“Yeruldelgger” di Ian Manook

Era in lista da un po’, da quando era uscito credo, ma solo questo mese mi è capitato fra le mani andando in biblioteca (una buona infornata a questo giro, visto che in un colpo solo mi sono portata a casa tre libri che volevo assolutamente leggere e di cui vi parlerò a breve). Mi incuriosiva sapere come si investigava dall’altra parte del mondo e soprattutto su che cosa e in che modo: quanto sono diversi da noi questi mongoli dal fascino esotico e chiusi nelle nostri menti in un passato glorioso e perdente. Ci si immagina di avere a che fare con Genghis Khan e la sua corte in jean e maglietta? Non lo so, so che dopo aver letto “Il Totem del Lupo” di Jiang Rong l’Orda d’Oro si è spogliata nella mia testa di ogni orpello per cadere, purtroppo, nella desolazione della contemporaneità che tutto distrugge. So anche che da questo libro avevo anche grandi aspettative proprio perché cercavo di ritrovare quel senso di resilienza di cui avevo captato il sentore dalle parole di un mio amico appena tornato per la seconda volta da quelle terre. So di non essere stata del tutto esaudita.

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recensione di goodreads

Di certo da un romanzo giallo, da un’investigazione non ci si può aspettare che faccia l’affresco preciso e antropologico dell’ambiente in cui si svolgono le cose, ma quello che ho sentito leggendo è stato un superficiale raccontare cose viste o vissute e mi sono perplessa da sola. Ho cercato di capire qualcosa in più dell’autore perché da alcune descrizioni (proprio in virtù delle foto appena viste del viaggio del mio amico) e da alcuni dettagli si capisce che conosce quello che racconta, ma è come se non lo sentisse. Questo è un discorso che mi capita spesso di fare con Amici su come il senso delle cose lo puoi capire solo se lo hai davvero vissuto nel profondo, quando ti sei così tanto sporcato da non sentirne più nè l’odore nè vederne la macchia: lo fai tu, lo vivi, lo respiri e tutto ti viene così naturale da non saperlo spiegare agli altri se non invitandoli a viverlo a loro volta. Vale per un sacco di cose dalla filosofia alla religione, dal paese in cui si vuol vivere al cibo che si ingurgita, dai libri che si leggono alla musica che si ascolta. Non voglio fare un discorso filosofico su un testo che di filosofico ha ben poco, ma mi ha colpito questa sensazione di non riuscire ad afferrare totalmente la comunicazione inconscia dell’autore e del perché si svolga in un paese così particolare.

La vicenda è anche abbastanza facile da descrivere se non fosse che scade un po’ nello scontato: un poliziotto sopra le righe (che io ho continuato purtroppo a vedere con la faccia di Jean Reno per tutta una serie di personaggi del genere, vedi “Wasabi”) ma che i buoni adorano; due omicidi sconvolgenti nella loro “normalità” (il cadavere di una bambina disseppellito dal tempo e un pluriomocidio a sfondo sessuale perverso) che però svelano una serie accidentale di collegamenti e di brutalità; poliziotti corrotti contro poliziotti buoni; un dramma famigliare insoluto. In soldoni questo è lo scheletro entro cui i nostri protagonisti si muovono e capisco di semplificare anche troppo un libro che, da quanto leggo, è piaciuto abbastanza, ma la sensazione di sapere come andranno le cose molte pagine prima che succedano è abbastanza deludente. Capisco che sia difficile, di questi tempi, essere originale in scrittura e in trama, ma è fastidioso fare il “lettore Cassandra”.

Altra cosa fastidiosa nella lettura sono state le descrizioni dettagliate delle scene di violenza sessuale. Non faccio la puritana, ma quando le cose sono gratuite son fastidiose. Mi spiego meglio. Lo stile del libro è, per quanto il nostro eroe sia tagliato con l’accetta e l’amarezza, molto lineare, chiaro, diretto, senza troppi fronzoli nè esagerazioni: i protagonisti sono chiaramente buoni (anche troppo in certi casi), buoni scanzonati, cattivi, inetti, stronzi veri e propri. Si inquadrano tutti, senza tanti colpi di scena, sapendo per chi parteggiare e perché, con un uso sapiente e ponderato delle scene, dei rapporti, delle parole e degli atteggiamenti. Poi di punto in bianco, in momenti in cui ci stavano le scene per carità, ecco la dettagliata descrizione di ogni gesto, atto, mano, membro che fa cosa e come. Perché? Quando leggo certe cose, mi vien sempre da dare la colpa a Martin e al “Trono di Spade” per le sue scene gratuite di sesso, descritte che manco un porno. Certo, siamo adulti, siamo cresciuti, non viviamo in una bolla di vetro, che vuoi che sia una scena di sesso un po’ hard? Non voglio nulla, ma solo è fuori contesto letterario e mi fa insospettire che sia un po’ il modo di sconvolgere il lettore di punto in bianco, cercando di vedere l’effetto che fa. A me ha fatto l’effetto di noia. Sia messo a verbale.

Detto questo potrebbe sembrare che io abbia detestato questo libro, cosa non corretta. Il libro mi è sufficientemente piaciuto, anche se lo avrei un po’ accorciato in certi punti: interessante leggere i pezzi in cui la vita della Mongolia si intreccia con gli atti del commissario o di altri personaggi che gli sono da contorno; mi è piaciuto quel suo modo di fare scostante in bilico fra la tradizione come giusto dogma e un lavoro che è tutto uno sporcarsi le mani nel peggio del mondo. Anche Yeruldelgger mi è abbastanza piaciuto, rientrando nella serie di investigatori scostanti e monolitici che ora vanno di moda, perché per quanto sia davvero scolpito nella roccia, poco umano, risulta simpatico e si parteggia facilmente per lui e per i suoi modi di fare spicci. Solongo, la medico legale, è un bel personaggio solido attorno a cui la vita si muove senza scomporre la sua solidità spirituale. Insomma il libro si fa leggere, senza avermi tratto fuori troppi entusiasmi.

Voto: 6 Sì, la sufficienza meritata devo dirlo, ma che mi fa pensare che si potesse chiedere un po’ di più alla storia limando certe cose e approfondendo altre. Quando faccio questo tipo di commenti mi rendo conto di essere quel tipo di lettore stronzo che trova un sacco di peli nell’uovo, ma è più forte di me. La lettura per me è spontanea e il giudizio cresce o diminuisce durante la lettura, cercando sempre di dare la possibilità di “redimersi” quando ho sensazioni stonate; quando però quei peli mi rimangono sullo stomaco, per quanto mi renda conto del buon lavoro fatto, saranno quelli a far risaltare il mio giudizio finale.

Scheda tecnica

titolo originale:  “Yeruldelgger”

traduttore: Maurizio Ferrara

anno di pubblicazione: 2013

edizione: Fazi Editore – serie Darkside

finito di stampare: giugno 2016 presso Puntoweb S.r.L di Ariccia (Roma)

progetto grafico: Francesco Sanesi

pagine 524

prezzo: €16,50

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“Il totem del lupo” di Jiang Rong

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Bello come quei libri che ti lasciano dentro il segno pur non volendo. Bello anche quando vorresti smettere di leggere perché sai come andrà a finire. Bello come quei libri che ti fanno pensare al di là della storia che stanno raccontando. Bello anche se toglieresti un po’ di pagine di spiegazione perché, anche se sai che valgono, rallentano il ritmo e la narrazione.

Non me lo aspettavo, perché avevo seguito il consiglio della scrittrice Danila Comastri Montanari pur sapendo che i nostri gusti sono diversi (lei su FB consiglia un sacco di libri che sta leggendo, di ogni genere ed è sempre un piacere vedere cosa una scrittrice legge sia per svagarsi come per studio), ma la trama mi incuriosiva. Mongolia e lupi, due argomenti capisaldi di questo libri, ma che per tanti versi mi trovo a leggere, vedere, curiosare, stando purtroppo lontana o a distanza di sicurezza.

La storia è semplice: un intellettuale cinese viene mandato in Mongolia per la riabilitazione, viste le sue idee fuori dalla linea maoista e rivoluzionari, ma invece di essere riabilitato in ottica politica, viene adottato e conquistato da una terra molto diversa, che ancora mantiene i ritmi lenti della pastorizia nomade, coi suoi riti e le sue saggezze. In questo libro egli, e alcuni suoi compagni, subiscono la metamorfosi dimenticando di essere cinesi e diventando mongoli, da invasori a conquistati. Purtroppo solo loro subiranno questo processo liberatorio, perché altri invece, subendo la politica espansionista e rivoluzionaria del partito comunista cinese, condanneranno una provincia fiera a diventare un deserto senza animali e uomini.

Il lupo è il filo conduttore di tutta la vicenda, rimanendo animale fiero e non addomesticabile, ma essendo un simbolo fortissimo della cultura  millenaria di un popolo che nel tempo ha conquistato, spopolato con l’Orda d’Oro, per poi spaccarsi e farsi conquistare solo politicamente. In una Cina senza religione, il lupo e il Tengger sono la forza spirituale che non si può domare; in una Cina dalle politiche espansioniste e agricole, il gregge di pecore, le marmotte e persino i topi di campagna sono gli elementi di un delicato equilibrio naturale che vede ancora una volta il lupo il suo giudice e controllore.

Il libro colpisce per la chiarezza in cui mostra la drammaticità del progresso, l’arroganza del non sapiente con in mano un fucile, il disprezzo dell’ignorante di fronte agli equilibri millenari della natura. E’ la storia non tanto o non solo della Cina (anche se più si va avanti e più vengono alla mente le immagini ultime delle tempeste di sabbia e si capisce meglio perché ci sono), ma è la storia di tutto il mondo occidentale in continua e incontrollata espansione, il quale crede di essere più furbo degli avi e delle lentezze, per volere tutto e subito e con il culo al caldo. E’ il disprezzo totale della natura sia nell’ottica del conquistatore che si crede il più furbo della catena alimentare, sia del pauroso che vorrebbe tenere ogni specie naturale a se stante e in una bolla di vetro. La natura ha i suoi ritmi, i suoi perché, i suoi valori e non siamo noi uomini a doverla decidere, ma dobbiamo solo capirla e aiutarla se siamo in grado. E’ un po’ la storia di questa nostra Italia disastrata, fra un cataclisma naturale e l’altro, abbandonata nella spocchia degli ignoranti e massacrata dalla burocrazia degli ignavi.

Non lo consiglio a tutti, ma se avete voglia di riflettere forse sarebbe meglio che lo leggeste.

Le yurte della Mongolia.