del perdersi  del tutto.

Eppure nemmeno questa visione è corretta, perché la base apocalittica e post apocalittica si insinua benissimo in questa visione teologica e bipolare del mondo. E se da una parte le due comunità ben distinte cercano di rifare o rifarsi una vita, scelgono due visioni antitetiche e contrastanti, il cammino dell’Uomo diventa una scelta da fare.

Nel leggerlo mi sono chiesta quanto ci sia davvero dell’autore. Non è una visione del Bene e del Male vaga e panteista, ma molto cristiana anche se non saprei dire con quale visione (cattolica, protestante, metodista, evangelica e altro): è la scelta, il perdono, l’affidarsi e il non aver paura ( il “Non temerò alcun male” degli eroi positivi è fortissimo di significato), mentre dall’altra parte c’è la paura, il predominio, l’uso delle persone. Non voglio addentrarmi a farne una visione teologica, anche perché per me sarebbe assolutamente fuori luogo, ma questo argomento è veramente il sottofondo di tutto.

Mi cade un po’ sul finale.

SPOILER!!!!!

Su come viene momentaneamente eliminato Randall Flagg e tutta la sua comunità (senza assolutamente pathos o tentativo di rendere la cosa più reale) vi è una veloce risoluzione. Finita la carta? Finito il tempo? Finita la passione? E’ un peccato, perché la lenta sconfitta di Randall Flagg è veramente forte, dilagante, oserei dire divertente (se tifi per i buoni).

Su come anche la comunità della Zona Libera diventi una sorta di fortino ben difeso e i buoni se ne vanno lontani, cercando fortuna (con un “tanto ce la caveremo” pur non avendo le possibilità e le conoscenze). Non approvo per nulla la scelta di Stu e Frannie, perché l’ho trovata un po’ troppo semplicistica, new age e facilona, soprattutto dopo tutto quello che hanno passato. Frannie una nuova Mother Abigail? Mah…

Spiace come siano morti certi personaggi, ma alla fine ne capisco il senso.

E Tom Cullen? Chi o cosa è davvero? Troppo facile anche qui, affidargli un grave compito, vedere che c’è qualcosa dietro ma poi non svilupparlo.

FINE SPOILER!

Ieri l’ho finito e non ho sentito la spinta per scrivere subito la recensione, come se avessi bisogno di metabolizzarlo. Stanotte poi mi sono chiesta cosa stavano combinando Stu e Frannie come se fossero dei personaggi veri… Alla fine questo libro non è un semplice libro horror, ma è un libro molto più completo e difficile da affrontare e da comprendere, ma assolutamente da leggere (anche se io avrei tolto un duecento pagine dal totale: come al solito King è un vero parolaio!).

Voto: 8 e 1/2

So che è stata tratta anche una mini serie televisiva. Sono curiosa e un po’ impaurita nel vederlo. Non ora di certo, ma forse un giorno. O forse no. http://www.mymovies.it/dizionario/recensione.asp?id=16943 Voi l’avete vista? Che ne dite?

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“Mucchio d’ossa” di Mick Garris

Ieri sera, stanca morta per un lungo 3 giorni di viaggi e affini, mi sono ritrovata a guardare la tv mentre aggiornavo il pc e sono capitata su rete4. Ricordavo vagamente che c’era un film tratto da S. King, ma non ricordavo bene cosa fosse, così quando anche i miei amici si fb hanno segnalato la cosa mi sono diretta sul canale, sperando di avere almeno un brivido di emozione che mi potesse svegliare.

Premetto che se ho letto pochi suoi romanzi, ho visto ancor meno i film tratti dai libri, quindi il mio non è un giudizio critico o da critico, ma come al solito molto immediato.

http://www.ilsussidiario.net/News/Cinema-Televisione-e-Media/2013/8/9/MUCCHIO-D-OSSA-Il-film-tratto-dalla-miniserie-basata-sul-libro-di-Stephen-King/418559/

Il prodotto è in realtà una miniserie, ma Mediaset (come tutti i siti ben informati dicono) ha deciso di fare una sola e unica serata. E ha fatto bene! Aspettare più giorni per vedere come va avanti la storia è normalmente frutto di positiva attesa per un buon prodotto, qui tutti avrebbero scelto altro programma. La serie è recitata mediamente bene, come un compitino ben fatto, senza sforzo, anche se certi scivoloni di alcuni personaggi secondari fanno un po’ cadere le braccia. La bambina al centro del casino è mediamente urlante e petulante e quindi fastidiosa, ma, diciamocelo, ce lo aspettavamo. Il protagonista per me è un già visto e non per la recitazione di P. Brosnan, ma forse perché rientra nel topos di King: lo scrittore in crisi per un x motivo traumatico che si ritira in un paesino dimenticato dagli uomini e gli succedono le peggio cose paranormali.

In questa storia la componente sensuale, o sessuale, e la violenza culminata con la maledizione prende molto spazio, ma non viene alla fine mai emotivamente integrata dallo spettatore che subisce passivamente ogni scontro fisico fra i buoni e i cattivi, ogni scontro verbale fra le persone e ogni apparizione sovrannaturale. Tutto scorre si direbbe in altro contesto, ma qui è molto azzeccato perché davvero tutto procede senza mai lasciare una traccia.

Noia noia noia.

Ecco cosa ho subito ieri.

Anche gli effetti speciali erano nella norma, la fotografia buona per un prodotto per la tv (visto che purtroppo il mio giudizio ha come paragone il telefilm o miniserie media italiana), sicuramente i costi saranno stati abbastanza elevati visto che qualche attore con una buona busta paga c’era.

Ah si distacca dal piattume la “governante” del cattivo che di punto in bianco si palesa a tutti e sembra essere uscita da un pessimo film sulla famiglia Addams. So o almeno ho compreso che King ama mettere questi personaggi anche fisicamente sopra le righe nei suoi racconti. Peccato che per quanto ella ci dia un pochino di emozioni, venga usata malissimo e fa una fine da sfigata.

Mi chiedo come sia il libro, visto che tutti quelli con cui ieri sera ho parlato su fb mi dicono che sia meglio, ma sicuramente la visione del film non ha smosso la mia curiosità, anzi  me ne ha allontanato la voglia visto che non vorrei trovarmi fra le mani in realtà una cosa simile.

Voto: 2. Evitabilissimo.

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Paranoie in lettura!

Non ditemi che capita solo a me di immedesimarmi così tanto in un libro da temere o augurarmi che sia realtà?

Quello che mi sta capitando ora è legato al libro di King “L’ombra dello scorpione”. Il libro è un pilastro, da quanto mi dicono, e io ne ho sentito parlare solo bene e dovendo scegliere un libro per la lettura dell’autore del mese di luglio (King appunto) mi è sembrato di cascare in piedi. Non ho fatto i conti con la mole del libro e quindi esso diventerà anche il libro di agosto, anche se sto filando velocemente con la lettura (però luglio finisce solo fra due giorni e sono solo a pagina 140 circa…su 1212…). Quello che mi sta inquietando è che il libro parla di un’infezione mortale e io mi ritrovo nella vita vera circondata da gente che starnutisce! Io ho iniziato a starnutire dalle prime pagine! E la mia fantasia ha iniziato a prendere il sopravvento e a pensare come sia possibile che dal libro l’infezione sia uscita. E se non fosse una finzione letteraria? ahahahahahaha!

Scherzi a parte, non sono né paranoica né complottista, ma essere circondata da persone che si comportano normalmente minimizzando un normale raffreddore mi ha permesso ancor di più di immedesimarmi nelle storie che vengono raccontate, anche perché, malgrado tutte le fantasie letterarie, i protagonisti sono normali persone e nulla più.

A volte il libro ti rapisce talmente tanto che ci si vuole dimenticare del mondo reale: spegnere la tv, tacitare le persone, rimanere isolato con il testo e magari un buon bicchiere di qualcosa. A volte il libro di fa sognare e allora guardi il mondo con altri occhi sperando di vedere baleniere o astronavi atterrare in centro città. A volte ti racconta la realtà e allora osservi il mondo in modo cinico oppure trasformando il tuo punto di vista. A volte confondere la realtà con la fantasia fa venire i brividi e allora mi rendo conto che sì, si può e si deve ancora sognare, sperando di vedere Gozilla dietro a un palazzo oppure dover decapitare uno zombie affamato o, perché no!, combattere una “normale influenza”.

Attenti a chi starnutisce a fianco a voi! 😉

ombra dello scorpione

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