Lettrice in quarantena e in esilio

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un po’ di libri che mi hanno fatto e stanno facendo compagnia in questo periodo

Avevo in mente di scrivere questo post verso Natale, per fare un consultivo di un punto inaspettato della mia vita: il trasferimento a Roma per lavoro. Come alcuni sanno ho preso una parte della mia vita e nel giro di una settimana l’ho trasferita lontato da tutto e da tutti. Forse era tempo, forse non bisogna lasciarsi scappare delle occasioni, forse si è solo pazzi ogni tanto e ne vale la pena. Comunque non sono qua a fare una seduta psicologica della mia vita e ad ammorbarvi con il mio criceto mentale sulla sua bella ruotina che gira e gira. Volevo dirvi come mi sono trovata senza più i miei riferimenti da lettrice. Quindi partiamo con la strada vecchia che ho, momentaneamente, lasciato.

Parma è una piccola città con un passato letterario glorioso e qualche figlio illustre. Per quanto il tempo non sia stato pietoso, con lei come con altre piccole o grandi città, ha mantenuto una parvenza di forte città culturale e letteraria. Sono impietosa, lo ammetto, con la città che amo più di qualcunque altra, solo perché vorrei che tutto quel potenziale che esiste esplodesse al massimo, mangiando in testa ad altre realtà, ma invece sembra sempre che un po’ vivacchi sul proprio passato e non si sforzi mai abbastanza. Comunque sia. Librerie ne ha sia di catena che indipendenti e ha almeno 10 biblioteche civiche a disposizione della cittadinanza con una grande selezione di libri da quelli fuori catalogo alle ultime uscite. Come detto più volte in questo blog, sono stata di casa in alcune di queste biblioteche a tal punto che ci si conosce vicendevolmente per nome coi bibliotecari: è come essere a casa ed è una bella sensazione. Per quanto riguarda le librerie ho lo stesso rapporto con il Libraccio solo perché ha un sacco di usati e si trovano occasioni che altrove è difficile reperire, soprattutto quando arrivano le vagonate di Cosmo Oro e Argento per la fantascienza.

Quindi la mia vita è stata una tranquilla passeggiata in bicicletta in mezzo a scaffali di libri. E la via nuova?

Arrivando a Roma speravo di trovare una cosa simile, ma moltiplicato per x mila. E invece non è proprio così. Le biblioteche ci sono, ma sono molte poche in proporzione con la popolazione e la densità abitativa. Ovviamente ci sono condizioni in alcuni quartieri in cui la cultura fa fatica a entrare e fare il suo dovere. E anche a livello di librerie la problematica pare la stessa. Roma è una città complicata in tutto, perché non dovrebbe esserlo anche in questo?

Ammetto di essermi un po’ depressa, soprattutto dopo che ho visitato il Libraccio qua e non ho trovato la stessa aria che si vede a Parma o a Milano e Bologna dove ho visto altre sedi della catena. Cosa manca? Beh qui a Roma è più simile a un Feltrinelli con solo le uscite degli ultimi anni e la parte di editoria minore, musica (con cd e vinili), usati, fumetti, libri di genere sembra quasi relegata in un angolo. Certo questo è un IBS-LIBRACCIO, ma non mi è piaciuto per niente (anche se il palazzo è meraviglioso e lo spazio espositivo enorme). Gentilissimi i librari e ipersolerti ad aiutare, su questo non ho niente da dire, mancherebbe altro. Lunga vita a chi lavora bene!

Ho iniziato a farmi consigliare dagli amici romani (per fortuna la mia rete di sicurezza ha maglie nerdosamente ampie e mi ha accolto a braccia aperte, facendomi sentire voluta e quasi a casa) e in poco tempo ho scoperto le bancarelle in piazza Esedra e la libreria Pocket2000. Ero piena di speranza quando è arrivato il 2020 e per quanto il lavoro mi esaurisse le energie mentali e mi venisse difficile pensare di uscire a passaggiare il pomeriggio (Roma mi ha spaventato molto più di come mi abbia accolta. Dico solo che per quanto abbia avuto scioperi dei mezzi e giornate di diluvio non ho mai avuto un vero problema di spostamento o altro, grazie ai colleghi e alla fortuna non so. Riuscivo anche a trovare parcheggio sotto casa spesso!), il mio essere procrastinatrice non mi faceva vedere il nero che avanzava. Così con lo spirito di un lemming che va verso il burrone col sorriso felice, mi decido e faccio la tessera della biblioteca! A marzo. Non infierite vi prego. Per quanto fosse stata la prima cosa che avevo visto arrivata a ottobre, farla mi sembrava una cosa come “rimarrai per sempre qua e non tornerai mai a Parma, perché lei si sentirà tradita”. Sono un lemming paranoico evidentemente, perché sta cosa non ha senso. Vabbè, a una certa non è che si possa cambiare. Nel mentre avevo trovato tutta una serie di bancarelle con Urania a 1 euro che reclamavano i miei pochi e sudati soldi.

Ho fatto la tessera il sabato prima della chiusura della zona rossa. Genio del male che sono! Marzo è arrivato come un treno nei denti e lo sfasamento fra il “dovere” e il “non capisco” è stato così ampio che la mia media di lettura è drasticamente caduta in una fase di depressione. Fino a quel momento, grazie anche l’uso dei mezzi per andare e tornare dal lavoro, era di almeno 4 libri al mese, media che mi ha permesso di ipotizzare una lettura annuale sui 50 libri e provare la challenge su goodreads con questi numeri. Quattro libri al mese sono per me una buona media, un ritorno agli anni d’oro della mai giovinezza, quando annulamente ne macinavo di libri anche grossi; col tempo, crisi varie a parte, ho capito che i numeri non fanno la felicità, ma tornare a godere di leggere sì. La speranza si infranse contro il muro del covid. Sembra che sia stata una cosa normale anche fra i lettori forti: ore a non capire quale sarebbe stata la propria vita, ubriacamento di ore a disposizione, ansia da futuro e poi lo smartworking (e magari alcuni avevano anche figli e pargoli h24 a casa da gestire). Una cosa simile è capitata anche a me, ma senza pargoli e con ansie diverse, mentre chattavo con amici e famiglia e organizzavo il calendario serale delle videochiamate per le serate nerd di gioco di ruolo. Poi lentamente, sforzandomi, ho ripreso a leggere e ho ringraziato il cielo di aver portato con me l’ereader e di supplire le richieste alla biblioteca con prestiti online di ebook (oltre a quelli che nel tempo avevo in archivio). Ho potuto continuare a partecipare alle letture collettive della readchristie e della fantadistochallenge senza perdere le tappe. Ecco di certo il “dover” rispettare certi appuntamenti è stato uno stimolo a leggere e a non perdere la speranza. Ho purtroppo interrotto le poche storie che facevo su instagram (non diventerò mai qualcuno se non sono costante!) perché stare tante ore a lavorare davanti al pc mi ha stordito, soprattutto i primi tempi. Mi mancano, ma solo perché alla fine mi piacerebbe mettermi più in gioco nel parlare di libri, visto che dal vivo non mi tiro mai indietro. I numeri di lettura sono tornati a crescere tranquillamente e la fortuna di aver incappato in qualche buon libro ha aiutato a tornare alla normalità.

In questo periodo ho scoperto che amo la fantascienza come da ragazzina amavo il fantasy, cercando avventure e grandi temi. Ho scoperto che però non posso fare a meno di elfi, nani, maghi e compagnia danzante, ma porcaciccia i miei libri sono quasi tutti a Parma quarantenati. Ho riscoperto le piccole case editrici che si fanno un bip come chissà e che sfornano libri ben più completi di quelli che escono dalle grandi case, le quali dovrebbero un po’ imparare da loro e dedicarci prodotti non sono esteticamente belli, ma anche qualitativamente più corposi. Ho sentito l’esigenza di leggere fumetti fatti bene per perdermi nel tratto dei disegnatori, senza dimenticare l’importanza della penna. E per quanto letterariamente mi manca, non sono ancora andata per mare… Insomma in questi mesi ho solo scoperto le astronavi al posto delle navi, ma per il resto riconferma di qualità e opere di nicchia e ricerca di qualcosa di più.

Argomento: comprare libri e scaricare quelli gratis della solidarietà digitale.

Non ho comprato libri online e credo di aver scaricato 2 libri di quelli offerti. Perché? Primo perché non avendo una libreria di fiducia da supportare, mi sembrava cannibale buttarmi sui grandi store quando in realtà ho la libreria piena di libri da leggere (non sono mica scesa a Roma a mani vuote e a ogni giro a Parma c’era il “cambio gomme” dei libri). Comprare online non è il male l’ho detto, il male è la bulimia del comprare che è patologica. L’ho sempre pensato ogni volta che vedevo su instagram montagne di libri comprati ogni giorno. E’ vero c’è chi compra scarpe e chi libri (io sono fra quelli), quindi non c’è niente di male nel farlo, ma la patologia compulsiva ossessiva è dietro l’angolo e bisognerebbe farsi due domande. Per me comprare libri è andare per scaffali e bancherelle tornando a casa sì con quello che volevo, ma anche con libri ispirati dal momento. Comprare online mi dà la sensazione di limitare le possibilità di lettura, paradossalmente.

E anche degli ebook non ho approfittato perché per quanto ritenga che il prezzo sia a volte troppo altro, dietro a ogni ebook c’è un sacco di lavoro che va pagato e quindi cannibalizzare le case editrici per avere loro materiale gratuito è anche questo un aspetto che sfiora il patologico. E anche qua facciamoci due domande.

Senza cadere nel moralismo e senza volermi mettere sul piedistallo, ritengo che in questo momento di crisi bisogna diventare sempre più lettori consapevoli e quindi scegliere di supportare case editrici e librerie e anche biblioteche. Come? Comprando e frequentandole. Semplice. La crisi economica colpirà di nuovo e molti si troveranno con le pezze ai pantaloni e si sa già che un 9% di piccole case editrici chiuderà a fine anno. E’ inevitabile. Noi possiamo decidere dove metterci per bloccare la falla della diga. Sempre. Scegliendo dove comprare la frutta e la verdura, chi sostenere come editore, quale negozio sotto casa frequentare. Scegliere la qualità soprattutto, magari comprando meno ma comprando meglio.

Questa quarantena non mi ha cambiato in questo senso, anzi ha solo fortificato la mia opinione di essere un numero certo, ma di poter diventare un miglior pezzo dell’ingranaggio.

Ora che inizia la fase 2, quella che sembra “tana libera a tutti”, sperando di non dover tornare di corsa alla zona rossa, penso che la prima cosa che vorrò fare è riconsegnare il libro che ho preso a marzo in biblioteca, andare al Libraccio, piangere di gioia in metro sui libri comprati (avendo esibito la mia tessera come le chiavi di una Porche), tornare a casa a piedi e cercare di riavere la mia normale vita da lettrice e da nerd. Poi avrò il tempo e il modo di riabbracciare in sicurezza i miei cari in carne ed ossa. E sarà gioia.

“Anna Karenina” di Lev Tolstoj

A marzo, in piena quarantena, abbiamo finito di leggere “Anna Karenina” o AK per gli amici. Ora, qui non starò a raccontarvi la rava e la fava di come si debba leggere un classico, l’analisi critica e tanto altro visto che non mi compete, ma qui e ora vi racconterò come un gruppo di folli lettrici, dopo aver dedicato un anno e mezzo a questo libro è qua ancora a chiedersi: “Ma perché?”

Chi ha un po’ bazzicato questo lento blog saprà che da 7 anni (eggià, abbiamo appena scoperto che è stato il nostro compleanno l’8 di aprile, e che stiamo superando la crisi del settimo anno) io partecipo, e sono anche colpevole, a un gruppo di lettura online chiamato “Letture Collettive Folli e Sgangherate”: ossia come leggere i classici a puntate come uscirono a quel tempo. A puntate, appunto. E quindi per leggere un romanzo ci vogliono anche 18 mesi…per un parmigiano non è nemmeno una stagionatura, ma per un lettore invece è un’odissea. Eppure è un modo splendido per capire certi classici. AK anche.

Quindi entriamo nel vivo del racconto di questa nostra lettura. Non avevamo mai affrontato i russi e dopo Dumas e il suo conte, ci sentivamo forti e invincibili (o forse ancora stordite e quindi incapaci di contrastare la proposta di una di noi). Stolte! Non ricordavamo come era stato difficile leggere il tanto amato (da altri) Dickens? Ci siamo cascate e abbiamo letto, un po’ come la monaca di Monza quando “e la sventurata rispose…” e si inguaiò per tutta la vita.

IMG_20200402_093800_081[1]Abbiamo fatto fatica ad appassionarci. E scusate se il discorso sarà sconclusionato, ma non è facile a volte mettere insieme le sensazioni. Prima di tutto abbiamo fatto fatica a capire il voltafaccia di Anna. Certo, si capisce che possa perdere la testa per un altro uomo, quando hai un matrimonio di convenienza: scegliere è sempre una cosa più forte che scrivere una x sotto un contratto. Eppure all’inizio Anna viene descritta come una donna inarrivabile e irreprensibile, quasi un modello di virtù e le basta un viaggio in treno per non capire più niente. Ci sta, è il colpo di fulmine. Lo capiamo. Anche se Tolstoy farà di tutto per descrivere fisicamente Vronskij nel peggior dei modi (se non ricordiamo male è stempiato e con dei tratti di chi alza un po’ il gomito), anche se poi, più passano le pagine gli dà una fortezza psicologica che pochi avrebbero avuto nella sua situazione. Anna invece cade vorticosamente nel suo inferno personale, rivelando un carattere incostante, debole, infantile e paranoico. E vendicativo. Perde davvero tutta la sua potenza di gran donna e madre, per entrare in un abietto modo di esistere, altalenante sul rivendicare la forza del suo gesto (che diciamocelo lo possiamo capire), al far pesare al compagno tutte le loro decisioni, a far subire alla figlia il dispresso della sua situazione (pur non trattandola male, Anna jr è una figlia di seconda scelta che mai eguaglierà il fratellastro maggiore in affetto). Sicuramente Tolstoj avrà voluto dire qualcosa raccontandoci la sua vicenda personale, ma non è certo quella di raccontare un’eroina romantica. Forse, e dico forse, è per mostrare a tutti quanto è facile cadere, quando si sceglie il proprio egoistico interesse. Eppure, anche se la descrizione non è mai edificante, lo scrittore non calca la mano nel giudizio, ma più (subdolamente?) le paragona la vita di Levin Konstantin e la ex svampita Kitty.

Ecco i secondi protagonisti veri della vicenda, quelli forse troppo banali per passare alla storia della letteratura e avere un qualcosa che li indentificasse. Eppure su di loro lo scrittore russo basa tutta la narrazione per far arrivare un chiaro messaggio: la vita di campagna, la conquista di un amore sincero, la conversione alla fede, il lavoro fisico anche quando si è imprenditore agricolo e si hanno delle responsabilità, sono i veri valori di una vita spesa con coraggio e da cui si traggono i migliori frutti. Il loro amore nasce contrastato, monco all’inizio, viziato dalla giovane età e dall’inesperienza; sembra naufragare, ma poi complice il destino (in una delle scene più assurde e cifrate della letteratura) sboccia e si va via via a costruire con una Kitty evanescente che diventa moglie e madre solida e solidale e un Levin adolescente in un corpo di adulto che prende su di sè tutti i doveri del pater familias, anche attraverso il dolore e le paure più profonde.

E da romanzo, mentre la famiglia di Levin inizia a essere il polo di attrazione costruittiva di una famiglia allargata, Anna diventa un nome da non dire in una società che vive benissimo senza di lei. Levin costruisce, Anna viene dimenticata. E’ anche questo il paradosso doloroso che mi ha pervaso alla fine della lettura. Sapevo come sarebbe andato a finire (e sinceramente a quel treno tutte noi del club dobbiamo tanto), ma non mi aspettavo che Anna diventasse un personaggio marginale pian piano che si avvicina la fine, sparendo poi del tutto come se fosse stata una parentesi fastidiosa ma ininfluente. AK l’eroina della letteratura in realtà è una meteora che non cambia nulla; che nell’economia del romanzo non sposta in realtà niente a tal punto che tutto andrà in mano al signor Karenin senza che nessuno si opponga (tristissima la decisione finale di Vronskij). E allora perché farne il perno del romanzo, dandogli il nome di lei? Non lo so, non siamo riuscite a spiegarcelo.

Ecco perché bisogna spostare la grandezza di questo romanzo non sulla sua protagonista o su Levin (che in certi momenti ha fiaccato anche lui la borsa come pochi!), ma su due elementi: i grandi affreschi della Russia e la scrittura di Tolstoj.

Sul primo elemento ci si potrebbe soffermare per ore, ma non è questo il mio intento. La Russia appare in tutta la sua decadente grandezza, dove da una parte la nobiltà cerca imperterrita di mantenere il suo potere su tutti senza mai dover rendere niente a nessuno, mentre dall’altra parte una nascente classe politica lavoratrice fa sentire il suo mormorio soffuso e roboante in continuo fermento. Ci sono i grandi fenomeni culturali che vanno e vengono dall’Europa, come lo spiritismo.

Sul secondo elemento non abbiamo altro che dire che era un signor scrittore. Tutte le descrizioni della vita bucolica, legata ai pezzi dedicati a Levin, sono tutte una spanna sopra alle descrizioni della città (ed è chiaro l’intento), poi si arriva a livelli di lirismo drammatico nella scena madre dedicata al fratello di Levin o verso il finale. Credo che sia questo elemento che abbia salvato il romanzo dalla dannazione eterna del nostro gruppo di lettura.

Perché…AK non l’abbiamo retta per le ragioni sopradette; Vronskij per quanto abbia fatto un percorso di crescita interessante in tutto il romanzo, rimane comunque uno che alla fine ha perso e non ha lottato; il signor Karenin vive di sponda e oscilla come una banderuola senza capire se odiare la moglie (comprensibile umanamente) oppure perdonarla cristianamente (come dovrebbe fare in base alla sua crescita ipotetica); Levin è Tolstoj e quindi, che vuoi dirgli?; e tutti gli altri più o meno di contorno.

E quindi ci rimane una domanda: perché amare un personaggio come AK?

Per noi, donne adulte e alcune con già una vita anche matrimoniale avviata e costruita nel tempo, non ha sconvolto il fatto che una donna prendesse una sbandata per un altro uomo; non ci ha colpito il fatto che questo è anche un romanzo passionale; ci ha colpito la degradazione psicologica e umana di Anna; questo suo scendere nel suo inferno senza un vero perché; un vigliacco non voler affrontare la realtà dando la colpa ad altri. In lei non c’è lotta, non c’è conquista, ma solo un lagnoso tentativo di distruggere tutto (anche quel poco o tanto che ha strappato dal suo destino precostituito), non c’è il romantico amore che porta al dramma, perché per quanti sforzi fatti non si riesce a strappare nulla. Anna risulta non perdente in senso del perdere perché la sua lotta è impari, ma una perdente dove a priori decide di non fare, di non agire, di lagnarsi e distruggere. Sinceramente non me lo aspettavo e la cosa mi ha lasciato l’amaro in bocca.

Lascio a chi ha amato questo romanzo il bel gusto del lettore e non mi impegnerò mai a far cambiare idea perché un libro è un rapporto e smuove cose e ricordi ed esperienze che sono personali, ma un giorno mi piacerebbe, finita questa quarantena, poter trovarmi davanti a un bel piatto di buon cibo e buon vino e discuterne amabilmente, magari rimanendo ognuno nel suo posto, ma sviscerando davvero al massimo uno dei personaggi femminili più conosciuti (o forse non davvero) della letteratura mondiale.

6 mesi di fantadistochallenge

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tutte le foto e i commenti li trovate sulla mia pagina instagram

La fantadistochallenge è una lettura collettiva su instagram voluta dal profilo di Sonosololibri, ( se cliccate sul nome andati dritti dritti al suo bel blog), partita a settembre 2019 e si concluderà nell’agosto 2020. E’ una lettura collettiva tematica, dove ognuno può scegliere di leggere il libro che preferisce basta che si attenga al tema indicato.

 

 

 

Ecco i temi

settembre: un classico distopico con regime dittatoriale
ottobre: un distopico/fantascientifico che tratti di alieni o mutanti
novembre: un distopico/fantascientifico scritto fra il 1860 e il 1960
dicembre: un distopico scritto da una donna
gennaio: un post apocalittico
febbraio: un libro che tratti terrestri su un altro pianeta
marzo: un distopico/fantascientifico che tratti di robots/alieni
aprile: un distopico/fantascientifico ambientato nel nostro secolo
maggio: un distopico/fantascientifico scritto da un italiano/a
giugno: un ucronico
luglio: un distopico/fantascientifico con protagonisti bambini/adolescenti
agosto: un distopico/fantascientifico russo
Bonus: un distopico/fantascientifico che tratti di droghe

Ho preso l’occasione al volo per poter leggere una serie di libri il cui genere mi stava iniziando ad appassionare e anche poter conoscere una bookblogger con molta passione anche nerd.

Che cosa ho “imparato” da questi 6 mesi? Beh si impara sempre qualcosa ma alla fine leggere è “solo” leggere, anche se la fantascienza è un genere che obbliga a pensare quasi quanto un saggio sociologico: anticipa molti dei temi di medicina, scienza, sociobiologia, antropologia che il tempo ha dimostrato che l’uomo deve affrontare anche se ancora non abbiamo robot e non facciamo viaggi interstellari.

Settembre: “Qui non è possibile” di Sinclair Lewis.

La mia recensione sul mio blog la trovate qua.

Scritto nel 1935 e pubblicato in Italia in piena guerra, è un classico della distopia dittatoriale, ambientanto in America dove si assiste alla veloce scalata alla Casa Bianca del senatore Buzz Windrip e all’instaurazione di un regime dittatoriale e segregazionista e alla nascita, in contemporanea, di un sistema di resistenza e di patrioti. Un libro molto lento da leggere, ma molto interessante che in tanti hanno accostato alla scalata di Donald Trum alla presidenza americana. Credo che sia un po’ tirata per i capelli, anche se sicuramente sia il libro che la realtà sottolineano come dalla crisi della politica possa nascere una “non politica” dal pugno duro, convinta che con l’autoritarismo di risolvere i problemi e silenziare le differenze. Per fortuna la realtà ci sta dimostrando come, per ora, funzionino ancora gli anticorpi democratici che impediscono la veloce instaurazione di una dittatura. Altra cosa differente è che nel libro il presidente è un democratico e non un repubblicano come Trump. Vogliamo leggervi qualcosa? Senza scendere nella politologia da 4 blog che ognuno si sente in dover di spargere al web, credo che dovremmo comprendere che la nascita dei totalitarismi ha molti padri e madri e può evolversi in qualsiasi nido politico, soprattutto quando si è convinti al 100% della bontà delle proprie azioni e della totale negatività del nemico (non più avversario) politico: nel momento in cui non c’è più seria autocritica, ma solo una lotta lì nasce il totalitarismo di qualsiasi colore.

Proprio per quel motivo mi ha sorpreso che fosse stato scritto fra le due guerre, in un periodo molto delicato politicamente, e che in Italia fossero riusciti a pubblicarlo durante la II guerra mondiale. Mi piacerebbe trovare i dati di vendita e come venne accolto e con quali provocazioni letterarie e politiche. Alla fine in Europa stavano vivendo quello che era stato “profetizzato” (anche se le citazioni al nazismo sono chiare nel libro) qualche anno prima.

Ottobre: “Follia per sette clan” di P.K. Dick

Qui la mia recensione completa.

Cosa mi ha colpito? Sicuramente la modalità in cui vengono trattati e proposti i disturbi mentali umani e come alla fine Dick, forse in modo sornione, ci dica che nessuno di noi può scappare a una diagnosi e a una condanna dal mondo “normale”. In effetti dovremmo comprendere come essere “alieni” è qualcosa di molto terrestre, in quanto altro da me e come la malattia mentale possa alienare, ossia allontanare, un essere umano da tutto il resto dell’umanità condannandola a una lunga e recidiva condanna a un ergastolo sociale e medico a volte infinita e dolorosa.

Novembre: “Il giorno dei trifidi” di John Wyndham

La distopia è quel genere che pone il lettore di fronte all’inevitabile sconfitta del genere umano, in perenne lotta contro qualcosa o qualcuno in un mondo che sembra non aver più una ragion d’essere. Capisco che sia un po’ semplicistico, ma di per sè il genere non porta speranza anzi forse guardando nel vaso della Pandora letteraria anche quella è scappata. In questo romanzo, con elementi un po’ distaccati fra loro, mi sono trovata a seguire le vicende dei protagonisti con ineluttabile pigrizia, chiedendomi come fosse possibile ricostruire il mondo.

E qui devo aprire una parentesi e dire che come rievocatrice quando leggo un distopico rimango sembre un po’ arrabbiata, in quanto è vero che l’essere umano medio, oramai abituato ad aprire il portafoglio e comprare cose, non è più in grado di fare da solo qualcosa, ma al mondo esistono ed esisteranno artigiani in grado di plasmare la materia e farci saltar fuori un tavolo come una stoffa. Ragiono come rievocatrice, perché io nella mia imbranataggine sono riuscita a imparare i rudimenti della tessitura pur non essendo un’artigiana: il sapere è a nostra disposizione se vogliamo apprenderlo e non c’è nulla di misterico nell’usare le mani. Invece quello che detesto è che cade un meteorite? scoppia una guerra nucleare? e tutti imbravvisamente diventano inabili a tutto e manco un tea sanno farsi.

Dicembre: “Il mondo della foresta” di Ursula K. Le Guin

Un romanzo breve o un racconto lungo che mi ha colpito per quella che io ho visto una critica al colonialismo e alle sue brutture e ai tentativi di manipolazione e distruzione dell’altro. In un mondo dove l’equilibrio fra natura e popolazione vivente si basa sul rispetto e interscambio, l’entrata a gamba tesa degli umani in carenza di cibo e zone verdi da disboscare porta davvero lo stravolgimento totale costringendo gli indigeni a trasformare anche la propria natura pacifica per difendersi. Il colonialismo terrestre è stato uno dei momenti più distruttivi per le altre popolazioni umane, creando fenomeni distrorsivi quali lo schiavismo e la difesa per legge degli abusi; come la non salvaguardia degli ecosistemi sia una delle cause di sconvolgimenti e conflitti, ma nessuno vuole davvero affrontare la problematica.

Chi mi ha prestato questo libro mi ha messo la pulce nell’oreccho che questo romanzo possa essere stato usato come base per la scenggiatura di “Avatar”. Ne sapete qualcosa? In effetti gli elementi ci sono tutti, anche se i dettagli cambiano.

Gennaio: “La strada” di Cormac McCarthy

Aspettavo l’occasione per leggere questo libro da tanti osannato e temuto a tal punto che mi ero fatta un’altra idea e forse questo mi ha manipolato la lettura. Come sopra, per la distopia, il fatto che anche nel post apocalittico tutti abbiano perso qualsiasi conoscenza materiale mi manda in bestia e qui i due protagonisti, o meglio il padre è proprio uno sconfitto anche da sè stesso: incapace di costruire sapere e di condividerlo e passarlo al figlio, condanna entrambi alla morte certa, soprattutto mentalmente inerte. Il lungo cammino che fanno verso condizioni di vita migliori, in un mondo silenzioso e autodistrutto, porta entrambi a inutili discorsi che non costruiscono nulla. Come è possibile che non ci sia almeno il desiderio inconscio di permettere la continuità della specie? Forse questa sensazione, che io ho trovato fastidiosa e deludente, è il punto focale che porta i lettori a vederlo come un dramma da lacrime e struggimento. A me ha fatto solo una gran rabbia. Forse nel mio personale vaso di Pandora, malgrado tutto, c’è la speranza in fodno e la voglio conservare.

Febbraio: “3 per la vecchia luna” R. Jones, H.B Fyfe e F. Leiber

Tre racconti sul nostro unico satellite e tre modi di vedere la luna e di rapportarsi a lei: il primo divertente in piena idea espansionistica e di conquista dell’universo, il secondo drammatico dove quell’idea si scontra con la difficoltà dell’esplorazione e il terzo in chiave weird dove la luna non è più dalla nostra parte come alleata ma anzi ci incute e dimostra terrore.

La luna è e rimarrà il nostro orizzonte spaziale più vicino e nello stesso tempo quello che maggiormente influisce le nostre vite anche in condizioni molto personali e quindi ci può incutere terrore. Eppure lei finché rimarrà al suo posto ci consentirà una vita sulla Terra equilibrata e stagionale e questo alla fine ci dovrebbe rassicurare e ringraziarla.

Ecco, questi sono i 6 libri iniziali della lettura collettiva. Ho già iniziato a leggere i libri di marzo e saranno due, solo perché il primo per quanto bella alla fine era un racconto e mi son sentita un po’ in colpa a leggere robine piccole. In più, in questo momento di pausa forzata per Coronavirsu, eggià, non ho voglia di farmi abbattere dalle brutte notizie e voglio riuscire a sfruttare al meglio il tempo, anche leggendo qualcosa di più sostanzioso. Ringrazio pubblicamente la metro di Roma per permettermi di stare al passo con le letture della fantadistochallenge portandomi ogni mattina al lavoro e riportandomi a casa alla fine.

“Qui non è possibile” di Sinclair Lewis

Che questo libro sia ritornato in auge proprio nel periodo dell’elezione di Trump a presidente degli Stati Uniti non è poi una scoperta letteraria: qualsiasi distopia, la quale parli di nascita di un regime dittatoriale, potrebbe usata come mezzo di paragone per l’elezione di un presidente altamente divisivo e con dettagli potenzialmente dittatoriali. Dove sta la differenza? Che nelle distopie i sistemi democratici di controllo non funzionano più di colpo dalla sera alla mattina, mentre a volte nella realtà la complessa macchina burocratica e democratica impedisce l’ascesa di un potenziale dittatore. Alla soglia delle elezioni americane del 2020 il presidente eletto Trump non è riuscito a scardinare le strutture dello stato.

Il bello di questo libro non è il parlare a noi, viventi nel XXI secolo, con alle spalle due guerre mondiali, guerre civili in Europa, eventi terroristici di varia natura ideologica, ma è il parlare ai suoi contemporanei con una visione di una chiarezza allarmante: qualsiasi demagogo che vi promette “tutto e subito” senza spiegarvi come e a danno di chi non è molto diverso da quello che sta parlando ora in Germania e risponde al nome di Hitler. Beh nemmeno di Stalin parla esattamente così bene ad essere sinceri.

Questo libro venne pubblicato nel 1935 in un periodo di forte crisi politica, ideologica ed economica: quello che la prima guerra mondiale non era riuscito a sopire, sobbolliva imperioso e deleterio sotto i piedi di intere nazioni.

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Attenzione alla lettura dell’articolo perché rivela la trama, ma ci sono curiosità utili da wikipedia

Ma andiamo al romanzo.

Cosa sarebbe successo se nelle elezioni del 1936 invece che essere rieletto Franklin Delano Roosevelt fosse stato eletto il “democratico” senatore Berzelius Windrip? Che l’America avrebbe avuto tutt’altra storia e invece di essere considerata la patria della libertà e della salvezza per milioni di ebrei europei (e non solo loro) ed essere fra le nazioni che si sono sedute non solo dalla parte dei liberatori ma anche di coloro che decidevano le sorti del resto del mondo a fine guerra. La storia che il presidente Windrip avrebbe dato alla sua patria sarebbe stata una nascente dittatura con tutti i “crismi” del regime totalitario: eliminazione lenta e inesorabile di tutta la classe dirigente non allineata, di tutti gli intellettuali e insegnanti non allineati; intolleranza verso ebrei e neri; riduzione dei diritti civili; segregazione delle donne. Oplà! E la dittatura è fatta! Senza nemmeno avere un vero ostacolo, perché il libro ci racconta attraverso la vita del direttore di giornale Doremus Jessup come sia stato veloce e “indolore” ascendere al potere, eliminare i diritti e instaurare una dittatura. Credo che Lewis abbia voluto dare una scossa ai suoi connazionali avvisandoli che una totale indifferenza alle cose pubbliche, un lasciar fare agli altri senza interessarsi permette alla pancia del paese di prendere il sopravvento. Sia chiaro: la pancia vale quanto il cervello in un corpo e quando questa non ha cibo da elaborare inizia a dare segnali controproducenti per tutti, ma da qui a seguirla senza senso ve ne passa. Windrip fa promesse alla pancia, a quella classe lavoratrice sotto pagata probabilmente, ma che in ogni modo si sente sfruttata dalle classi abbienti considerate forse parassitarie per non compiere i duri lavori fisici. Promette “5mila dollari all’anno” a tutti i cittadini, senza mai spiegare come li troverà e a chi li prenderà per darli a loro: un cane molto bello ma che si morde la coda. Ed ecco che vengono istituiti i “Minute Men” o “M.M.” forza paramilitare che fa rispettare l’ordine, diventando man a mano la vera forza bruta e tangibile del regime.

Chi è Doremus Jessup? Un tranquillo e agiato direttore di un giornale di provincia il quale con molta fermezza, ma senza una vera preoccupazione, si oppone alla scalata di Windrip, sicuro delle difese democratiche dello stato. Ben presto si accorgerà che niente era così sicuro come credeva e per quanto lontano sia dalle idee del presidente, come di quelle comuniste (diciamocelo che gli americani col comunismo hanno grossi problemi e non riescono mai a farselo passare, nemmeno in un romanzo distopico), tenterà di alzare la voce per rivendicare il diritto di libertà e giustizia. Troppo tardi però. Pagherà di prima persona e anche la sua famiglia verrà sconvolta al suo interno. Eppure questo uomo che non voleva altro che una vita normale, abitutato alle sue consuetudini, si troverà prima in prigionia, poi in un campo di concentramento per poi assumersi l’onere di quello che noi abbiamo chiamato “partigiano”. Il libro si conclude con l’inizio del periodo della “riconquista” del diritto, lasciando al lettore come si svolgerà.

Questo libro, come molti di genere distopico, sono dei veri campanelli d’allarme, a volte inascoltati e a volte esagerati; sono di sicuro la cassa di risonanza delle paure e anche delle paranoie di scrittori e lettori, ma vorre soffermarmi sulle date di pubblicazione di questo libro: 1935 in America, 1944 in Italia. Sono momenti che a posteriori sappiamo definire e identificare, con una buona analisi storica, ma allora come venne preso? Ammetto di non aver trovato il peso ideologico di questo libro sia in America (per quanto venne ben accolto e probabilmente usato come avvertimento) che in Italia nei tempi che uscì, visto che è chiarissima la lettura di come nasce un regime populista con stampo fascista, senza per forza avere influenze esterne (in questo caso non vi è nessun contatto costituente con il nazismo di Hitler o il fascismo di Mussolini, se non sporadiche citazioni. L’America con Windrip si autoisola).

Questo libro è stato ritradotto per usarlo politicamente e la cosa è limitante a mio parere. Perché sinceramente, forse sono un po’ Doremus anche io, credo poco che sia possibile adesso una scalata di un dittatore, perché per quanto la politica sia in piena crisi (ovunque), i sistemi di controllo democratici funzionano ancora (le camere, la costituzione, gli organi decisionali), anche se la pancia di ogni stato rumoreggia fomentata da pifferai ben agguerriti. In più è molto facile dare addosso a Trump (forse anche troppo, ma chissene), ma il libro sottolinea che né Hitler né Stalin sono esempi da seguire e le stesse forze partigiane hanno aspetti comunisti come non comunisti (come avvenne veramente nella Storia). Quindi non è che bisogna puntare questo libro addosso a un solo scomodo e pericoloso personaggio, ma guardare da ogni parte, perché il pericolo può arrivare da ogni parte. Forse è questa la lezione di Lewis, la sua paura di allora concretizzata in Europa (ma non solo) e per fortuna non da lui (Roosevelt venne rieletto): guardati da chi fa facili promesse, non abbassare mai l’attenzione e quando toccherà agisci anche mettendo in pericolo la propria vita senza perdere tempo prezioso.

Lo stile è scorrevole e piacevole, la prosa scivola velocemente anche troppo (o mi distraggo facilmente io oppure ogni tanto si dà per scontato qualcosa), ma non ci sono intoppi o pesantezze. L’evoluzione della vicenda scorre velocemente e dà proprio la sensazione di qualcosa di impossibile da arrestare.

Consigliato: a tutti, soprattutto ai ragazzi degli ultimi anni delle superiori, perché possano farsi una coscienza critica e attenta dei sentori fra le due guerre mondiali non solo per interesse storico, ma anche per essere pronti ad affrontare il loro contemporaneo. Il senso critico si allena anche con la narrativa senza bisogno di saggi introduttivi più o meno orientati politicamente.

Voto: 7 e mezzo. Bella lettura, provocatoria, che arriva al cervello senza per forza far del male al resto del corpo (basta il cervello).

Vi segnalo qualche link per la lettura:

internostorie

critica letteraria

il rifugio dell’ircocervo

SCHEDA TECNICA

Titolo originale “It Can’t Happen Here”

traduttore Gaetano Carancini

anno di pubblicazione 1935

casa editrice Jandi Sapi

stampato 1944 maggio

pagine 319

Paranoie in lettura!

Non ditemi che capita solo a me di immedesimarmi così tanto in un libro da temere o augurarmi che sia realtà?

Quello che mi sta capitando ora è legato al libro di King “L’ombra dello scorpione”. Il libro è un pilastro, da quanto mi dicono, e io ne ho sentito parlare solo bene e dovendo scegliere un libro per la lettura dell’autore del mese di luglio (King appunto) mi è sembrato di cascare in piedi. Non ho fatto i conti con la mole del libro e quindi esso diventerà anche il libro di agosto, anche se sto filando velocemente con la lettura (però luglio finisce solo fra due giorni e sono solo a pagina 140 circa…su 1212…). Quello che mi sta inquietando è che il libro parla di un’infezione mortale e io mi ritrovo nella vita vera circondata da gente che starnutisce! Io ho iniziato a starnutire dalle prime pagine! E la mia fantasia ha iniziato a prendere il sopravvento e a pensare come sia possibile che dal libro l’infezione sia uscita. E se non fosse una finzione letteraria? ahahahahahaha!

Scherzi a parte, non sono né paranoica né complottista, ma essere circondata da persone che si comportano normalmente minimizzando un normale raffreddore mi ha permesso ancor di più di immedesimarmi nelle storie che vengono raccontate, anche perché, malgrado tutte le fantasie letterarie, i protagonisti sono normali persone e nulla più.

A volte il libro ti rapisce talmente tanto che ci si vuole dimenticare del mondo reale: spegnere la tv, tacitare le persone, rimanere isolato con il testo e magari un buon bicchiere di qualcosa. A volte il libro di fa sognare e allora guardi il mondo con altri occhi sperando di vedere baleniere o astronavi atterrare in centro città. A volte ti racconta la realtà e allora osservi il mondo in modo cinico oppure trasformando il tuo punto di vista. A volte confondere la realtà con la fantasia fa venire i brividi e allora mi rendo conto che sì, si può e si deve ancora sognare, sperando di vedere Gozilla dietro a un palazzo oppure dover decapitare uno zombie affamato o, perché no!, combattere una “normale influenza”.

Attenti a chi starnutisce a fianco a voi! 😉

ombra dello scorpione

“L’impero dei lupi” di Grangé

Finito.

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Su anobii ho messo 3 stelle, perché alla fine per quanto il libro mi sia piaciuto nel suo complesso, non mi ha trasmesso il pathos necessario. E non capisco perché.

L’altro libro di Grangé che avevo letto era “Il giuramento” e mi aveva letteralmente attaccata a ogni pagina e anche se l’argomento mi inquietava, lo avevo finito in pochi giorni, leggendolo anche quando la stanchezza imperava. Così non è stato con questo e un po’ mi sono sentita delusa.

Delusa perché l’argomento è un “classico” o meglio è una “normale” investigazione su un serial killer, forse, su un traffico di droga, certo, su persone misteriose, quindi aveva tutti i presupposti per non essere il libro troppo pompato ed esagerato in cui il lettore deve staccare la sua logica e fidarsi totalmente di quello che gli dice lo scrittore.

Ovvio che l’elemento oltre il normale ci deve essere: dall’investigatore fuori le regole, alla trasformazione di una persona, al buono che diventa quello che mai potrebbe essere. Anche in questo caso per quanto alcune cose strappino un sorriso (non dico per non fare spoiler), alla fine ci si soprassiede senza problemi.

Quindi? Quindi non so perché non mi abbia preso.

Ho trovato molto interessante e stimolante tutta la spiegazione, storicamente vera non so, sui Lupi Grigi e avrei voluto che la cosa fosse più legata a loro, invece di usarli come “specchietto per le allodole”. Per me i Lupi Grigi sono Alì Agca e l’attentato al papa Giovanni Paolo II, sono l’eminenza grigia dietro il rapimento Orlandi, sono la Turchia in fermento continuo, sono terroristi raccontati dai giornalisti o eroi evocati da altri fanatici oppure no; sono insomma un leggero e poco approfondito chiacchiericcio televisivo, mentre si fa dell’altro in casa. Forse l’unica cosa veramente positiva della lettura è stato aver stimolato la mia curiosità su un fatto di attualità che confonde cronaca con la cronaca nera con la politica.

Il finale è proprio buttato su, come se l’autore non avesse più voglia di scrivere o si fosse reso conto che stava scrivendo un altro libro e che o doveva ricominciare tutto oppure doveva tenere nel cassetto il resto della vicenda. E come sempre la vendetta viene compiuta anche se è totalmente improbabile.

Questo libro, che vale molto di più per il regalo alla fine che per la lettura, ha il pregio però di non avermi allontanata dall’autore, ma anzi di avermi incuriosita. A breve affronterò “Miserere”.

Raramente leggo libri dello stesso autore in modo consecutivo ma a giugno avevamo su CF la lettura collettiva per autore e a votazione era stato selezionato per giugno Grangé. Sono solo in ritardo di un mese. Per Luglio ci sarà King.

Letture collettive online via faccialibro

Da quando faccio parte di Anobii il mio modo di leggere si è modificato, non tanto nei gusti, ma quanto nella condivisione di quello che leggo e nello stimolo.

Rimango un’asociale nel modo di scegliere i libri e molto spesso, anzi sempre è la recensione (non la singola ma varie) negativa a farmi scegliere un libro piuttosto che un altro, o comunque l’osanna degli amici non modifica mai il mio giudizio finale. Ho dato 3 stelle a libri osannati dai miei contatti, perché lo sentivo per quanto mi sforzassi a capire la loro passione, ma poi ho smesso di farmi domande: un libro è sempre un’esperienza singola, una comunicazione fuori tempo fra uno scrittore e un lettore. Punto. Il resto sono misere classifiche riempitive nelle pagine della cultura nei quotidiani.

Una cosa che ho modificato ma che mi è sempre piaciuto fare è la lettura collettiva di libri con altra gente e siccome la cosa nella mia città non è stata fattibile (non so, sicuramente non l’ho cercata, ma alla fine degli illustri sconosciuti non mi interessano, i conoscenti o gli amici sì), ho trovato il modo di farlo online.

Prima attraverso anobii e poi attraverso Facebook (finalmente una cosa positiva) e devo dire che mi sono divertita tantissimo, anche se la grande difficoltà è nel tarare i propri tempi di lettura.

Non ricordo quella su anobii, ma su fb è stata tutta colpa della “proprietaria” de La Libreria Pericolante e una sua amica e siamo partite con

http://www.anobii.com/books/Rot__Ruin/9788865301470/0121544d44170b5011/

Poi non ricordo se nel mezzo c’è stato altro di corsa, ma di certo abbiamo iniziato a segnalare le cose come eventi in modo da non intasare le bacheche personali. E abbiamo coinvolto altre persone.

http://www.anobii.com/books/Dolce,_cara_Audrina/9788845401916/01baed37dcded361b7/

http://www.anobii.com/books/Dolce,_cara_Audrina/9788845401916/01baed37dcded361b7/

http://www.anobii.com/books/La_casa_dinferno/0123a96c9fc13d83a1/

http://www.anobii.com/books/La_casa_dinferno/0123a96c9fc13d83a1/

http://www.anobii.com/books/Ventimila_leghe_sotto_i_mari/9788854125100/01ae2db29fb944d000/

http://www.anobii.com/books/Ventimila_leghe_sotto_i_mari/9788854125100/01ae2db29fb944d000/

http://www.anobii.com/books/Santa_Barbara_dei_fulmini/019bd5bb16458ab10d/

http://www.anobii.com/books/Santa_Barbara_dei_fulmini/019bd5bb16458ab10d/

http://www.anobii.com/books/Santa_Barbara_dei_fulmini/019bd5bb16458ab10d/

Tutte queste dall’inizio dell’anno, mentre in contemporanea ognuno di noi leggeva anche altri libri (anche altre letture collettive).

Dal primo di maggio abbiamo iniziato una cosa folle perché abbiamo deciso di leggere un romanzo d’appendice nella maniera in cui è uscito, quindi con la scadenza che abbiamo trovato su wikipedia (non è il sancta sanctorum, ma per le date e nozioni così è utile, i testi a volte latitano…) e siamo partite. Vedrò di fare un resoconto dei capitoli passati e di continuare la lettura qua.

Il libro è “Il nostro comune amico” di Charles Dickens

http://www.anobii.com/books/Il_nostro_comune_amico/01057161b5eb039785/

http://www.anobii.com/books/Santa_Barbara_dei_fulmini/019bd5bb16458ab10d/

Qui c’è la scansione temporale della lettura http://it.m.wikipedia.org/wiki/Il_nostro_comune_amico#section_1

Vediamo cosa salterà fuori.

Nel frattempo vado a finire Grangé, perché mica penserete che io abbia un solo libro in lettura, vero?