“L’apparenza delle cose” di Elizabeth Brundage

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Recensione di goodreads

Premessa: ho sbagliato istinto, non è il libro per me. La recensione su “Il Libraio” mi aveva colpita e non so come sia, ma a sto giro ho toppato. Non è che sia un brutto libro, ma non era quello che mi aspettavo e quando le aspettative librarie vengono deluse è un po’ come quando ti sbagli a uscire con un uomo: un appuntamento che ti lascia l’amaro in bocca e ti fa dubitare di te. Beh, in questo caso i libri si rimpiazzano e si dimenticano molto più velocemente di un’appuntamento amoroso.

Perché non fa per me questo libro? Perché dalla recensione mi aspettavo qualcosa di più horror, una cosa in cui la casa davvero avesse il predominio sulle persone vive e che agisse in qualche modo. King ne parlava bene (anche se diciamocelo, tutti noi non crediamo davvero che i commenti entusiasti degli autori su un libro di un collega siano davvero quello che pensano: quello che pensano, in bene e in male, lo argomentano meglio e magari in una discussione più stimolante della frasina buona per farci prendere il libro. Sì, sono molto disillusa da tante cose). E questo doveva mettermi sull’avviso, perché il Re (gli riconosco il titolo) ha il potere di farmi detestare i suoi libri e farmene amare altri e questo libro rientra nei suoi detestabili: verboso e narrativo.

Non c’è niente di male nella narrativa, anzi, ma non fa per me. I libri per me devono avere uno “scopo”: un omicidio da risolvere, un mostro da sconfiggere, un pianeta da scoprire. Sì, amo più i libri di genere, quelli che hanno qualcosa da raccontare di preciso e non solo la Vita in senso ampio, quel lento e inesorabile fluire di giorni dopo giorni sperando che qualcosa accada e quando accade, semplicemente accade. Alla gente piace e io ne sono contenta, a me annoia (tranne rarissimi casi).

Qui succede qualcosa a inizio libro e ci si impiegano circa 300 pagine per arrivare a spiegare perché si arriva a quello (è un omicidio, dai, non è spoiler), ma poi ce ne vogliono altre 200 per dire che per quanto si sappia chi è stato e il lettore sappia benissimo anche perché nessuno può farci nulla e quindi ciccia. Ciccia??? No, vogliamo dire che quello che poteva risolversi almeno in un thriller è rimasto lì, incompiuto, con le vite di tutti che malgrado tutto vanno avanti come se niente fosse e che, soprattutto, nessuno paga? No. Non mi va bene. Ci sono poliziotti che non indagano veramente, persone che se ne lavano le mani, gente che potrebbe parlare e se ne sta zitta tranne poi piagnucolare sulla povera morta. Ok, è un libro horror.

Capisco perché a King possa essere piaciuto, perché alla fine qui c’è solo la vita normale, quella delle persone che si rovinano la vita vicendevolmente, perché troppo deboli per fare un passo fuori dagli schemi; perché vivono nell’umiliazione e quindi pensano che tutti debbano vivere così; perché schiavi di perbenismi manipolati e contorti che rovinano anche la migliore ideologia o religione; perché persone becere; perché paurose; o perché psicopatiche. Leggere questo libro è come vedere la gente che hai vicino farsi mangiare dalla vita, incapace di mettere dei paletti e di scegliere le conseguenze meno dolorose; questo libro fa male. Fa male perché non ha una risoluzione, un riscatto, una punizione. Fa male ed è horror contemporaneo, dove i mostri non esistono, ma esistono solo omuncoli e donnicciole vittime delle loro pochezze. Mi chiederete se non esistono momenti propositivi o di speranza. Ci sono, ma sono talmente lasciati di contorno che non danno alcun sollievo. Sarà stato questo lo scopo della scrittrice e c’è riuscita benissimo, creando il personaggio negativo come un topos classico di perversione ed egoismo; creando la vittima sacrificale immobile e tanto vittima (sì, lo so è una ripetizione, ma è davvero una cosa sconvolgente); e attorno comprimari che sarebbero anche utili se la vittima non decidesse di non parlare. Più ci rifletto e questo libro non è solo narrativa, ma è un bel manuale psicologico da regalare a tutte quelle persone che, per un motivo e per l’altro, pensano che l’unico modo di affrontare la vita sia farsi mangiare: stare zitti e subire, quando basterebbe aprire o chiudere una porta, a seconda delle situazioni. Andarsene non è un male, lasciare le persone nemmeno. Non esiste una legge che ci obblighi a stare con qualcuno pena il carcere, ma siamo troppo ingabbiati dalla condanna morale della società da subire qualsiasi cosa, anche quando ci rendiamo conto che non è umanamente possibile. D’altra parte chi invece vive lontano dalle gabbie, ma è troppo occupato a godersi la propria libertà da non capire che non siamo tutti uguali e che non possiamo fare i cloni di noi stessi per rendere gli altri liberi: ognuno può essere libero secondo la propria indole.

Cathrine e Justine sono i due personaggi femminili attorno a cui gira una sorta di speranza di rivalsa, ma sono trottole che non si toccano. Willis è una trottola autodistruttiva. Fanny è una trottolina felice, nei suoi pochi anni di vita amata da due genitori che, come la buona creanza vuole, a lei danno tutto l’amore che hanno. Mary una lenta trottola abitudinaria. E questi sono solo alcuni personaggi attorno cui la vicenda si articola, mentre George Clare agisce a suo modo, fregandosene di tutto e tutti.

Voto: 6. Non posso dire che sia un brutto libro, ma la vera pecca è che per 200 pagine quello che a me ha preso è stata la noia, la speranza che finalmente ci fosse la svolta emozionante, quella discesa impellente in cui succede per forza qualcosa che ti possa tenere incollata alle pagine. Troppe parole, troppe digressioni sulle vite dei personaggi marginali, troppe cose inutili e meno sostanza. Un buon fumo per un arrosto troppo piccolo per la mia fame.

Scheda tecnica

titolo originale: All Things Cease To Appear

traduttore: Costanza Prinetti

anno di pubblicazione: 2016

edizione: Bollati Boringhieri

finito di stampare: gennaio 2017 stampato in Italia da Grafica Veneta S.p.A. di Trebaseleghe (PD)

copertina: illustrazione © Sandra Cunningham/ Trevillion Images

pagine: 516

prezzo: €18,50

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“Morte di un maestro del Tè” di Yasushi Inoue

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recensione su goodreads

Prendete un’arcipelago lontano nello stesso periodo in cui noi passavamo dal Rinascimento all’era moderna circa (quindi metà 1500-inizio 1600) e lo prendete con uno dei suoi riti più sacri e quasi esoterici: la cerimonia del Tè. E prendete un uomo che è diventato un maestro di quella cerimonia, facendo del rito e dei suoi oggetti una serie di segni e simboli a loro volta sacri. Poi prendete noi lettori occidentali che aprono questa storia e forse non ci capiscono nulla.

BOOM!

Scusate l’introduzione così drastica ma a me sembra così. Questo libro, romanzo di un diario, racconto di un’esperienza, non può essere di facile comprensione nemmeno da chi da anni legge e prova a praticare la cerimonia del Tè, magari dopo essersi comprato tutti gli strumenti del caso. Qui si parla di mentalità completamente differenti, dove il gesto di sguainare la katana è simile a quello di mettere le foglie di tè e questo perché come molte civiltà l’uomo di guerra di rango superiore non è il banale uomo da rissa, grossolano che certa becera storiografia vorrebbe farci credere, ma è colui che deve arrivare a cogliere il segreto della Vita e della Morte distribuendo entrambe attorno a sé. Cosa vuol dire? Difficile da spiegare, come è difficile comprendere per tutto il libro il perché del seppuku del maestro Rikyu dopo aver ricevuto l’ordine dell’esilio. In quei momenti che leggi, cogli il significato profondo di un gesto che è arrivato a cogliere atti di profondo lirismo filosofico in due culture lontanissime per geografia e tempo: l’impero romano e appunto il Giappone. Ci sono cose di questo libro difficili da comprendere che vanno oltre ai termini tecnici (non tutti ben spiegati nell’utile glossario a fine libro) o dai nomi o dai gesti descritti, perché è proprio l’esistenza di chi dedica tutto se stesso a un gesto che per noi è ridotto alla bustina di tè da immergere nella tazza scaldata al microonde. Con questo non voglio dire che il bruto occidentale scimmiesco dovrebbe imparare dal raffinato orientale, ma piuttosto far capire che ci sono cose che per noi (in senso lato) possono apparire banali, mentre per altri sono il frutto di studio non solo tecnico, ma anche psicologico e sociale. La cerimonia del tè, che per noi è sempre un momento molto scenico da vedere nelle varie feste orientali, per chi la vive è davvero un momento sacro e di condivisione, dove anche il minimo gesto ha un suo valore ben chiaro non solo in chi lo fa, ma anche in chi lo riceve. La ritualità che non nasce dal caso, ma dallo studio e dalla comprensione è ciò che è stato sempre un momento difficile da far comprendere nella Storia da chi, per fortuna o sfortuna, non ha tempo da dedicarvici.

A livello narrativo il romanzo si snoda lentamente e inesorabilmente attraverso i pensieri del protagonista, “orfano” del suo maestro, alla ricerca di una vera motivazione al gesto finale di costui: perché scegliere il seppuku se non era stato espressamente richiesto? Si snoda quindi una casuale ricerca (il discepolo appare pigro nel suo non aver mai affrontato la cosa) attraverso le parole e i gesti di chi ha potuto incrociare la propria strada col maestro del tè, arrivando a far scaturire più dubbi che certezze, ma avvicinandolo sempre più a una risposta credibile. Risposta che arriva e che narrativamente lascia molti dubbi di stile, avendo scelto il sistema del sogno/visione più che della risoluzione logica. Ma anche in questo un occidentale non potrà mai comprendere davvero e fino in fondo certi meccanismi mentali.

A mio parere questo libro si può leggere in più modi: una lettura superficiale in cui le parole scorrono senza troppe interruzioni, posandosi leggere fra un termine tecnico e una descrizione; una tecnologica alla ricerca di una spiegazione di gesti e riti; una filosofica alla ricerca di risposte alle proprie domande. Quale è quella corretta? Boh, non me lo chiedo. Ho lasciato che questo libro provasse a scorrere e io stessa ho inciampato più volte in cose che si scontravano con la mia logica; ho lasciato che fosse il rumore dell’acqua che bolliva a fare da rumore di fondo nel cambio delle stagioni; ho lasciato che fosse il rumore degli uomini d’arme appena accennati ad allontanarsi da tutto. Mi è parso un romanzo (non riesco a capire fino a che punto sia davvero un’opera di finzione e quanto un diario come è stato scritto nelle note finali. Boh, sarà un limite mio, ma da quando Manzoni mi ha fregato a suo tempo coi “Promessi Sposi” un campanellino mi scatta sempre alla frase “ritrovato diario di…”) ben scritto, molto estetico in ottica in cui il suono della parola è più curato del fluire della trama verso un punto determinato e che lascia soprattutto molto spazio alla riflessione.

Dedicato a chi il Giappone vorrebbe capirlo senza bisogno di diventare orientale (siamo troppo lontani per capirci davvero) e anche per chi, come me, trova che il rumore delle bolle dell’acqua siano un bel suono che rinfranca ogni momento della giornata e da condividere con gli altri.

Scheda tecnica

titolo originale: Honkakubõ ibun

traduttore: Gianluca Coci

anno di pubblicazione: 1981

edizione: Skira

introduzione di Riccardo Reim

finito di stampare: 2016

collana diretta da Eileen Romano

design: Marcello Francone

copertina: “Ritratto del maestro Sen no Rikyu” particolare, di Tõhaku Hasegawa (1539-1610). ©Bridgeman Images / Alinari

pagine 187

prezzo: €16,00

“La fata carabina” di Daniel Pennac

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scene di vita quotidiana di casa mia. ^_^

Ho iniziato l’anno scorso a leggermi con calma questa saga famigliare un po’ particolare con la stessa incoscienza con cui mi approccio con libri lontani dalla mia confort zone letteraria.

Ci ritroviamo nella stramba famiglia Malaussène e i suoi componenti vari e strampalati, ma abbiamo anche a che fare con un omicidio e un omicidio terribile e ingiustificato. Difatti questa volta Pennac fa giocare i suoi protagonisti in un contesto ben diverso dalla prima avventura. E questo omicidio fa da sfondo, da supporto, da genere e allora mi scopro a leggere qualcosa di ben diverso da quello che mi aspettavo: sto leggendo un giallo. Sì, la mia sorpresa è stata grande, ma devo dire che mi sono adeguata piacevolmente e subito, rendendomi conto (forse con un po’ di arroganza, visto che sono solo al secondo volume della saga) che Pennac si diverte a giocare coi generi e gioca come un burattinaio coi suoi burattini, spostandoli da un palcoscenico all’altro. Se “Il paradiso degli orchi” era racconto di narrativa, per quanto surreale, se abbiamo visto nascere nella nostra mente l’idea di farsi pagare legalmente come “capro espiatorio” (dai lo abbiamo pensato e sperato tutti, almeno in quei momenti in cui non gira nulla e almeno vorresti trovare un senso alle cose, o almeno un guadagno) e abbiamo visto che il concetto di famiglia è più ampio di quanto si voglia credere (soprattutto quando hai una madre troppo fertile e “svagata”). Insomma abbiamo sorriso coi Malaussène, parteggiato per Benjamin e chiesto come sia possibile vivere così.

Ora li troviamo a dover indagare loro malgrado, perché in realtà l’indagine li sfiora, li costringe, li prende di spalle, li mette spalle al muro, mentre un nuovo piccolo nasce e la mamma di tutti si addormenta beata lasciando il casino ai figli più grandi. Insomma se una vecchietta uccide un poliziotto, se i Malaussène fanno da balia a degli anziani se no finirebbero nel giro della droga, se qualcuno cerca di far fuori tutte le vecchiette del quartiere, se la polizia gioca contro se stessa, chi sarà il capro espiatorio di tutti? Suppongo che abbiate già capito.

Racconto gradevole e piacevole, che strappa più di un sorriso e qualche risata, che mi ha fatto meglio entrare nelle dinamiche famigliare, lasciando fuori tutti i pregiudizi e le aspettative. La famiglia Malaussène è quella che è: unita, non vincolata, aperta, con regole tutte sue, con idiosincrasie tutte sue, senza giudizi e con un cane che cade catatonico mandando tutti in agitazione. E alla fine quando le cose sembrano incasinarsi, il giallo si dipana nel modo più classico e normale del mondo, con una facilità che ti dimentichi cosa stai leggendo e su chi.

Senza ombra di dubbio questo secondo libro mi è piaciuto di più, non solo perché conscia della scrittura di Pennac, ma anche e soprattutto dell’atmosfera che vuole trasmettere al lettore con un ritmo veloce, incalzante, ma che ti guida senza scosse.

Voto: 7

Scheda tecnica

anno di pubblicazione: 1987

titolo originale: Le Fée Carabine

traduttore: Yasmina Melaouah

casa editrice: Universale Economica Feltrinelli

finito di stampare giugno 2013

copertina: Jacques Tardi

art director: Cristiano Guerri

cover designer: Ufficio grafico Feltrinelli

pagine 237

Follie collettive: “Grandi speranze” di Dickens

Ricordate la lettura collettiva su “Il nostro comune amico” di Dickens che ha visto me, La libreria pericolante, Clubippogrifo e qualche altra nostra conoscenza a leggere a puntate il pesissimo libro?

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Sì, un cactus…sì, è voluto.

Beh abbiamo “deciso” di replicare con lo stesso autore che abbiamo massacrato a suo tempo e con un’altra sua corpulenta opera: “Grandi speranze”. Mai titolo fu più di buon augurio in una tempesta. Colpa a questo giro del Clubippogrifo e sinceramente non so:

a. cosa le sia venuto in mente;

b. cosa sia venuto in mente a noi di accettare senza opporci (perché non ci siamo opposte per nulla. Ma cosa è sta cosa: masochismo letterario?);

c. perché nessuno ha chiamato la neuro?

Quindi oggi incomincia la lettura a tappe e finirà il tutto ad agosto (agosto??? ma veramente??? Non ci posso credere…), con commenti sulla pagina dell’evento e via cantando. Ci aspettano cinismo e vetriolo da spendere a man bassa perché siamo convinte che la lettura sarà all’altezza (o bassezza dipende) dell’altra. Questa volta però non vi regalerò post riassuntivi per ogni puntata o capitolo (credo che qualche liceale possa averne usufruito o lo farà), ma mi limiterò a qualche commento extra sulla pagina fb o twitter; l’ho deciso non tanto per non essere usata per lavori altrui (tanto una volta che metti le cose su internet non sono più patrimonio tuo davvero), ma perché mi sono doppiamente annoiata a mantenere un impegno del genere per ogni tappa. Potranno capitare anche i post per aggiornavi della faccenda, ma non so. Voglio che questa volta tutto sia il più leggero possibile e anche il più divertente, perché magari a ‘sto giro il libro mi prende, la vicenda mi interessa…ho letto la quarta di copertina e mi sono pentita di aver comprato il libro…

Per chiunque volesse seguirci nelle nostre simpatiche avventure letterarie il post dell’evento è a questo link. Siete invitati a unirvi alla lettura, a criticarlo e a criticarci in modo educato e civile, difendendo le vostre posizioni di lettori.

Qualcuno di voi lo ha letto e mi può dare qualche dritta di cosa aspettarmi? o.O

“La famiglia Karnowski” di Israel J. Singer

Avrei dovuto partecipare con questo libro al mio primo incontro di lettori organizzato dal “Mansfield Park Book Club“, ma purtroppo la stagione rievocativa mi ha impedito di arrivare a compimento di questo libro e di poterlo discutere con elementi sufficienti. Come potreste notare sono arrivata in ritardo di un mese…

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Comunque sia, parliamo di questo romanzo che mi ha davvero sconvolto e commosso. Come detto per l’altro libro di Singer, “Yoshe Kalb”, sono rimasta stupita da quanto una “semplice storia di famiglia” potesse prendermi ed emozionarmi come questa. In fin dei conti però è chiaro perché tutto questo scombussolamento: la storia di una famiglia ebrea in Germania da prima della prima guerra mondiale alla fuga in America per le persecuzioni naziste non è una semplice storia. Di sicuro aver letto prima “Giustizia non vendetta” di Wiesenthal mi ha aperto gli occhi di fronte a un fenomeno molto difficile da comprendere sulla storia ebraica e dell’antisemitismo: l’incomprensione, la non accettazione, l’essere considerato un corpo estraneo in una società che è tutt’altro che estranea.

La storia raccontata per via maschile da nonno a padre a nipote, con un evolversi della comprensione dell’essere se stessi come elemento continuativo di una famiglia o di un popolo; dell’accettazione (appunto) di essere ebrei anche non volendo o non potendo dimostrarlo; la tranquillità di essere se stessi al di là di un’etichetta. Troppe cose, davvero troppe. Quando si inizia a leggere la storia del patriarca David come una rivalsa di fronte alla chiusura di certi ambienti chiusi ebraici, dove la libertà passa attraverso la Parola che si fa Filosofia, diventa fortezza e riconoscimento, ci si trova di fronte a un uomo che insegna che si deve essere “tedeschi fuori casa ed ebrei in casa”, non capendo che così facendo si crea una forte frattura nelle generazioni future. Quest’uomo monolitico, instancabilmente ligio al dovere sembra rappresentare la solidità del suo popolo e la caparbietà nel voler emergere, compie la sua parabola umana in modo inesorabile, ma senza mai perdere il suo essere: ammorbidisce i toni, lo sguardo di fronte alle vere problematiche della vita, diventando quel padre o nonno su cui affidarsi.

Georg è il frutto dell’insegnamento paterno di liberazione dai vecchi schemi religiosi: è il tedesco che pretende tutto, instancabile a cercare la libertà a voler godere quello che pensa che gli spetti, ma è anche colui che attraverso la guerra (la prima appunto) trova la sua ragione di operare (come medico) e nell’accettazione della comprensione del fare, capisce come eccellere. Da scapestrato ebbro di libertà, diventa quel solido uomo che il padre David si aspettava che diventasse. E proprio perché così solido, così tranquillo di sè, così “moderno”, trova naturale sposare una cristiana, mettere su famiglia e diventare uno dei più importanti ginecologi del suo tempo.

Jegor è il frutto malato di questa famiglia. Il giovane che non comprende le differenze, che non capisce cosa sia un ebreo (lui nella sua testa non lo è), che vive il conflitto del vivere fra due culture, che vuole essere tedesco anzi ariano: la mente corrotta da uno zio futuro nazista, il bimbo viziato da un amore debole (nessuno si impone, nessuno spiega, nessuno fa capire, nessuno è diretto chiaro maturo con Jegor in nessun momento, tranne lo zio e questo provocherà grandi problemi). La degenerazione sembra una cosa esterna a tutto questo modo di essere ebrei, ma diventa più comprensibile proprio leggendo le testimonianze di chi visse durante le due guerre e vide il mutamento interno alla Germania: quanti furono gli ebrei che aderirono al primo nazismo? Più di quello che si possa pensare. Jegor è quel frutto: il frutto di una società corrotta nel suo midollo per non capire i germi non solo del nazismo, ma della distruzione dell’essere umano sotto qualsiasi forma; è il frutto della debolezza in cui si lasciarono i giovani crescere, con la convinzione che privarli delle fatiche fosse un loro diritto. Eppure è una figura tragica, che smuove compassione (anche se a me prudono le mani), ma molto lontana dal concetto di eroe tragico antico. Colui che non ha redenzione, come una colpa che si insinua nella mente di chi pensa al popolo ebraico e lo guarda attraverso una lente d’ingrandimento.

Un libro che dovrebbe essere obbligatorio alle scuole, molto più che altri, per il semplice fatto che è un occhio lucido e chiaro sulla metamorfosi sociale degli ebrei in Europa, sulla nascita di fenomeni estremisti, sulla difficoltà di discernere e di separare. Singer non nasconde nulla, anche se non calca mai la mano nè sul vittimismo o sulla violenza: lascia al lettore consapevole di riempire i buchi di narrazione con le nozioni che sa; non da sconti a nessuno dei suoi personaggi, forse convinto che ognuno di essi abbia un messaggio chiaro da divulgare.

Una scrittura chiara, lineare, essenziale, per un messaggio che non merita fraintendimenti.

Voto: 8

Scheda tecnica:

anno di pubblicazione: 1943

titolo originale: Di mispohe Karnovski

traduzione di Martina Rinaldi e David Sacerdoti

casa editrice Newton&Compton

finito di stampare gennaio 2015 presso Puntoweb s.r.l., Ariccia (Roma)

copertina: illustrazione di © Mikel Casal

progetto grafico: Alessandra Sabatini

pagine 413

“Yoshe Kalb” di Israel J. Singer

Mi sono avvicinata a questo libro con un misto di sentimenti da lettore che raramente mi prendono tutti insieme: curiosità, istinto e avversione alla narrativa. La mia avversione alla narrativa mi è nota da sempre e forse qualcosa avete potuto vedere anche voi: non la capisco o forse non riesco a connettermi con una storica che spesso non è altro che un episodio della vicenda e non è detto che abbia capo e coda. In narrativa le cose succedono, punto. In un giallo le cose succedono perché; nel fantasy invece per fare qualcosa; e così via: la narrativa di genere ha un fine (per me ovviamente), mentre quella semplice no. Cosa mi ha convinto a prendere questo libro allora? Il mio interesse per la cultura ebraica. Non c’entra niente la politica, la religione o i vari conflitti nel mondo; il mio interesse per la cultura ebraica viene da quello per la Storia, per la cultura in generale e in particolare per le multiformi intersezioni fra i popoli in Europa: più studio e meno sono convinta che siamo un unicum monolitico per dna, religione, cibo, cultura, interessi, ma siamo il continuo prodotto di cose e persone che non sempre si intersecano. Cammino in punta di piedi a cercare di capire una cultura che ritengo vicina alla mia, ma profondamente distante; ci giro attorno senza avere la pretesa di aver capito qualcosa; mi siedo ad ascoltare per capire meglio e vedere cosa capisco di quello che mi attornia.

http://www.newtoncompton.com/autore/israel-joshua-singer
http://www.newtoncompton.com/autore/israel-joshua-singer

Torniamo al libro. Prima di tutto mi ha colpito la copertina: dalla Newton Compton subisco il fascino infantile delle copertine tipo caricatura, molto colorate, esagerate. La scelta può non piacere a tutti, ma sinceramente in un mondo editoriale che snobba la diversità e il lavoro degli illustratori per preferire quello delle immagini patinate tutte uguali, questa scelta risulta un unicum e come tale va segnalato positivamente.
La storia gira attorno al giovane Nahum sposo giovane della figlia del rabbino Melech: questo ragazzo sradicato dalla sua comunità religiosa e dalla sua famiglia entra in un’altra comunità, coi suoi riti e particolarità, incapace di adattarsi fino in fondo fino alla fuga. Potrebbe sembrare il banale racconto di un ragazzino viziato di fronte alla fatica del mondo e del matrimonio e invece è la storia di un ragazzo ebreo, amante della parola, innamorato della Legge, che fatica a fare i conti con le passioni e la sua umanità, fino a quando cadendo nel peccato, sfruttando l’occasione si lascia alle spalle tutte le speranze e tutti i doveri che altri gli hanno imposto. Questa fuga non è altro che un altro passo nell’impossibilità di essere lasciato in pace con se stessi, nel dover stare alle aspettative altrui, nel doversi piegare alle decisioni di altri.

Nahum non è sposo, non è amante, non è figlio, non è genero, perché egli stesso in se stesso non riesce a riconoscersi in nessuna di queste categorie e quindi non prova emozioni vere. Quando “rinasce” come lo stolto Yoshe Kalb non trova la pace che cerca, il senso di accoglienza che forse desidera: è il mendicante strano che niente vuole, ma che tutti vorrebbero usare. Quando poi ritorna nelle scarpe di Nahum, quando si pensa che possa aver ritrovato un suo spazio, nemmeno in quel momento la pace lo accoglie e ancora una volta subisce, in silenzio, ripensando alle parole della Legge.

Leggendo le varie recensioni del libro ritorna più e più volte il mito dell’ “ebreo errante“, di quella figura mitologica e sfuggende che passa da secolo in secolo mai in pace: un simbolo per una cultura che erra nel mondo dopo la diaspora per opera di Tito, che pur rimanendo inserita nei paesi in cui vive ha sempre la mente da un’altra parte. Non saprei dire se davvero l’autore abbia voluto fare riferimento a questo mito, ma di certo la chiusura della storia ricorda molto.

Quello che più ho apprezzato nella vicenda è la descrizione delle diverse comunità ebraiche che vivono nella Galizia austriaca. Per una volta gli ebrei non sono una rarità da vedere in quarta di scena, ma riempiono il palcoscenico con i loro riti, le loro ritualità (quelle del matrimonio sono sconvolgenti, ma emozionanti da leggere), con le loro superstizioni e peculiarità; soprattutto è interessare notare le differenze fra loro, gli asti e il loro modo di fare popolo anche nella diversità. Tutti i piccoli dettagli che l’autore regala in questo romanzo, con la naturalità che è propria di un mondo reale, sono una gioia per chi cerca la verosimiglianza, la storicità, la credibilità. Questo libro appare alla lettura vivo e vibrante, emozionante e intenso, complesso e conquistante. Sono stata veramente rapita da ogni immagine, da ogni parola, cercando di immaginarmi abiti e costumi, parole e suoni. La storia di Nahum ha conquistato il mio lato umano, mentre tutto il resto ha preso la mia curiosità.

Un libro che consiglio a chi voglia approcciarsi alla narrativa ebraica, lasciandosi conquistare dalle storie umane all’ombra della Legge.

voto: 8 di sorpresa anche, perché non mi aspettavo che mi prendesse tanto da spingermi a cercare gli altri libri di Singer.

Scheda

anno di pubblicazione 1931

finito di stampare nel gennaio 2015

titolo originale: Yoshe Kalb

traduzione di Clara Serretta e David Sacerdoti

casa editrice Newton & Compton

progetto grafico di Alessandra Sabatini

illustrazione di copertina:  © Mikel Casal

286 pagine

“La ruga del cretino” di Vitali e Picozzi.

Devo ammettere che non sono una fan di Vitali, mentre Picozzi mi piace abbastanza da ascoltarlo incuriosita: sarà il lavoro che fa, o come comunica o la pacatezza con cui affronta certe cose o il maglione nero a collo alto che ha portato per tanti anni (come la divisa di un supereroe). Così quando è uscito questo libro l’ho ben letto, prendendolo dalla biblioteca.

Ora c’è un motivo per cui non sono una fan di Vitali: non capisco mai se scrive gialli di striscio e li usa per dire altro oppure sono veri gialli che io reputo troppo slavati. Non parlo di splatter o meno, perché come sapete per me il giallo non vuol dire per forza sangue e orrore e serial killer, parlo della vera investigazione, quella che fa la differenza in un romanzo di questo genere. Vitali racconta storie, famiglie, parentele, rapporti umani i quali poi di striscio vengono collegati o uniti da misteri più o meno misteriosi. Quindi per me non scrive gialli, ma narrativa. Devo ricordarmelo, anche a discapito di una buona e intrigante quarta di copertina.

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.ATTENZIONE RECENSIONE CON EVENTUALI SPOILER (poi non dite che vi ho rovinato la lettura).

Perché questa volta la trama mi intrigava molto di più del titolo:

“Un famoso criminologo, una medium, una giovane contadina un po’ strana e un assassino misterioso, come Jack lo Squartatore.”

Non posso dire che questi elementi non ci siano, perché Lombroso c’è, come la medium, la contadina strana e l’assassino, ma la sensazione è che queste cose si incastrano bene, senza però approfondire troppo. Per buona metà di libro non succede nulla e possiamo dire a voglia che tutto serve per capire il periodo, l’ambiente, i personaggi, ma diciamocelo davvero: non succede nulla o forse non succede nulla che serva a capire chi è chi. Poi a metà la scena si smuove e via la seduta spiritica, emozione, voglia di fare, ma tutto dura troppo poco che io non mi sono nemmeno preparata al ritorno della noia. E la fine…la fine…diciamocelo qui si butta via l’assassino come cartaccia sporca. Non si fa! O almeno lo ha già fatto a suo tempo George Lucas con Darth Maul (il cattivissimo della secondo trilogia, quella che però è in ordine cronologica la prima, quello con la faccia rossa e nera e le corna e la spada laser doppia) e ha fatto una pessima scelta narrativa: non si brucia un cattivo senza motivo e senza pathos!

In questo libro ben scritto e ben narrato, non c’è traccia di vera investigazione, ma forse quel modo di fare snob e annoiato di certi personaggi del secolo scorso che elocubrava sulla cronaca della città. Ah, no, non c’è nemmeno quello.

C’è una equazione matematica che il lettore non può scoprire insieme all’investigatore.

Non c’è investigatore in effetti.

C’è Lombroso, che io spero non fosse così perché davvero non ha forza intellettuale, ma è solo un po’ troppo musone. Dai! Non si fa! Il padre della criminologia, colui che influenzò per anni la visione e il giudizio delle persone in base ai lobi frontali o meno, ridotto a uno scienziato comune, rivoluzionario ma non amato, anzi solo sbeffeggiato, una sorta di figurina panini insomma. Invece il suo apporto fu molto importante per tutti il novecento (per chi volesse saperne di più può guardare al link del “Museo di Antropologia Criminale Cesare Lombroso“)

C’è la Birce, bel personaggio, quella strana, ma alla fine anche lei ricondotta alla normalità della vita, perché non fa che sia davvero strana.

Ci sono altri personaggi più o meno interessanti e fondamentali, ma soprattutto c’è alla fine lui, l’assassino, che compare di striscio come una comparsa e spiega appena possibile tutto al lettore, come se avesse fretta di non essere ricordato. Ecco, mio caro, non verrai ricordato perché attorno a te non c’è emozione, non c’è pathos, ma sei solo una comparsa in questo romanzo che parla ma non dice, racconta ma non prende (almeno me), che è a guardare altro e io non l’ho capito.

Come non ho capito che c’entri la ruga e il cretino…o forse il cretino sono io che non ho capito…

Voto: 5 e mezzo. 

Scheda:

anno di pubblicazione: 2015

finito di stampare il febbraio 2015 da Grafica Veneta s.p.a., Trebaseleghe (PD)

casa editrice Garzanti

progetto grafico: Elisa Zampaglione/ DUDOT design

immagine di copertina: © CORBIS

354 pagine

Postilla

Per chi volesse approfondire un po’ l’argomento esiste il libro di Lombroso “Ricerche sui fenomeni ipnotici e spiritici” Editore: et al. . Questo il link di amazon.

Questo invece un video di youtube in cui parlano di Lombroso e Palladino.

“Il nostro comune amico” di C. Dickens. Conclusioni.

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Tutto è partito un anno e mezzo fa attraverso fb, riunendo un po’ di lettori folli, creando un evento che è rimasto in piedi per tutto questo tempo. Per chi volesse leggersi i commenti questo è il link. All’inizio eravamo in un buon numero, poi ci siamo perse per strade e siamo rimaste in 4. Spiace che sia successo, ma le perdite per strada sono state fisiologiche e alcune anche no, ma non importa; in realtà mi spiace solo per non avere più commenti e più punti di vista diversi. Le 4 sopravvissute sono state concordi in ogni commento di capitolo, quindi niente discussione.

Arriviamo però alle mie conclusioni (che per certi versi sono la somma anche delle chiacchierate di questo tempo). Come avete potuto notare non sono stata brava nel seguire la distribuzione temporale dei capitoli e mi sono persa per strada, dovendo recuperare tutto negli ultimi due mesi (non volevo sforare). Quindi posso dire che la lettura in questo modo, a “fascicoli”, per me è stato un vero fallimento: troppo altalenante, troppo distratta, troppo abituata alla consequenzialità della mia lettura naturale. Di certo sarebbe stato più facile se fossimo stati costrette fisicamente ad aspettare le puntate, a scartabellare in edicola o fra i giornali per trovare il “nostro” fascicolo. Questo aspetto della lettura si è totalmente perso, preferendo anche qua la velocità all’attesa. Fagocitiamo anche la lettura, non avendo più la pazienza di aspettare. Ci abbiamo perso anche qui secondo me. Oddio, non che non mi piaccia leggere un libro intero, per i fatti miei, con i miei ritmi, ma non so, rimpiango quel senso di “ricchezza” dell’attesa.

Un altro motivo per cui mi sono persa è il libro stesso e più che la trama, oserei dire che è la scrittura vera e propria. Non sono una fan di Dickens. Egli è un altro di quegli scrittori più sentiti che conosciuti, più nominati che scartabellati, insomma è uno dei tanti classici che per me, essendo tali, sono ininfluenti. Eppure qualcosa di lui ho letto, soprattutto “Canto di Natale” che amo in ogni sua forma proprio per la completezza della trama, ma che ho riscoperto in originale con una scrittura veloce, illuminante e stimolante (se penso che l’ho letto in due ore senza riuscirmi a staccare dal testo). Qui, invece, è tutto stantio e ripetitivo e moscio. Sì, l’aggettivo giusto è “moscio”.

I personaggi sono salomonicamente divisi in due: buoni, perfetti e vessati da una parte; cattivi, prepotenti e violenti dall’altra. Nessun personaggio è davvero a tutto tondo, nessuno subisce una vera introspezione psicologica, qualcuno la accenna, ma poi viene da subito sopita. Molti personaggi negativi sono ripetitivi fra loro e in loro stessi, creando una sensazione di noia e ripetizione che raramente si trova; quando poi subiscono la giustizia divina si gioisce ovviamente, ma solo perché ce se li toglie dai piedi e dalla lettura. I personaggi positivi sono invece monolitici in tutto e quindi noiosi come chissà; senza poi dimenticare che subiscono cose che uno si chiede se di secondo nome fanno “Giobbe”. Si dirà che Bella subisce un cambiamento: dai si vedeva che era leggerina, ma buona (vedere tutti i pezzi in cui lei si trova col padre); si potrà dire che i Boffin cambiano, ma poi si scopre che è per finta; Venus “tradisce” il traditore, ma sin da subito non è un cattivo, ma una vittima degli eventi; i due avvocati sono solo due giovani ricchi in cerca della loro vera via nella vita e quindi niente di che. E via di seguito.

Chi ha seguito i miei posti (e ho visto anche le condivisioni. Grazie, ma sono curiosa di sapere perché) sa che molto spesso ho usato il sarcasmo e il colloquio con l’autore. Sono stati gli strumenti adatti per sopperire la voglia di lanciare il libro fuori dalla finestra. Tutto nel libro dimostra che Dickens era in bolletta (vabbè, lo abbiamo dedotto noi) e che abbia allungato il brodo per poter pagare meglio luce, gas e tasi (sì, anche quella se no non si spiegano certe cose); il libro dimostra la mancanza di originalità di trama e personaggi; dimostra la stanchezza nello svolgimento, senza pathos, senza voglia. Nel finale un po’ si riprende, la resa dei conti da un po’ di brio, ma poi tutto si tronca senza un motivo, come se fosse finita carta o inchiostro.

In questo anno e mezzo , mentre cercavo le immagini per i post (e ne ho trovate anche di belle e ne sono stata felice), ho letto varie recensioni su altri blog e tutti o quasi erano entusiastiche. Cosa è successo? Come mai? Non esiste un “chi ha ragione” in letture, esiste solo il proprio gusto, ma questa totale, netta, fortissima differenza mi fa sorgere un dubbio o più di uno.

1. La lettura spezzettata non aiuta alla comprensione del testo totale.

2. Sono cinica e certe sdilinquite storie non fanno per me.

3. Altri hanno letto un altro libro, quindi hanno barato.

4. Dickens li ha pagati attraverso una medium e mi chiedo perché a me niente.

5. Dickens non fa per me.

6. Sono cinica e mi serve l’azione (ho già detto che sono cinica?)

7. Da una storia lunga 800 pagine mi aspettavo molto di più.

8. Certa gente dovrebbe leggere anche altro per poter fare paragoni più credibili.

9. Il romanticismo non fa per me, né come sentimento né come genere letterario (ma poi questo ci rientra nel genere?)

10. Non vale vedere il telefilm (pensa te, hanno anche fatto un telefilm!) e valutare il libro.

11. Le immagini delle illustrazioni non valgono per alzare il voto!

Così finisce questa avventura, con un giudizio pesantemente negativo in ogni sua parte, con un classico bocciato senza riparazione, con un libro nascosto in libreria (mi vergognerei anche a regalarlo). Finisce e mi sento liberata da un peso e mentre dicembre si avvicina e anche la rilettura di “Canto di Natale”, mentre altre collettive si stanno preparando, io penso che non dovrò più avere a che fare con Giovanni, Bella, i Boffin, il maestro pazzo, Carletto ingrato, i Lemmle rovinati e i loro degni compari, Pauta e Uccellino e tanti altri.

Voto: 3 

 

“Signora Ava” di Francesco Jovine

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Continua il Giro d’Italia Letterario e ci fermiamo al Molise con un libro di un’inutilità unica.  318 pagine che dovrebbero farci avventurare nel periodo della nostra storia patria che vide l’unificazione di Italia, la calata dei Savoia, le truppe garibaldine e la nascita del brigantaggio. Dovrebbe, questo dicono le recensioni e invece non c’è nulla di tutto ciò! Per le prime 200 pagine non succede davvero nulla se non la descrizione della vita di una famiglia bene con i suoi vizi e le sue apatie, con i ritmi lenti di chi ha la vita prefissata e decisa dalle convenzioni, dallo status; ci sono quelli che vanno e quelli che vengono; le idee circolanti (da Napoli) si fermano sul confine e tutto è apatia; ci sono i ricchi che vivono sulle spalle dei paesani (e non è un modo di dire a volte). Il tutto scritto come un pessimo compitino del liceo da uno studente bravo ma svogliato. I personaggi sono piatti anche se spiccano di certo Don Matteo (che no, non è Terence Hill) e il giovane Pietro. Il primo rappresenta un po’ il classico prete diventato tale per convinzione altrui, ma troppo abituato per cambiare vita; il secondo il classico bravo ragazzo senza pretese e un grande amore che è Antonietta la figlia del padrone. La storia d’amore è scontata fin dalle prime pagine e ha solo due modi per sfociare: il dramma o il cambio di vita. Succede il secondo solo perché nelle altre 100 pagine lo scrittore si sveglia, mette pathos e dall’indolente Guardialfiera si va insieme ai fuggitivi dell’esercito Borbonico per i boschi, attenti a non farsi prendere dai garibaldini o dai carabinieri (che scopro essere coloro che portano le carabine…mica lo sapevo!).

Il cambio di scenario rende i personaggi più credibili, anche se ringraziando il cielo il libro è stato scritto nella prima metà del secolo scorso quindi dove il massimo della violenza è un sasso tirato con cattiveria o uno morto sparato alle spalle; se fosse stato scritto ora sarebbe stato infarcito di violenze, stupri e morti (e credo che fosse la verità storica purtroppo). Pietro diventa più uomo, ma rimane sempre vittima degli eventi e delle situazioni non sue, mentre Antonietta diventa un personaggio femminile scontato ma non stucchevole.

In questo cambio di scenario si vorrebbe capire maggiormente il sentimento dell’autore riguardo la guerra dei due Re e la vittoria dei garibaldini, con la pretesa annessione del sud al regno di Sardegna. Eppure non c’è niente di tutto ciò, come se alla fine non ci fosse la voglia e il tempo per farlo. Certo viene accennata la cosa, viene sotto inteso altro, ma poi lo studente svogliato torna in primo piano. E tutto in un libro che, non ricordo più dove, veniva presentato come un ulteriore “Gattopardo” con la sua vena sociale e polemica. Palle! Non c’è nulla di questo e forse nemmeno un professore veramente bravo riuscirebbe a farlo saltar fuori.

Il finale aperto poi funziona solo coi film di genere (per esempio per i supereroi) o per Martin che non sa mai quando finirà la sua saga. Qui non serve a nulla, ma rientra nel tema del libro “prof, il tema che mi ha dato era noioso e lo svolgimento ci sta a pennello!”

Voto: 2 Almeno è scritto non troppo contorto…

Ho scoperto poi giroclando su internet che la Rai a suo tempo fece lo sceneggiato, nell’epoca d’oro della letteratura in tv (momento meritorio per tutti, peccato essere nata dopo). Non pensiate che io lo voglia vedere, ma ve lo metto qui caso mai aveste voglia di capirlo.

“Come il lupo” di Eraldo Baldini

http://www.einaudi.it/libri/libro/eraldo-baldini/come-il-lupo/978880619366

Riprendo con interesse a seguire le letture collettive autorali dei Corpi Freddi, visto che il mese scorso (sì lo so, sono in ritardo mostruoso, ma sta scimmia delle letture collettive mi sta scappando di mano…) è stato votato Eraldo Baldini, scrittore italiani osannato per la sua bravura nel comporre gialli d’impatto e pieni di emozione. Fra tutti i titoli scelgo “Come il lupo”. Sarà per la copertina, sarà perché dove c’è un lupo c’è speranza, sarà sarà, ma stavolta mi sono fatta fregare anche dal mio istinto. Oppure gli scrittori di quarte di copertina si sono fatti più furbi.

In questo libro c’erano tutti gli elementi che mi incuriosivano al di là del semplice animale selvatico. C’era un personaggio con la divisa (anche se per me il forestale è Poiana creato da Guccini e Macchiavelli in “Malastagione”); c’era una bambina con una malattia invalidante ma con un dono nel mezzo; c’era un passato tragico; e c’era un mistero. Questi elementi ci sono ancora in tutta la lettura del libro, ma sono annacquati non tanto dalla scrittura ma dalla poca chiarezza di trama. Il romanzo è un giallo/thriller o è narrativa? Perché se è il secondo posso dire che è ben scritto, ben composto con un personaggio che deve imparare a fare il padre anche nelle difficoltà, senza delegare ad altri l’onere di combattere la malattia. Se invece è un giallo l’autore ha fatto un enorme flop. E considerando che le prime 20 pagine sono scritte stupendamente, con una durezza di situazioni che raramente ho trovato in un italiano, aggiungendo che l’autore è considerato uno dei grandi del panorama di genere in terra nostrana, credo che questo libro vada letto in questa maniera. E allora, ripeto, è un flop.

L’investigazione è nulla, la ricerca è forzata (come quando giochi di ruolo e il master ti conduce per mano che tu lo voglia o no), i personaggi stereotipati e non evoluti. C’è una valle chiusa che si dimostra invece più ospitale che il bar migliore di Roma (tanto per dire una città grande abituata al via vai della gente); c’è un post seconda guerra mondiale che sfocia nella solita descrizione manichea di destra e sinistra, dimenticando volutamente le sfumature; c’è una natura che manco nel telefilm “A un passo dal cielo” con il gemello di Don Matteo; c’è l’epilessia, ma manco un medico, ma solo discriminazione e chiusure. E ci sarebbe un teschio, ma che poi possiamo anche dimenticarcelo, perché trovare chi è diventa facile (due ricerche e via), capire perché ancora di più, quindi perché indagare?

Qualcuno ha sottolineato come sia interessante il sottofondo folkloristico che guida tutta la storia, ma io ho trovato anche questo aspetto raccontato con superficialità e con mera riproduzione scolastica delle quattro nozioni imparate. Mi viene da dire quello perché se ci nasci dentro a certe storie le emozioni traspaiono dalle tue parole, ma se lo impari da altri senza empatia rimangono solo belle fotografie, anche ben fatte, ma belle solo per tappare i buchi sul muro.

Una vera delusione, lo devo ammettere e non so se voglio dare una seconda opportunità all’autore, anche se voglio scoprire se è un vero fenomeno e io ho preso il libro sbagliato, oppure è il classico fenomeno letterario ben pompato da chi è più fan che lettore critico. Voto: 4