Idiosincrasia #1 : i classici

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Credo che ogni lettore abbia le sue manie, io ho le mie idiosincrasie. Ci provo a combatterle o a spiegarmele o altro, ma alla fine rimango ferma sui miei punti fermi. Cocciutaggine (molti me la imputano col ditino alzato anche per altre cose. Chissene)? Coerenza? Sensazioni a pelle che non puoi eliminare? Boh, tant’è che è così. Capiterà di parlarne qua sul blog perché alla fine ho notato che (e so che non importa a nessuno ma io ne parlo lo stesso) fa bene parlare e chiarire il proprio pensiero pubblicamente anche per cose che, alla fine, sono personali e tali rimangono. Non leggo classici? Problema mia che vivo benissimo e che al mondo intero interessa poco perché alla fine va avanti lo stesso.

Scusate lo sfogo, ora spiego.

Ho preso la palla al balzo per fare terapia su questa mia idiosincrasia grazie alla decisione di unirmi alla lettura collettiva del gruppo “Scratchreaders” che ho trovato su fb. Seguivo la sua creatrice “Scratchbook di Maria Di Biase” su instagram e su fb con tanto di blog annesso, ma il gruppo l’ho scoperto negli ultimi mesi ed è un piacevole luogo di chiacchierate sui libri senza boria o imposizioni (cose che invece trovi in altri gruppi purtroppo). Tornando a noi la lettura verte su “Perché leggere i classici” di Italo Calvino: non un libro di narrativa, ma un saggio in cui nel primo capitolo lo scrittore segna i suoi punti su cosa sia un classico. Speravo che un autore che amo mi aiutasse a uscire dal mio “no” e invece manco lui c’è riuscito.

Quindi ecco i miei punti sul perché per me esistono i libri, le storie e chi le scrive (idiosicrasia #x: non amo gli scrittori come genere di star mediatica; amo chi scrive).

  1. Detestare la mentalità del gregge. La mia non è una famiglia anticonformista, anzi per certi versi sono cresciuta in una normale famiglia borghese con genitori insegnanti di diverso ordine e grado, con le vacanza dai nonni (unico momento in cui li vedevo) e con una routine ben ferma. Ma la risposta a tante mie interperie è sempre stata “ma se lo fanno tutti lo fai anche te? Se tutti si buttano nel pozzo, lo fai anche te?”. Era quel “tutti” ripetuto con l’accezione negativa che mi è rimasto in mente e quindi diffido quando una cosa piace a tutti: qualcosa sotto di sbagliato ci deve essere.
  2. A casa mia c’erano i classici greci e romani, ma la narrativa era un po’ assente e quindi di tomoni fondamentali non ce ne sono mai stati e quando toccava leggerne qualcuno per la scuola si guardava il prestito, la biblioteca e se si voleva si comprava. ALT! A casa mia comprare un libro è sempre stato la normalità: siamo forti lettori, abbiamo libri ovunque e non amiamo separarcene, ma ognuno ha il suo genere e io ho assorbito con piacere tutto, saccheggiando e prendendo in prestito libri da chiunque pur di leggere.
  3. Far cadere dall’alto il valore del libro. Cosa che detesto per quello o per altro. Insomma una cosa va motivata sempre con consapevolezza, non c’entra nulla se x +1 critico dice che è bello perché è bello (e poi paroloni incormprensibili, buoni per far vedere che “sono studiati”). Di solito è il metodo scolastico che fa cadere le cose dall’alto perché, purtroppo, certi professori non hanno fatto loro quello che hanno studiato e quindi fondamentalmente hanno imparato la lezioncina e la ripetono a papera. Per non parlare delle schede libro che sono “fondamentali” per la comprensione (?) del testo. Quanta amarezza…
  4. Deve per forza piacere e quindi la critica è zero. Se dici che il classico xyz non ti piace e ne dai le motivazioni, quelli poco atti a pensare con la propria testa (perché il problema è quello scusate) si sentono colpiti da questo atto di lesa maestà e quindi provano in ogni modo a sminuirti. Dire che non piace un libro o una storia a mio parere vuol dire che quella storia non comunica con me (e in questo Calvino lo sottolinea nei punti fondamentali per l’importanza di un classico) o con la mia vita o con le mie esperienze: è una non comunicazione e come tale non passa da un mezzo all’altro. Criticare è fondamentale perché, a mio parere, oltre a stimolare le celluline grige, permette anche di metterci in gioco, di ribaltare le nostre convinzioni, di magari spostare un po’ le nostre idee.
  5. Leggerli in età non adatta. #1 di Calvino. Non ci sarebbe da aggiungere molto altro: se certe esperienze non le abbiamo ancora provate, come possiamo comprendere i palpiti o i discorsi dei protagonisti? Mi direte che se questo deve essere il parametro allora molti libri non andrebbero letti. Sbagliato! I libri, anche quelli che sembrano più avulsi dalla nostra vita, hanno con noi il fondamento che sono emozioni e sentimenti: paura, amore, dolore, gioia, disperazione, amicizia, delusione, follia sono cose che alla fine sono comuni a storie piratesche, fantasy, gialli, narrativa. Non è fondamentale aver vissuto esperienze fattive (come perdersi in un bosco o andare per mare), ma è fondamentale aver provato nella propria vita quella reazione emotiva a quel che ci è successo. Es. Ho letto “Le città invisibili” di Calvino pochi anni fa e l’ho adorato, perché alla fine ho trovato le mie esperienze, i miei ricordi, i libri che ho letto e studiato; se lo avessi letto alle superiori ne avrei compreso un decimo, perché la mia vita era ancora in embrione e le mie esperienze limitate. Ringrazio il cielo di aver aspettato e di averlo amato. Mentre Moby Dick l’ho adorato da bambina perché sentivo lo spasimo dell’avventura dentro di me, ma di certo ho capito un decimo di quello che Melville intendesse (infatti lo sto rileggendo ora).
  6. Togliere dal classico il suo fondamento storico. Molto comune è l’approccio di togliere la storicità di un romanzo per renderlo immortale, come se quella storia non fosse davvero stata scritta per i suoi contemporanei. Calvino prende in esame l’Odissea e in quel capitolo io ho litigato con lui per la prima volta, penso. L’Odissea è un lavoro di collage di autori vari in epoche varie, quindi non è un’opera unitaria e storicamente inquadrabile, ma grazie ai lavori di filologia si riesce a capire quali sono i pezzi antecedenti e quali quelli posteriori. Detto questo, comprendendo questo fatto, si riesce a capire cosa fosse la vera comunicazione per allora. Io l’Odissea l’ho studiata alle superiori con la professoressa di greco e abbiamo tradotto il pezzo di Ulisse e Polifemo. Lei mi fece adorare quello che ora faccio (la rievocazione e ricostruzione) senza saperlo; lei mi fece entrare nelle pieghe del testo per trovare gli uomini e le donne greche; lei ha tolto la patina della favoletta per restituire la Storia; lei mi ha ridato l’Odissea e i miti greci per l’importanza storica e antropologica che ha. Quando leggo certi testi, ci vedo i gesti, gli oggetti, i cibi cotti in una certa maniera, le vesti che non possono che essere quelle (niente peplum cinematografici), perché quei testi sono Storia e per quanto raccontino storie amati da tutti, essi prima di tutto comunicarono qualcosa di chiaro ai nostri avi greci: religione, riti, paure, simposio e guerra. Quando a un classico si toglie il suo contesto storico e lo si vuole rendere immortale, lo si depaupera di una buona parte del suo essere. Ridare la storicità non significa incatenarlo e metterlo nel dimenticatoio, ma serve a capire (se lo si volesse) che certi valori, principi e sentimenti seguono tutta la linea temporale dell’umanità e che le risposte cambiano o possono o devono cambiare: ancorare significa mettere un pilastro nella Storia.
  7. I classici accettati sono solo narrativa. Nota polemica #1. Questo è il discorso solito che mi vede combattere contro lo snobbismo di genere. “Madame Bovary” non è superiore per costruzione ed emotività a un “L’isola del Dottor Moreau” o a “Uno studio in rosso” o al ciclo di “Dune”, cambia solo l’espediente narrativo. Nelle scuole e nelle librerie “bene” certi generi vengono sminuiti parlando di narrativa per ragazzi solo perché non li hanno mai davvero affrontati e capiti. Ancora una volta la pochezza del panorama critico italiano mi fa venire i brividi e rifuggere i dogmatismi
  8. Categorizzazione per sesso. Nota polemica #2. Spesso si leggono romanzi scritti da autori uomini e quindi, non si sa perché, va bene che li leggano tutti, mentre se scritti da donne è letteratura femminile. Come se una Jane Austen fosse meno di un Oscar Wilde nella critica della società…
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Pochi libri mi obbligano a prendere appunti ai pensieri che mi vengono alla mente.

Non so, forse se ci penso ancora trovo altre motivazione per cui non ho reverenza per un classico, per cui non mi interessa leggerlo prima di altri, per cui non ritengo che se non lo hai letto non sei un vero lettore e non sai cosa ti perdi. Il mondo è pieno di storie, di racconti, di comunicazione che non vale la pena perdere tempo con le guerre letterarie e gli schematismi dogmatici. Dobbiamo uscire dalle gabbie mentali e far uscire da quelle gabbie libri che possono ancora parlare ai lettori senza aver bisogno del bollino di “classici”. Ne capisco la motivazione dell’uso del bollino e alla fine lo uso anche io per comprenderci meglio, ma poi…chissene! Leggete e criticate e se non vi piace ditelo con motivazioni e sorrisi e se qualcuno vi criticherà chiedetegli davvero perché una cosa gli piace e se non troverà 3 buoni motivi (come ci disse la psicologa suora alle medie per darci la forza delle nostre idee e di quelle dei nostri genitori nel farci fare le cose. Che gran donna e gran insegnamento di convinzione!) vorrà dire che lui/lei dovrà riconsiderare il suo piacere e viverlo dentro, se no sarà sterile scorrimento di parole su un foglio e inutile abbeverarsi a una fonte già troppo affollata di gente.

 

POSTILLA:

Devo ringraziare sempre le persone che fanno parte del mio gruppo “Letture Folli e Sgangherate” per avermi costretto a leggere certi libri in questi ultimi anni, con la piena consapevolezza che ogni giudizio era accettato e che a noi Dickens non piace e ne andiamo fiere (tranne “Canto di Natale” che è stupendo, ma forse non l’ha scritto lui…). Affrontare con loro da grande libri che ho schifato (anche in modo snobbistico di rivalsa il mio) quando tentavano di farmeli leggere a scuola, mi ha permesso di vederli sotto altra ottica, di mettermi in gioco e di trovarmi in compagnia di gente senza pregiudi letterari di genere. E’ bello mettersi in gioco. Come ora con “Il Conte di Montecristo” che sto adorando e che per una vita ho pensato che fosse un drammone assurdo e pesantissimo, solo perché il sentore era quello: invece è pura avventura!

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Chiacchiere davanti al bidone della carta

Luogo: davanti le vetrine del Libraccio, a fianco del bidone della carta pieno anche di libri.

Quando: qualche giorno fa.

Attori: io e una coppia di mezza età (indicativamente, senza “offendere” nessuno).

Atto unico e lunghino.

Prologo: io guardo i libri in vetrina per vedere se ci sono occasioni, prima di entrare. La coppia mi passa a fianco e lui con aria seccata dice “Ecco dove la dimostrazione che in Italia non si legge” (più o meno, ammetto che mi ha seccato più il tono che le parole in sè per sè). Io…non ce la faccio a stare zitta e rispondo pacata che a volte i libri si buttano punto.

Atto:

Non starò a raccontarvi per filo e per segno cosa ci siamo detti, passando da un primo momento di fastidio reciproco, fermi sui nostri piedistalli, alla stretta di mano sorridendo, mentre lui al mio “scusate se infastidisco le persone parlando di certe cose” mi risponde con un “Goethe parlava di affinità elettive” e la moglie annuiva. Sta di fatto che mi sono trovata parlare piacevolmente con delle persone di un certo interesse culturale di come il problema non sia il libro buttato nel bidone della carta (“ah non si fa! delitto”), ma come si arriva al bidone della carta.

Si arriva con libri scolastici “nuovi” a ogni anno e di conseguenza non sempre reciclabili dagli studenti. Si arriva con case editrici che non si possono permettere di pubblicare libri “semisconosciuti” o dimenticati se poi devono rimanere in magazzino, perché quel libro non solo costa pubblicarlo, ma costa pagare chi quel libro lo ha edito e stampato anche se è un classico. Si arriva con i finti best sellers e i romanzi pompati dalla critica di parte che dimentica il passato. Si arriva enfatizzando quello che si vende di più. Si arriva non facendo conoscere certi autori per snobbismo o per ignoranza (che a volte è la stessa cosa tocca dire, perché a volte non si conoscono autori passati senza i quali i moderni non sarebbero nulla). Si arriva alla massificazione. Si arriva quando per regalare un libro a un ente ci sono trafile assurde o divieti (vi ricordo comuque la pagina del blog “Dove donare i libri che avanzano” e segnalatemi enti che sarebbero desiderosi di prendere qualsiasi tipo di libro) Si arriva da tante strade.

Buttare un libro nella carta è qualcosa che mi fa male, ma che col tempo inizio a pensare che sia inevitabile. A malincuore. Certi libri di testo, scolastici, non li prende nessuno anche se sono in buono stato e con le nozioni corrette, solo perché magari hanno 10 anni e a scuola è già tanto che prendano quelli di 3 anni prima. Si deve sempre trovare il modo di farli girare, ma quando diventa più oneroso che facile come si fa? Tutti noi abbiamo vite complicate e indaffarate anche quando sembra che non facciamo niente. Regalare un libro, farlo girare, dovrebbe essere facile, ma non sempre lo è.

Mentre parlavamo, c’erano persone che ravanavano nel bidone alla ricerca di qualcosa da salvare. Fa effetto, sembravano barboni in cerca di cibo, ma alla fine chi ama leggere non è un affamato di libri? Anche a me capita di guardare nei bidoni della carta del mio palazzo (no, non ravano, alzo il coperchio e senza spostare nulla, ma con occhio clinico guardo) prima di buttare la mia carta, perché mi è capitato di salvare e far rigirare libri che altri avevano buttato. Però ci si sente dei barboni…e ci si guarda attorno sperando che nessuno ti noti…

Ritornando all’atto unico, io capisco lo sdegno dell’uomo, il silenzio con partecipe della donna, ma, come siamo arrivati a comprenderci, quello è solo l’atto finale di un sistema ben più complesso che fa del libro non un veicolo di sapere, ma un limone da spremere e da buttare.

Quei minuti di chiacchiera sono stati per me il momento felice della giornata, perché da quello che poteva essere uno scontro “armato” fra due posizioni intellettuali, si è arrivati facilmente al dialogo e al confronto; forse se avessimo modo di parlare capiremmo che gli interessi e le visioni del mondo letterario sono agli antipodi e forse sarebbe più difficile capirsi, ma quel giorno l’incontro fra sconosciuti è arrivato alla stretta di mano e a sorrisi. Tanto può fare anche un bidone della carta.

illustrazione di Eszter Schall
illustrazione di Eszter Schall

 

Elogio della biblioteca

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Paura di tutti i lettori veri.

Un post così, che nasce soprattutto dalla riflessione mia personale quando vedo gente comprare un sacco di libri, lamentarsi degli acquisti e dei soldi spesi, farsi consigliare senza senso libri da altri (conosciuti e sconosciuti) e poi magari lamentarsi del pessimo consiglio. Maaaaaaaaaaaaa tutti hanno questa marea di spazio e soldi da comprare ogni libri che gli passa per la mente? No, perché io vivo in spazio vitale risicato e con i pochi soldi che passa il convento lavorativo tanti libri non me li posso comprare. Quindi? Cosa non quadra?

Alt! Ognuno con i suoi soldi fa quello che gli pare, quindi non contesto minimamente l’acquisto di oggetti che fanno piacere, ma mi chiedo se abbia senso spenderli senza ragionamento oculato, visto che poi le lamentele ci sono. Un tempo anche io, con la mia famiglia d’origine, non avevo problemi a comprare libri e devo dire che raramente abbiamo acquistato male, ma è semplice fortuna oculata: rimanere in ambito del conosciuto o leggere un autore classico che ha scritto tanto aiuta tantissimo. Poi è arrivata la crisi e anche la diminuzione di spazio vitale e allora si sono riscoperte le biblioteche. E si è aperto il mondo!

Come si fa a vivere senza biblioteche se sei un lettore onnivoro e affamato? E sul limite della povertà una volta sì e l’altra pure, aggiungiamo. So di aver scritto altre volte sulle biblioteche e sul fatto che per me è stata una meravigliosa scoperta che ha solo ampliato il mio spazio mentale senza dover diminuire soldi e spazio fisico. Ora mi chiedo perché non le si usi in modo più massiccio…

Molto probabilmente ci saranno analisi su questo fenomeno, ma è meno impattante del problema dell’editoria, delle librerie che chiudono o del fatto che i lettori diminuiscono. Lettori o compratori di libri? Me lo sono sempre chiesta. Alla fine anche se sembra tutto la stessa roba, se vai in biblioteca il libro non lo compri, non fai girare l’economia, quell’editore non stampa x libri, quella libreria non vende, non ci sono stipendi per chi lavora e quindi poi si chiude. Corto circuito lettori! Qualcosa non quadra nel mio ragionamento, ne sono convinta. Qualcosa che riguarda l’educazione al leggere e al possedere libri, perché essere lettori non vuol dire comprare libri (io ne compro in modo compulsivo e ne leggo di meno di quelli che prendo o compro e leggo altro, non so, follia mia), comprare libri o tanti libri non ci rende ottimi lettori, leggere tanto non sempre implica comprendere quello che si legge, consultare testi non sempre aiuta. Non…non…non. Allora cosa servono le biblioteche? A far guerra all’editoria, al commercio, alle librerie? Non scherziamo! Eppure sembra così, se non ci rendiamo conto che non sono binari paralleli di un unico tragitto ferroviario, ma punti di interscambio, di passaggio, di consapevolezza.

Quindi adesso vi metterò i punti per cui, secondo me, ogni forte lettore, medio lettore e nuovo lettore deve sostenere le biblioteche civiche, comunali o quel che è, incentivarne il prestito, insistere sugli acquisti e farle vivere.

  1. sono un centro d’aggregazione sociale. Questa non è difficile da capire, ma in un mondo sempre più isolante, dietro ognuno ai nostri schermi, uscire e guardarsi in faccia non è male. A volte in biblioteca si riparano persone che una casa non ce l’hanno e qui continuano ad avere un senso di umanità civile (sempre che si comportino degnamente).
  2. sono un centro di scambio di idee, soprattutto le biblioteche universitarie, anche se in certe città qualcuno pensa che siano il loro territorio personale di “anarchia” dove le leggi sono sospese, in realtà quei luoghi dovrebbero continuare la tradizione delle università laiche medievali, nate in antitesi e continuità con i monasteri religiosi e quindi permettere che le idee circolino, si scontrino, si ricalibrino per il bene di tutta la comunità e della politica.
  3. sono un momento in cui la solitudine si può combattere. Pensate a quanta gente sola, spesso anziani, “costretta” a uscire di casa per andare a prendersi qualche libro, trova poi un modo per scambiare due parole non solo col bibliotecario. Un tempo avevamo le piazze, ora abbiamo i centri commerciali con l’aria condizionata, ma ci possono essere anche le biblioteche.
  4. sono un luogo di crescita, soprattutto le biblioteche per bambini. E’ vero che ci sono asili, giardinetti e parchi apposta, ma non di solo svago deve vivere il cervello di un bambino, futuro adulto. Alimentiamo quei neuroni anche con le storie!
  5. sono un supporto economico per lettori. Questa è facile da capire.
  6. sono un supporto economico per lettori dubbiosi, nel senso che se non sei convinto che quel libro ti piaccia, lo prendi in biblioteca e poi magari te lo compri (capita, fidatevi).
  7. sono un momento di incontro fra lettori e scrittori e/o editori. Sono un salotto accogliente in cui parlare di cultura a qualunque livello.
  8. quando giocavate a sim city senza biblioteche il vostro quartiere non progrediva anche se avevate altro, qualcosa vorrà dire no?
  9. sono un luogo in cui le domande possono trovare risposte. Con tutti quei libri uno che ti dica cosa cerchi dovresti trovarlo!
  10. sono un luogo di innamoramento e amicizia. Dai, perché no?
  11. sono un ente sociale, educativo, culturale, propositivo e civico. Basterebbe solo questo per doverle sostenere.
  12. leggere libri rari, fuori catalogo, costosissimi.
  13. Non ci sono solo libri, ma anche dvd, cd, fumetti e tanto altro.

Forse ci possono essere anche altre risposte sul perché è dovere di ogni cittadino pretendere e sostenere le biblioteche, ma forse basterebbe capire che esse sono come i musei, dove la cultura è a disposizione di tutti perché possano crescere e amare la cultura e ampliare i propri orizzonti e capire come spendere anche i propri soldi per comprare libri che fisicamente devono starci vicino per tutta la vita possibilmente. Una città senza biblioteche è una città afona, che allontana da se stessa chi deve invece investirci soldi, tempo, passione, fatica e gioia. Non prendetemi per scema, perché non vivo sulle nuvole, ma le biblioteche sono non un’antagonista alle librerie, ma la spalla su cui appoggiarsi perché permette davvero che la conoscenza possa arrivare a tutti senza spendere nulla di più delle tasse comunali che già si pagano.

Credete nelle biblioteche, perché possono permettere a piccole case editrici di nascere, agli editori di investire e alle librerie di crescere: ogni nuovo lettore nato, cresciuto, educato, appassionato, sarà un lettore compratore bisognoso di capire, vedere, crescere, avere e incontrare.

Andate nelle biblioteche quando siete in crisi di lettura e non sapete cosa leggere, fidatevi dei consigli di amici e bibliotecari, ma se avrete trovato un libro che parlava a voi lo comprerete dopo, se invece non sarà scattata la magia non rimprovererete nessuno se non il tempo sprecato. Un passaggio in meno in libreria non vi farà perdere la voglia di comprare, tanto lo sapete benissimo che se siete “ammalati di librite” dovranno colpirvi fortissimo in testa per farvela passare, avrete solo aumentato le possibilità di leggere. Fidatevi della sottoscritta sull’amaca. 😉

Pretendete dai vostri sindaci, uscenti entranti sotto elezione, che ci credano fortemente nelle biblioteche, che investano tempo e denaro per sostenerle, per farle crescere, per renderle una seconda/terza/quarta piazza cittadina. Pretendete che ci siano servizi pubblici comodi per arrivarci e non che siano piazzate lontano come isole nel deserto. Pretendete che ce ne siano tante (a Parma sono davvero fortunata e incrocio le dita che si continui così per sempre) in vari quartieri della città in modo che siano come le celle di uno stupendo alveare di libri. Davvero, le biblioteche sono un tesoro per tutti.

Towers of Knowledge, di Rob Gonsalves
Towers of Knowledge, di Rob Gonsalves

Stanotte la gente se la gode…

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La splendida edizione della Salani

Stanotte molte librerie staranno aperte per consegnare l’ultimi libro di Harry Potter.

Premettendo che, pur avendo letto la saga, non mi sono appassionata e non lo reputo all’altezza di altre saghe come “Il signore degli anelli” (tanto per citarne una, ma posso mettere la saga dei Belgariad tanto per dire), o al mondo di Discworld, beh sono contenta che la gente faccia la fila per comprare un libro fantasy.
Sì, stasera, mentre io farò altro (magari leggere altro) ci saranno persone trepidanti aspettando di stringere fra le braccia un libro, magari comprando un gadget o magari prendendo anche un altro libro. E io sarò contenta per loro.
Perché sono contenta? Perché faranno girare l’economia, perché prenderanno qualcosa che li renderà felici, perché condivideranno con altre persone un’emozione e in un’epoca in cui tutto passa per il virtuale, anche parlare, il guardarsi in faccia prende un valore ancor più grande.
Purtroppo non tutti la pensano come me e quindi anche oggi mi sono beccata qualche post su fb con risposte semplicemente imbarazzanti.
Disprezzare quelli che fanno la fila perché vogliono condividere con altri di loro un’emozione non vi fa più intellettuali o più lettori, vi rende solo più ciechi.
Ricordo ancora l’emozione di poter vedere il primo film della saga de “Il signore degli anelli”, con il biglietto in mano, con la calca addosso (odio la calca), con il mio vestito fantasy addosso e ridere e scherzare in mezzo ad altra gente come me, con gli occhi brillanti manco fosse la notte di Natale e l’albero pieno di regali più del solito. Ricordo la trepidazione ad aspettare l’ultimo capitolo della saga di Star Wars, talmente alta da non poter andare alla prima per non essere troppo carichi e impauriti da non capire nulla. Ricordo ogni singolo momento e lo ricorderò in eterno, perché è lo stesso di quando bambina un Natale mi regalarono “Lo Hobbit” e mi cambiò la vita.
La mia emozione vale meno perché si tratta di un genere considerato minore? Forse se la si smettesse di criticare e si leggesse ci si renderebbe conto che “minore” sta al fantasy o alla fantascienza, come “pera” ai neutroni.
Un libro, un film o un qualcosa del genere parlano alle persone, non a tutte allo stesso modo e denigrare un fenomeno di massa come quello di Harry Potter è da snob e io non li reggo gli snob. Sono gli stessi che davano degli sfigati a scuola a quelli che iniziavano a giocare a D&D negli anni ’80-’90; oppure che tacciavano di secchioni quelli che conoscevano a memoria non solo le battute di “Star Wars”, ma anche le differenze fra quella saga e la serie di “Star Trek”. Gli snob sono fondamentalmente dei bulli cerebrali, troppo pigri per rapportarsi a un piano fisico o intellettuale pari e troppo pavidi per lasciar perdere e lasciar vivere gli altri.
Dateci un taglio. Siete pesanti.
Siete pesanti perché, per quanto può piacervi o meno una cosa, se non è illegale o immorale o eticamente discutibile il vostro gusto vale quanto quello degli altri: a voi piace una cosa, agli altri un’altra. Possiamo discutere sul perché e sul percome piace o non piace, ma alla fine si rimane sulla questione di gusto personale e su quella non si può questionare.
Dateci un taglio, davvero.
Godetevi i vostri libri, le vostre librerie e i vostri fenomeni di massa (anche certi raduni molto osannati sono banali raduni di massa per gente che la vede nella stessa maniera, sono antri, isole ed enclavi di elitè o di sottogeneri sociali), lodate i vostri autori, fate i vostri urletti da fan sfegatati (ecco io questo lo detesto per tutti, si sappia) quando esce un libro che tanto amate, fate lunghe file per farvi fare l’autografo e fare gli occhi a cuoricino al vostro autore preferito (che a volte manco vi guarda). Non siete diversi da quelli che stanotte andranno a comprarsi l’ultimo libro dedicato al maghetto.
Fatevene una ragione, siete come tutti gli altri, né meglio né peggio, ma come gli altri e prima lo capirete e meglio vivrete e farete vivere gli altri.
Non vi piace Harry Potter? Ce ne faremo una ragione.
Non uscite a comprare un libro a mezzanotte? Va benissimo, vi auguro che alle 21 il vostro letto sia comodo.
Dite che per motivi sindacali da lavoratori (blablabla) non bisognerebbe tenere aperte le librerie oltre al solito orario? Va bene, avete ragione, ma vi prego poi non andate al ristorante oltre alle 21 e se vi manca il latte la domenica fate senza.
Le librerie cavalcano un fenomeno di massa e sperano di fare guadagno. Punto. Le librerie non sono un ente benefico, fanno soldi, lavorano e fanno lavorare e se per una sera decidono di fare una cosa straordinaria, beh non è molto differente di quelle librerie che sotto il festival della letteratura di Mantova tengono aperte per i reading…
Davvero, davvero, calmatevi, rilassatevi, prendete una tisana, un pannetto, un amico o un’amica e fatevi quattro risate: il mondo andrà avanti anche senza il vostro sdegno e magari un ragazzino o una ragazzina stanotte, entrando nel mondo di Harry Potter, capirà la grande magia della lettura e il mondo vero ne gioirà.
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Mosca nel 1941, foto trovata sul web. Fenomeno di massa anche questo da condannare?